Visualizzazione post con etichetta Lucrezio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lucrezio. Mostra tutti i post

sabato 20 dicembre 2025

Seneca, Epistulae, 24 – Cotidie morimur

 

1. Est sine dubio stultum, quia quandoque sis futurus miser, esse iam miserum.

«1. È senza dubbio da stolti, siccome un giorno potrai essere infelice, essere già ora infelice1».

5. Vide quanto acrior sit ad occupanda pericula virtus quam crudelitas ad irroganda.

«5. Guarda quanto sia più risoluta la virtù a prendere parte ai pericoli che la crudeltà a infliggerli».

13. non hominibus tantum sed rebus persona demenda est et reddenda facies sua2.

«13. Non solo agli uomini ma anche alle cose bisogna levare la maschera e restituire il loro aspetto autentico».

19. non repente nos in mortem incidere sed minutatim procedere3. 20. Cotidie morimur; cotidie enim demitur aliqua pars vitae, et tunc quoque cum crescimus vita decrescit.

«19. … (che) noi non cadiamo all’improvviso nella morte ma ci avviciniamo a poco a poco. 20. Ogni giorno moriamo; ogni giorno infatti viene tolta una parte della vita, anche allora quando cresciamo la vita decresce».

 25. Vir fortis ac sapiens non fugere debet e vita sed exire; et ante omnia ille quoque vitetur affectus qui multos occupavit, libido moriendi.

«25. Un uomo forte e sapiente non deve fuggire dalla vita ma uscirne; e prima di tutto sia evitato anche quel sentimento che si impossessò di molti, la brama di morire».

26. Multi sunt qui non acerbum iudicent vivere sed supervacuum.

«26. Ci sono molti che giudicano il vivere non amaro ma superfluo».

1 Cfr. Epistulae, 135: Quaedam ergo nos magis torquent quam debent, quaedam ante torquent quam debent, quaedam torquent cum omnino non debeant; aut augemus dolorem aut praecipimus aut fingimus, «Certe cose dunque ci tormentano più di quanto devono, certe ci tormentano prima di quanto devono, certe altre ci tormentano non dovendo affatto; o accresciamo il dolore o lo anticipiamo o lo inventiamo». Tucidide attribuisce un atteggiamento simile agli Ateniesi nelle parole di Pericle (II, 39, 4καίτοι εἰ ῥᾳθυμίᾳ μᾶλλον ἢ πόνων μελέτῃ καὶ μὴ μετὰ νόμων τὸ πλέον ἢ τρόπων ἀνδρείας ἐθέλομεν κινδυνεύειν, περιγίγνεται ἡμῖν τοῖς τε μέλλουσιν ἀλγεινοῖς μὴ προκάμνειν«Per altro se preferiamo rischiare con noncuranza più che con esercizio alle fatiche e non con le leggi più che con il vigore dei caratteri, ce ne deriva di non abbatterci in anticipo per i dolori futuri».

2 Cfr. LucrezioDe rerum natura, III, vv. 55-58: quo magis in dubiis hominem spectare periclis / convenit / adversisque in rebus noscere qui sit; / nam verae voces tum demum pectore ab imo / eliciuntur [et] eripitur persona manet res.«A maggior ragione è necessario osservare luomo nei dubbiosi / pericoli e conoscere chi sia nelle avversità; infatti allora infine le vere voci dal profondo del cuore / erompono e viene strappata la maschera, rimane lessenza».

3 Cfr. carpit nos illa, non corripit, «ci prende un po’ alla volta quella (la morte), non ci afferra all’improvviso» (Epistulae, 120, 18).


p.s.

