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sabato 29 novembre 2025

Imperialismo, romano e non – intero e con PDF

 

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La logica dell’imperialismo viene chiaramente espressa da Tucidide: è l’ultimo dei tre discorsi di Pericle, il quale mette in guardia gli Ateniesi dal desistere da una politica imperialistica, la quale, una volta intrapresa, non lascia la libertà di abbandonarla senza la rovina di chi l’abbandona.

II, 63, 2

ἧς οὐδἐκστῆναι ἔτι ὑμῖν ἔστιν, εἴ τις καὶ τόδε ἐν τῷ παρόντι δεδιὼς ἀπραγμοσύνῃ ἀνδραγαθίζεται· ὡς τυραννίδα γὰρ ἤδη ἔχετε αὐτήν, ἣν [3] λαβεῖν μὲν ἄδικον δοκεῖ εἶναι, ἀφεῖναι δὲ ἐπικίνδυνον… τὸ γὰρ ἄπραγμον οὐ σῴζεται μὴ μετὰ τοῦ δραστηρίου τεταγμένον, οὐδὲ ἐν ἀρχούσῃ πόλει ξυμφέρει, ἀλλἐν ὑπηκόῳ, ἀσφαλῶς δουλεύειν.
«E non vi è neppure più possibile rinunciarvi1, se uno, avendo paura nel momento presente, si comporta da uomo per bene anche in questo, volendo stare in pace; infatti ormai possedete un impero che è come una tirannide, che sembra ingiusto aver conquistato, ma rischioso lasciar andare… la pace infatti non si salva se non si è schierata insieme all’attività energica, ed essere schiavi nella sicurezza non conviene in una città che comanda, ma in una sottomessa».

Il concetto è poi ribadito da Cleone in III, 37, 2. Mitilene si è ribellata e bisogna dare una punizione esemplare per impedire il ripetersi di tali episodi, essendo la natura del potere tale da dover essere esercitato in modo spietato: l’epigono di Pericle dunque invita gli Ateniesi a considerare ὅτι τυραννίδα ἔχετε τὴν ἀρχὴν καὶ πρὸς ἐπιβουλεύοντας αὐτοὺς καὶ ἄκοντας ἀρχομένους, οἳ οὐκ ἐξ ὧν ἂν χαρίζησθε βλαπτόμενοι αὐτοὶ ἀκροῶνται ὑμῶν, ἀλλἐξ ὧν ἂν ἰσχύι μᾶλλον ἢ τῇ ἐκείνων εὐνοίᾳ περιγένησθε, «che possedete un impero che è una tirannide e che è imposto a uomini che tramano e si sottomettono contro la propria volontà, i quali vi ubbidiscono non per le cose di cui voi stessi, danneggiandovi, li gratificate, ma per il fatto che siete superiori più per la forza che per la loro benevolenza». Dunque il meccanismo del potere è che per conservarsi deve continuamente essere esercitato.

Polibio presenta l’imperialismo romano come il fine a cui tende la storia e ne dà una specie di giustificazione per esempio in Storie VI, dove nel capitolo 50, nel parlare della costituzione di Licurgo, Polibio ne tesse l’elogio, ma solo se si vuole preservare la sicurezza e la libertà; poi prosegue:

εἰ δέ τις μειζόνων ἐφίεται, κἀκείνου κάλλιον καὶ σεμνότερον εἶναι νομίζει τὸ πολλῶν μὲν ἡγεῖσθαι, πολλῶν δἐπικρατεῖν καὶ δεσπόζειν, πάντας δεἰς αὐτὸν ἀποβλέπειν [4] καὶ νεύειν πρὸς αὐτόν, τῇδέ πῃ συγχωρητέον τὸ μὲν Λακωνικὸν ἐνδεὲς εἶναι πολίτευμα, τὸ δὲ Ῥωμαίων διαφέρειν καὶ δυναμικωτέραν ἔχειν τὴν σύστασιν (50, 3-4),
«se invece uno aspira a imprese maggiori, e ritiene che sia più bello e nobile di quello guidare molti, dominare e signoreggiare molti, che tutti guardino a lui e pieghino il capo davanti a lui, in questo caso bisogna ammettere che la forma di governo spartana è difettosa, mentre quella romana è superiore e ha una costituzione più forte».

Sallustio nell’Epistola di Mitridate lo condanna: Namque Romanis cum nationibus, populis, regibus cunctis una et ea vetus causa bellandi est, cupido profunda imperi et divitiarum, «e infatti i Romani hanno quell’unica e antica causa di fare la guerra con tutte le nationi, i popoli e i re, la brama illimitata di potere e ricchezza». Viene dunque smontata ogni possibile nobiltà delle ragioni dell’imperialismo.

