Docente di greco e latino al Liceo Classico «Marco Minghetti» di Bologna. Scrivo sulla rivista online «Altri Territori»: www.altriterritori.com. Ho pubblicato per Barbera Editore una traduzione dei libri VIII e IX dell’«Etica Nicomachea» di Aristotele (2005)
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martedì 26 maggio 2026
Giovanni Ghiselli: La prossima conferenza.
Docente di greco e latino al liceo classico «Minghetti» di Bologna
Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – CAPITOLO 5
Capitolo 5
Il capitolo è un po’ ostico e molto astratto, ma si può sintetizzare così l’idea di fondo: affinché il lirico che dice «io» e parla di sé possa avere dignità artistica, bisogna che si sia fuso con l’universale e quindi pur parlando di sé parli in termini universali, cioè di tutti. Ora lo vediamo analiticamente.
Bisogna chiederci dove possiamo osservare per la prima volta il germe di quello che saranno la tragedia e il ditirambi drammatico. Gli antichi non hanno dubbi nel mettere uno accanto all’altro come progenitori e tedofori della poesia greca Omero e Archiloco.
Omero, il vecchio sognatore sprofondato in sé, il tipo dell'artista apollineo, ingenuo, guarda ora stupito la testa appassionata di Archiloco, il battagliero servitore delle Muse.
Εἰμὶ δ’ἐγὼ θεράπων μὲν Ἐνυαλίοιο ἄνακτος
καὶ Μουσέων ἐρατὸν δῶρον ἐπιστάμενος.
«Io sono servitore del signore Enialio / e conosco l’amabile dono delle Muse».
L’estetica moderna ha saputo aggiungere solo la contrapposizione tra oggettività epica e soggettività lirica. A Nietzsche non basta perché dall’arte esige soprattutto il superamento del soggettivo, la pura e disinteressata contemplazione: dunque bisogna risolvere il problema di come la lirica possa essere arte. Illuminante è un’osservazione di Shiller a proposito del suo processo poetico, per cui a ispirarlo non è l’immaginazione con una serie di pensieri logicamente consequenziali, ma una disposizione musicale; queste le parole citate:
«Da principio il sentimento è in me senza oggetto determinato e chiaro; quest’ultimo si forma solo più tardi. Precede una certa disposizione d’animo musicale, e solo a questa segue in me l’idea poetica» […] Aggiungiamo… il fenomeno più importante di tutta la lirica antica, l’unione, anzi l’identità… del lirico con il musicista – in confronto alla quale la nostra lirica moderna appare come il simulacro di un dio senza testa.
Ora possiamo spiegarci il lirico: come artista dionisiaco si è fuso con l’uno originario e ne forma l’esemplare come musica, che in seguito gli ridiventa visibile, sotto l’influsso apollineo, come un’immagine di sogno simbolica.
L’artista ha già annullato la sua soggettività nel processo dionisiaco: l’immagine che ora la sua unità col cuore del mondo gli mostra è una scena di sogno, che dà una figura sensibile a quella contraddizione e a quel dolore originari, oltreché alla gioia originaria dell’illusione. L’«io» del lirico risuona dunque dall’abisso dell’essere: la sua «soggettività» nel senso dell’estetica moderna è un’immaginazione.
Dunque nelle prime liriche non danzano davanti a noi le passioni di Archiloco ma Dioniso e le Menadi.
vediamo l'invasato, inebriato Archiloco sprofondato nel sonno (il sonno come è descritto da Euripide nelle Baccanti, il sonno sugli alti pascoli alpestri, nel sole di mezzogiorno1) ed ecco che Apollo gli si accosta e lo tocca con l’alloro.
Qui Nietzsche allude prima al fr. 120 West2:
ὡς Διωνύσου ἄνακτος καλὸν ἐξάρξαι μέλος
οἶδα διθύραμβον οἴνῳ συγκεραυνωθεὶς φρένας.
«Poiché il bel canto del signore Dioniso so intonate / il ditirambo, quando sono quando sono fulminato dal vine nella mente»,
poi alle Baccanti di Euripide, il discorso del primo messaggero2 (vv. 677-689):
ἀγελαῖα μὲν βοσκήματ' ἄρτι πρὸς λέπας
μόσχων ὑπεξήκριζον, ἡνίχ' ἥλιος
ἀκτῖνας ἐξίησι θερμαίνων χθόνα.
