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mercoledì 9 aprile 2025

Il «ratto delle Sabine» secondo Ovidio – Ars amatoria, I, 89-134

 

vv. 89-134

Sed tu praecipue curvis venare theatris:

Haec loca sunt voto fertiliora tuo.

Illic invenies quod ames, quod ludere possis,

Quodque semel tangas, quodque tenere velis.

vv. 89-92: «Ma tu in particolare va’ a caccia nei curvi teatri: / questi luoghi sono piuttosto fruttuosi per il tuo desiderio. / Là troverai quella da amare, quella con cui poter giocare, / quella da toccare una volta sola e quella da voler trattenere».

Ut redit itque frequens longum formica per agmen,

Granifero solitum cum vehit ore cibum,

Aut ut apes saltusque suos et olentia nactae

Pascua per flores et thyma summa volant,

Sic ruit ad celebres cultissima femina ludos:

Copia iudicium saepe morata meum est.

vv. 93-98: «Come la formica viene e va in folla per una lunga schiera, / quando trasporta con il grano in bocca il solito cibo, / o come le api che, imbattendosi (da nanciscor) nei loro boschi e nei profumati / pascoli, volano per i fiori e le cime del timo, / così la donna, curatissima, si precipita agli affollati giochi:»
Spectatum veniunt, veniunt spectentur ut ipsae:

Ille locus casti damna pudoris habet.

Primus sollicitos fecisti, Romule, ludos,

Cum iuvit viduos rapta Sabina viros.

vv. 99-102: «Per guardare vanno, vanno per essere guardate esse stesse: / quel luogo comporta danni al casto pudore (è però un genitivo, sarebbe «del casto pudore»). / Tu per primo, Romolo, hai reso inquietanti i giochi, / quando la Sabin rapita piacque agli eroi senza moglie».

Tunc neque marmoreo pendebant vela theatro,

Nec fuerant liquido pulpita rubra croco;

Illic quas tulerant nemorosa Palatia, frondes

Simpliciter positae, scena sine arte fuit;

In gradibus sedit populus de caespite factis,

Qualibet hirsutas fronde tegente comas.

vv. 103-108: «Allora non pendevano teloni su un teatro di marmo, / né il palcoscenico era rosso di liquido croco; / là fronde, che i boschi del Palatino avevano fornito, / appoggiate con semplicità costituivano la scena, senza artificio; / la gente sedeva su gradinate fatte di zolle, / e una fronda qualsiasi copriva le ispide chiome».

Respiciunt, oculisque notant sibi quisque puellam

Quam velit, et tacito pectore multa movent.

vv. 109-110: «Si guardano intorno, e con gli occhi ciascuno designa per sé la fanciulla / che vuole, e molte emozioni agita nel cuore silenzioso».

Dumque, rudem praebente modum tibicine Tusco,

Ludius aequatam ter pede pulsat humum,

In medio plausu (plausus tunc arte carebant)

Rex populo praedae signa petita dedit.

Protinus exiliunt, animum clamore fatentes,

Virginibus cupidas iniciuntque manus.

vv. 111-116: «E mentre, al ritmo rozzo prodotto da un flautista etrusco, / un istrione batte col piede per tre volte il terreno spianato, / nel bel mezzo dell’applauso (allora gli applausi erano privi di artificio) / il re dà al suo popolo il segnale richiesto per il bottino».

Ut fugiunt aquilas, timidissima turba, columbae,

Ut fugit invisos agna novella lupos:

Sic illae timuere viros sine more ruentes;

Constitit in nulla qui fuit ante color.

vv. 117-120: «Si buttano addosso, manifestando con un grido l’ardore, / e scagliano sulle vergini le cupide mani. / Come le colombe, confuse e in preda alla paura, fuggono le aquile, / come una giovane agnellina fugge gli odiati lupi: / così quelle si impaurirono davanti ai maschi che si precipitavano senza ritegno; / in nessuna rimase il coloro che c’era prima».

Nam timor unus erat, facies non una timoris:

Pars laniat crines, pars sine mente sedet;

Altera maesta silet, frustra vocat altera matrem:

Haec queritur, stupet haec; haec manet, illa fugit;

vv. 121-124: «Infatti la paura era una, non uno era l’aspetto della paura. / Una parte si strappa i capelli, una parte sta seduta senza ragionare; / una tace triste, un’altra chiama invano la madre; / questa piange, quest’altra è allibita; questa rimane ferma, quella fugge».