Anche Tacito lo condanna in Agricola, 30:

Romani, quorum superbiam frustra per obsequium ac modestiam effugias. Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae, et mare scrutantur: si locuples hostis est, avari, si pauper, ambitiosi, quos non Oriens, non Occidens satiaverit: soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt. Auferre, trucidare, rapere, falsis nominibus imperium, atque, ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, 
«I Romani, dei quali invano puoi evitare la superbia con la sottomissione e la docilità2. Rapinatori del mondo, dopo che a loro che devastano tutto sono mancate le terre, scrutano il mare: se il nemico è ricco sono avidi, se è povero bramosi di potere, essi che non l’Oriente, non l’Occidente possono saziare: soli tra tutti bramano con uguale slancio ricchezza e povertà. Rubare, massacrare, rapire lo chiamano con falsi nomi impero e dove fanno un deserto lo chiamano pace3».

Lo giustifica però nelle Historiae (IV, 73-74):

Siamo tra la fine del 69 e linizio del 70, Vitellio è morto e gli è succeduto Vespasiano, ma la situazione scaturita dalla guerra civile ancora non è stabile (bellum magis desierat quam pax coeperat«era finita la guerra più che cominciata la pace»Hist., IV, 1, 1). La ribellione dei Germani (strenui sostenitori di Vitellio) si espande tra i Galli, a domare i quali viene inviato il generale Petilio Ceriale. Quello che segue è il discorso che egli rivolge ai Galli dopo averli sedati.

Eadem semper causa Germanis transcendendi in Gallias, libido atque avaritia et mutandae sedis amor, ut relictis paludibus et solitudinibus suis fecundissimum hoc solum vosque ipsos possiderent: ceterum libertas et speciosa nomina praetexuntur; nec quisquam alienum servitium et dominationem sibi concupivit ut non eadem ista vocabula usurparet. Regna bellaque per Gallias semper fuēre donec in nostrum ius concederetis. Nos, quamquam totiens lacessiti, iure victoriae id solum vobis addidimus, quo pacem tueremur; [] quo modo sterilitatem aut nimios imbris et cetera naturae mala, ita luxum vel avaritiam dominantium tolerate. Vitia erunt, donec homines, sed neque haec continua et meliorum interventu pensantur [...] Nam pulsis, quod di prohibeant, Romanis quid aliud quam bella omnium inter se gentium existent? octingentorum annorum fortunā disciplināque compages haec coaluit, quae convelli sine exitio convellentium non potest: sed vobis maximum discrimen, penes quos aurum et opes, praecipuae bellorum causae. Proinde pacem et urbem, quam victi victoresque eodem iure obtinemus, amate colite: moneant vos utriusque fortunae documenta ne contumaciam cum pernicie quam obsequium cum securitate malitis. 
«È sempre lo stesso il motivo per i Germani di passare nelle Gallie, la brama e l’avidità e la voglia di cambiare sede, per possedere, abbandanate le loro paludi e desolazioni, questo terreno fertilissimo e voi stessi: del resto sono addotte come copertura la libertà bei nomi; e non c’è nessuno che ha desiderato per sé l’asservimento altrui e il dominio in modo da non servirsi di quei medesimi vocaboli. Regni e guerre ci sono sempre stati per le Gallie finché non siete finiti sotto la nostra autorità. Noi, seppure tante volte provocati, per diritto di vittoria abbiamo aggiunto solo ciò con cui proteggere la pace; […] come fate con la sterilità o le piogge eccessive e le altre calamità naturali, così sopportate il lusso e l’avidità dei dominatori. I vizi ci saranno, finché ci saranno uomini, ma né queste cose sono continue e sono compensate dall’alternanza di momenti migliori […] Infatti una volta cacciati i Romani, che gli dèi lo impediscano, cosa altro rimarrà se non le guerre di tutti i popoli tra di loro? Questa struttura si è sviluppata grazie alla fortuna e alla disciplina di ottocento anni, e non può essere abbattuta senza la distruzione di chi la abbatte: ma il pericolo più grande è per voi, presso i quali ci sono oro e ricchezze, le principali cause delle guerre. Perciò amate, curate la pace e la città che vinti e vincitori otteniamo con parità di diritti: vi siano di monito gli insegnamenti della sorte di entrambi, affinché non preferiate una ribellione con rovina a una obbedienza con sicurezza».
Sempre Tacito poi mostra due diversi atteggiamenti (uno moderato o rinunciatario e uno velleitario) sulle possibilità di successo dell’imperialismo romano nei confronti dei Germani. Il primo si trova in Germania, 33:

Maneat, quaeso, duretque gentibus, si non amor nostri, at certe odium sui, quando urgentibus imperii fatis nihil iam praestare fortuna maius potest quam hostium discordiam. 
«Rimanga, io prego, e perduri tra le genti, se non lamore verso di noi, quanto meno lodio tra di loro, dal momento che incalzando le sorti dellimpero niente ormai la fortuna può fornire di più grande che la discordia dei nemici».