ὁρῶ δὲ θιάσους τρεῖς γυναικείων χορῶν, 680
ὧν ἦρχ' ἑνὸς μὲν Αὐτονόη, τοῦ δευτέρου
μήτηρ Ἀγαυὴ σή, τρίτου δ' Ἰνὼ χοροῦ.
ηὗδον δὲ πᾶσαι σώμασιν παρειμέναι,
αἱ μὲν πρὸς ἐλάτης νῶτ' ἐρείσασαι φόβην,
αἱ δ' ἐν δρυὸς φύλλοισι πρὸς πέδῳ κάρα 685
εἰκῇ βαλοῦσαι σωφρόνως, οὐχ ὡς σὺ φῂς
ᾠνωμένας κρατῆρι καὶ λωτοῦ ψόφῳ
θηρᾶν καθ' ὕλην Κύπριν ἠρημωμένας.
«Poco fa scalavo la montagna portando al pascolo / le mandrie dei bovini, quando il sole / emette i raggi riscaldando la terra. / E vedo tre tiasi di cori femminili, / dei quali uno lo guidava Autonoe, il secondo / tua madre Agave, il terzo coro Ino. / Dormivano tutte con i corpi rilassati, / alcune avendo appoggiato la schiena alla chioma di un abete, / altre avendo gettato alla buona il capo a terra / sulle foglie di una quercia, castamente, non come dici tu, / cioè che in preda al vino con una coppa e a suon di flauto / andassero a caccia di Cipride per il bosco, appartate».
Ora l’incantesimo dionisiaco-musicale sprizza del dormiente produce tutte le suo poesie con al vertice tragedia e ditirambo drammatico. L’epico procede solo per immagini, gode nella loro esclusiva contemplazione e dallo specchio dell’illusione è protetto dall’immedesimarsi con esse. Il genio lirico invece nello stato mistico dell’alienazione di sé produce delle immagini che sono lui stesso fuso con l’uno originario ed è per questo che può dire «io» senza essere soggettivo in senso moderno e quindi può penetrare al fondo delle cose.
In verità Archiloco, l’uomo passionalmente acceso, l’uomo che ama e che odia, è solo una visione del genio, che già non è più Archiloco ma genio del mondo, e che esprime simbolicamente in quell’immagine dell’uomo Archiloco il suo dolore primigenio; mentre l’uomo Archiloco che vuole e desidera soggettivamente non potrà mai e poi mai essere poeta.
Dunque sbagliava Schopenhauer a considerare la disposizione lirica come risultante dalla dialettica di soggettivo e oggettivo, volere e contemplare, stato non estetico e stato estetico mescolati insieme. Così infatti la descrive in Mondo come volontà e rappresentazione, III, 51, p. 295:
la specifica essenza della canzone, in senso stretto, è la seguente. - E il soggetto della volontà, ossia il proprio volere, ciò che riempie la coscienza del cantore, spesso come un volere libero, soddisfatto (gioia), ma ancora piú spesso come un volere contrastato (tristezza), sempre come affetto, passione, inquietudine dell'animo. Accanto a ciò, tuttavia, e insieme a ciò, il cantore diventa, alla vista della natura che lo circonda, consapevole di sé come soggetto del puro conoscere libero dalla volontà, la cui imperturbabile, beata tranquillità si trova ora in contrasto con la spinta impetuosa del volere sempre limitato, sempre bisognoso: è propriamente il sentimento di questo contrasto, di questo alterno gioco, che trova espressione nell'insieme della canzone e che costituisce, in generale, la disposizione lirica. In essa è come se il puro conoscere si avvicinasse a noi per liberarci dal volere e dalla sua spinta impetuosa. Lo seguiamo, ma solo per pochi istanti: sempre di nuovo il volere, la memoria dei nostri scopi personali, ci strappa alla quiete della contemplazione; ma ecco che a strapparci sempre di nuovo dalla volontà è la bellezza dell'ambiente circo-stante, nella quale ci si offre la pura conoscenza priva di volontà. Perciò nella canzone e nella disposizione d'animo lirica si realizza una meravigliosa fusione reciproca tra il volere (l'interesse personale per i propri fini) e la pura intuizione dell'ambiente che ci si presenta: vengono cercate e immaginate delle corrispondenze tra l'uno e l'altra; la disposizione d'animo soggettiva, l' affezione della volontà, comunica i suoi colori sull'ambiente intuito, e quest’ultimo, reciprocamente, comunica ad essa i propri: la canzone autentica reca la traccia di tutto questo stato d’animo così mescolato e contrastante.