Statistiche del blog:

Sempre: 123685

Oggi: 451

Ieri: 727

Questo mese: 31072

Il mese scorso: 39126


domenica 16 novembre 2025

De rerum natura, IV, vv. 1058-1145 – La ferita d’amore – Maturità 2026 –completo in PDF

 

Qui è disponibile il PDF


Nel IV libro Lucrezio affronta la teoria dei simulacra, sorta di membrane che si staccano dai corpi, della stessa forma, che vagano qua e là e colpiscono i nostri sensi nella veglia e nel sonno, a volte atterrendoci. È la base della teoria della conoscenza che dunque parte dall’esperienza. Queste immagini danno conto delle sensazioni, prima di tutto la vista; a volte non c’è bisogno del corpo, come per esempio nel caso dei sogni. Il problema è interpretare correttamente questi segni. L’amore è un’errata interpretazione e dunque è una forma di superstizione, che va smontata con la ragione.


vv. 1030-1057

 Connesso a questa teoria è appunto il discorso sull’amore, la cui fiamma si accende nell’adolescenza, quando, a causa dei simulacra notturni che si presentano in sogno sotto l’aspetto di volti leggiadri, si hanno le prime esperienze sessuali; l’amore dunque nasce dal sesso:

Haec Venus est nobis; hinc autemst nomen amoris,

hinc illaec primum Veneris dulcedinis in cor

stillavit gutta et successit frigida cura.            (vv. 1058-1060)

«Questa è Venere per noi; da qui poi il nome d’amore, / da qui dapprima stillò nel cuore quella goccia / della dolcezza di Venere e successe il gelido affanno».

vv. 1061-1067

 Il fatto è che noi pensiamo all’oggetto del nostro amore anche quando è assente, mentre dovremmo rivolgere altrove la nostra attenzione e  (questo è il primo remedium) converrebbe che iacere umorem collectum in corpora quaeque / nec retinere, semel conversum unius amore, «il liquido accumulato giacesse in corpi qualsiasi / e non trattenerlo, una volta attratto da un amore unico» (vv. 1065-1066).

Il concetto viene specificato subito dopo:

Ulcus enim vivescit et inveterascit alendo

inque dies gliscit furor atque aerumna gravescit,

si non prima novis conturbes vulnera plagis

vulgivagaque vagus Venere ante recentia cures

aut alio possis animi traducere motus.  (1068-1072)

«La ferita infatti acquista vita e mette radici nutrendola / e di giorno in giorno si sviluppa la frenesia e l’angoscia si aggrava, / se tu non confondi le prime ferite con nuove piaghe / e se con una Venere vagabonda non curi quelle recenti / e non puoi trasferire altrove i moti dell’animo».

 Il consiglio quindi è di non concentrarsi su una sola persona ma di avere più esperienze.

Simili consigli sono poi ripresi da Ovidio nei Remedia amoris:

vv. 441-442

Hortor et, ut pariter binas habeatis amicas

(Fortior est, plures siquis habere potest)

«Vi esorto anche ad avere contemporaneamente due amanti

(è più forte se uno può averne più di una)»


vv. 451-52

At tibi, qui fueris dominae male creditus uni,

Nunc saltem novus est inveniendus amor.

«Ma tu, che incresciosamente ti sei affidato a una sola padrona,

ora almeno trovati un nuovo amore».


Lucrezio poi continua (e questo è il secondo remedium):

Nec Veneris fructu caret is qui vitat amorem,

sed potius quae sunt sine poena commoda sumit.

Nam certe purast sanis magis inde voluptas

quam miseris. Etenim potiundi tempore in ipso

fluctuat incertis erroribus ardor amantum

nec constat quid primum oculis manibusque fruantur. (1073-1078)

«Né si priva di Venere colui che evita l’amore, / ma piuttosto coglie quelli che sono i vantaggi senza la pena. / Infatti il piacere che ne deriva è certamente più puro per i sani di mente / chè per i miseri dissennati. E in effetti proprio nel momento del possedere / ondeggia in incerte fluttuazioni l’ardore degli amanti / e non si sa di cosa dapprima godere con gli occhi e con le mani».

L’amore andrebbe insomma tenuto a freno con la ragione, altrimenti gli istinti hanno il sopravvento, come nel caso dell’amore possessivo. Anche Platone ce ne dà una descrizione nel Fedro.