Ducuntur raptae, genialis praeda, puellae,

Et potuit multas ipse decere timor.

Siqua repugnarat nimium comitemque negabat,

Sublatam cupido vir tulit ipse sinu,

Atque ita 'quid teneros lacrimis corrumpis ocellos?

Quod matri pater est, hoc tibi' dixit 'ero.'

vv. 125-130: «Le fanciulle vengono portate via rapite, bottino nunziale, / e a molte la paura potè essere un ornamento. / Se qualcuna aveva recalcitrato troppo e si era negata al compagno, / il maschio stesso dopo averla sollevata la prese al petto bramoso / e così: ‘Perché sciupi i teneri occhietti con le lacrime? / Ciò che il babbo è per la mamma, questo’ disse ‘sarò per te’».

Romule, militibus scisti dare commoda solus:

Haec mihi si dederis commoda, miles ero.

Scilicet ex illo sollemnia more theatra

Nunc quoque formosis insidiosa manent.

vv. 131-134: «Oh Romolo, tu solo hai saputo dare questi vantaggi ai soldati. / Se mi darai questi vantaggi, sarò un soldato. / Ovviamente, da quella solenne usanza, i teatri / anche ora rimangono pieni di trappole per le belle ragazze».

sabato 1 marzo 2025

Pacifismo o inerzia? Rampini, Euripide, Dodds e Tucidide

 Leggo, nell’editoriale di Federico Rampini sul Corriere della sera di oggi 1 marzo 2025, che «non basta la brutalità di Trump a scuotere l’Europa dal torpore che ama definirsi 'pacifista'».

Tacciare i pacifisti di indolenza, infingardaggine, viltà è una prassi impiegata fin dall’antichità da parte dei fautori della guerra. Ne troviamo l’eco, per esempio, nelle tragedie di Euripide, il quale sembra fare velate allusioni a questa disputa tra tra pacifismo e inerzia, ἡσυχία e ἀπραγμοσύνη in greco, già nella Medea, messa in scena nel 431 a. C., anno dello scoppio della guerra: οἱ δ' ἀφ' ἡσύχου ποδὸς / δύσκλειαν ἐκτήσαντο καὶ ῥαιθυμίαν, «altri ancora per un piede tranquillo / hanno acquisito la cattiva fama di indifferenza» (217-218, dove Medea sta lamentando la sua condizione di straniera sapiente, che suscita diffidenza e addirittura odio nella gente comune); χωρὶς γὰρ ἄλλης ἧς ἔχουσιν ἀργίας / φθόνον πρὸς ἀστῶν ἀλφάνουσι δυσμενῆ, «a parte infatti l’altro marchio di indolenza che hanno, / si guadagnano l’invidia malevola da parte dei concittadini» (si sta parlando dei sapienti, 296-297).

Nell’ultima delle sue tragedie, le Baccanti, (che, ricordiamo, è stata scritta tra il 408 e il 407, essendo morto Euripide nell’inverno 407/406 ed essendo giunto in Macedonia nel 408: sono gli ultimi anni della guerra del Peloponneso, quando per Atene si sta mettendo male ma la situazione non è ancora definitivamente compromessa) il tragediografo sembra muoversi nel medesimo campo di discussione, in particolare nella antistrofe a del primo stasimo (vv. 386-401):

ἀχαλίνων στομάτων

ἀνόμου τ' ἀφροσύνας

τὸ τέλος δυστυχία·

ὁ δὲ τᾶς ἡσυχίας

βίοτος καὶ τὸ φρονεῖν     390

ἀσάλευτόν τε μένει καὶ

ξυνέχει δώματα· πόρσω

γὰρ ὅμως αἰθέρα ναίον-

τες ὁρῶσιν τὰ βροτῶν οὐρανίδαι.

τὸ σοφὸν δ' οὐ σοφία,             395

τό τε μὴ θνατὰ φρονεῖν.

βραχὺς αἰών· ἐπὶ τούτῳ

δὲ τις ἂν μεγάλα διώκων

τὰ παρόντ' οὐχὶ φέροι. μαι-

νομένων οἵδε τρόποι καὶ     400

κακοβούλων παρ' ἔμοιγε φωτῶν.