L’altro si trova in Annales, II, 26Si sta parlando di Tiberio che dopo aver inviato Germanico contro i Germani lo richiama dopo le prime vittorie dicendo che Posse et Cheruscos ceterasque rebellium gentis, quoniam Romanae ultioni consultum esset, internis discordiis relinqui«si potevano lasciare alle loro discordie interne i Cherusci e gli altri popoli ribelli, poiché si era provveduto alla vendetta di Roma», ma lo storico attribuisce tendenziosamente tale strategia allinvidia di Tiberio: Haud cunctatus est ultra Germanicus, quamquam fingi ea, seque per invidiam parto iam decŏri abstrahi intellegeret«Germanico non indugiò oltre, sebbene capisse che quegli argomenti erano falsi, e che per invidia veniva strappato alla gloria già raggiunta». Tacito lascia intendere che se Tiberio non avesse richiamato Germanico, questi avrebbe potuto conquistare la libera Germania ricoprendosi di gloria. Quello che è cambiato tra la Germania e gli Annales è il contesto storico: nel primo caso siamo subito dopo la morte di Domiziano, per cui Tacito dice (Germania, 37proximis temporibus triumphati magis quam victi sunt«Nei tempi recenti [i Germani] sono stati oggetto di trionfo più che di vittoria», manifestando sfiducia nelle possibilità di vittoria; nel secondo caso siamo sotto il principato di Traiano che aveva ripreso energicamente la politica espansionistica facendo raggiungere all’impero la sua massima estensione.


1 All’egemonia, nominata prima.

2 Qui Tacito sembra voler smascherare la celebrazione dell’imperialismo romano che si trova in Virgilio, Eneide, VI, vv. 851-853: tu regere imperio populos, Romane, memento / (hae tibi erunt artes), pacique imponere morem, / parcere subiectis et debellare superbos«Tu, Romano, ricorda di regnare sui popoli con imperio / (queste saranno le tue arti), imporre il costume della pace, / risparmiare chi si è sottomesso e sterminare i superbi». Sono le parole con cui Anchise sintetizza la missione che spetterà al figlio Enea in Italia, fondando la stirpe romana.

3 La condanna dell’imperialismo pronunciata dal nemico esterno («obiettività epica») possiamo riscontrarla anche nelle Troiane di Euripide (vv. 764-765): ὦ βάρβαρ’ ἐξευρόντες Ἕλληνες κακά, / τί τόνδε παῖδα κτείνετ’ οὐδὲν αἴτιον;, «Oh Greci che avete inventato barbare atrocità, / perché uccidete questo bambino che non ha nessuna colpa?». Questi versi pronunciati da una troiana contro i Greci (non Achei o Danai) nel 415 a.C. ad Atene non potevano non significare per gli spettatori Ateniesi una condanna dell’imminente, e destinata al disastro, spedizione in Sicilia (415-413 a.C.).


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domenica 16 novembre 2025

L’amore è uguale per tutti – Virgilio, Georgiche, III, vv. 209-283 – traduzione e commento – 2° parte

 

Pascitur in magna Sila formosa iuuenca:

illi alternantes multa ui proelia miscent

uulneribus crebris; lauit ater corpora sanguis,

uersaque in obnixos urgentur cornua uasto

cum gemitu; reboant siluaeque et longus Olympus.     219-223

«Pascola1 nella vasta Sila la bella2 giovenca: / quelli intrecciano battaglie3 con grande violenza alternando colpi4 / e infliggendo frequenti ferite; inonda i corpi nero sangue, / e le corna cozzando rivolte le une contro le altre5 si incalzano con / alti muggiti; echeggiano6 le selve e l’alto Olimpo».

nec mos bellantis una stabulare, sed alter

uictus abit longeque ignotis exsulat oris,

multa gemens ignominiam plagasque superbi

uictoris, tum quos amisit inultus amores,

et stabula aspectans regnis excessit auitis.                224-228

«E non c’è l’abitudine che i combattenti stiano in una sola stalla, ma l’altro, / quello vinto, se ne va in esilio7 lontano in terre ignote, / molto gemendo l’onta8 e le ferite dell’arrogante9 / vincitore, per giunta senza aver vendicato gli amori che ha perso, / e, con la stalla sempre davanti agli occhi10, è fuori dai regni11 degli avi».