 Dunque l’amante insano si lascia dominare dalla frenesia erotica,

quia non est pura voluptas

et stimuli subsunt qui instigant laedere id ipsum

quodcumque est, rabies unde illaec germina surgunt.    vv. 1081-1083

«poiché il piacere non è puro / e alla base ci ssono dei pungoli che stimolano a ferire proprio ciò, / qualunque cosa sia, da cui sorgono quei germi di furia».

 Venere però, cioè il sesso, lenisce blandamente la ferita d’amore poiché admixta voluptas, «il piacere è mescolato» (all’amore s’intende, cioè appunto non è puro). Il punto è che non si può curare l’amore «omeopaticamente»:

Namque in eo spes est, unde est ardoris origo,

restingui quoque posse ab eodem corpore flammam.

Quod fieri contra totum natura repugnat;

unaque res haec est, cuius quam plurima habemus,

tam magis ardescit dira cuppedine pectus.        vv. 1087-1091

«E infatti in ciò consiste la speranza, che da dove ha origine l’ardore / da medesimo corpo possa anche essere spenta la fiamma. / Ma la natura si ribella mostrando che avviene tutto il contrario; / e questa è l’unica cosa della quale quanto più ne possediamo / tanto di più arde il petto di brama tremenda».

 

vv. 1091-1104

Nel caso del cibo e delle bevande il corpo a un certo punto si sazia mentre nel caso del leggiadro incarnato di un essere umano non possiamo godere che dei simulacri, quae vento spes raptast saepe misella «una speranza che spesso, meschina, è rapita dal vento» (v. 1096)1. Succede come nei sogni quando non si riesce a sfamarsi o dissetarsi: sic in amore Venus simulacris ludit amantis / nec satiare queunt«così in amore Venere illude coi simulacri gli amanti / e non riescono a saziarsi» (vv. 1101-1102).

Denique cum membris collatis flore fruuntur

aetatis, iam cum praesagit gaudia corpus

atque in eost Venus ut muliebria conserat arva,

adfigunt avide corpus iunguntque salivas

oris et inspirant pressantes dentibus ora,

nequiquam, quoniam nil inde abradere possunt

nec penetrare et abire in corpus corpore toto;     vv. 1105-1111

«Infine quando nell’unione delle membra godono del frutto della / giovinezza e quando ormai il corpo presagisce il piacere / e Venere è sul punto di seminare i campi della donna, / conficcano avidamente il corpo e congiungono le salive / della bocca e ansimano schiacciando coi denti le labbra, / invano, poiché niente da lì possono raschiare, / né penetrare e andarsene nel corpo con tutto il corpo».


1112-1140

 Infatti a volte gli amanti sembrano combattere.

Tandem ubi se erupit nervis collecta cupido,

parva fit ardoris violenti pausa parumper.

Inde redit rabies eadem et furor ille revisit.    1115-1117

«Infine quando la brama raccolta si sprigiona dai nervi, / si produce una piccola pausa del violento ardore e per poco. / Poi torna la medesima furia e si ripresenta quella frenesia».

 E non trovano espediente per vincere il male ma «si struggono per una ferita nascosta» (tabescunt vulnere caeco2). Si consumano le forze, la vita passa sottomessi al cenno di un’altra persona (alterius sub nutu degitur aetas, v. 1122), il patrimonio si consuma e soprattutto languent officia atque aegrotat fama vacillans«stagnano i doveri e la fama incerta langue» (v. 1124). Segue un elenco delle spese sostenute per corteggiare l’amante, spese che sperperano bene parta patrum«i beni dei padri onestamente prodotti» (v. 1129); e tutto questo però è fatto

nequiquam, quoniam medio de fonte leporum

surgit amari aliquid quod ipsis floribus angat,    1133-1134

«invano, poiché dal mezzo della fonte dei piaceri / sgorga un che di amaro che provoca angoscia proprio nei fiori».