Invece l’individuo che vuole egoisticamente non può essere all’origine dell’arte ma può solo esserne l’avversario. Infatti il soggetto che è divenuto artista non è più un soggetto perché si è liberato della propria individualità ed è un medium attraverso cui l’uno originario si libera nell’illusione. La commedia dell’arte della vita non è rappresentata per noi e che non siamo noi i creatori di quel mondo dell’arte: al massimo siamo delle immagini artistiche del vero creatore e trovare la nostra dignità come opere d’arte –
giacché solo come fenomeni estetici l’esistenza e il mondo sono eternamente giustificati.
Tuttavia noi non abbiamo coscienza di questo nostro significato e quindi anche la nostra conoscenza dell’arte è illusoria perché come soggetti del conoscere, immersi nel principium individuationis, non siamo fusi con l’essere creatore che si gode lo spettacolo della commedia dell’arte.
Solo in quanto nell’atto della creazione artistica il genio si fonde con quell’artista originario del mondo, il primo sa qualcosa dell’essenza eterna dell’arte […] in tal caso egli è contemporaneamente soggetto e oggetto, contemporaneamente poeta, attore e spettatore.
1 Frasi come queste ha stimolato l’arida critica di Wilamowitz (Filologia dell’avvenire! Nietzsche, Rhode, Wilamowitz, Wagner, La polemica sull'arte tragica, Firenze, Sansoni, 1972 (a cura di F. Serpa) pag. 227, nota 1): «il sonno dei pascoli che descrive Euripide nelle Baccanti» (p. 85) – davvero, caro signor N., costui sarebbe il miserabile poeta che Lei ci vuol far credere, se mettesse in versi tali sciocchezze. Ricordi Ella che chi vuole dormire, non si stende al sole del meriggio bensì all’ombra. Rilegga Ba. 677 e 684 e ammetta di non aver compreso il passo».
2 In questo discorso, come nella parodo, viene rappresentato il culto dionisiaco canalizzato, mentre nel discorso del secondo messaggero viene rappresentato la frenesia repressa e dunque esplosa.
Docente di greco e latino al liceo classico «Minghetti» di Bologna
venerdì 22 maggio 2026
Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – CAPITOLO 4, completo e con PDF
Capitolo 4
Arte come illusione dell’illusione,
la Trasfigurazione di Raffaello e i quattro periodi artistici
Per comprendere meglio l’artista ingenuo è utile l’analogia col sogno. Partiamo dal presupposto che chi sogna vive nel mondo dell’illusione e ne trae piacere; perché ciò sia possibile bisogna che abbia completamente dimenticato la veglia con il suo terribile assillo. La valutazione comune è che rispetto alla vita del sogno abbia la preminenza assoluta quella della veglia e che questa sia degna di essere vissuta. Nietzsche però ribalta, paradossalmente, tale valutazione: qui il linguaggio e i concetti sono molto schopenhaueriani. Parte da una supposizione metafisica per cui l’uno originario, la cosa in sé, eternamente condannato alla sofferenza nelle sue contraddizioni (la volontà di Schopenhauer)1 abbia un costante bisogno, per liberarsi2, della visione estasiante, della gioiosa illusione, che noi, da essa dominati, sentiamo come il divenire della realtà empirica. Così concepita la nostra realtà empirica è una nostra rappresentazione dell’uno originario, dunque il sogno, in quanto rappresentazione di questa realtà che è a sua volta rappresentazione, si può considerare illusione dell’illusione; di conseguenza, essendo l’illusione piacevole, il sogno è un’illusione doppiamente piacevole.
Per questo motivo l’intimo nocciolo della natura trae quell’indescrivibile piacere dall’artista ingenuo e dall’opera d’arte ingenua, che parimenti è solo «illusione dell’illusione».
È il ribaltamento della condanna platonica dell’arte in quanto imitazione di un’imitazione. Raffaello nella trasfigurazione nella sua Trasfigurazione rappresenta nella metà inferiore col fanciullo ossesso e le sofferenze degli altri uomini il rispecchiarsi del dolore originario come fondamento del mondo: questa rappresentazione è un primo grado di illusione, dalla quale si eleva un nuovo mondo illusorio, non visto da quelli dominati dalla prima illusione.