«Di bocche senza freno / e stoltezza senza legge / la fine è sventura; / Invece la vita / della tranquillità e l’essere assennati / rimangono al riparo dai marosi / e tengono insieme le case; lontano / infatti pur abitando l’etere / comunque vedono le vicende dei mortali i celesti. / Il sapere non è sapienza, / e anche il concepire pensieri non mortali. / Breve la vita; per questo / uno che inseguisse grandi cose / non otterrebbe quelle presenti. Queste / sono le inclinazioni di persone folli / e sconsiderate per quanto mi riguarda».

Dioniso è ripetutamente rappresentato come ἥσυχος, «tranquillo» (435 sqq., 622, 636) in contrapposizione a Penteo, l’eccitabile uomo d’azione (214, 647, 670 sq., 789 sq.). Ma  sebbene ἡσυχία sia appropriata per un dio in quanto tale, la religione orgiastica non è, per il nostro modo di pensare, particolarmente ἥσυχον, e quindi siamo autorizzati a considerare questi versi come una presa di posizione contro le inclinazioni belliciste.

Tali slittamenti di significato, per cui nel nostro caso il pacifismo diventa inerzia, sono tipici, come aveva notato Dodds, di un’epoca di crisi in cui i valori tradizionali (come anche un ordine consolidato, aggiungo io) stanno cambiando nel modo descritto nel famoso passaggio di Tucidide sulla trasvalutazione dei valori (III, 82): siamo nel 427 e lo storiografo descrive il clima favorito dalla guerra civile a Corcira dove ἐπέπεσε πολλὰ καὶ χαλεπὰ κατὰ στάσιν ταῖς πόλεσι, γιγνόμενα μὲν καὶ αἰεὶ ἐσόμενα, ἕως ἂν ἡ αὐτὴ φύσις ἀνθρώπων ᾖ, «piombarono molte e dure sofferenze sulle città a causa della guerra civile, cose che capitano e sempre capiteranno, finché la natura umana è la medesima» in quanto ὁ δὲ πόλεμος … βίαιος διδάσκαλος, «la guerra è maestra di violenza» per gli uomini (2); e uno degli effetti paradossali fu che καὶ τὴν εἰωθυῖαν ἀξίωσιν τῶν ὀνομάτων ἐς τὰ ἔργα ἀντήλλαξαν τῇ δικαιώσει. τόλμα μὲν γὰρ ἀλόγιστος ἀνδρεία φιλέταιρος ἐνομίσθη, μέλλησις δὲ προμηθὴς δειλία εὐπρεπής, τὸ δὲ σῶφρον τοῦ ἀνάνδρου πρόσχημα, καὶ τὸ πρὸς ἅπαν ξυνετὸν ἐπὶ πᾶν ἀργόν, «essi anche il valore abituale delle parole in relazione ai fatti cambiarono, in base al loro arbitrio. L’audacia irrazionale infatti fu considerata coraggio fazioso, il temporeggiare previdente viltà ammantata di decoro, la moderazione un pretesto per coprire la codardia, e l’intelligenza in tutto indolenza in tutto» (3; per quest’ultimo stravolgimento cfr. i versi citati supra della Medea). L’esito di tutto ciò fu che Οὕτω πᾶσα ἰδέα κατέστη κακοτροπίας διὰ τὰς στάσεις τῷ Ἑλληνικῷ, καὶ τὸ εὔηθες, οὗ τὸ γενναῖον πλεῖστον μετέχει, καταγελασθὲν ἠφανίσθη, «Così per il mondo greco a causa delle guerre civili si produsse ogni forma di malizia, e anche la semplicità, di cui la nobiltà per lo più partecipa, derisa svanì» (83, 1).

Tali epoche producono anche paradossi come quello del v. 395 per cui cfr. il mio articolo.

domenica 12 gennaio 2025

Sallustio, Catilina IV

 [IV] 1 Igitur ubi animus ex multis miseriis atque periculis requievit et mihi reliquam aetatem a re publica procul habendam decrevi, non fuit consilium socordia atque desidia bonum otium conterere neque vero agrum colundo aut venando servilibus officiis, intentum aetatem agere;1 2 sed, a quo incepto studioque me ambitio mala detinuerat, eodem regressus statui res gestas populi Romani carptim, ut quaeque memoria digna videbantur, perscribere, eo magis, quod mihi a spe, metu, partibus rei publicae animus liber erat2. 3 Igitur de Catilinae coniuratione, quam verissume potero, paucis absolvam;3 4 nam id facinus in primis ego memorabile existumo sceleris atque periculi novitate4. 5 De cuius hominis moribus pauca prius explananda sunt, quam initium narrandi faciam5.