I motivi di tale angoscia sono il pensiero di una vita sprecata senza far nulla, o perché una parola ambigua ha creato un equivoco e subentra la gelosia.


vv. 1141-1145

Atque in amore mala haec proprio summeque secundo

inveniuntur; in adverso vero atque inopi sunt,

prendere quae possis oculorum lumine operto,

innumerabilia; ut melius vigilare sit ante,

qua docui ratione, cavereque ne inliciaris.        1141-1145

«E questi mali si trovano in un amore che ci appartine e sommamente / favorevole; invece in uno contrario e per cui non ci sono risorse, / ce ne sono innumerevoli che puoi cogliere / a occhi chiusi; sicché è meglio stare in guardia prima, / con il sistema che ho insegnato, e stare attenti a non essere adescati».

Qui si conclude la descrizione della patologia e segue quella della terapia.

nam vitare, plăgas in amoris ne iaciamur,

non ita difficile est quam captum retibus ipsis

exire et validos Veneris perrumpere nodos.

et tamen implicitus quoque possis inque peditus

effugere infestum, nisi tute tibi obvius obstes

et praetermittas animi vitia omnia primum

aut quae corporis sunt eius, quam praepetis ac vis.    vv. 1146-1152

«Infatti evitare di gettarsi nei lacci d’amore / non è così difficile quanto, una volta catturato nelle reti stesse, / uscirne e spezzare i saldi nodi di Venere. / E tuttavia anche una volta stretto nei lacci e inceppato potresti / schivare il pericolo, se non fossi tu a ostacolarti andondole incontro / e prima di tutto non lasciassi passare tutti i vizi dell’animo / o quelli del corpo, che ci sono, di colei che desideri al massimo e vuoi».

Il consiglio dunque è di pensare ai difetti dell’amante, cosa di cui si ricorderà Ovidio nei Remedia amoris.

 

 1 Come le parole di Lesbia nel carme 70 di CatulloNulli se dicit mulier mea nubere malle / quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat. / Dicit: sed mulier cupido quod dicit amanti, / in vento et rapida scribere oportet aqua«La mia donna dice che non preferirebbe unirsi a nessuno / piuttosto che a me, nemmeno se la corteggiasse Giove in persona. / Lo dice: ma ciò che una donna dice all’amante bramoso, / bisogna scriverlo nel vento e nell’acqua che tutto trascina». Per par condicio citiamo anche il carme 64 dove Arianna così commenta le mancate promesse di teseo (vv. 142-144): quae cuncta aereii discerpunt irrita venti. / nunc iam nulla viro iuranti femina credat, / nulla viri speret sermones esse fideles«tutte parole che, vane, i venti disperdono nell’aria. / D’ora in poi nessuna donna creda a un uomo che giura, / nessuna speri che i discorsi di un uomo siano leali». Cfr. Eneide, IX, 313: Sed aurae / omnia discerpunt et nubibus inrita donant«Ma i venti / le disperdono tutte e vane le donano alle nubi». Sono le ultime parole che Ascanio rivolge a Eurialo e Niso, messaggi per Enea lontano che non arriveranno mai.

2 Un’espressione quasi identica si trova in VirgilioEneide, IV, vv. 1-2 a proposito di Didone innamorata di Enea: At regina gravi iamdudum saucia cura / vulnus alit venis et caeco carpitur igni«Ma la regina già da tempo ferita da pesante affanno / nutre la ferita nelle vene ed è consumata da un fuoco nascosto». In Virgilio l’amore è ancora più esecrato che in Lucrezio.


p.s.

Statistiche del blog:

Sempre: 73626

Oggi: 1199

Ieri: 1682

Questo mese: 20139

Il mese scorso: 15244

De rerum natura, IV, vv. 1058-1145 – La ferita d’amore – 3° parte

 

1112-1140

 Infatti a volte gli amanti sembrano combattere.

Tandem ubi se erupit nervis collecta cupido,

parva fit ardoris violenti pausa parumper.

Inde redit rabies eadem et furor ille revisit.    1115-1117

«Infine quando la brama raccolta si sprigiona dai nervi, / si produce una piccola pausa del violento ardore e per poco. / Poi torna la medesima furia e si ripresenta quella frenesia».

