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lunedì 19 gennaio 2026

Platone, «MITO DELLA CAVERNA» – 8° e ultima parte – testo greco e traduzione mia – Maturità 2026

 


517c-e


συνοίομαι, ἔφη, καὶ ἐγώ, ὅν γε δὴ τρόπον δύναμαι. «La penso come te anche io», disse, «almeno nel modo in cui ne sono capace».

 ἴθι τοίνυν, ἦν δ᾽ ἐγώ, καὶ τόδε συνοιήθητι καὶ μὴ θαυμάσῃς ὅτι οἱ ἐνταῦθα ἐλθόντες οὐκ ἐθέλουσιν τὰ τῶν ἀνθρώπων πράττειν, ἀλλ᾽ ἄνω ἀεὶ ἐπείγονται αὐτῶν αἱ ψυχαὶ διατρίβειν: [d] εἰκὸς γάρ που οὕτως, εἴπερ αὖ κατὰ τὴν προειρημένην εἰκόνα τοῦτ᾽ ἔχει. «Su dunque», dissi io, «concorda anche su questo e non meravigliarti del fatto che coloro che sono arrivati a questo punto non vogliono attendere alle faccende degli uomini, ma le loro anime aspirano sempre a trascorrere il tempo lassù: [d] infatti è verosimile che sia  in qualche modo così, se appunto la questione sta secondo la summenzionata immagine».

  εἰκὸς μέντοι, ἔφη. «È certamente verosimile», disse.

 Τί δέ; τόδε οἴει τι θαυμαστόν, εἰ ἀπὸ θείων, ἦν δ' ἐγώ, θεωριῶν ἐπὶ τὰ ἀνθρώπειά τις ἐλθὼν κακὰ ἀσχημονεῖ τε καὶ φαίνεται σφόδρα γελοῖος ἔτι ἀμβλυώττων καὶ πρὶν ἱκανῶς συνήθης γενέσθαι τῷ παρόντι σκότῳ ἀναγκαζόμενος ἐν δικαστηρίοις ἢ ἄλλοθί που ἀγωνίζεσθαι περὶ τῶν τοῦ δικαίου σκιῶν ἢ ἀγαλμάτων ὧν αἱ σκιαί, καὶ διαμιλλᾶσθαι [e] περὶ τούτου, ὅπῃ ποτὲ ὑπολαμβάνεται ταῦτα ὑπὸ τῶν αὐτὴν δικαιοσύνην μὴ πώποτε ἰδόντων; «E che? Pensi che questo sia qualcosa di cui meravigliarsi, se», dissi io, «uno giunto da contemplazioni divine ai mali umani fa una brutta figura e appare molto ridicolo, quando, avendo la vista ancora debole e prima di essersi sufficientemente assuefatto alle presenti tenebre, viene costretto a combattere nei tribunali o da qualche altra parte sulle ombre del giusto o sulle statue di cui ci sono le ombre, e a competere su questo, cioè su come queste cose vengono concepite da coloro che non hanno mai visto la giustizia in sé?».

 Οὐδ’ ὁπωστιοῦν θαυμαστόν, ἔφη. «Non c’è proprio motivo di meravigliarsi».


 Il percorso completo si trova nella sezione «Pagine».


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sabato 17 gennaio 2026

Platone, «MITO DELLA CAVERNA» – 7° parte – testo greco e traduzione con piccolo commento sull’«idea del bene» – Maturità 2026

 

  517-a-c

La Virtù e la Legge, allegoria del Bene ad opera di Raffaello,
che accompagna le rappresentazioni iconografiche del Vero e del Bello nella Stanza della Segnatura ai Musei Vaticani


 ταύτην τοίνυνἦν δ᾽ ἐγώτὴν εἰκόναὦ φίλε Γλαύκων, [b] προσαπτέον ἅπασαν τοῖς ἔμπροσθεν λεγομένοιςτὴν μὲν δι᾽ ὄψεως φαινομένην ἕδραν τῇ τοῦ δεσμωτηρίου οἰκήσει ἀφομοιοῦντατὸ δὲ τοῦ πυρὸς ἐν αὐτῇ φῶς τῇ τοῦ ἡλίου δυνάμει: «Dunque caro Glaucone,» dissi io, «bisogna applicare tutta questa immagine alle cose dette prima, assimilando la sede che appare attraverso la vista alla dimora dei prigionieri, la del fuoco in essa alla potenza del sole»:

 τὴν δὲ ἄνω ἀνάβασιν καὶ θέαν τῶν ἄνω τὴν εἰς τὸν νοητὸν τόπον τῆς ψυχῆς ἄνοδον τιθεὶς οὐχ ἁμαρτήσῃ τῆς γ᾽ ἐμῆς ἐλπίδοςἐπειδὴ ταύτης ἐπιθυμεῖς ἀκούεινθεὸς δέ που οἶδεν εἰ ἀληθὴς οὖσα τυγχάνει. «ponendo poi la salita sopra e la visione delle cose di sopra come l’ascesa dell’anima nella regione intellegibile non ti sbaglierai sulla mia previsione, dato che desideri ascoltarla. Dio sa forse se si trovi ad essere vera».

 τὰ δ᾽ οὖν ἐμοὶ φαινόμενα οὕτω φαίνεταιἐν τῷ γνωστῷ τελευταία ἡ τοῦ [c] ἀγαθοῦ ἰδέα καὶ μόγις ὁρᾶσθαιὀφθεῖσα δὲ συλλογιστέα εἶναι ὡς ἄρα πᾶσι πάντων αὕτη ὀρθῶν τε καὶ καλῶν αἰτία, «Ciò che mi appare dunque così mi appare: nell’ambito del conoscibile si trova all’estremità l’idea del bene1 ed è a stento visibile, ma una volta vista bisogna dedurre che veramente è per tutto quanto questa la causa di tutte le cose giuste e belle»,

 ἔν τε ὁρατῷ φῶς καὶ τὸν τούτου κύριον τεκοῦσαἔν τε νοητῷ αὐτὴ κυρία ἀλήθειαν καὶ νοῦν παρασχομένηκαὶ ὅτι δεῖ ταύτην ἰδεῖν τὸν μέλλοντα ἐμφρόνως πράξειν ἢ ἰδίᾳ ἢ δημοσίᾳ. «avendo generato nel visibile la luce e il suo signore, e nell’intellegibile essendo essa stessa signora in quando offre verità e pensiero, e poi che bisogna che abbia visto questa colui che abbia intenzione di agire con senno vuoi privatamente vuoi pubblicamente».


1 CfrRepubblica 505a: ἡ τοῦ ἀγαθοῦ ἰδέα μέγιστον μάθημα […] εἰ δὲ μὴ ἴσμεν, ἄνευ δὲ ταύτης εἰ ὅτι μάλιστα τἆλλα ἐπισταίμεθα, οἶσθ’ ὅτι οὐδὲν ἡμῖν ὄφελος, «l’idea del bene è il massimo apprendimento […] se non la conosciamo, senza questa, se sappiamo al meglio le altre cose, capisci che niente è per noi un vantaggio». Successivamente poi (VI, 508b-cSocrate istituisce l’analogia tra Sole e Bene ripresa qui nel libro VIIΤοῦτον τοίνυν, ἦν δἐγώ, φάναι με λέγειν τὸν τοῦ ἀγαθοῦ ἔκγονον, ὃν τἀγαθὸν ἐγέννησεν ἀνάλογον ἑαυτῷ, ὅτιπερ αὐτὸ [c] ἐν τῷ νοητῷ τόπῳ πρός τε νοῦν καὶ τὰ νοούμενα, τοῦτο τοῦτον ἐν τῷ ὁρατῷ πρός τε ὄψιν καὶ τὰ ὁρώμενα. «Dunque dì pure che, diss’io, che io affermo che questo è figlio del bene, che il bene generò analogo a se stesso, che quello che il bene nella sfera intellegibile in relazione all’intelletto e ai suoi oggetti, così è il sole nella sfera visibile in relazione alla vista ai suoi oggetti».

Continua...


