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domenica 11 maggio 2025

Epicuro – Epistola a Meneceo (sulla felicità), 133-134 – conclusione

 



 [133] Ἐπεὶ τίνα νομίζεις εἶναι κρείττονα τοῦ καὶ περὶ θεῶν ὅσια δοξάζοντος καὶ περὶ θανάτου διὰ παντὸς ἀφόβως ἔχοντος καὶ τὸ τῆς φύσεως ἐπιλελογισμένου τέλος καὶ τὸ μὲν τῶν ἀγαθῶν πέρας ὡς ἔστιν εὐσυμπλήρωτόν τε καὶ εὐπόριστον διαλαμβάνοντος, τὸ δὲ τῶν κακῶν ὡς ἢ χρόνους ἢ πόνους ἔχει βραχεῖς;

«133. Giacché chi consideri migliore di colui che ha opinioni pie sugli dei e intorno alla morte ha sempre una disposizione impavida e che ha considerato il fine della natura e capisce che il limite dei beni è di facile raggiungimento e accesso, mentre quello dei mali ha tempi o sofferenze brevi?»

  τὴν δὲ ὑπό τινων δεσπότιν εἰσαγομένην πάντων ἀγγέλλοντος ..... ‹ὧν ἃ μὲν κατ' ἀνάγκην ἐστίν,› ἃ δὲ ἀπὸ τύχης, ἃ δὲ παρ' ἡμᾶς, διὰ τὸ τὴν μὲν ἀνάγκην ἀνυπεύθυνον εἶναι, τὴν δὲ τύχην ἄστατον ὁρᾶν, τὸ δὲ παρ' ἡμᾶς ἀδέσποτον, ᾧ καὶ τὸ μεμπτὸν καὶ τὸ ἐναντίον παρακολουθεῖν πέφυκεν.

«E proclamando il potere addotto da alcuni su tutte le cose … delle quali alcune sono per necessità, altre per caso, altre ancora dipendono da noi, per il fatto di vedere che la necessità non rende conto, il caso è instabile, ciò che dipende da noi è libero e da ciò può seguire sia biasimo sia il contrario».

  [134] ἐπεὶ κρεῖττον ἦν τῷ περὶ θεῶν μύθῳ κατακολουθεῖν ἢ τῇ τῶν φυσικῶν εἱμαρμένῃ δουλεύειν· ὁ μὲν γὰρ ἐλπίδα παραιτήσεως ὑπογράφει θεῶν διὰ τιμῆς, ἡ δὲ ἀπαραίτητον ἔχει τὴν ἀνάγκην.

«134. Giacché sarebbe stato meglio seguire i miti sugli dei piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici: gli uni infatti presuppongono una speranza di perdono attraverso gli onori, l'altro invece ha necessità implacabile».

  τὴν δὲ τύχην οὔτε θεόν, ὡς οἱ πολλοὶ νομίζουσιν, ὑπολαμβάνων, ‑ οὐθὲν γὰρ ἀτάκτως θεῷ πράττεται ‑ οὔτε ἀβέβαιον αἰτίαν, ‹οὐκ› οἴεται μὲν γὰρ ἀγαθὸν ἢ κακὸν ἐκ ταύτης πρὸς τὸ μακαρίως ζῆν ἀνθρώποις δίδοσθαι, ἀρχὰς μέντοι μεγάλων ἀγαθῶν ἢ κακῶν ὑπὸ ταύτης χορηγεῖσθαι·

«Non reputando il caso né una divinità, come i più pensano – infatti niente è compiuto dal dio senza ordine – né una causa incerta, non ritiene che agli uomini derivino da questo il bene e il male per il vivere beatamente, anche se ritiene che gli inizi di grandi beni o mali siano istituiti da questo».

 [135] κρεῖττον εἶναι νομίζει εὐλογίστως ἀτυχεῖν ἢ ἀλογίστως εὐτυχεῖν· βέλτιον γὰρ ἐν ταῖς πράξεσι τὸ καλῶς κριθὲν ‹μὴ ὀρθωθῆναι ἢ τὸ μὴ καλῶς κριθὲν› ὀρθωθῆναι διὰ ταύτην.

«135. Egli considera che sia meglio essere sfortunati razionalmente che essere fortunati irrazionalmente: infatti nelle azioni è meglio che ciò che è stato ben giudicato non abbia successo piuttosto che ciò che non è stato ben giudicato abbia successo grazie a questo (il caso)».

  Ταῦτα οὖν καὶ τὰ τούτοις συγγενῆ μελέτα πρὸς σεαυτὸν ἡμέρας καὶ νυκτὸς ‹καὶ› πρὸς τὸν ὅμοιον σεαυτῷ, καὶ οὐδέποτε οὔθ' ὕπαρ οὔτ' ὄναρ διαταραχθήσῃ, ζήσῃ δὲ ὡς θεὸς ἐν ἀνθρώποις. οὐθὲν γὰρ ἔοικε θνητῷ ζῴῳ ζῶν ἄνθρωπος ἐν ἀθανάτοις ἀγαθοῖς.

«Dunque medita giorno e notte queste cose e quelle affini a queste tra te e te e con chi è simile a te, e non sarai mai turbato né da sveglio né nel sonno, ma vivrai come un dio tra gli uomini. Infatti in niente assomiglia a un essere mortale un uomo che vive tra beni mortali».

 La lettera completa con traduzione si trova nella sezione «Pagine».


martedì 6 maggio 2025

Epicuro – Epistola a Meneceo (sulla felicità), 131-132 – testo e traduzione (V)



 Ὅταν οὖν λέγωμεν ἡδονὴν τέλος ὑπάρχειν, οὐ τὰς τῶν ἀσώτων ἡδονὰς καὶ τὰς ἐν ἀπολαύσει κειμένας λέγομεν, ὥς τινες ἀγνοοῦντες καὶ οὐχ ὁμολογοῦντες ἢ κακῶς ἐκδεχόμενοι νομίζουσιν, ἀλλὰ τὸ μήτε ἀλγεῖν κατὰ σῶμα μήτε ταράττεσθαι κατὰ ψυχήν. «Quando dunque diciamo che il piacere è un fine, non diciamo i piaceri dei debosciati e quelli che si trovano nel godimento, come alcuni credono ignorando e non essendo d'accordo o capendo male, ma il non soffrire secondo il corpo e il non essere turbati secondo l'anima»;

 [132] οὐ γὰρ πότοι καὶ κῶμοι συνείροντες οὐδ' ἀπολαύσεις παίδων καὶ γυναικῶν οὐδ' ἰχθύων καὶ τῶν ἄλλων ὅσα φέρει πολυτελὴς τράπεζα, τὸν ἡδὺν γεννᾷ βίον, ἀλλὰ νήφων λογισμὸς καὶ τὰς αἰτίας ἐξερευνῶν πάσης αἱρέσεως καὶ φυγῆς καὶ τὰς δόξας ἐξελαύνων, ἐξ ὧν πλεῖστος τὰς ψυχὰς καταλαμβάνει θόρυβος. «132. infatti non bevute e feste continue né il godimento di fanciulli e donne né di pesci e altre cose quante reca una ricca mensa, generano la dolce vita, ma un ragionamento  sobrio e che indaghi le cause di ogni scelta e rifiuto e che respinga le opinioni, in seguito alle quali moltissimo turbamento prende le le anime».

 Τούτων δὲ πάντων ἀρχὴ καὶ τὸ μέγιστον ἀγαθὸν φρόνησις. διὸ καὶ φιλοσοφίας τιμιώτερον ὑπάρχει φρόνησις, ἐξ ἧς αἱ λοιπαὶ πᾶσαι πεφύκασιν ἀρεταί, διδάσκουσα ὡς οὐκ ἔστιν ἡδέως ζῆν ἄνευ τοῦ φρονίμως καὶ καλῶς καὶ δικαίως, ‹οὐδὲ φρονίμως καὶ καλῶς καὶ δικαίως› ἄνευ τοῦ ἡδέως. συμπεφύκασι γὰρ αἱ ἀρεταὶ τῷ ζῆν ἡδέως καὶ τὸ ζῆν ἡδέως τούτων ἐστὶν ἀχώριστον. «Il principio di tutte queste cose e il massimo bene è la saggezza. Perciò è più preziosa anche della filosofia la saggezza, dalla quale nascono tutte le altre virtù e che insegna che non è possibile vivere con piacere senza il vivere con saggezza, con bellezza e con giustizia, né è possibile vivere con saggezza, bellezza e giustizia senza il vivere con piacere. Infatti le virtù sono connaturale al vivere con piacere e il vivere con piacere è inseparabile da queste».

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lunedì 5 maggio 2025

Epicuro – Epistola a Meneceo (sulla felicità), 128-131 – testo e traduzione (IV)

 


Lucrezio, poeta epicureo
Καὶ διὰ τοῦτο τὴν ἡδονὴν ἀρχὴν καὶ τέλος λέγομεν εἶναι τοῦ μακαρίως ζῆν. [129] ταύτην γὰρ ἀγαθὸν πρῶτον καὶ συγγενικὸν ἔγνωμεν, καὶ ἀπὸ ταύτης καταρχόμεθα πάσης αἱρέσεως καὶ φυγῆς, καὶ ἐπὶ ταύτην καταντῶμεν ὡς κανόνι τῷ πάθει πᾶν ἀγαθὸν κρίνοντες.
«E per questo diciamo il piacere principio e fine del vivere beatamente. 129. Infatti sappiamo che questo è il bene primo e nato con noi, e da questo iniziamo ogni scelta e rifiuto, e a questo giungiamo giudicando ogni bene in base con il criterio di ciò che si prova».