Qui abbiamo davanti ai nostri occhi, per un altissimo simbolismo artistico, quel mondo di bellezza apollinea e il suo sfondo, la terribile saggezza di Sileno, e comprendiamo, per intuizione, la loro reciproca necessità. Ma qui Apollo ci viene incontro di nuovo come la divinizzazione del principium individuationis, in cui soltanto si adempie il fine eternamente raggiunto dall’uno originario, la sua liberazione attraverso l’illusione.
Ci viene mostrato con gesti sublimi quanto sia necessario tutto il mondo dell’affanno affinché l’individuo possa creare la visione liberatrice e quindi stare seduto tranquillo nella sua barca in mezzo al mare.
La divinizzazione dell’individuazione conosce una sola legge, l’individuo, con l’osservanza dei suoi limiti, cioè la misura che, per poter essere mantenuta esige la conoscenza di sé. Viceversa il suo opposto, l’eccesso, è considerato extraapollineo, cioè barbarico, o preapollineo, cioè titanico. Prometeo viene punito per il suo eccessivo amore per gli uomini, Edipo per il suo eccesso di conoscenza: così Apollo interpretava il passato. Sulla ὕβρις intellettuale di Edipo in effetti insiste Sofocle in particolare quando il figlio di Laio rivendica di aver risolto l’enigma della Sfinge senza contributo da parte degli dèi (Edipo re, 396-98):
ἀλλ' ἐγὼ μολών,
ὁ μηδὲν εἰδὼς Οἰδίπους, ἔπαυσά νιν,
γνώμῃ κυρήσας οὐδ' ἀπ' οἰωνῶν μαθών·
«ma io dopo essere giunto, / io Edipo che non sapevo niente, la feci cessare, / avvalendomi dell'intelligenza e non avendo appreso nulla dal volo degli uccelli».
«Titanico» e «barbarico» appariva al Greco apollineo altresì l’effetto provocato dal dionisiaco, senza comunque che potesse negare di essere egli stesso intimamente affine… Tutta la sua esistenza, e così ogni bellezza e moderazione, poggiava su un fondamento – mascherato – di sofferenza e di conoscenza… Ed ecco che Apollo non poteva vivere senza Dioniso!
Immaginiamo ora la reazione del mondo apollineo, costruito sull’illusione e la moderazione, davanti alle feste dionisiache caratterizzate da estasi ed eccesso e nelle quali
tutto l’eccesso della natura si palesasse in gioia, dolore e conoscenza… Le Muse delle arti dell’«illusione» impallidirono davanti a un’arte che nella sua ebbrezza diceva la verità […] L’individuo con tutti i suoi limiti e le sue misure sprofondò qui nell’oblio di sé degli stati dionisiaci e i dimenticò i canoni apollinei. L’eccesso si svelò come verità… E così dovunque penetrasse il dionisiaco, l’apollineo venne scalzato e distrutto.
D’altra parte dove Apollo resistette al primo impatto la sua maestà si impose con più rigidità:
Posso spiegarmi infatti la Stato dorico e l’arte dorica soltanto come un continuo campo di battaglia dell’apollineo.
Dunque, ricapitolando, distinguiamo 4 grandi periodi: l’età del bronzo (dionisiaca), dominata dalle titanomachie e dalla sapienza silenica; il mondo omerico (apollineo) dominato dalla bellezza; il ritorno del dionisiaco con lo sviluppo del ditirambo nella lirica arcaica; infine la reazione apollinea nella rigida maestà dell’arte e della visione del mondo doriche. Tuttavia questi quattro periodi sono inseriti in un disegno supremo che va oltre l’arte dorica:
e qui si offre ai nostri sguardi l’opera d’arte sublime e celebrata della tragedia attica e del ditirambo drammatico, come la meta comune dei due istinti, il cui misterioso connubio si è glorificato, dopo una lunga lotta precedente, in una tale creatura – che è insieme Antigone e Cassandra.