 E non trovano espediente per vincere il male ma «si struggono per una ferita nascosta» (tabescunt vulnere caeco1). Si consumano le forze, la vita passa sottomessi al cenno di un’altra persona (alterius sub nutu degitur aetas, v. 1122), il patrimonio si consuma e soprattutto languent officia atque aegrotat fama vacillans«stagnano i doveri e la fama incerta langue» (v. 1124). Segue un elenco delle spese sostenute per corteggiare l’amante, spese che sperperano bene parta patrum«i beni dei padri onestamente prodotti» (v. 1129); e tutto questo però è fatto

nequiquam, quoniam medio de fonte leporum

surgit amari aliquid quod ipsis floribus angat,    1133-1134

«invano, poiché dal mezzo della fonte dei piaceri / sgorga un che di amaro che provoca angoscia proprio nei fiori».

 I motivi di tale angoscia sono il pensiero di una vita sprecata senza far nulla, o perché una parola ambigua ha creato un equivoco e subentra la gelosia.


vv. 1141-1145

Atque in amore mala haec proprio summeque secundo

inveniuntur; in adverso vero atque inopi sunt,

prendere quae possis oculorum lumine operto,

innumerabilia; ut melius vigilare sit ante,

qua docui ratione, cavereque ne inliciaris.        1141-1145

«E questi mali si trovano in un amore che ci appartine e sommamente / favorevole; invece in uno contrario e per cui non ci sono risorse, / ce ne sono innumerevoli che puoi cogliere / a occhi chiusi; sicché è meglio stare in guardia prima, / con il sistema che ho insegnato, e stare attenti a non essere adescati».

 Qui si conclude la descrizione della patologia e segue quella della terapia.

nam vitare, plăgas in amoris ne iaciamur,

non ita difficile est quam captum retibus ipsis

exire et validos Veneris perrumpere nodos.

et tamen implicitus quoque possis inque peditus

effugere infestum, nisi tute tibi obvius obstes

et praetermittas animi vitia omnia primum

aut quae corporis sunt eius, quam praepetis ac vis.    vv. 1146-1152

«Infatti evitare di gettarsi nei lacci d’amore / non è così difficile quanto, una volta catturato nelle reti stesse, / uscirne e spezzare i saldi nodi di Venere. / E tuttavia anche una volta stretto nei lacci e inceppato potresti / schivare il pericolo, se non fossi tu a ostacolarti andondole incontro / e prima di tutto non lasciassi passare tutti i vizi dell’animo / o quelli del corpo, che ci sono, di colei che desideri al massimo e vuoi».

 Il consiglio dunque è di pensare ai difetti dell’amante, cosa di cui si ricorderà Ovidio nei Remedia amoris.

 

1 Un’espressione quasi identica si trova in VirgilioEneide, IV, vv. 1-2 a proposito di Didone innamorata di Enea: At regina gravi iamdudum saucia cura / vulnus alit venis et caeco carpitur igni«Ma la regina già da tempo ferita da pesante affanno / nutre la ferita nelle vene ed è consumata da un fuoco nascosto». In Virgilio l’amore è ancora più esecrato che in Lucrezio.


p.s.

Statistiche del blog:

Sempre: 73569

Oggi: 1142

Ieri: 1682

Questo mese: 20082

Il mese scorso: 15244

De rerum natura, IV, vv. 1058-1145 – La ferita d’amore – 2° parte

 

Dunque l’amante insano si lascia dominare dalla frenesia erotica,

quia non est pura voluptas

et stimuli subsunt qui instigant laedere id ipsum

quodcumque est, rabies unde illaec germina surgunt.    vv. 1081-1083

«poiché il piacere non è puro / e alla base ci ssono dei pungoli che stimolano a ferire proprio ciò, / qualunque cosa sia, da cui sorgono quei germi di furia».

 Venere però, cioè il sesso, lenisce blandamente la ferita d’amore poiché admixta voluptas, «il piacere è mescolato» (all’amore s’intende, cioè appunto non è puro). Il punto è che non si può curare l’amore «omeopaticamente»:

Namque in eo spes est, unde est ardoris origo,

restingui quoque posse ab eodem corpore flammam.