 

1 Pascitur: il verbo, posto in incipit e seguito da uno stato in luogo, crea un forte contrasto tra la placida staticità della giovenca e la lunga scena che segue della frenetica lotta dei tori, posti anch’essi in incipit. Questo contrasto poi è accentuato dal chiasmo con miscent e dalla paratassi, dato che manca la congiunzione avversativa.

2 Formosus indica una bellezza fisico-visiva, mentre pulcher è più generico. Qui dà una connotazione plastica.

3 Proelia miscere è espressione epica per duelli e battaglie: un altro elemento di umanizzazzione.

4 Alternantes è formato da quattro sillabe lunghe, per evocare anche ritmicamente l’alternarsi delle cornate; inoltre è variatio di inter se che aveva usato poco prima.

5 Obnixus indica lo sforzo e la direzione.

6 Reboant: uno dei modi in cui i latini rendono il concetto di eco, che per loro era la ninfa. Un altro è resonare, dove ritorna il preverbio re-; un esempio si trova in Cicerone (Tusculanae disputationesIII, 3): [3] Est enim gloria solida quaedam res et expressa, non adumbrata; ea est consentiens laus bonorum, incorrupta vox bene iudicantium de eccellenti virtute, ea virtuti resonat tamquam imago; quae quia recte factorum plerumque comes est, non est bonis viris repudianda., «[3] È infatti la gloria una cosa concreta e ben definita, non un’ombra vaga; essa è la lode unanime dei buoni, voce incorrotta di chi giudica bene sulla virtù che eccelle, essa per la virtù risuona come un’eco; e siccome per lo più è compagna di azioni rettamente compiute, non deve essere rifiutata dagli uomini virtuosi».

7 Exsulat: ricorda relēgat ed è verbo umano. È lo stesso pathos di Melibeo nella prima ecloga: nos patriae fines et dulcia linquimus arva. / nos patriam fugimus«noi lasciamo i confini della patria e i dolci campi. Noi fuggiamo la patria» (vv. 2-3); ite meae, felix quondam pecus, ite capellae. / non ego vos posthac viridi proiectus in antro / dumosa pendere procul de rupe videbo; / carmina nulla canam; non me pascente, capellae, / florentem cytisum et salices carpetis amaras«andate mie caprette, gregge un tempo fortunato, andate. Non io d’ora in poi sdraiato in un antro verdeggiante / vi vedrò pendere da una rupe coperta di rovi; / non canterò nessuna poesia; non brucherete, caprette, il citiso in fiore e i salici amari, quando vi porto al pascolo» (vv. 74-77).

8 Anche questa parola umanizza la situazione.

9 Superbi: è la superbia, l’orgoglio del vincitore e siamo perfettamente dentro l’ideologia romana. Qui però indica il punto di vista dello sconfitto. Nell’Eneide però è riferito a chi non accetta la supremazia romana (VI, vv. 851-853): tu regere imperio populos, Romane, memento / (hae tibi erunt artes), pacique imponere morem, / parcere subiectis et debellare superbos«Tu, Romano, ricorda di regnare sui popoli con imperio / (queste saranno le tue arti), imporre il costume della pace, / risparmiare chi si è sottomesso e sterminare i superbi». Sono le parole con cui Anchise sintetizza la missione che spetterà al figlio Enea in Italia, fondando la stirpe romana. A dire il vero dopo Augusto tale ideologia sembra non essere più cosi salda, come per esempio emerge da TacitoAgricola, 30 (un passo in cui sembra voler fare il controcanto a Virgilio): Romani, quorum superbiam frustra per obsequium ac modestiam effugias. Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae, et mare scrutantur: si locuples hostis est, avari, si pauper, ambitiosi, quos non Oriens, non Occidens satiaverit: soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt. Auferre, trucidare, rapere, falsis nominibus imperium, atque, ubi solitudinem faciunt, pacem appellant «I Romani, dei quali invano puoi evitare la superbia con la sottomissione e la docilità. Rapinatori del mondo, dopo che a loro che devastano tutto sono mancate le terre, scrutano il mare: se il nemico è ricco sono avidi, se è povero bramosi di potere, essi che non l’Oriente, non l’Occidente possono saziare: soli tra tutti bramano con uguale slancio ricchezza e povertà. Rubare, massacrare, rapire lo chiamano con falsi nomi impero e dove fanno un deserto lo chiamano pace».