1 «Dunque, quando l’animo trovò pace in seguito alle molte miserie e pericoli e decisi che dovevo tenere il resto della vita lontano dalla politica, il proposito non fu di consumare un tempo libero prezioso nell’indolenza e nella pigrizia, né del resto di passare la vita dedicandomi a coltivare la terra o cacciare, occupazioni da schiavi».

– a re publica procul … bonum otium conterere: l’allontanamento dalla politica non fu, con tutta probabilità, una scelta per Sallustio, ma una necessità imposta, come era stato anche per Cicerone; quest’ultimo si esprime in proposito in varie opere, formulando il concetto di otium cum dignitate. L’espressione si trova all’inizio del De oratore (I, 1): [I] [1] Cogitanti mihi saepe numero et memoria vetera repetenti perbeati fuisse, Quinte frater, illi videri solent, qui in optima re publica, cum et honoribus et rerum gestarum gloria florerent, eum vitae cursum tenere potuerunt, ut vel in negotio sine periculo vel in otio cum dignitate esse possent. «Riflettendo molto spesso e richiamando alla memoria le cose antiche, fratello Quinto, sono soliti darmi l’impressione di essere stati del tutto felici coloro che in un ottimo stato, quando erano al culmine della carriera e della gloria delle imprese, poterono tenere un corso della vita tale da poter essere attivi politicamente senza pericolo e anche stare in un ozio dignitoso»; due paragrafi oltre chiarisce cosa intenda per otium cum dignitate. Quest’opera è del 55, quando la sua carriera era già finita ma non era stato definitivamente escluso dalla politica e quindi doveva ancora destreggiarsi tra i marosi degli scontri civili, per cui così prosegue: tamen in his vel asperitatibus rerum vel angustiis temporis obsequar studiis nostris et quantum mihi vel fraus inimicorum vel causae amicorum vel res publica tribuet oti, ad scribendum potissimum conferam, «tuttavia nelle difficoltà o se vuoi nella criticità di questi tempi mi dedicherò ai nostri studi e tutto il tempo libero che mi concederanno vuoi la perfidia dei nemici vuoi le difese degli amici vuoi la politica, io lo impiegherò principalmente a scrivere» (3). Per approfondire vedi la scheda «Otium cum dignitate».

2 «Invece ritornato a quel medesimo progetto e a quella medesima passione da cui mi aveva distolto una cattiva ambizione, stabilii di mettere per iscritto le imprese del popolo romano per episodi, a seconda di come ciascuna mi sembrava degna di memoria; tanto più per il fatto che l’animo era libero dalla speranza, dalla paura, dalle fazioni politiche».

– carptim: questo avverbio deriva dal verbo carpo, il cui imperativo è usato nella più famose ode di Orazio (I, 11) all’incipit dell’ultimo verso: carpe diem, quam minimum credula postero, «spicca la giornata, confidando il meno possibile nel domani»; il significato è «prendere una parte dal tutto» e qui esprime l’intenzione di procedere con un’impostazione monografica anziché annalistica, come era tradizione per i Romani fino a quel periodo. Anche in questo il maestro è Tucidide, che si è concentrato non su un periodo, ma su un episodio, la guerra del Peloponneso.

3 «Dunque farò in poche parole una trattazione sulla congiura di Catilina quanto più potrò con verità;»

La professione di imparzialità è un τόπος del genere storiografico che possiamo far risalire a Tucidide, il padre della storiografia laica e politica, il quale

4 «infatti io considero tale fatto particolarmente meritevole di essere ricordato per l’assenza di precedenti del crimine e del pericolo».

5 «Ma sui costumi di questo uomo devono essere date un po’ di spiegazioni prima di intraprendere l’inizio della narrazione».

martedì 17 dicembre 2024

Seneca, Epistulae, 52 – La prostituzione della filosofia

 La prostituzione della filosofia


9. Quid enim turpius philosophia captante clamores?

«9. Cosa infatti è più vergognoso della filosofia che va a caccia di approvazione?

11 Quanta autem dementia eius est quem clamores imperitorum hilarem ex auditorio dimittunt! Quid laetaris quod ab hominibus his laudatus es quos non potes ipse laudare?

«11. Quanto grande è poi la stoltezza di colui che le acclamazioni degli ignoranti congedano tutto contento! Perché ti rallegri del fatto di essere stato lodato da questi uomini che tu stesso non puoi lodare?».