Quod fieri contra totum natura repugnat;

unaque res haec est, cuius quam plurima habemus,

tam magis ardescit dira cuppedine pectus.        vv. 1087-1091

«E infatti in ciò consiste la speranza, che da dove ha origine l’ardore / da medesimo corpo possa anche essere spenta la fiamma. / Ma la natura si ribella mostrando che avviene tutto il contrario; / e questa è l’unica cosa della quale quanto più ne possediamo / tanto di più arde il petto di brama tremenda».

 

vv. 1091-1104

Nel caso del cibo e delle bevande il corpo a un certo punto si sazia mentre nel caso del leggiadro incarnato di un essere umano non possiamo godere che dei simulacri, quae vento spes raptast saepe misella «una speranza che spesso, meschina, è rapita dal vento» (v. 1096)1. Succede come nei sogni quando non si riesce a sfamarsi o dissetarsi: sic in amore Venus simulacris ludit amantis / nec satiare queunt«così in amore Venere illude coi simulacri gli amanti / e non riescono a saziarsi» (vv. 1101-1102).

Denique cum membris collatis flore fruuntur

aetatis, iam cum praesagit gaudia corpus

atque in eost Venus ut muliebria conserat arva,

adfigunt avide corpus iunguntque salivas

oris et inspirant pressantes dentibus ora,

nequiquam, quoniam nil inde abradere possunt

nec penetrare et abire in corpus corpore toto;     vv. 1105-1111

«Infine quando nell’unione delle membra godono del frutto della / giovinezza e quando ormai il corpo presagisce il piacere / e Venere è sul punto di seminare i campi della donna, / conficcano avidamente il corpo e congiungono le salive / della bocca e ansimano schiacciando coi denti le labbra, / invano, poiché niente da lì possono raschiare, / né penetrare e andarsene nel corpo con tutto il corpo».

 

1 Come le parole di Lesbia nel carme 70 di CatulloNulli se dicit mulier mea nubere malle / quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat. / Dicit: sed mulier cupido quod dicit amanti, / in vento et rapida scribere oportet aqua«La mia donna dice che non preferirebbe unirsi a nessuno / piuttosto che a me, nemmeno se la corteggiasse Giove in persona. / Lo dice: ma ciò che una donna dice all’amante bramoso, / bisogna scriverlo nel vento e nell’acqua che tutto trascina». Per par condicio citiamo anche il carme 64 dove Arianna così commenta le mancate promesse di Teseo (vv. 142-144): quae cuncta aereii discerpunt irrita venti. / nunc iam nulla viro iuranti femina credat, / nulla viri speret sermones esse fideles«tutte parole che, vane, i venti disperdono nell’aria. / D’ora in poi nessuna donna creda a un uomo che giura, / nessuna speri che i discorsi di un uomo siano leali». Cfr. Eneide, IX, 313: Sed aurae / omnia discerpunt et nubibus inrita donant«Ma i venti / le disperdono tutte e vane le donano alle nubi». Sono le ultime parole che Ascanio rivolge a Eurialo e Niso, messaggi per Enea lontano che non arriveranno mai.


p.s.

Statistiche del blog:

Sempre: 73206

Oggi: 779

Ieri: 1682

Questo mese: 19719

Il mese scorso: 15244


De rerum natura, IV, vv. 1058-1145 – La ferita d’amore – 1° parte

 

Nel IV libro Lucrezio affronta la teoria dei simulacra, sorta di membrane che si staccano dai corpi, della stessa forma, che vagano qua e là e colpiscono i nostri sensi nella veglia e nel sonno, a volte atterrendoci. È la base della teoria della conoscenza che dunque parte dall’esperienza. Queste immagini danno conto delle sensazioni, prima di tutto la vista; a volte non c’è bisogno del corpo, come per esempio nel caso dei sogni. Il problema è interpretare correttamente questi segni. L’amore è un’errata interpretazione e dunque è una forma di superstizione, che va smontata con la ragione.