10 Aspectansexcessit significa che è già fuori dalla stalla, dunque non può guardarla. Inoltre adspecto significa «sto a guardare qualcosa verso, davanti a me»; se guardasse la stalla si dovrebbe presupporre che mentre si allontana si volta a guardare: avrebbe usato respicio = «guardo indietro». Non è una visione concreta ma psichica, il massimo dell’umanizzazione.

11 Plurale poetico, ma qui c’è anche una funzione di amplificazione, qui nella memoria del toro, come in Melibeo nella I Bucolica (vv. 67-69): en umquam patrios longo post tempore finis / pauperis et tuguri congestum caespite culmen, / post aliquot, mea regna, videns mirabor aristas?«Non sarà mai il giorno in cui dopo lungo tempo / proverò meraviglia nel vedere i confini patri / e il tetto della povera capanna fatto di zolle ammassate, e dopo un po’, le spighe, i miei regni.


sabato 15 novembre 2025

L’amore è uguale per tutti – Virgilio, Georgiche, III, vv. 209-283 – traduzione e commento – 1° parte

 

Vediamo dunque i versi in questione.

Sed non ulla magis uiris industria firmat

quam Venerem et caeci1 stimulos auertere amoris,

siue boum siue est cui gratior usus equorum.         209-211

«Ma nessun mezzo corrobora di più le forze, / sia dei buoi sia, per chi li preferisce, dei cavalli, / che stornare Venere e gli stimoli di un cieco amore».

atque ideo tauros procul atque in sola relegant

pascua2 post montem oppositum et trans flumina lata,

aut intus clausos satura ad praesepia seruant.      212-214

«E perciò confinano3 i tori lontano e in pascoli / solitari oltre un monte contrapposto e al di là di larghe fiumane, / o li tengono chiusi dentro presso greppie ricolme».

carpit enim uiris paulatim uritque uidendo

femina, nec nemorum patitur meminisse nec herbae

dulcibus illa quidem inlecebris, et saepe superbos

cornibus inter se subigit decernere amantis.          215-218

«Infatti ne consuma4 a poco a poco le forze e li brucia con l’essere vista5 / la femmina, e lei con dolci seduzioni non lascia che si ricordino / dei pascoli e dell’erba, e spesso forza / a lottare tra loro a cornate gli orgogliosi amanti».

 

1 Si può pensare a Eneide, IV, 2, dove Didone è caeco caritur igni«è consumata da un fuoco nascosto»; però qui non significa nascosto, ma piuttosto «che non sa dove anadare», e serve a indicare ciò che è istintuale, maleindirizzato; indica un eccesso di Eros. In ogni caso usando due termini per un solo concetto viene istituita subito l’identità tra Venus e Amor.

2 L’enjambement sottolinea la lontananza.

3 Relego è termine giuridico per indicare il confino, cioè la dimora coatta in un luogo lontano. È un verbo “umano” applicato ai tori: il secondo segno di equiparazione tra uomini e animali, dopo quello dei primi versi in cui si parla di amore anche per gli animali.

4 Il verbo è lo stesso della callida iunctura oraziana carpe diem«spicca la giornata»; denota lacerazione progressiva che va dal tutto alle parti, come fa la morte nella visione di Seneca: carpit nos illa, non corripit«ci prende un po’ alla volta quella, non ci afferra all’improvviso» (Epistulae120, 18). Naturalmente è lo stesso verbo dell’incipit del IV canto dell’Eneide (vv. 1-2): At regina gravi iamdudum saucia cura / vulnus alit venis et caeco carpitur igni«Ma la regina già da tempo ferita da pesante affanno / nutre la ferita nelle vene ed è consumata da un fuoco nascosto».

5 Queste forme non finite potevano avere in origine entrambe le diatesi.

L’amore è uguale per tutti – Virgilio, Georgiche, III, vv. 209-283 – introduzione – 2° parte

 

Torniamo a Virgilio. Abbiamo visto il lessico, ora guardiamo le situazioni.

Nelle Bucoliche abbiamo quasi sempre amori che fanno soffrire.

Nella II c’è il lamento di Coridone per Alessi che non lo ricambia; alla fine dell’ecloga rivolgendosi a se stesso dice (v.69): a, Corydon, Corydon, quae te dementia cepit!, «Ah Coridone, Coridone, che pazzia si è impossessata di te!».