 Καὶ ἐπεὶ πρῶτον ἀγαθὸν τοῦτο καὶ σύμφυτον, διὰ τοῦτο καὶ οὐ πᾶσαν ἡδονὴν αἱρούμεθα, ἀλλ' ἔστιν ὅτε πολλὰς ἡδονὰς ὑπερβαίνομεν, ὅταν πλεῖον ἡμῖν τὸ δυσχερὲς ἐκ τούτων ἕπηται· καὶ πολλὰς ἀλγηδόνας ἡδονῶν κρείττους νομίζομεν, ἐπειδὰν μείζων ἡμῖν ἡδονὴ παρακολουθῇ πολὺν χρόνον ὑπομείνασι τὰς ἀλγηδόνας. πᾶσα οὖν ἡδονὴ διὰ τὸ φύσιν ἔχειν οἰκείαν ἀγαθόν, οὐ πᾶσα μέντοι αἱρετή· καθάπερ καὶ ἀλγηδὼν πᾶσα κακόν, οὐ πᾶσα δὲ ἀεὶ φευκτὴ πεφυκυῖα.

«E siccome questo è il bene primo e connaturato, per questo anche non scegliamo ogni piacere, ma è possibile che tralasciamo molti piaceri, qualora da questi derivi a noi molestia maggiore; e consideriamo molte sofferenze migliori dei piaceri, nel caso in cui per noi, che abbiamo sopportato sofferenze per molto tempo, ne consegua un piacere maggiore. Dunque ogni piacere è un bene poiché ha una natura affine a noi, però certamente non ogni piacere è da scegliere; come anche ogni sofferenza è un male, ma non ognuna è per natura da fuggire».

 [130] τῇ μέντοι συμμετρήσει καὶ συμφερόντων καὶ ἀσυμφόρων βλέψει ταῦτα πάντα κρίνειν καθήκει. χρώμεθα γὰρ τῷ μὲν ἀγαθῷ κατά τινας χρόνους ὡς κακῷ, τῷ δὲ κακῷ τοὔμπαλιν ὡς ἀγαθῷ.

«130. Conviene in effetti giudicare tutte queste cose con il calcolo e la considerazione dei vantaggi e degli svantaggi. In certi momenti infatti facciamo la prova di un bene come di un male, e viceversa di un male come di un bene».

 Καὶ τὴν αὐτάρκειαν δὲ ἀγαθὸν μέγα νομίζομεν, οὐχ ἵνα πάντως τοῖς ὀλίγοις χρώμεθα, ἀλλ' ὅπως, ἐὰν μὴ ἔχωμεν τὰ πολλά, τοῖς ὀλίγοις ἀρκώμεθα, πεπεισμένοι γνησίως ὅτι ἥδιστα πολυτελείας ἀπολαύουσιν οἱ ἥκιστα ταύτης δεόμενοι, καὶ ὅτι τὸ μὲν φυσικὸν πᾶν εὐπόριστόν ἐστι, τὸ δὲ κενὸν δυσπόριστον, οἵ τε λιτοὶ χυλοὶ ἴσην πολυτελεῖ διαίτῃ τὴν ἡδονὴν ἐπιφέρουσιν, ὅταν ἅπαν τὸ ἀλγοῦν κατ' ἔνδειαν ἐξαιρεθῇ,

«E consideriamo l'autarchia un gran bene, non per usare sempre il poco, ma per accontentarci del poco se non abbiamo il molto, sinceramente convinti che godono dell'abbondanza nel modo più piacevole coloro i quali ne hanno bisogno il meno possibile, e che ciò che è naturale è facile a procurarsi, ciò che è vano difficile, e che i cibi semplici procurano un piacere uguale a quello di una ricco vitto, qualora sia stato eliminata ogni sofferenza derivante dal bisogno»,

 [131] καὶ μᾶζα καὶ ὕδωρ τὴν ἀκροτάτην ἀποδίδωσιν ἡδονήν, ἐπειδὰν ἐνδέων τις αὐτὰ προσενέγκηται. τὸ συνεθίζειν οὖν ἐν ταῖς ἁπλαῖς καὶ οὐ πολυτελέσι διαίταις καὶ ὑγιείας ἐστὶ συμπληρωτικὸν καὶ πρὸς τὰς ἀναγκαίας τοῦ βίου χρήσεις ἄοκνον ποιεῖ τὸν ἄνθρωπον καὶ τοῖς πολυτελέσιν ἐκ διαλειμμάτων προσερχομένοις κρεῖττον ἡμᾶς διατίθησι καὶ πρὸς τὴν τύχην ἀφόβους παρασκευάζει.

«131. e che il pane e l'acqua restituiscono il piacere più elevato, dopo che ci si sia accostati ad essi avendone bisogno. L'essere dunque abituati a piatti semplici e non ricchi sia è un completamento della salute sia rende l'uomo attivo per i bisogni necessari della vita e ci dispone meglio alle raffinatezze che a intervalli si presentano e ci prepara intrapidi davanti alla sorte».


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venerdì 2 maggio 2025

Epicuro – Epistola a Meneceo (la lettera sulla felicità), 127-128 – testo e traduzione (III)

 


Statua di Epicuro
  [127] εἰ μὲν γὰρ πεποιθὼς τοῦτό φησιν, πῶς οὐκ ἀπέρχεται ἐκ τοῦ ζῆν; ἐν ἑτοίμῳ γὰρ αὐτῷ τοῦτ' ἐστίν, εἴπερ ἦν βεβουλευμένον αὐτῷ βεβαίως· εἰ δὲ μωκώμενος, μάταιος ἐν τοῖς οὐκ ἐπιδεχομένοις.
«127. Se infatti dice questo convinto, perché non se ne va dalla vita? Infatti ciò è a portata di mano per lui, se egli ha deciso senza esitazioni; se invece si beffava, è stolto in cose che non lo ammettono».

  Μνημονευτέον δὲ ὡς τὸ μέλλον οὔτε πάντως ἡμέτερον οὔτε πάντως οὐχ ἡμέτερον, ἵνα μήτε πάντως προσμένωμεν ὡς ἐσόμενον μήτε ἀπελπίζωμεν ὡς πάντως οὐκ ἐσόμενον.

«Bisogna ricordare che il futuro non è né del tutto nostro né del tutto non nostro, affinché né lo aspettiamo come cosa che sarà del tutto né disperiamo che non sarà affatto».

  Ἀναλογιστέον δὲ ὡς τῶν ἐπιθυμιῶν αἱ μέν εἰσι φυσικαί, αἱ δὲ κεναί, καὶ τῶν φυσικῶν αἱ μὲν ἀναγκαῖαι, αἱ δὲ φυσικαὶ μόνον· τῶν δὲ ἀναγκαίων αἱ μὲν πρὸς εὐδαιμονίαν εἰσὶν ἀναγκαῖαι, αἱ δὲ πρὸς τὴν τοῦ σώματος ἀοχλησίαν, αἱ δὲ πρὸς αὐτὸ τὸ ζῆν.

«Bisogna considerare poi che dei desideri alcuni sono naturali, altri vani, e che di quelli naturali alcuni sono necessari, altri solo naturali; di quelli necessari alcuni sono necessari per la felicità, altri per il benessere del corpo, altri ancora per la vita stessa».

  [128] τούτων γὰρ ἀπλανὴς θεωρία πᾶσαν αἵρεσιν καὶ φυγὴν ἐπανάγειν οἶδεν ἐπὶ τὴν τοῦ σώματος ὑγίειαν καὶ τὴν τῆς ψυχῆς ἀταραξίαν, ἐπεὶ τοῦτο τοῦ μακαρίως ζῆν ἐστι τέλος. τούτου γὰρ χάριν πάντα πράττομεν, ὅπως μήτε ἀλγῶμεν μήτε ταρβῶμεν.

«128. Infatti una retta considerazione di questi sa ricondurre ogni scelta e rifiuto alla salute del corpo e alla tranquillità dell'anima, giacché questo è il fine del vivere beatamente. Infatti per questo facciamo tutte le cose, per non soffrire e per non essere turbati».