vv. 1030-1057

 Connesso a questa teoria è appunto il discorso sull’amore, la cui fiamma si accende nell’adolescenza, quando, a causa dei simulacra notturni che si presentano in sogno sotto l’aspetto di volti leggiadri, si hanno le prime esperienze sessuali; l’amore dunque nasce dal sesso:

Haec Venus est nobis; hinc autemst nomen amoris,

hinc illaec primum Veneris dulcedinis in cor

stillavit gutta et successit frigida cura.            (vv. 1058-1060)

«Questa è Venere per noi; da qui poi il nome d’amore, / da qui dapprima stillò nel cuore quella goccia / della dolcezza di Venere e successe il gelido affanno».

vv. 1061-1067

 Il fatto è che noi pensiamo all’oggetto del nostro amore anche quando è assente, mentre dovremmo rivolgere altrove la nostra attenzione e  (questo è il primo remedium) converrebbe che iacere umorem collectum in corpora quaeque / nec retinere, semel conversum unius amore, «il liquido accumulato giacesse in corpi qualsiasi / e non trattenerlo, una volta attratto da un amore unico» (vv. 1065-1066).

Il concetto viene specificato subito dopo:

Ulcus enim vivescit et inveterascit alendo

inque dies gliscit furor atque aerumna gravescit,

si non prima novis conturbes vulnera plagis

vulgivagaque vagus Venere ante recentia cures

aut alio possis animi traducere motus.  (1068-1072)

«La ferita infatti acquista vita e mette radici nutrendola / e di giorno in giorno si sviluppa la frenesia e l’angoscia si aggrava, / se tu non confondi le prime ferite con nuove piaghe / e se con una Venere vagabonda non curi quelle recenti / e non puoi trasferire altrove i moti dell’animo».

 Il consiglio quindi è di non concentrarsi su una sola persona ma di avere più esperienze.

Simili consigli sono poi ripresi da Ovidio nei Remedia amoris:

vv. 441-442

Hortor et, ut pariter binas habeatis amicas

(Fortior est, plures siquis habere potest)

«Vi esorto anche ad avere contemporaneamente due amanti

(è più forte se uno può averne più di una)»


vv. 451-52

At tibi, qui fueris dominae male creditus uni,

Nunc saltem novus est inveniendus amor.

«Ma tu, che incresciosamente ti sei affidato a una sola padrona,

ora almeno trovati un nuovo amore».


Lucrezio poi continua (e questo è il secondo remedium):

Nec Veneris fructu caret is qui vitat amorem,

sed potius quae sunt sine poena commoda sumit.

Nam certe purast sanis magis inde voluptas

quam miseris. Etenim potiundi tempore in ipso

fluctuat incertis erroribus ardor amantum

nec constat quid primum oculis manibusque fruantur. (1073-1078)

«Né si priva di Venere colui che evita l’amore, / ma piuttosto coglie quelli che sono i vantaggi senza la pena. / Infatti il piacere che ne deriva è certamente più puro per i sani di mente / chè per i miseri dissennati. E in effetti proprio nel momento del possedere / ondeggia in incerte fluttuazioni l’ardore degli amanti / e non si sa di cosa dapprima godere con gli occhi e con le mani».

L’amore andrebbe insomma tenuto a freno con la ragione, altrimenti gli istinti hanno il sopravvento, come nel caso dell’amore possessivo. Anche Platone ce ne dà una descrizione nel Fedro.


p.s.

Statistiche del blog:

Sempre: 73006

Oggi: 579

Ieri: 1682

Questo mese: 19519

Il mese scorso: 15244


lunedì 28 aprile 2025

Personata felicitas – Seneca, Epistulae, 80

 

Nel capitolo VI Seneca affronta un tema a lui caro: la felicità di coloro che sono reputati felici è per lo più simulata. Il tema sarà poi ulteriormente sviluppato nelle Epistulae.