[12] Intersit aliquid inter clamorem theatri et scholae: est aliqua et laudandi elegantia. Omnia rerum omnium, si observentur, indicia sunt, et argumentum morum ex minimis quoque licet capere: inpudicum et incessus ostendit et manus mota et unum interdum responsum et relatus ad caput digitus et flexus oculorum; inprobum risus, insanum vultus habitusque demonstrat. Illa enim in apertum per notas exeunt: qualis quisque sit scies, si quemadmodum laudet, quemadmodum laudetur aspexeris.

«[12] Ci sia una qualche differenza tra il clamore del teatro e quello della scuola: c’è un’eleganza anche nel lodare. Tutto, se si osserva, è indizio di tutto: lo spudorato è denunciato dall’incedere e dal movimento di una mano e talvolta da una sola risposta e da un dito portato al capo e dal volgersi degli occhi; il malvagio da una risata, il pazzo dallo sguardo e dal contegno. Quelle caratteristiche infatti escono all’aperto attraverso segni: tu saprai quale ciascuna sia se avrai guardato come loda, come è lodato».

[13] Hinc atque illinc philosopho manus auditor intentat et super ipsum caput mirantium turba consistit: non laudatur ille nunc, si intellegis, sed conclamatur. Relinquantur istae voces illis artibus quae propositum habent populo placere: philosophia adoretur. Permittendum erit aliquando iuvenibus sequi impetum animi, tunc autem cum hoc ex impetu facient, cum silentium sibi imperare non poterunt; talis laudatio aliquid exhortationis adfert ipsis audientibus et animos adulescentium exstimulat.

«[13] L’uditore tende le mani al filosofo di qua e di là e la folla degli ammiratori si ferma sulla sua stessa testa: non è lodato egli in quel momento, se capisci, ma acclamato. Sia lasciato questo vociare a quelle arti che hanno lo scopo di piacere alla gente: la filosofia sia venerata. Si dovrà permettere ogni tanto ai ragazzi di seguire l’istinto, allora però quando lo faranno appunto d’istino, quando non potranno imporre a sé stessi il silenzio; una lode siffatta comporta una forma di incoraggiamento per l’uditorio stesso e stimola gli animi dei giovani».

14. <At> ad rem commoveantur, non ad verba composita; alioquin nocet illis eloquentia, si non rerum cupiditatem facit sed sui.

«14. Ma si emozionino per la sostanza, non per le belle parole; altrimenti l’eloquenza nuocerà loro, se produce passione non per i contenuti ma per se stessa».

15. Damnum quidem fecisse philosophiam non erit dubium postquam prostituta est; sed potest in penetralibus suis ostendi, si modo non institorem sed antistitem nancta est.

«15. Di certo non ci sarà dubbio che la filosofia ha cagionato un danno da quando si è prostituita; ma può mostrarsi nei suoi santuari, se solo ha trovato non un venditore ma un sacerdote».


 Si può accostare questa degenerazione della filosofia a quella della politica che, avendo come unico scopo il catturare il consenso, captare clamores, si accontenta di essere applaudita dai più, come fanno gli imbonitori.

 Diversamente si comportava il Pericle descritto da Tucidide, rappresentante della prima democrazia della storia, ἀνὴρ κατ' ἐκεῖνον τὸν χρόνον πρῶτος Ἀθηναίων, λέγειν τε καὶ πράσσειν δυνατώτατος, l’uomo che in quel tempo era il primo degli Ateniesi, e il più capace nel parlare e nell’agire (Storie, I, 139, 5):

ἐκεῖνος μὲν δυνατὸς ὢν τῷ τε ἀξιώματι καὶ τῇ γνώμῃ χρημάτων τε διαφανῶς ἀδωρότατος γενόμενος κατεῖχε τὸ πλῆθος ἐλευθέρως, καὶ οὐκ ἤγετο μᾶλλον ὑπ' αὐτοῦ ἢ αὐτὸς ἦγε, διὰ τὸ μὴ κτώμενος ἐξ οὐ προσηκόντων τὴν δύναμιν πρὸς ἡδονήν τι λέγειν, ἀλλ' ἔχων ἐπ' ἀξιώσει καὶ πρὸς ὀργήν τι ἀντειπεῖν. 
«quello essendo potente grazie alla stima di cui godeva e all’ingegno ed essendo manifestamente incorruttibile, dominava la massa lasciandola libera, e non ne era guidato più di quanto non la guidasse, per il fatto che non diceva niente per compiacerla cercando di conquistare il potere con mezzi non convenienti, ma potendo, grazie alla reputazione, anche contraddirlo fino a farla adirare» (Storie, II, 65, 8).