Nella III, in un canto amebeo che caratterizza laa seconda parte, così si esprime Dameta (v. 101): idem amor exitium pecori pecorisque magistro, «uguale è l’amore, un flagello per il gregge e la guida del gregge». Qui abbiamo l’equiparazione dell’uomo e dell’animale come vedremo nelle Georgiche.

Nella VI ci sono amori mostruosi, innaturali, cosa che non impedisce la compassione per i personaggi, come per esempio Pasifae alla quale si rivolge con un’apostrofe, sul modello dell’Ecloga II, che inizia così (v. 47): A! uirgo infelix, quae te dementia cepit!, «Ah sventurata fanciulla, che pazzia si è impossessata di te!».

Nella X c’è l’amore infelice dell’amico e poeta Cornelio Gallo che tenta vanamente di consolare: Omnia uincit Amor: et nos cedamus Amori, «L’Amore vince tutto: e noi cediamo all’Amore».


Nelle Georgiche c’è un caso in cui l’amore ha una connotazione non negativa: si tratta delle api, la cui riproduzione era all’epoca ritenuta asessuata (IV, vv. 197-199): Illum adeo placuisse apibus mirabere morem, / quod neque concubitu indulgent nec corpora segnes / in Venerem solvunt aut fetus nixibus edunt, «Davvero ti stupirai che sia gradito alle api quel costume, / per cui né si abbandonano all’amplesso né i corpi pigramente / dissolvono in Venere o partoriscono la prole nelle doglie». Qui non si rappresenta un amore felice ma chi è felice perché non ha bisogno dell’amore. Alla fine poi c’è l’epillio di Orfeo ed Euridice in cui l’amore di Orfeo è fortissimo, ma non tanto da vincere se sstesso, poiché (v. 488) subita incautum dementia cepit amantem, «un’improvvisa follia si impossesò dell’incauto amante», che si volta violando la condizione posta da Proserpina. Ecco che l’amore di Orfeo diventa furor nelle ultime parole di Euridice (vv. 494-495): Quis et me, inquit, miseram et te perdidit, Orpheu, / quis tantus furor?, «Quale follia così grande, disse, / ha perduto e me misera e te, Orfeo, quale?». Anche qui l’amore è furor, come per Gallo e Didone.


Vediamo l’Eneide. Più di tutto è significativa la vicenda di Didone, che è furens (o aggettivi della famiglia) per sette volte e si comporta come una baccante (vv. 300-303): saevit inops animi totamque incensa per urbem, / bacchatur, qualis commotis excita sacris / Thyias, ubi audito stimulant trieterica Baccho / orgia nocturnusque vocat clamore Cithaeron«infuria priva di senno e infiammata per tutta la città / baccheggia, eccitata dai riti risvegliati come / una Tiade, quando udito Bacco la stimolano le orge / triennali e la chiama con grida il notturno Citerone». Bisogna specificare che la connotazione negativa, soprattutto sessualmente, dei baccanali caratterizza prettamente il mondo romano: è del 186 a.C. il senatusconsultum de Bacchanalibus. Come è evidenziato nel modo più incontrovertibile invece nelle Baccanti di Euripide, nel mondo greco questo aspetto è del tutto assente: c’è una prima insinuazione malevola di Penteo (vv. 217-225):

γυναῖκας ἡμῖν δώματ' ἐκλελοιπέναι

πλασταῖσι βακχείαισιν, ἐν δὲ δασκίοις

ὄρεσι θοάζειν, τὸν νεωστὶ δαίμονα

Διόνυσον, ὅστις ἔστι, τιμώσας χοροῖς,

πλήρεις δὲ θιάσοις ἐν μέσοισιν ἱστάναι

κρατῆρας, ἄλλην δ' ἄλλοσ' εἰς ἐρημίαν

πτώσσουσαν εὐναῖς ἀρσένων ὑπηρετεῖν,

πρόφασιν μὲν ὡς δὴ μαινάδας θυοσκόους,

τὴν δ' Ἀφροδίτην πρόσθ' ἄγειν τοῦ Βακχίου.

«che le donne ci hanno abbandonato le case / per baccanali simulati, e che si precipitano / su monti ombrosi, onorando con danze / la divinità recente, Dioniso, chiunque sia, / che pieni stanno in mezzo ai tiasi / i crateri, e che una qua una andando a nascondersi / in un luogo appartato prestano servizio ai letti dei maschi, / con il pretesto che sono menadi addette ai sacrifici, / solo che mettono Afrodite davanti a Bacco».