  ὅταν δὲ ἅπαξ τοῦτο περὶ ἡμᾶς γένηται, λύεται πᾶς ὁ τῆς ψυχῆς χειμών, οὐκ ἔχοντος τοῦ ζῴου βαδίζειν ὡς πρὸς ἐνδέον τι καὶ ζητεῖν ἕτερον ᾧ τὸ τῆς ψυχῆς καὶ τοῦ σώματος ἀγαθὸν συμπληρώσεται. τότε γὰρ ἡδονῆς χρείαν ἔχομεν, ὅταν ἐκ τοῦ μὴ παρεῖναι τὴν ἡδονὴν ἀλγῶμεν· ‹ὅταν δὲ μὴ ἀλγῶμεν› οὐκέτι τῆς ἡδονῆς δεόμεθα. «Una volta che abbiamo ciò, si dissolve ogni tempesta dell'anima, non dovendo l'essere vivente procedere come verso qualcosa di mancante né dovendone cercare un'altra con cui riempirà il bene dell'anima e del corpo. Allora infatti abbiamo bisogno del piacere, quando soffriamo per il fatto che il piacere non è presente; quando però non soffriamo, non abbiamo più bisogno del piacere».


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Epicuro – Epistola a Meneceo (la lettera sulla felicità), 124-126 – testo e traduzione (II)

 


Busto di Epicuro
 (Pergamonmuseum, Berlino)

  Συνέθιζε δὲ ἐν τῷ νομίζειν μηδὲν πρὸς ἡμᾶς εἶναι τὸν θάνατον· ἐπεὶ πᾶν ἀγαθὸν καὶ κακὸν ἐν αἰσθήσει· στέρησις δέ ἐστιν αἰσθήσεως ὁ θάνατος. ὅθεν γνῶσις ὀρθὴ τοῦ μηθὲν εἶναι πρὸς ἡμᾶς τὸν θάνατον ἀπολαυστὸν ποιεῖ τὸ τῆς ζωῆς θνητόν, οὐκ ἄπειρον προστιθεῖσα χρόνον, ἀλλὰ τὸν τῆς ἀθανασίας ἀφελομένη πόθον.

«Abituati a pensare che nulla è per noi la morte, poiche ogni bene e male risiede nella percezione: la morte è privazione della percezione. Quindi una retta conoscenza del fatto che nulla è per noi la morte rende la mortalità della vita godibile, non aggiungendo tempo infinito, ma eliminando il desiderio dell'immortalità». 

[125] οὐθὲν γάρ ἐστιν ἐν τῷ ζῆν δεινὸν τῷ κατειληφότι γνησίως τὸ μηδὲν ὑπάρχειν ἐν τῷ μὴ ζῆν δεινόν. ὥστε μάταιος ὁ λέγων δεδιέναι τὸν θάνατον οὐχ ὅτι λυπήσει παρών, ἀλλ' ὅτι λυπεῖ μέλλων. ὃ γὰρ παρὸν οὐκ ἐνοχλεῖ, προσδοκώμενον κενῶς λυπεῖ.

125. Infatti non c'è niente di terribile nel vivere per chi ha sinceramente compreso che non c'è niente di terribile nel non vivere. Sicché è sciocco chi dice di temere la morte non perché farà soffrire quando sarà presente, ma perché fa soffrire essendo destinata ad arrivare. Infatti ciò che presente non inquieta, quando è atteso fa soffrire vanamente.

  τὸ φρικωδέστατον οὖν τῶν κακῶν ὁ θάνατος οὐθὲν πρὸς ἡμᾶς, ἐπειδήπερ ὅταν μὲν ἡμεῖς ὦμεν, ὁ θάνατος οὐ πάρεστιν, ὅταν δὲ ὁ θάνατος παρῇ, τόθ' ἡμεῖς οὐκ ἐσμέν. οὔτε οὖν πρὸς τοὺς ζῶντάς ἐστιν οὔτε πρὸς τοὺς τετελευτηκότας, ἐπειδήπερ περὶ οὓς μὲν οὐκ ἔστιν, οἳ δ' οὐκέτι εἰσίν.

«Dunque il più temibile dei mali, la morte, non è niente per noi, proprio perché quando noi siamo, la morte non è presente, quando è presente la morte, allora noi non siamo. Dunque non ha relazioni né coi vivi né coi morti, proprio perché per gli uni non è, gli altri non sono più».

  Ἀλλ' οἱ πολλοὶ τὸν θάνατον ὁτὲ μὲν ὡς μέγιστον τῶν κακῶν φεύγουσιν, ὁτὲ δὲ ὡς ἀνάπαυσιν τῶν ἐν τῷ ζῆν ‹κακῶν αἱροῦνται.

«Ma i più ora fuggono la morte come il più grande dei mali, ora la scelgono come cessazione dei mali della vita». 

ὁ δὲ σοφὸς οὔτε παραιτεῖται τὸ ζῆν› [126] οὔτε φοβεῖται τὸ μὴ ζῆν· οὔτε γὰρ αὐτῷ προσίσταται τὸ ζῆν οὔτε δοξάζεται κακόν εἶναί τι τὸ μὴ ζῆν. ὥσπερ δὲ τὸ σιτίον οὐ τὸ πλεῖστον πάντως ἀλλὰ τὸ ἥδιστον αἱρεῖται, οὕτω καὶ χρόνον οὐ τὸν μήκιστον ἀλλὰ τὸν ἥδιστον καρπίζεται.

«126. Il saggio invece né rifiuta il vivere né teme il non vivere, dato che né gli è molesto il vivere né riterrà un male il non vivere. Come per il cibo non sceglie affatto il più abbondante ma il più piacevole, così anche per il tempo non fruisce del più lungo ma del più piacevole».

Ὁ δὲ παραγγέλλων τὸν μὲν νέον καλῶς ζῆν, τὸν δὲ γέροντα καλῶς καταστρέφειν, εὐήθης ἐστὶν οὐ μόνον διὰ τὸ τῆς ζωῆς ἀσπαστόν, ἀλλὰ καὶ διὰ τὸ τὴν αὐτὴν εἶναι μελέτην τοῦ καλῶς ζῆν καὶ τοῦ καλῶς ἀποθνῄσκειν. πολὺ δὲ χείρων καὶ ὁ λέγων· καλὸν μὴ φῦναι, «φύντα δ' ὅπως ὤκιστα πύλας Ἀίδαο περῆσαι».

«Chi poi esorta il giovane a vivere bene e il vecchio a morire bene, è sciocco non solo per l'aspetto gradevole della vita, ma anche per il fatto che la pratica del vivere bene e del morire bene è la medesima. Molto peggiore è poi chi dice: bello non essere nato, “ma una volta nato passare al più presto le porte dell'Ade”».


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giovedì 1 maggio 2025

Epicuro – Epistola a Meneceo (la lettera sulla felicità), 122-124 – testo e traduzione (I)

 


      Epicuro, busto marmoreo, copia romana         
dell’originale greco (III-II sec. a.C.)
Londra, British Museum

Ἐπίκουρος Μενοικεῖ χαίρειν.

«Epicuro a Meneceo salute».

[122] Μήτε νέος τις ὢν μελλέτω φιλοσοφεῖν, μήτε γέρων ὑπάρχων κοπιάτω φιλοσοφῶν. οὔτε γὰρ ἄωρος οὐδείς ἐστιν οὔτε πάρωρος πρὸς τὸ κατὰ ψυχὴν ὑγιαῖνον. ὁ δὲ λέγων ἢ μήπω τοῦ φιλοσοφεῖν ὑπάρχειν ὥραν ἢ παρεληλυθέναι τὴν ὥραν, ὅμοιός ἐστιν τῷ λέγοντι πρὸς εὐδαιμονίαν ἢ μὴ παρεῖναι τὴν ὥραν ἢ μηκέτι εἶναι.

«122. Né il giovane indugi a filosofare né il vecchio si stanchi di filosofare. Infatti nessuno è troppo giovane (acerbo) né troppo vecchio (maturo) per la salute dell'anima. Chi dice che non è ancora il momento di filosofare o che il momento è già passato, è simile a chi dice che per la felicità non è questo il momento o che non lo è più».

ὥστε φιλοσοφητέον καὶ νέῳ καὶ γέροντι, τῷ μὲν ὅπως γηράσκων νεάζῃ τοῖς ἀγαθοῖς διὰ τὴν χάριν τῶν γεγονότων, τῷ δὲ ὅπως νέος ἅμα καὶ παλαιὸς ᾖ διὰ τὴν ἀφοβίαν τῶν μελλόντων· μελετᾶν οὖν χρὴ τὰ ποιοῦντα τὴν εὐδαιμονίαν, εἴπερ παρούσης μὲν αὐτῆς πάντα ἔχομεν, ἀπούσης δὲ πάντα πράττομεν εἰς τὸ ταύτην ἔχειν.

«Sicché devono filosofare sia il giovane sia il vecchio, uno affinché invecchiando rimanga giovane di beni grazie alla riconoscenza per il passato (ciò che è stato), l'altro affinché sia giovane insieme e vecchio per non aver paura del futuro (di ciò che sarà); è necessario dunque studiare i fattori che producono la felicità, se essendo essa presente abbiamo tutto, essendo invece assente facciamo tutto per averla».

[123] Ἃ δέ σοι συνεχῶς παρήγγελλον, ταῦτα καὶ πρᾶττε καὶ μελέτα, στοιχεῖα τοῦ καλῶς ζῆν ταῦτ' εἶναι διαλαμβάνων. Πρῶτον μὲν τὸν θεὸν ζῷον ἄφθαρτον καὶ μακάριον νομίζων, ὡς ἡ κοινὴ τοῦ θεοῦ νόησις ὑπεγράφη, μηθὲν μήτε τῆς ἀφθαρσίας ἀλλότριον μήτε τῆς μακαριότητος ἀνοίκειον αὐτῷ πρόσαπτε· πᾶν δὲ τὸ φυλάττειν αὐτοῦ δυνάμενον τὴν μετὰ ἀφθαρσίας μακαριότητα περὶ αὐτὸν δόξαζε.