4. Isti quos pro felicibus aspicis, si non qua occurrunt sed qua latent uideris, miseri sunt, sordidi turpes, ad similitudinem parietum suorum extrinsecus culti; non est ista solida et sincera felicitas: crusta est et quidem tenuis. Itaque dum illis licet stare et ad arbitrium suum ostendi, nitent et inponunt; cum aliquid incidit quod disturbet ac detegat, tunc apparet quantum altae ac uerae foeditatis alienus splendor absconderit.

«4. Questi che tu guardi come fortunati, se li vedi non dal lato con cui si presentano ma da quello che nascondono, sono meschini, squallidi, vergognosi, a somiglianza delle loro pareti belli di fuori; non è questa una felicità solida e autentica: è una patina e pure sottile. E così finché è loro consentito stare dritti e mostrarsi a loro arbitrio, brillano e traggono in inganno; quando capita qualcosa che li sconvolge e scopre, allora appare quanta profonda e reale ripugnanza nascondesse quello splendore posticcio».


Questa idea piace a Seneca, che la declina con la metafora teatrale in Epistulae, 80:

5. Libera te primum metu mortis (illa nobis iugum inponit), deinde metu paupertatis. 6. Si vis scire quam nihil in illa mali sit, compara inter se pauperum et divitum vultus: saepius pauper et fidelius ridet; nulla sollicitudo in alto est; etiam si qua incidit cura, velut nubes levis transit: horum qui felices vocantur hilaritas ficta est aut gravis et suppurata tristitia, eo quidem gravior quia interdum non licet palam esse miseros, sed inter aerumnas cor ipsum exedentes necesse est agere felicem. 7. Saepius hoc exemplo mihi utendum est, nec enim ullo efficacius exprimitur hic humanae vitae mimus, qui nobis partes quas male agamus adsignat.

«5. Liberati innanzitutto dalla paura della morte (essa ci impone un giogo), poi dalla paura della povertà. 6. Se vuoi sapere quanto non ci sia nulla di male in essa, confronta tra loro i volti dei poveri e dei ricchi: il povero ride più spesso e più schiettamente; nessuna preoccupazione si trova nel profondo; anche se incappa in qualche affanno, passa come una nuvola leggera: l’allegria di questi che sono chiamati felici è recitata oppure è una tristezza opprimente e che rode, e di certo tanto più opprimente poiché non è possibile ogni tanto essere infelici apertamente, ma divorando il cuore stesso tra le pene si è obbligati a fare la parte del felice. 7. Devo usare più spesso questo esempio, e infatti da nessun altro con più efficacia è rappresentato questo mimo della vita umana, che ci assegna i ruoli che interpretiamo male».

8. omnium istorum personata felicitas est. Contemnes illos si despoliaveris.

«8. La felicità di tutti costoro è una maschera8. Li disprezzerai se avrai tolto loro i vestiti».

Il concetto è che non hominibus tantum sed rebus persona demenda est et reddenda facies sua9«Non solo agli uomini ma anche alle cose bisogna levare la maschera e restituire il loro aspetto autentico» (Epistulae, 24, 13).


8 Cfr. Schopenhauer, Parerga e paralipomena I, Aforismi sulla saggezza della vita. Capitolo quinto: «La maggior parte degli splendori e delle magnificenze è una pura apparenza… tutto ciò è l’insegna, latteggiamento, il geroglifico della gioia… lo scopo consiste semplicemente nel far credere ad altri che là per lappunto ha preso alloggio la gioia: la vera intenzione è di suscitare tale illusione nel cervello altrui».

9 Cfr. Lucrezio, De rerum natura, III, vv. 55-58: quo magis in dubiis hominem spectare periclis / convenit / adversisque in rebus noscere qui sit; / nam verae voces tum demum pectore ab imo / eliciuntur [et] eripitur persona manet res.«A maggior ragione è necessario osservare luomo nei dubbiosi / pericoli e conoscere chi sia nelle avversità; infatti allora infine le vere voci dal profondo del cuore / erompono e viene strappata la maschera, rimane lessenza».