 Più avanti però verrà completamente smentito da un pastore che di ritorno dal pascolo riferisce quanto ha osservato di ciò che fanno le menadi sul Citerone (vv. 677-689):

ἀγελαῖα μὲν βοσκήματ᾽ ἄρτι πρὸς λέπας

μόσχων ὑπεξήκριζον, ἡνίχ᾽ ἥλιος

ἀκτῖνας ἐξίησι θερμαίνων χθόνα.

ὁρῶ δὲ θιάσους τρεῖς γυναικείων χορῶν,

ὧν ἦρχ᾽ ἑνὸς μὲν Αὐτονόη, τοῦ δευτέρου

μήτηρ Ἀγαύη σή, τρίτου δ᾽ Ἰνὼ χοροῦ.

ηὗδον δὲ πᾶσαι σώμασιν παρειμέναι,

αἳ μὲν πρὸς ἐλάτης νῶτ᾽ ἐρείσασαι φόβην,

αἳ δ᾽ ἐν δρυὸς φύλλοισι πρὸς πέδῳ κάρα

εἰκῇ βαλοῦσαι σωφρόνως, οὐχ ὡς σὺ φῂς

ᾠνωμένας κρατῆρι καὶ λωτοῦ ψόφῳ

θηρᾶν καθ᾽ ὕλην Κύπριν ἠρημωμένας.

«Io conducevo poco fa in alto al pascolo le mandrie dei buoi verso la rupe, quando il sole emette i raggi riscaldando la terra. E vedo tre tiasi di cori femminili, tra i quali uno lo guidava Autonoe, il secondo tua madre Agave, il terzo coro Ino. Dormivano tutte con i corpi rilassati, alcune avendo appoggiato la schiena alla chioma di un abete, altre avendo messo a caso il capo a terra sulle foglie di una quercia, castamente, non come dici tu, cioè che in preda al vino con coppe e a suon di flauto andassero a cacci di Cipride per il bosco, appartate».

 Didone però non è solo una folle baccante, addirittura ancor prima di rendersi conto di essersi innamorata è (Eneide, I, v. 712) Praecipue infelix, pesti devota futurae«particolarmente infelice, consacrata alla peste imminente»; per non parlare della prima volta che fa l’amore con Enea (Eneide, IV, v. 166-172):

prima et Tellus et pronuba Iuno

dant signum; fulsere ignes et conscius aether

conubiis summoque ulularunt vertice Nymphae.

ille dies primus leti primusque malorum

causa fuit; neque enim specie famave movetur

nec iam furtivum Dido meditatur amorem:

coniugium vocat, hoc praetexit nomine culpam.

«Per prima la terra e Giunone pronuba / danno il segnale; sfolgorarono i fuochi e l’etere testimone / dell’unione e dalla sommità del monte ulularono le ninfe. / quel giorno fu il primo della morte e il primo come / causa dei mai; né infatti è influenzata dalle apparenze o dalla fama / né Didone pensa più a un amore furtivo: / matrimonio lo chiama, con questo nome copre la colpa».


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L’amore è uguale per tutti – Virgilio, Georgiche, III, vv. 209-283 – introduzione – 1° parte

 

 Introduzione

 La concezione dell’amore in Virgilio è desolante e pessimistica; troviamo la conferma a livello lessicale nei termini usati per indicarlo: cura (nel senso di «affanno»), dementiaerrorexitiumfuror (il più frequente, 5 volte), insania; anche gli aggettivi confermano: aeger («che fa soffrire»), amaruscrudelisdulcisdurusimprobusindignus («non ricambiato»), infandusinsanusmaluspiussaevussollicitus1. Come si vede solo due aggettivi sono positivi, pius e dulcis. Il primo si trova in Eneide, V, vv. 295-296: Euryalus forma insignis viridique iuventa, / Nisus amore pio pueri, «Eurialo insigne per la bellezza e il verde della giovinezza, / Niso per il pio amore del fanciullo». Dunque è un amore, omosessuale, spiritualizzato. Il secondo si trova in Bucoliche, III 109-110, per definire i poeti d’amore: quisquis amores / aut metuet dulcis aut experietur amaros, «chiunque tema / i dolci amori o sperimenti quelli amari»; la presenza del verbo metuet annulla però il valore dell’aggettivo. Poi lo troviamo anche in Eneide, VI, v. 255: demisit lacrimas dulcique adfatus amore est, «lasciò scorrere le lacrime e con dolce amore le rivolse la parola». Qui si tratta di una dolcezza passata e malinconica, oltretutto riferita a un amore finito in un suicidio. Siamo agli inferi ed Enea intravede Didone e le parole che le rivolge sono queste: infelix Dido, verus mihi nuntius ergo / venerat exstinctam ferroque extrema secutam? funeris heu tibi causa fui? per sidera iuro, / per superos et si qua fides tellure sub ima est, / inuitus, regina, tuo de litore cessi, «Infelice Didone, dunque vero l’annuncio mi / era giunto che ti eri uccisa col ferro e avevi seguito la sorte estrema? / Oh, ti fui io causa di morte? Per le stello giuro / per gli dèi superi, e se c’è un qualche credito nelle profondità della terra, / senza volerlo2, regina, mi sono allontanato dalla tua spiaggia». Quindi Enea cerca di interloquire in qualche modo ma Didone illa solo fixos ocuols aversa tenebat«ella teneva gli occhi fissi al suolo, girata dall'altra parte» (v. 469).