 Una valutazione negativa della figura di Pericle, e in generale dei politici ateniesi (ma si adatta a molte epoche), si trova nel Gorgia di Platone; così si rivolge Socrate a Callicle (518e-519a), insistendo sul fatto che quelli che sono considerati i grandi statisti della generazione precedente (storicamente sono quelli che hanno fatto grande Atene) non hanno reso migliori i cittadini ma solamente ingrassati:

518 [e] ἐγκωμιάζεις ἀνθρώπους, οἳ τούτους εἱστιάκασιν εὐωχοῦντες ὧν ἐπεθύμουν. καί φασι μεγάλην τὴν πόλιν πεποιηκέναι αὐτούς· ὅτι δὲ οἰδεῖ καὶ ὕπουλός ἐστιν [519] [a] δι' ἐκείνους τοὺς παλαιούς, οὐκ αἰσθάνονται. ἄνευ γὰρ σωφροσύνης καὶ δικαιοσύνης λιμένων καὶ νεωρίων καὶ τειχῶν καὶ φόρων καὶ τοιούτων φλυαριῶν ἐμπεπλήκασι τὴν πόλιν· ὅταν οὖν ἔλθῃ ἡ καταβολὴ αὕτη τῆς ἀσθενείας, τοὺς τότε παρόντας αἰτιάσονται συμβούλους, Θεμιστοκλέα δὲ καὶ Κίμωνα καὶ Περικλέα ἐγκωμιάσουσιν, τοὺς αἰτίους τῶν κακῶν.

«Elogi uomini, che hanno nutrito questi (cioè i cittadini Ateniesi, N.d.T) ingrassandoli di ciò che bramavano. E dicono che quelli hanno reso grande la città; ma non si accorgono che a causa di quelli di un tempo è gonfia e purulenta. Senza moderazione e senza giustizia, infatti, hanno riempito la città di porti e di arsenali e di mura e di tributi e simili fandonie; qualora poi giungesse il principio della decadenza, incolperanno i consiglieri presenti allora e elogeranno Temistocle e Cimone e Pericle, i responsabili dei mali».
 


venerdì 29 novembre 2024

Una banana da sei milioni...

Leggo sul sito di Repubblica che un miliardario (sic!) ha mangiato una banana comprata per 6 milioni.

Magari la sua ricchezza suciterà l’ammirazione di alcuni, forse di molti: non certo la mia. Io lo considero un vero pezzente, a dispetto dei suoi miliardi. Seneca, in Epistulae, 2, cita Epicuro correggendolo: Hodiernum hoc est quod apud Epicurum nanctus sum - soleo enim et in aliena castra transire, non tamquam transfuga, sed tamquam explorator -: 'honesta' inquit 'res est laeta paupertas’. Illa vero non est paupertas, si laeta est; non qui parum habet, sed qui plus cupit, pauper est.  «Questo è quello di oggi che ho attinto da Epicuro – sono solito infatti passare anche nell’accampamento degli altri, non come un fuggiasco, ma come una spia – : “è cosa onorevole” dice “una povertà lieta”. Quella però non è povertà, se è lieta; è povero non chi ha poco, ma chi brama di più». Poi aggiunge: Quid enim refert quantum illi in arca, quantum in horreis iaceat, quantum pascat aut feneret, si alieno imminet, si non acquisita sed acquirenda computat? Quis sit divitiarum modus quaeris? primus habere quod necesse est, proximus quod sat est. «Che importanza ha infatti quanto egli abbia nel forziere, quanto si trovi nel granaio, quanto bestiame abbia o denaro presti, se è proteso sui beni altrui, se conta non ciò che ha raggiunto ma ciò che deve raggiungere? Tu chiedi quale sia la misura della ricchezza? Primo possedere ciò che è necessario, poi ciò che è sufficiente».

Si può accostare questo pensiero a quello di La Rochefoucauld, Massime, 48: La félicité est dans le goût et non pas dans les choses; et c'est par avoir ce qu'on aime qu'on est heureux, et non par avoir ce que les autres trouvent aimable, «La felicità sta nel gusto e non nelle cose; ed è per il possesso di ciò che si ama che si è felici, e non per quello di ciò che gli altri trovano amabile».