«123. Le cose a cui ti ho sempre esortato, queste falle e studiale, considerando queste una per una come i fondamenti di una bella vita. Innanzitutto ritenendo la divinità un essere incorruttibile e beato, come il comune intendimento della divinità indica, non attribuirle niente di diverso dall'incorruttibilità e che non sia proprio della beatitudine: immaginati su di essa tutto ciò che può mantenere la sua beatitudine unita all'incorruttibilità».

θεοὶ μὲν γὰρ εἰσίν· ἐναργὴς γὰρ αὐτῶν ἐστιν ἡ γνῶσις· οἵους δ' αὐτοὺς ‹οἱ› πολλοὶ νομίζουσιν, οὐκ εἰσίν· οὐ γὰρ φυλάττουσιν αὐτοὺς οἵους νοοῦσιν. ἀσεβὴς δὲ οὐχ ὁ τοὺς τῶν πολλῶν θεοὺς ἀναιρῶν, ἀλλ' ὁ τὰς τῶν πολλῶν δόξας θεοῖς προσάπτων. [124] οὐ γὰρ προλήψεις εἰσὶν ἀλλ' ὑπολήψεις ψευδεῖς αἱ τῶν πολλῶν ὑπὲρ θεῶν ἀποφάσεις. ἔνθεν αἱ μέγισται βλάβαι [αἴτιαι τοῖς κακοῖς] ἐκ θεῶν ἐπάγονται καὶ ὠφέλειαι. ταῖς γὰρ ἰδίαις οἰκειούμενοι διὰ παντὸς ἀρεταῖς τοὺς ὁμοίους ἀποδέχονται, πᾶν τὸ μὴ τοιοῦτον ὡς ἀλλότριον νομίζοντες.

«Degli dèi infatti esistono: la conoscenza di essi è evidente; tuttavia quali i più li considerano, non esistono; non li mantengono infatti quali li pensano. Empio non è chi confuta gli dèi dei più, ma chi attribuisce agli dèi le opinioni dei più. 124. Infatti non sono premonizioni, ma false congetture i giudizi dei più sugli dèi. Da qui i più grandi danni e vantaggi sono fatti risalire agli dèi. Infatti essi essendo continuamente in intimità con le proprie virtù, accolgono i simili, considerando estraneo tutto ciò che non è tale».

 

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domenica 29 settembre 2024

Religione e superstizione – parte 1° – Lucrezio

 

 All’inizio del poema De rerum natura1, nel primo libro, subito dopo l’invocazione a Venere, il poeta Lucrezio descive Epicuro come un eroe che per primo ha osato ribellarsi e liberare gli esseri umani dall’oppressione:

vv. 62-67

Humana ante oculos foede cum vita iaceret                    62

in terris oppressa gravi sub religione,

quae caput a caeli regionibus ostendebat

horribili super aspectu mortalibus instans,                     65

primum Graius homo mortalis tollere contra

est oculos ausus primusque obsistere contra.

«Quando la vita umana giaceva, scena turpe a vedersi, / sulla terra schiacciata dal peso della religione, / la quale mostrava il capo dalle regioni del cielo / incombendo dall’alto sui mortali con aspetto raccapricciante, / per la prima volta un uomo Greco osò / sollevarle contro gli occhi mortali e per primo contrapporsi».

 Epicuro dunque con la ragione smonta a una a una tutte le false credenze:


vv. 78-79

quare religio pedibus subiecta vicissim

obteritur, nos exaequat victoria caelo.

«Perciò la religione a sua volta schiacciata sotto i piedi / è calpestata, e la vittoria ci eguaglia al cielo».

 Segue quindi l’esempio, tratto dal mito, del sacrificio di Ifigenia preteso da Artemide:

vv. 80-101

Illud in his rebus vereor, ne forte rearis                           80

impia te rationis inire elementa viamque

indugredi sceleris. Quod contra saepius illa

religio peperit scelerosa atque impia facta.

«Ciò io temo in queste cose, che per caso tu pensi / di addentrarti agli empi / principi della ragione e di intraprendere / la via del male. Poiché al contrario più spesso la religione / ha partorito quei crimini e quelle empietà».

Aulide quo pacto Triviai virginis aram

Iphianassai turparunt sanguine foede                             85

ductores Danaum delecti, prima virorum.

«In questo modo in Aulide l’ara della vergine Trivia2 / contaminarono turpemente con il sangue di Ifigenia / i condottieri scelti dei Danai, il fio fiore degli eroi».

cui simul infula virgineos circum data comptus

ex utraque pari malarum parte profusast,

et maestum simul ante aras adstare parentem

sensit et hunc propter ferrum celare ministros                90

aspectuque suo lacrimas effundere civis,

muta metu terram genibus summissa petebat.

«E non appena la benda che le avvolgeva le virginee chiome / ugualmente dall’una e dall’altra parte delle gote scivolò giù, / e non appena si accorse che il padre stava in piedi triste davanti all’ara / e che presso di lui i sacerdoti nascondevano la spada / e che alla sua vista i cittadini non trattenevano le lacrime, / muta per la paura accasciatasi cadeva a terra con le ginocchia».

nec miserae prodesse in tali tempore quibat,

quod patrio princeps donarat nomine regem;

«Né all’infelice poteva giovare in tale circostanza, / il fatto di aver donate per prima al re il nome di padre3

nam sublata virum manibus tremibundaque ad aras       95

deductast, non ut sollemni more sacrorum

perfecto posset claro comitari Hymenaeo,

«Infatti fu sollevata dalle mani degli eroi e tutta tremante fu condotta / alle are, non affinché, una volta compiuto il solenne rito sacro, / potesse essere accompagnata allo splendente Imeneo,»

sed casta inceste nubendi tempore in ipso

hostia concideret mactatu maesta parentis,

exitus ut classi felix faustusque daretur.                    100

«ma affinché impuramente pura proprio nel momento di sposarsi / cadesse vittima triste immolata dal padre, / perché alla flotta fosse concessa una fausta e fortunata partenza».

tantum religio potuit suadere malorum.

«A così grandi mali poté indurre la religione!»

 

  1 Sulla natura delle cose; fu pubblicato da Cicerone dopo la morte del poeta, avvenuta verosimilmente nel 55 a.C.; la nascita sarebbe da collocare nel 98 a.C.

   2  Epiteto di Diana (per i Greci Artemide), dea dei trivii.

 3 Elemento patetico accentuato dal riferimento all’infanzia; anche Virgilio indulge all’elemento patetico associato all’infanzia. Quando Didone cerca di dissuadere Enea dall’abbandonarla conclude il suo disperato tentativo con queste parole (Eneide, IV, vv. 327-330): saltem si qua mihi de te suscepta fuisset / ante fugam suboles, si quis mihi parvulus aula / luderet Aeneas, qui te tamen ore / referret,non equidem omnino capta ac deserta viderer, «Se almeno mi fosse nata da te una qualche prole prima della fuga, se mi giocasse per il cortile un piccolo Enea, che tuttaviati rievocasse nel viso, senza dubbio non mi sentirei del tutto ingannata e abbandonata».
   Nel riferimento alla mancata maternità, Didone raggiunge il massimo del pathos, accentuato oltretutto dall'uso del diminutivo, normalmente rifiutato dallo stile epico.
  Un autore greco che accentua l’elemento patetico e, non casualmente, è il preferito in età ellenistica e da Virgilio, è Euripide; questi versi delle Troiane (749-765), pronunciati da Andromaca dopo aver appreso da Taltibio che il figlio verrà ucciso, sono emblematici: ὦ παῖ, δακρύεις· αἰσθάνῃ κακῶν σέθεν; / τί μου δέδραξαι χερσὶ κἀντέχῃ πέπλων, / νεοσσὸς ὡσεὶ πτέρυγας ἐσπίτνων ἐμάς; / οὐκ εἶσιν Ἕκτωρ κλεινὸν ἁρπάσας δόρυ / γῆς ἐξανελθὼν σοὶ φέρων σωτηρίαν, / οὐ συγγένεια πατρός, οὐκ ἰσχὺς Φρυγῶν· / λυγρὸν δὲ πήδημ’ ἐς τράχηλον ὑψόθεν / πεσὼν ἀνοίκτως, πνεῦμ’ ἀπορρήξεις σέθεν. / ὦ νέον ὑπαγκάλισμα μητρὶ φίλτατον, / ὦ χρωτὸς ἡδὺ πνεῦμα· διὰ κενῆς ἄρα / ἐν σπαργάνοις σε μαστὸς ἐξέθρεψ’ ὅδε, / μάτην δ’ ἐμόχθουν καὶ κατεξάνθην πόνοις. / νῦν—οὔποτ’ αὖθις—μητέρ’ ἀσπάζου σέθεν, / πρόσπιτνε τὴν τεκοῦσαν, ἀμφὶ δ’ ὠλένας / ἕλισσ’ ἐμοῖς νώτοισι καὶ στόμ’ ἅρμοσον. / ὦ βάρβαρ’ ἐξευρόντες Ἕλληνες κακά, / τί τόνδε παῖδα κτείνετ’ οὐδὲν αἴτιον, «Oh figlio, tu piangi; ti rendi conto dei tuoi mali? / Perché mi hai afferrata con le mani e ti attacchi ai pepli, / come un pulcino rifugiandoti sotto le mie ali? / Non verrà Ettore dopo aver afferrato l’inclita lancia / uscito dalla terra a portarti salvezza, / non la nobiltà del padre, non la potenza dei Frigi; / invece caduto a precipizio con funesto balzo / dall’alto spietatamente, strapperai via il respiro. / Oh tenero abbraccio carissimo alla madre, / oh dolce respiro della carne; inutilmente dunque / in fasce ti nutrì quest / o seno,invano mi affannavo e mi consumai nelle pene. / Ora – non ci sarà mai più un’altra volta – abbraccia la tua mamma, / stringiti a chi ti ha partorito, avvolgi le braccia / intorno alle mie spalle e avvicina la bocca. / Oh Greci che avete inventato barbare atrocità, / perché uccidete questo bambino che non ha nessuna colpa?».