1 Cfr. Il mondo come volontà e rappresentazione, II, 27: Così vediamo dovunque nella natura conflitto, lotta e alternanza di vittorie, e proprio in questo, d’ora in avanti, riconosceremo più chiaramente l’essenziale discordia della volontà con se stessa. […] Questo conflitto si perpetua in tutta quanta la natura; di più: è solo grazie ad esso che la natura esiste: «εἰ γὰρ μὴ ἦν τὸ νεῖκος ἐν τοῖς πράγμασιν, ἓν ἂν ἦν ἅπαντα, ὡς φησίν Ἐμπεδοκλῆς» (nam si non inesset in rebus contentio, unum omnia essent, ut ait Empedocles, Aristotele, Metafisica, B, 5); questo stesso conflitto, infatti, è proprio la manifestazione dell’essenziale discordia della volontà con se stessa. Il livello più chiaro di visibilità questa lotta universale lo raggiunge nel mondo animale, che ha come proprio nutrimento il mondo vegetale e nel quale, inoltre, ogni animale diventa preda e nutrimento di un altro […] la volontà di vivere vive così in generale di se stessa e, sotto diverse forme, è il nutrimento di se stessa, sino a che, alla fine, la specie umana, poiché è riuscita a sopraffare tutte le altre, considera la natura come se fosse stata fabbricata a proprio uso e consumo; e tuttavia anche questa stessa specie, come vedremo nel quarto libro, manifesta in modo spaventosamente chiaro in se stessa quella lotta, quella discordia interiore della volontà, giustificando il detto homo homini lupus.
Docente di greco e latino al liceo classico «Minghetti» di Bologna
martedì 19 maggio 2026
Conferenza prof. Giovanni Ghiselli: Amore e politica nell’Eneide di Virgilio
Docente di greco e latino al liceo classico «Minghetti» di Bologna
sabato 9 maggio 2026
Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – CAPITOLO 4 – continua...
Capitolo 4
Arte come illusione dell’illusione,
la Trasfigurazione di Raffaello e i quattro periodi artistici
Per comprendere meglio l’artista ingenuo è utile l’analogia col sogno. Partiamo dal presupposto che chi sogna vive nel mondo dell’illusione e ne trae piacere; perché ciò sia possibile bisogna che abbia completamente dimenticato la veglia con il suo terribile assillo. La valutazione comune è che rispetto alla vita del sogno abbia la preminenza assoluta quella della veglia e che questa sia degna di essere vissuta. Nietzsche però ribalta, paradossalmente, tale valutazione: qui il linguaggio e i concetti sono molto schopenhaueriani. Parte da una supposizione metafisica per cui l’uno originario, la cosa in sé, eternamente condannato alla sofferenza (la volontà di Schopenhauer) abbia un costante bisogno, per liberarsi, della visione estasiante, della gioiosa illusione, che noi, da essa dominati, sentiamo come il divenire della realtà empirica. Così concepita la nostra realtà empirica è una nostra rappresentazione dell’uno originario, dunque il sogno, in quanto rappresentazione di questa realtà che è a sua volta rappresentazione, si può considerare illusione dell’illusione; di conseguenza, essendo l’illusione piacevole, il sogno è un’illusione doppiamente piacevole.
Per questo motivo l’intimo nocciolo della natura trae quell’indescrivibile piacere dall’artista ingenuo e dall’opera d’arte ingenua, che parimenti è solo «illusione dell’illusione».
È il ribaltamento della condanna platonica dell’arte in quanto imitazione di un’imitazione. Raffaello nella trasfigurazione nella sua Trasfigurazione rappresenta nella metà inferiore col fanciullo ossesso e le sofferenze degli altri uomini il rispecchiarsi del dolore originario come fondamento del mondo: questa rappresentazione è un primo grado di illusione, dalla quale si eleva un nuovo mondo illusorio, non visto da quelli dominati dalla prima illusione.
Qui abbiamo davanti ai nostri occhi, per un altissimo simbolismo artistico, quel mondo di bellezza apollinea e il suo sfondo, la terribile saggezza di Sileno, e comprendiamo, per intuizione, la loro reciproca necessità. Ma qui Apollo ci viene incontro di nuovo come la divinizzazione del principium individuationis, in cui soltanto si adempie il fine eternamente raggiunto dall’uno originario, la sua liberazione attraverso l’illusione.
Ci viene mostrato con gesti sublimi quanto sia necessario tutto il mondo dell’affanno affinché l’individuo possa creare la visione liberatrice e quindi stare seduto tranquillo nella sua barca in mezzo al mare.
p.s.
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