In fondo penso che quella di questa gente sia un Personata felicitas, crusta (De providentia VI, 4): 4. Isti quos pro felicibus aspicis, si non qua occurrunt sed qua latent uideris, miseri sunt, sordidi turpes, ad similitudinem parietum suorum extrinsecus culti; non est ista solida et sincera felicitas: crusta est et quidem tenuis. Itaque dum illis licet stare et ad arbitrium suum ostendi, nitent et inponunt; cum aliquid incidit quod disturbet ac detegat, tunc apparet quantum altae ac uerae foeditatis alienus splendor absconderit, «Questi che tu guardi come fortunati, se li vedi non dal lato con cui si presentano ma da quello che nascondono, sono meschini, squallidi, vergognosi, a somiglianza delle loro pareti belli di fuori; non è questa una felicità solida e autentica: è una patina e pure sottile. E così finché è loro consentito stare dritti e mostrarsi a loro arbitrio, brillano e traggono in inganno; quando capita qualcosa che li sconvolge e scopre, allora appare quanta profonda e reale ripugnanza nascondesse quello splendore posticcio».

giovedì 28 novembre 2024

Questionario intelligenza artificiale per l’università


Una mia ex studentessa che ha fatto l’Esame di Stato nel 2023 mi ha chiesto di compilare il questionario per una ricerca che sta facendo.

Lo pubblico nel caso qualcuno avesse voglia di dare il suo contributo.

Intelligenza artificiale ristretta (IA ristretta)


martedì 22 ottobre 2024

Euripide, Baccanti – primo stasimo: vv. 402-416 – testo e traduzione – Maturità 2025

[στρ. β

ἱκοίμαν ποτὶ Κύπρον,

νᾶσον τᾶς Ἀφροδίτας,

ἵν' οἱ θελξίφρονες νέμον-

ται θνατοῖσιν Ἔρωτες                                                      405

[strofe II]
Potessi giungere a Cipro,
isola di Afrodite,
dove abitano gli Amori
che incantano le menti ai mortali,

Πάφον, τὰν ἑκατόστομοι

βαρβάρου ποταμοῦ ῥοαὶ

καρπίζουσιν ἄνομβροι,

a Pafo, che correnti
dalle cento bocche di barbaro fiume
fecondano senza piogge,

οὗ θ' ἁ καλλιστευομένα

Πιερία, μούσειος ἕδρα,                                                      410

σεμνὰ κλειτὺς Ὀλύμπου·

e dove c’è la bellissima
Pieria, sede delle Muse,
veneranda pendice dell?olimpo;

ἐκεῖσ' ἄγε με, Βρόμιε Βρόμιε,

πρόβακχ' εὔιε δαῖμον.

portami là, Bromio Bromio,
dio dell’evoè che guidi le baccanti.

ἐκεῖ Χάριτες, ἐκεῖ δὲ Πόθος, ἐκεῖ δὲ βάκ-                       415

χαις θέμις ὀργιάζειν.

Là le Grazie, là il Desiderio, là
è lecito celebrare l’orgia per le baccanti.

domenica 20 ottobre 2024

Sulla sovranità popolare – Senofonte e Polibio


 Siamo nel 406 a.C.; si è appena svolta la battaglia delle Arginuse, combattuta in mare tra le flotte Ateniese e Peloponnesiaca, vinta dagli Ateniesi. È un momento cruciale: è l’ultima possibilità che Atene ha prima della disfatta che giungerà l’anno successivo nella sconfitta a Egospotami, dove va perduta l’intera flotta e vengono decise le sorti della guerra a favore di Sparta. La vittoria delle Arginuse dunque rappresenta per Atene la speranza di rovesciare l’andamento negativo che la guerra aveva preso dopo la disfatta della spedizione in Sicilia.

Così Senofonte, nelle Elleniche, ci racconta quello che è successo in seguito.