mercoledì 18 settembre 2024

Epicuro – Epistola a Meneceo, 133-134 – conclusione



 [133] Ἐπεὶ τίνα νομίζεις εἶναι κρείττονα τοῦ καὶ περὶ θεῶν ὅσια δοξάζοντος καὶ περὶ θανάτου διὰ παντὸς ἀφόβως ἔχοντος καὶ τὸ τῆς φύσεως ἐπιλελογισμένου τέλος καὶ τὸ μὲν τῶν ἀγαθῶν πέρας ὡς ἔστιν εὐσυμπλήρωτόν τε καὶ εὐπόριστον διαλαμβάνοντος, τὸ δὲ τῶν κακῶν ὡς ἢ χρόνους ἢ πόνους ἔχει βραχεῖς;

«133. Giacché chi consideri migliore di colui che ha opinioni pie sugli dei e intorno alla morte ha sempre una disposizione impavida e che ha considerato il fine della natura e capisce che il limite dei beni è di facile raggiungimento e accesso, mentre quello dei mali ha tempi o sofferenze brevi?»

  τὴν δὲ ὑπό τινων δεσπότιν εἰσαγομένην πάντων ἀγγέλλοντος ..... ‹ὧν ἃ μὲν κατ' ἀνάγκην ἐστίν,› ἃ δὲ ἀπὸ τύχης, ἃ δὲ παρ' ἡμᾶς, διὰ τὸ τὴν μὲν ἀνάγκην ἀνυπεύθυνον εἶναι, τὴν δὲ τύχην ἄστατον ὁρᾶν, τὸ δὲ παρ' ἡμᾶς ἀδέσποτον, ᾧ καὶ τὸ μεμπτὸν καὶ τὸ ἐναντίον παρακολουθεῖν πέφυκεν.

«E proclamando il potere addotto da alcuni su tutte le cose … delle quali alcune sono per necessità, altre per caso, altre ancora dipendono da noi, per il fatto di vedere che la necessità non rende conto, il caso è instabile, ciò che dipende da noi è libero e da ciò può seguire sia biasimo sia il contrario».

  [134] ἐπεὶ κρεῖττον ἦν τῷ περὶ θεῶν μύθῳ κατακολουθεῖν ἢ τῇ τῶν φυσικῶν εἱμαρμένῃ δουλεύειν· ὁ μὲν γὰρ ἐλπίδα παραιτήσεως ὑπογράφει θεῶν διὰ τιμῆς, ἡ δὲ ἀπαραίτητον ἔχει τὴν ἀνάγκην.

«134. Giacché sarebbe stato meglio seguire i miti sugli dei piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici: gli uni infatti presuppongono una speranza di perdono attraverso gli onori, l'altro invece ha necessità implacabile».

  τὴν δὲ τύχην οὔτε θεόν, ὡς οἱ πολλοὶ νομίζουσιν, ὑπολαμβάνων, ‑ οὐθὲν γὰρ ἀτάκτως θεῷ πράττεται ‑ οὔτε ἀβέβαιον αἰτίαν, ‹οὐκ› οἴεται μὲν γὰρ ἀγαθὸν ἢ κακὸν ἐκ ταύτης πρὸς τὸ μακαρίως ζῆν ἀνθρώποις δίδοσθαι, ἀρχὰς μέντοι μεγάλων ἀγαθῶν ἢ κακῶν ὑπὸ ταύτης χορηγεῖσθαι·

«Non reputando il caso né una divinità, come i più pensano – infatti niente è compiuto dal dio senza ordine – né una causa incerta, non ritiene che agli uomini derivino da questo il bene e il male per il vivere beatamente, anche se ritiene che gli inizi di grandi beni o mali siano istituiti da questo».

 [135] κρεῖττον εἶναι νομίζει εὐλογίστως ἀτυχεῖν ἢ ἀλογίστως εὐτυχεῖν· βέλτιον γὰρ ἐν ταῖς πράξεσι τὸ καλῶς κριθὲν ‹μὴ ὀρθωθῆναι ἢ τὸ μὴ καλῶς κριθὲν› ὀρθωθῆναι διὰ ταύτην.

«135. Egli considera che sia meglio essere sfortunati razionalmente che essere fortunati irrazionalmente: infatti nelle azioni è meglio che ciò che è stato ben giudicato non abbia successo piuttosto che ciò che non è stato ben giudicato abbia successo grazie a questo (il caso)».

  Ταῦτα οὖν καὶ τὰ τούτοις συγγενῆ μελέτα πρὸς σεαυτὸν ἡμέρας καὶ νυκτὸς ‹καὶ› πρὸς τὸν ὅμοιον σεαυτῷ, καὶ οὐδέποτε οὔθ' ὕπαρ οὔτ' ὄναρ διαταραχθήσῃ, ζήσῃ δὲ ὡς θεὸς ἐν ἀνθρώποις. οὐθὲν γὰρ ἔοικε θνητῷ ζῴῳ ζῶν ἄνθρωπος ἐν ἀθανάτοις ἀγαθοῖς.

«Dunque medita giorno e notte queste cose e quelle affini a queste tra te e te e con chi è simile a te, e non sarai mai turbato né da sveglio né nel sonno, ma vivrai come un dio tra gli uomini. Infatti in niente assomiglia a un essere mortale un uomo che vive tra beni mortali».

 La lettera completa con traduzione si trova nella sezione «Pagine».





Epicuro – Epistola a Meneceo, 131-132 – testo e traduzione (V)


 Ὅταν οὖν λέγωμεν ἡδονὴν τέλος ὑπάρχειν, οὐ τὰς τῶν ἀσώτων ἡδονὰς καὶ τὰς ἐν ἀπολαύσει κειμένας λέγομεν, ὥς τινες ἀγνοοῦντες καὶ οὐχ ὁμολογοῦντες ἢ κακῶς ἐκδεχόμενοι νομίζουσιν, ἀλλὰ τὸ μήτε ἀλγεῖν κατὰ σῶμα μήτε ταράττεσθαι κατὰ ψυχήν. «Quando dunque diciamo che il piacere è un fine, non diciamo i piaceri dei debosciati e quelli che si trovano nel godimento, come alcuni credono ignorando e non essendo d'accordo o capendo male, ma il non soffrire secondo il corpo e il non essere turbati secondo l'anima»;

 [132] οὐ γὰρ πότοι καὶ κῶμοι συνείροντες οὐδ' ἀπολαύσεις παίδων καὶ γυναικῶν οὐδ' ἰχθύων καὶ τῶν ἄλλων ὅσα φέρει πολυτελὴς τράπεζα, τὸν ἡδὺν γεννᾷ βίον, ἀλλὰ νήφων λογισμὸς καὶ τὰς αἰτίας ἐξερευνῶν πάσης αἱρέσεως καὶ φυγῆς καὶ τὰς δόξας ἐξελαύνων, ἐξ ὧν πλεῖστος τὰς ψυχὰς καταλαμβάνει θόρυβος. «132. infatti non bevute e feste continue né il godimento di fanciulli e donne né di pesci e altre cose quante reca una ricca mensa, generano la dolce vita, ma un ragionamento  sobrio e che indaghi le cause di ogni scelta e rifiuto e che respinga le opinioni, in seguito alle quali moltissimo turbamento prende le le anime».