 T. S. Eliot3 considera il silenzio di Didone «il più espressivo rimprovero di tutta la storia della poesia» e «non soltanto uno dei brani più commoventi, ma anche uno dei più civili che si possono incontrare in poesia».

 In realtà c'è un precedente nell'Odissea, XI, 542-564.

 Ulisse si trova nell’Ade per consultare Tiresia e incontra una serie di anime tra cui quella di sua madre e quella di Achille. Però ce n'è una che sta in disparte (543-544)

οἴη δ᾽ Αἴαντος ψυχὴ Τελαμωνιάδαο

νόσφιν ἀφεστήκει, κεχολωμένη εἵνεκα νίκης

«solo l'anima di Aiace Telamonio, restava in disparte, in collera per la vittoria», per il fatto che Ulisse era riuscito a sottrargli con l'inganno le armi di Achille, che dovevano andare in premio al più valoroso dopo Achille. In effetti poi Aiace si suicida perché, come dice nell'omonima tragedia di Sofocle ai vv. 479-80:

ἀλλἢ καλῶς ζῆν ἢ καλῶς τεθνηκέναι

τὸν εὐγενῆ χρή. Πάντἀκήκοας λόγον.

«Ma è necessario che il nobile o viva nella bellezza / o nella bellezza muoia. Hai ascoltato tutto il discorso».

Allora il figlio di Laerte racconta ad Alcinoo che (552):

τὸν μὲν ἐγὼν ἐπέεσσι προσηύδων μειλιχίοισιν

«con parole di miele io mi rivolsi a lui»

Ma (vv. 563-564):

ὣς ἐφάμην, ὁ δέ μ᾽ οὐδὲν ἀμείβετο, βῆ δὲ μετ᾽ ἄλλας

ψυχὰς εἰς Ἔρεβος νεκύων κατατεθνηώτων

«Come dissi, quello niente rispose, ma se ne andò nell'Erebo con le altre anime dei cadaveri dei morti».

 L'Anonimo Del sublime nota che ὕπψος μεγαλοφροσύνης ἀπήχημα«il sublime è l'eco di un alto sentire» (IX), perciò «il nudo pensiero, separato dalla voce, in qualche modo è ammirato di per sé, perché è in sé alto sentire ὡς ἡ τοῦ Αἴαντος ἐν Νέκυια σιωπὴ μέγα καὶ παντός ὑψηλότερον λόγου«come il silenzio di Aiace nella Νέκυια, grande e più sublime di qualsiasi discorso».

 Del resto i silenzi di Aiace e Didone sono molto significativi e in fondo assimilabili alla parola dell'oracolo di Delfi secondo Eraclitofr. 120 Diano, ὁ ἄναξ, οὗ τὸ μαντεῖον ἐστι τὸ ἐν Δελφοῖς, οὔτε λέγει οὔτε κρύπτει, ἀλλὰ σημαίνει, «il signore il cui oracolo si trova a Delfi, non dice e non nasconde, ma significa».


1 La fonte di questi dati è Alfonso Traina.

2 L’assenza di volontà come attenuante quando si commette ingiustizia è così commentata da Guicciardini (Ricordi, 168): «Che mi rilieva me che colui che mi offende lo facci per ignoranza e non per malignità? Anzi, è spesso molto peggio, perché la malignità ha e fini suoi determinati e procede con le sue regole, e però non sempre offende quanto può. Ma la ignoranza, non avendo né fine, né regola, né misura, procede furiosamente e dà mazzate da ciechi».

3 Che cosa è un classico?, in Opere1939.1962, Bompiani, pag. 966.


p.s.

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