Il fatto è che subito dopo la vittoria, a causa di una tempesta, molti naufraghi erano morti e gli strateghi vincitori, al ritorno in patria, furono accusati di tradimento per non averli salvati. Essi naturalmente addussero la motivazione della tempesta, ma l’ecclesia, il parlamento ateniese, decise comunque di processarli. Si decise di fare una sola votazione, senza cioè distinguere le responsabilità individuali, ma giudicando sommariamente tutti insieme, procedura illegale allora come oggi. A questo punto prese la parola Eurittolemo insieme ad altri obiettando che era necessario rispettare la legge che appunto imponeva di giudicare singolarmente gli strateghi e che quindi la procedura era illegale; succede allora, ed è qui il punto cruciale, che τοῦ δὲ δήμου ἔνιοι ταῦτα ἐπῄνουν, τὸ δὲ πλῆθος ἐβόα δεινὸν εἶναι εἰ μή τις ἐάσει τὸν δῆμον πράττειν ὃ ἂν [13] βούληται, «alcuni del popolo approvavano queste obiezioni, mentre la massa gridava che era terribile se uno non permetteva al popolo di fare ciò che voleva»  (Elleniche, I, 7, 12). La commissione dei pritani, spaventata dal popolo che voleva processare anche si fosse opposto al processo secondo quella procedura, diede l’approvazione con un solo voto contrario, quello di Socrate, che si trovava in quel momento a far parte dei pritani.

Dunque si svolge il processo e alla fine prevale la modalità di votazione sommaria; gli strateghi vincitori vengono condannati a morte e Atene l’anno dopo perde la guerra, l’egemonia e la democrazia, sperimentando il regime sanguinario dei trenta tiranni.

Forse Polibio, analizzando il ciclo delle costituzioni, aveva in mente situazioni come queste quando dice (Storie, VI, 4) che non possiamo chiamare δημοκρατίαν, ἐν ᾗ πᾶν πλῆθος κύριόν ἐστι ποιεῖν ὅ, τι ποτ' ἂν αὐτὸ βουληθῇ, «democrazia quella in cui la massa è padrona di fare proprio tutto ciò che vuole» (4-5), ma quella in cui siano rispettate le tradizioni, si ubbidisce alle leggi (νόμοις πείθεσθαι) e ὅταν τὸ τοῖς πλείοσι δόξαν νικᾷ, «quando vince ciò che sembra giusto alla maggioranza» (5).

La maggioranza dunque ha diritto di prevalere nelle decisioni, ma non sulle leggi e neanche sulle tradizioni. Chi sovverte le tradizioni patrie è il tiranno; cosi Erodoto, per bocca di Otane, (III, 80) nel dibattito costituzionale: νόμαιά τε κινέει πάτρια καὶ βιᾶται γυναῖκας κτείνει τε ἀκρίτους, «sovverte le tradizioni patrie e violenta le donne e uccide senza processo».

sabato 28 settembre 2024

Summum ius summa iniuria

 

 Gli ultimi provvedimenti legislativi mi sembrano comunicare l’intenzione di frenare alcuni reati inasprendo le pene. A parte il fatto che io non sono contento quando puniscono uno dopo che mi ha derubato, ma piuttosto quando non vengo derubato, mi sembra che non sia produttivo agire sull’onda delle emozioni.

 A tal proposito mi sembra interessante quanto dice Cicerone (De officiis, 89), che non era certo un sedizioso rivoluzionario:

Cavendum est etiam ne maior poena quam culpa sit et ne isdem de causis alii plectantur, alii ne appellentur quidem. prohibenda autem maxime est ira puniendo; numquam enim iratus qui accedet ad poenam mediocritatem illam tenebit, quae est inter nimium et parum, quae placet Peripateticis et recte placet, modo ne laudarent iracundiam et dicerent utiliter a natura datam. Illa vero omnibus in rebus repudianda est optandumque, ut ii, qui praesunt rei publicae, legum similes sint, quae ad puniendum non iracundia, sed aequitate ducuntur, «Bisogna anche fare attenzione che la pena non sia maggiore della colpa e che per i medesimi motivi alcuni siano colpiti, altri nemmeno chiamati in causa. Soprattutto deve essere tenuta lontana l’ira nel punire; infatti chi si accinge alla pena in preda all’ira non manterrà mai quella misura, che si trova tra il tropo e il poco, che piace ai Peripatetici e giustamente piace, se solo non lodassero l’iracondia e dicessero che utilmente è stata data dalla natura. Essa però deve essere ripudiata in tutte le situazioni e bisogna auspicare che coloro che sono a capo dello stato, siano simili alle leggi, le quali sono condotte a punire non dall’ira ma dall’equità».

 Il concetto di misura è stato codificato molto incisivamente da Orazio, un altro non particolarmente avverso al potere (Satire, I, 1, vv. 106-7):

est modus in rebus, sunt certi denique fines,

quos ultra citraque nequit consistere rectum.

«C’è una misura nelle cose, ci sono in fondo dei confini precici, / al di là e al di qua dei quali non può trovarsi il giusto».