 Τούτων δὲ πάντων ἀρχὴ καὶ τὸ μέγιστον ἀγαθὸν φρόνησις. διὸ καὶ φιλοσοφίας τιμιώτερον ὑπάρχει φρόνησις, ἐξ ἧς αἱ λοιπαὶ πᾶσαι πεφύκασιν ἀρεταί, διδάσκουσα ὡς οὐκ ἔστιν ἡδέως ζῆν ἄνευ τοῦ φρονίμως καὶ καλῶς καὶ δικαίως, ‹οὐδὲ φρονίμως καὶ καλῶς καὶ δικαίως› ἄνευ τοῦ ἡδέως. συμπεφύκασι γὰρ αἱ ἀρεταὶ τῷ ζῆν ἡδέως καὶ τὸ ζῆν ἡδέως τούτων ἐστὶν ἀχώριστον. «Il principio di tutte queste cose e il massimo bene è la saggezza. Perciò è più preziosa anche della filosofia la saggezza, dalla quale nascono tutte le altre virtù e che insegna che non è possibile vivere con piacere senza il vivere con saggezza, con bellezza e con giustizia, né è possibile vivere con saggezza, bellezza e giustizia senza il vivere con piacere. Infatti le virtù sono connaturale al vivere con piacere e il vivere con piacere è inseparabile da queste».

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martedì 17 settembre 2024

Epicuro – Epistola a Meneceo, 128-131 – testo e traduzione (IV)


Lucrezio, poeta epicureo
Καὶ διὰ τοῦτο τὴν ἡδονὴν ἀρχὴν καὶ τέλος λέγομεν εἶναι τοῦ μακαρίως ζῆν. [129] ταύτην γὰρ ἀγαθὸν πρῶτον καὶ συγγενικὸν ἔγνωμεν, καὶ ἀπὸ ταύτης καταρχόμεθα πάσης αἱρέσεως καὶ φυγῆς, καὶ ἐπὶ ταύτην καταντῶμεν ὡς κανόνι τῷ πάθει πᾶν ἀγαθὸν κρίνοντες.
«E per questo diciamo il piacere principio e fine del vivere beatamente. 129. Infatti sappiamo che questo è il bene primo e nato con noi, e da questo iniziamo ogni scelta e rifiuto, e a questo giungiamo giudicando ogni bene in base con il criterio di ciò che si prova».

 Καὶ ἐπεὶ πρῶτον ἀγαθὸν τοῦτο καὶ σύμφυτον, διὰ τοῦτο καὶ οὐ πᾶσαν ἡδονὴν αἱρούμεθα, ἀλλ' ἔστιν ὅτε πολλὰς ἡδονὰς ὑπερβαίνομεν, ὅταν πλεῖον ἡμῖν τὸ δυσχερὲς ἐκ τούτων ἕπηται· καὶ πολλὰς ἀλγηδόνας ἡδονῶν κρείττους νομίζομεν, ἐπειδὰν μείζων ἡμῖν ἡδονὴ παρακολουθῇ πολὺν χρόνον ὑπομείνασι τὰς ἀλγηδόνας. πᾶσα οὖν ἡδονὴ διὰ τὸ φύσιν ἔχειν οἰκείαν ἀγαθόν, οὐ πᾶσα μέντοι αἱρετή· καθάπερ καὶ ἀλγηδὼν πᾶσα κακόν, οὐ πᾶσα δὲ ἀεὶ φευκτὴ πεφυκυῖα.

«E siccome questo è il bene primo e connaturato, per questo anche non scegliamo ogni piacere, ma è possibile che tralasciamo molti piaceri, qualora da questi derivi a noi molestia maggiore; e consideriamo molte sofferenze migliori dei piaceri, nel caso in cui per noi, che abbiamo sopportato sofferenze per molto tempo, ne consegua un piacere maggiore. Dunque ogni piacere è un bene poiché ha una natura affine a noi, però certamente non ogni piacere è da scegliere; come anche ogni sofferenza è un male, ma non ognuna è per natura da fuggire».

 [130] τῇ μέντοι συμμετρήσει καὶ συμφερόντων καὶ ἀσυμφόρων βλέψει ταῦτα πάντα κρίνειν καθήκει. χρώμεθα γὰρ τῷ μὲν ἀγαθῷ κατά τινας χρόνους ὡς κακῷ, τῷ δὲ κακῷ τοὔμπαλιν ὡς ἀγαθῷ.

«130. Conviene in effetti giudicare tutte queste cose con il calcolo e la considerazione dei vantaggi e degli svantaggi. In certi momenti infatti facciamo la prova di un bene come di un male, e viceversa di un male come di un bene».

 Καὶ τὴν αὐτάρκειαν δὲ ἀγαθὸν μέγα νομίζομεν, οὐχ ἵνα πάντως τοῖς ὀλίγοις χρώμεθα, ἀλλ' ὅπως, ἐὰν μὴ ἔχωμεν τὰ πολλά, τοῖς ὀλίγοις ἀρκώμεθα, πεπεισμένοι γνησίως ὅτι ἥδιστα πολυτελείας ἀπολαύουσιν οἱ ἥκιστα ταύτης δεόμενοι, καὶ ὅτι τὸ μὲν φυσικὸν πᾶν εὐπόριστόν ἐστι, τὸ δὲ κενὸν δυσπόριστον, οἵ τε λιτοὶ χυλοὶ ἴσην πολυτελεῖ διαίτῃ τὴν ἡδονὴν ἐπιφέρουσιν, ὅταν ἅπαν τὸ ἀλγοῦν κατ' ἔνδειαν ἐξαιρεθῇ,

«E consideriamo l'autarchia un gran bene, non per usare sempre il poco, ma per accontentarci del poco se non abbiamo il molto, sinceramente convinti che godono dell'abbondanza nel modo più piacevole coloro i quali ne hanno bisogno il meno possibile, e che ciò che è naturale è facile a procurarsi, ciò che è vano difficile, e che i cibi semplici procurano un piacere uguale a quello di una ricco vitto, qualora sia stato eliminata ogni sofferenza derivante dal bisogno»,

 [131] καὶ μᾶζα καὶ ὕδωρ τὴν ἀκροτάτην ἀποδίδωσιν ἡδονήν, ἐπειδὰν ἐνδέων τις αὐτὰ προσενέγκηται. τὸ συνεθίζειν οὖν ἐν ταῖς ἁπλαῖς καὶ οὐ πολυτελέσι διαίταις καὶ ὑγιείας ἐστὶ συμπληρωτικὸν καὶ πρὸς τὰς ἀναγκαίας τοῦ βίου χρήσεις ἄοκνον ποιεῖ τὸν ἄνθρωπον καὶ τοῖς πολυτελέσιν ἐκ διαλειμμάτων προσερχομένοις κρεῖττον ἡμᾶς διατίθησι καὶ πρὸς τὴν τύχην ἀφόβους παρασκευάζει.

«131. e che il pane e l'acqua restituiscono il piacere più elevato, dopo che ci si sia accostati ad essi avendone bisogno. L'essere dunque abituati a piatti semplici e non ricchi sia è un completamento della salute sia rende l'uomo attivo per i bisogni necessari della vita e ci dispone meglio alle raffinatezze che a intervalli si presentano e ci prepara intrapidi davanti alla sorte».


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Epicuro – Epistola a Meneceo, 127-128 – testo e traduzione (III)

 

Statua di Epicuro
  [127] εἰ μὲν γὰρ πεποιθὼς τοῦτό φησιν, πῶς οὐκ ἀπέρχεται ἐκ τοῦ ζῆν; ἐν ἑτοίμῳ γὰρ αὐτῷ τοῦτ' ἐστίν, εἴπερ ἦν βεβουλευμένον αὐτῷ βεβαίως· εἰ δὲ μωκώμενος, μάταιος ἐν τοῖς οὐκ ἐπιδεχομένοις.
«127. Se infatti dice questo convinto, perché non se ne va dalla vita? Infatti ciò è a portata di mano per lui, se egli ha deciso senza esitazioni; se invece si beffava, è stolto in cose che non lo ammettono».

  Μνημονευτέον δὲ ὡς τὸ μέλλον οὔτε πάντως ἡμέτερον οὔτε πάντως οὐχ ἡμέτερον, ἵνα μήτε πάντως προσμένωμεν ὡς ἐσόμενον μήτε ἀπελπίζωμεν ὡς πάντως οὐκ ἐσόμενον.

«Bisogna ricordare che il futuro non è né del tutto nostro né del tutto non nostro, affinché né lo aspettiamo come cosa che sarà del tutto né disperiamo che non sarà affatto».

  Ἀναλογιστέον δὲ ὡς τῶν ἐπιθυμιῶν αἱ μέν εἰσι φυσικαί, αἱ δὲ κεναί, καὶ τῶν φυσικῶν αἱ μὲν ἀναγκαῖαι, αἱ δὲ φυσικαὶ μόνον· τῶν δὲ ἀναγκαίων αἱ μὲν πρὸς εὐδαιμονίαν εἰσὶν ἀναγκαῖαι, αἱ δὲ πρὸς τὴν τοῦ σώματος ἀοχλησίαν, αἱ δὲ πρὸς αὐτὸ τὸ ζῆν.

«Bisogna considerare poi che dei desideri alcuni sono naturali, altri vani, e che di quelli naturali alcuni sono necessari, altri solo naturali; di quelli necessari alcuni sono necessari per la felicità, altri per il benessere del corpo, altri ancora per la vita stessa».

  [128] τούτων γὰρ ἀπλανὴς θεωρία πᾶσαν αἵρεσιν καὶ φυγὴν ἐπανάγειν οἶδεν ἐπὶ τὴν τοῦ σώματος ὑγίειαν καὶ τὴν τῆς ψυχῆς ἀταραξίαν, ἐπεὶ τοῦτο τοῦ μακαρίως ζῆν ἐστι τέλος. τούτου γὰρ χάριν πάντα πράττομεν, ὅπως μήτε ἀλγῶμεν μήτε ταρβῶμεν.

«128. Infatti una retta considerazione di questi sa ricondurre ogni scelta e rifiuto alla salute del corpo e alla tranquillità dell'anima, giacché questo è il fine del vivere beatamente. Infatti per questo facciamo tutte le cose, per non soffrire e per non essere turbati».

  ὅταν δὲ ἅπαξ τοῦτο περὶ ἡμᾶς γένηται, λύεται πᾶς ὁ τῆς ψυχῆς χειμών, οὐκ ἔχοντος τοῦ ζῴου βαδίζειν ὡς πρὸς ἐνδέον τι καὶ ζητεῖν ἕτερον ᾧ τὸ τῆς ψυχῆς καὶ τοῦ σώματος ἀγαθὸν συμπληρώσεται. τότε γὰρ ἡδονῆς χρείαν ἔχομεν, ὅταν ἐκ τοῦ μὴ παρεῖναι τὴν ἡδονὴν ἀλγῶμεν· ‹ὅταν δὲ μὴ ἀλγῶμεν› οὐκέτι τῆς ἡδονῆς δεόμεθα. «Una volta che abbiamo ciò, si dissolve ogni tempesta dell'anima, non dovendo l'essere vivente procedere come verso qualcosa di mancante né dovendone cercare un'altra con cui riempirà il bene dell'anima e del corpo. Allora infatti abbiamo bisogno del piacere, quando soffriamo per il fatto che il piacere non è presente; quando però non soffriamo, non abbiamo più bisogno del piacere».


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lunedì 16 settembre 2024

Epicuro – Epistola a Meneceo, 124-126 – testo e traduzione (II)

 

Busto di Epicuro
 (Pergamonmuseum, Berlino)

  Συνέθιζε δὲ ἐν τῷ νομίζειν μηδὲν πρὸς ἡμᾶς εἶναι τὸν θάνατον· ἐπεὶ πᾶν ἀγαθὸν καὶ κακὸν ἐν αἰσθήσει· στέρησις δέ ἐστιν αἰσθήσεως ὁ θάνατος. ὅθεν γνῶσις ὀρθὴ τοῦ μηθὲν εἶναι πρὸς ἡμᾶς τὸν θάνατον ἀπολαυστὸν ποιεῖ τὸ τῆς ζωῆς θνητόν, οὐκ ἄπειρον προστιθεῖσα χρόνον, ἀλλὰ τὸν τῆς ἀθανασίας ἀφελομένη πόθον. «Abituati a pensare che nulla è per noi la morte, poiche ogni bene e male risiede nella percezione: la morte è privazione della percezione. Quindi una retta conoscenza del fatto che nulla è per noi la morte rende la mortalità della vita godibile, non aggiungendo tempo infinito, ma eliminando il desiderio dell'immortalità».

  [125] οὐθὲν γάρ ἐστιν ἐν τῷ ζῆν δεινὸν τῷ κατειληφότι γνησίως τὸ μηδὲν ὑπάρχειν ἐν τῷ μὴ ζῆν δεινόν. ὥστε μάταιος ὁ λέγων δεδιέναι τὸν θάνατον οὐχ ὅτι λυπήσει παρών, ἀλλ' ὅτι λυπεῖ μέλλων. ὃ γὰρ παρὸν οὐκ ἐνοχλεῖ, προσδοκώμενον κενῶς λυπεῖ. 125. Infatti non c'è niente di terribile nel vivere per chi ha sinceramente compreso che non c'è niente di terribile nel non vivere. Sicché è sciocco chi dice di temere la morte non perché farà soffrire quando sarà presente, ma perché fa soffrire essendo destinata ad arrivare. Infatti ciò che presente non inquieta, quando è atteso fa soffrire vanamente.

  τὸ φρικωδέστατον οὖν τῶν κακῶν ὁ θάνατος οὐθὲν πρὸς ἡμᾶς, ἐπειδήπερ ὅταν μὲν ἡμεῖς ὦμεν, ὁ θάνατος οὐ πάρεστιν, ὅταν δὲ ὁ θάνατος παρῇ, τόθ' ἡμεῖς οὐκ ἐσμέν. οὔτε οὖν πρὸς τοὺς ζῶντάς ἐστιν οὔτε πρὸς τοὺς τετελευτηκότας, ἐπειδήπερ περὶ οὓς μὲν οὐκ ἔστιν, οἳ δ' οὐκέτι εἰσίν. «Dunque il più temibile dei mali, la morte, non è niente per noi, proprio perché quando noi siamo, la morte non è presente, quando è presente la morte, allora noi non siamo. Dunque non ha relazioni né coi vivi né coi morti, proprio perché per gli uni non è, gli altri non sono più».

  Ἀλλ' οἱ πολλοὶ τὸν θάνατον ὁτὲ μὲν ὡς μέγιστον τῶν κακῶν φεύγουσιν, ὁτὲ δὲ ὡς ἀνάπαυσιν τῶν ἐν τῷ ζῆν ‹κακῶν αἱροῦνται. «Ma i più ora fuggono la morte come il più grande dei mali, ora la scelgono come cessazione dei mali della vita». 

  ὁ δὲ σοφὸς οὔτε παραιτεῖται τὸ ζῆν› [126] οὔτε φοβεῖται τὸ μὴ ζῆν· οὔτε γὰρ αὐτῷ προσίσταται τὸ ζῆν οὔτε δοξάζεται κακόν εἶναί τι τὸ μὴ ζῆν. ὥσπερ δὲ τὸ σιτίον οὐ τὸ πλεῖστον πάντως ἀλλὰ τὸ ἥδιστον αἱρεῖται, οὕτω καὶ χρόνον οὐ τὸν μήκιστον ἀλλὰ τὸν ἥδιστον καρπίζεται. «126. Il saggio invece né rifiuta il vivere né teme il non vivere, dato che né gli è molesto il vivere né riterrà un male il non vivere. Come per il cibo non sceglie affatto il più abbondante ma il più piacevole, così anche per il tempo non fruisce del più lungo ma del più piacevole». 

  Ὁ δὲ παραγγέλλων τὸν μὲν νέον καλῶς ζῆν, τὸν δὲ γέροντα καλῶς καταστρέφειν, εὐήθης ἐστὶν οὐ μόνον διὰ τὸ τῆς ζωῆς ἀσπαστόν, ἀλλὰ καὶ διὰ τὸ τὴν αὐτὴν εἶναι μελέτην τοῦ καλῶς ζῆν καὶ τοῦ καλῶς ἀποθνῄσκειν. πολὺ δὲ χείρων καὶ ὁ λέγων· καλὸν μὴ φῦναι, «φύντα δ' ὅπως ὤκιστα πύλας Ἀίδαο περῆσαι». «Chi poi esorta il giovane a vivere bene e il vecchio a morire bene, è sciocco non solo per l'aspetto gradevole della vita, ma anche per il fatto che la pratica del vivere bene e del morire bene è la medesima. Molto peggiore è poi chi dice: bello non essere nato, “ma una volta nato passare al più presto le porte dell'Ade”».


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Epicuro – Epistola a Meneceo, 122-124 – testo e traduzione (I)


      Epicuro, busto marmoreo, copia romana         
dell’originale greco (III-II sec. a.C.)
Londra, British Museum

Ἐπίκουρος Μενοικεῖ χαίρειν.

«Epicuro a Meneceo salute».

[122] Μήτε νέος τις ὢν μελλέτω φιλοσοφεῖν, μήτε γέρων ὑπάρχων κοπιάτω φιλοσοφῶν. οὔτε γὰρ ἄωρος οὐδείς ἐστιν οὔτε πάρωρος πρὸς τὸ κατὰ ψυχὴν ὑγιαῖνον. ὁ δὲ λέγων ἢ μήπω τοῦ φιλοσοφεῖν ὑπάρχειν ὥραν ἢ παρεληλυθέναι τὴν ὥραν, ὅμοιός ἐστιν τῷ λέγοντι πρὸς εὐδαιμονίαν ἢ μὴ παρεῖναι τὴν ὥραν ἢ μηκέτι εἶναι.

«122. Né il giovane indugi a filosofare né il vecchio si stanchi di filosofare. Infatti nessuno è troppo giovane (acerbo) né troppo vecchio (maturo) per la salute dell'anima. Chi dice che non è ancora il momento di filosofare o che il momento è già passato, è simile a chi dice che per la felicità non è questo il momento o che non lo è più».

ὥστε φιλοσοφητέον καὶ νέῳ καὶ γέροντι, τῷ μὲν ὅπως γηράσκων νεάζῃ τοῖς ἀγαθοῖς διὰ τὴν χάριν τῶν γεγονότων, τῷ δὲ ὅπως νέος ἅμα καὶ παλαιὸς ᾖ διὰ τὴν ἀφοβίαν τῶν μελλόντων· μελετᾶν οὖν χρὴ τὰ ποιοῦντα τὴν εὐδαιμονίαν, εἴπερ παρούσης μὲν αὐτῆς πάντα ἔχομεν, ἀπούσης δὲ πάντα πράττομεν εἰς τὸ ταύτην ἔχειν.

«Sicché devono filosofare sia il giovane sia il vecchio, uno affinché invecchiando rimanga giovane di beni grazie alla riconoscenza per il passato (ciò che è stato), l'altro affinché sia giovane insieme e vecchio per non aver paura del futuro (di ciò che sarà); è necessario dunque studiare i fattori che producono la felicità, se essendo essa presente abbiamo tutto, essendo invece assente facciamo tutto per averla».

[123] Ἃ δέ σοι συνεχῶς παρήγγελλον, ταῦτα καὶ πρᾶττε καὶ μελέτα, στοιχεῖα τοῦ καλῶς ζῆν ταῦτ' εἶναι διαλαμβάνων. Πρῶτον μὲν τὸν θεὸν ζῷον ἄφθαρτον καὶ μακάριον νομίζων, ὡς ἡ κοινὴ τοῦ θεοῦ νόησις ὑπεγράφη, μηθὲν μήτε τῆς ἀφθαρσίας ἀλλότριον μήτε τῆς μακαριότητος ἀνοίκειον αὐτῷ πρόσαπτε· πᾶν δὲ τὸ φυλάττειν αὐτοῦ δυνάμενον τὴν μετὰ ἀφθαρσίας μακαριότητα περὶ αὐτὸν δόξαζε.

«123. Le cose a cui ti ho sempre esortato, queste falle e studiale, considerando queste una per una come i fondamenti di una bella vita. Innanzitutto ritenendo la divinità un essere incorruttibile e beato, come il comune intendimento della divinità indica, non attribuirle niente di diverso dall'incorruttibilità e che non sia proprio della beatitudine: immaginati su di essa tutto ciò che può mantenere la sua beatitudine unita all'incorruttibilità».

θεοὶ μὲν γὰρ εἰσίν· ἐναργὴς γὰρ αὐτῶν ἐστιν ἡ γνῶσις· οἵους δ' αὐτοὺς ‹οἱ› πολλοὶ νομίζουσιν, οὐκ εἰσίν· οὐ γὰρ φυλάττουσιν αὐτοὺς οἵους νοοῦσιν. ἀσεβὴς δὲ οὐχ ὁ τοὺς τῶν πολλῶν θεοὺς ἀναιρῶν, ἀλλ' ὁ τὰς τῶν πολλῶν δόξας θεοῖς προσάπτων. [124] οὐ γὰρ προλήψεις εἰσὶν ἀλλ' ὑπολήψεις ψευδεῖς αἱ τῶν πολλῶν ὑπὲρ θεῶν ἀποφάσεις. ἔνθεν αἱ μέγισται βλάβαι [αἴτιαι τοῖς κακοῖς] ἐκ θεῶν ἐπάγονται καὶ ὠφέλειαι. ταῖς γὰρ ἰδίαις οἰκειούμενοι διὰ παντὸς ἀρεταῖς τοὺς ὁμοίους ἀποδέχονται, πᾶν τὸ μὴ τοιοῦτον ὡς ἀλλότριον νομίζοντες.

«Degli dèi infatti esistono: la conoscenza di essi è evidente; tuttavia quali i più li considerano, non esistono; non li mantengono infatti quali li pensano. Empio non è chi confuta gli dèi dei più, ma chi attribuisce agli dèi le opinioni dei più. 124. Infatti non sono premonizioni, ma false congetture i giudizi dei più sugli dèi. Da qui i più grandi danni e vantaggi sono fatti risalire agli dèi. Infatti essi essendo continuamente in intimità con le proprie virtù, accolgono i simili, considerando estraneo tutto ciò che non è tale».

 

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Sapienza silenica – parte 2° – altre testimonianze


Testimonianze di sapienza silenica si trovano sparse un po’ ovunque nella letteratura greca; vediamo altri esempi.

Teognide, 427-30 (metà VI a.C.)

“Πάντων μὲν μὴ φῦναι ἐπιχθονίοισιν ἄριστον” 

μηδ' ἐσιδεῖν αὐγὰς ὀξέος ἠελίου, 

“φύντα δ' ὅπως ὤκιστα πύλας Ἀίδαο περῆσαι” 

καὶ κεῖσθαι πολλὴν γῆν ἐπαμησάμενον. 

«“Di tutte le cose per gli abitanti della terra non essere nato è la migliore“ / né guardare i raggi del sole acuto, / “ma una volta nato varcare il prima possibile le porte dell’Ade” / e giacere dopo aver accumulato molta terra».

I versi di Teognide sono ripresi da Epicuro (342 a.C.-270 a.C.), in Ep. a Meneceo, 126: πολὺ δὲ χείρων καὶ ὁ λέγων· καλὸν μὴ φῦναι, “φύντα δ’ ὅπως ὤκιστα πύλας Ἀίδαο περῆσαι”, «molto meglio anche chi dice: è bello non essere nato, “ma una volta nato varcare il prima possibile le porte dell’Ade”».

Ancora in ERODOTO troviamo due testimonianze.

V, 4, 2 – le usanze dei Trausi, una tribù di Traci:

τὸν μὲν γενόμενον περιιζόμενοι οἱ προσήκοντες ὀλοφύρονται, ὅσα μιν δεῖ ἐπείτε ἐγένετο ἀναπλῆσαι κακά, ἀνηγεόμενοι τὰ ἀνθρωπήια πάντα πάθεα, τὸν δ' ἀπογενόμενον παίζοντές τε καὶ ἡδόμενοι γῇ κρύπτουσι, ἐπιλέγοντες ὅσων κακῶν ἐξαπαλλαχθείς ἐστι ἐν πάσῃ εὐδαιμονίῃ. 
«stando seduti intorno al nato i parenti compiangono quanti mali bisogna che affronti dopo che è nato, elencando tutte le sofferenze umane, mentre coprono di terra il morto scherzando e gioendo, dicendo da quanti mali si è liberato e che si trova in totale felicità».

VII, 45-46, 2-4 – Il pianto di Serse

Ὡς δὲ ὥρα πάντα μὲν τὸν Ἑλλήσποντον ὑπὸ τῶν νεῶν ἀποκεκρυμμένον, πάσας δὲ τὰς ἀκτὰς καὶ τὰ Ἀβυδηνῶν πεδία ἐπίπλεα ἀνθρώπων, ἐνθαῦτα ὁ Ξέρξης ἑωυτὸν ἐμακάρισε, [46] μετὰ δὲ τοῦτο ἐδάκρυσε. 
«Quando vide tutto l’Ellesponto coperto dalle navi, tutte le coste e le pianure di Abido stracolme di uomini, allora Serse si considerò beato, ma dopo pianse».  
«Ἐσῆλθε γάρ με λογισάμενον κατοικτῖραι ὡς βραχὺς εἴη ὁ πᾶς ἀνθρώπινος βίος, εἰ τούτων γε ἐόντων τοσούτων οὐδεὶς ἐς ἑκατοστὸν ἔτος περιέσται.» 
«Mi è venuto nel riflettere da avere pietà del fatto che è breve tutta la vita umana, se di questi che sono così tanti nessuno sopravviverà fra cento anni». 
Ὁ δὲ ἀμείβετο λέγων· «Ἕτερα τούτου παρὰ τὴν ζόην πεπόνθαμεν οἰκτρότερα. Ἐν γὰρ οὕτω βραχέϊ βίῳ οὐδεὶς οὕτω ἄνθρωπος ἐὼν εὐδαίμων πέφυκε, οὔτε τούτων οὔτε τῶν ἄλλων, τῷ οὐ παραστήσεται πολλάκις καὶ οὐκὶ ἅπαξ τεθνάναι βούλεσθαι μᾶλλον ἢ ζώειν. 
«E l’altro (Artabano) rispondeva dicendo: “Altri mali più degni di compassione di questo subiamo lungo la vita. In una vita così breve infatti, nessun uomo è per natura così felice, né tra questi né tra gli altri, a cui non non sia venuto in mente spesso e non una sola volta di voler morire piuttosto che vivere». 
Αἵ τε γὰρ συμφοραὶ προσπίπτουσαι καὶ αἱ νοῦσοι συνταράσσουσαι καὶ βραχὺν ἐόντα μακρὸν δοκέειν εἶναι ποιεῦσι τὸν βίον. Οὕτω ὁ μὲν θάνατος μοχθηρῆς ἐούσης τῆς ζόης καταφυγὴ αἱρετωτάτη τῷ ἀνθρώπῳ γέγονε· ὁ δὲ θεὸς γλυκὺν γεύσας τὸν αἰῶνα φθονερὸς ἐν αὐτῷ εὑρίσκεται ἐών.» 
«Infatti le disgrazie che piombano addosso e le malattie che sconvolgono fanno sembrare lunga una vita che è breve. Così la morte diventa per l’uomo la via di scampo preferibile a un’esistenza che è dolorosa: il dio facendo assaggiare una vita dolce si scopre essere in questo invidioso”».

Continua...