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mercoledì 14 gennaio 2026

Platone, «MITO DELLA CAVERNA» – 5° parte – testo greco e traduzione mia – Maturita 2026

 

516b-e


Ulisse incontra Achille

καὶ μετὰ ταῦτ᾽ ἂν ἤδη συλλογίζοιτο περὶ αὐτοῦ ὅτι οὗτος ὁ τάς τε ὥρας παρέχων καὶ ἐνιαυτοὺς καὶ πάντα ἐπιτροπεύων [c] τὰ ἐν τῷ ὁρωμένῳ τόπῳ, καὶ ἐκείνων ὧν σφεῖς ἑώρων τρόπον τινὰ πάντων αἴτιος. «E dopo queste cose potrebbe ragionare su di esso, cioè che questo e quello che procura le stagioni e gli anni, e che governa tutte le cose nel luogo che viene visto, ed è causa in qualche modo di tutte quelle cose che (attratto nel caso dell’antecedente, dovrebbe essere acc.) essi vedevano».

δῆλον, ἔφη, ὅτι ἐπὶ ταῦτα ἂν μετ᾽ ἐκεῖνα ἔλθοι. «È chiaro, disse, che dopo quelle (esperienze) giungerebbe a queste (considerazioni)».

τί οὖν; ἀναμιμνῃσκόμενον αὐτὸν τῆς πρώτης οἰκήσεως καὶ τῆς ἐκεῖ σοφίας καὶ τῶν τότε συνδεσμωτῶν οὐκ ἂν οἴει αὑτὸν μὲν εὐδαιμονίζειν τῆς μεταβολῆς, τοὺς δὲ ἐλεεῖν; «E che, dunque? Ricordandosi egli della prima dimora e della sapienza di laggiù e dei compagni di catene di allora non credi che riterrebbe se stesso felice del cambiamento, mentre avrebbe compassione di quelli?»

καὶ μάλα. «Hai voglia!».

τιμαὶ δὲ καὶ ἔπαινοι εἴ τινες αὐτοῖς ἦσαν τότε παρ᾽ ἀλλήλων καὶ γέρα τῷ ὀξύτατα καθορῶντι τὰ παριόντα, καὶ μνημονεύοντι μάλιστα ὅσα τε πρότερα αὐτῶν καὶ ὕστερα [d] εἰώθει καὶ ἅμα πορεύεσθαι, καὶ ἐκ τούτων δὴ δυνατώτατα ἀπομαντευομένῳ τὸ μέλλον ἥξειν, «E se c’erano allora tra loro certi onori e lodi e premi per chi distinguesse con più acutezza gli oggetti che passavano, e ricordasse soprattutto quanti tra quelli erano soliti passare per primi e per ultimi e insieme, e quindi prevedesse il più possibile quello che stava per giungere»,

δοκεῖς ἂν αὐτὸν ἐπιθυμητικῶς αὐτῶν ἔχειν καὶ ζηλοῦν τοὺς παρ᾽ ἐκείνοις τιμωμένους τε καὶ ἐνδυναστεύοντας, ἢ τὸ τοῦ Ὁμήρου ἂν πεπονθέναι καὶ σφόδρα βούλεσθαι «ἐπάρουρον ἐόντα θητευέμεν ἄλλῳ ἀνδρὶ παρ᾽ ἀκλήρῳ» καὶ ὁτιοῦν ἂν πεπονθέναι μᾶλλον ἢ 'κεῖνά τε δοξάζειν καὶ ἐκείνως ζῆν; «credi tu che quello (cioè quello che era uscito dalla caverna) sarebbe desideroso di quelle cose e invidierebbe coloro che sono onorati e che dominano tra quelli, oppure gli capiterebbe il detto di Omero e vorrebbe intensamente “essendo un bifolco servire presso un altro uomo senza beni” e subirebbe qualsiasi sorte piuttosto che congetturare quelle cose e vivere in quel modo?»

[e] Οὕτως, ἔφη, ἔγωγε οἶμαι, πᾶν μᾶλλον πεπονθέναι ἂν δέξασθαι ἢ ζῆν ἐκείνως. «Io almeno penso così, disse, cioè che accetterebbe di subire tutto piuttosto che vivere in quel modo».


 Il verso citato si trova in Odissea, XI, la cosiddetta νέκυια, l’evocazione dei morti. Ulisse incontrando Achille gli dice (vv. 482-485): 

                                                            σεῖο δ᾽, Ἀχιλλεῦ, 
 οὔ τις ἀνὴρ προπάροιθε μακάρτατος οὔτ᾽ ἄρ᾽ ὀπίσσω. 
πρὶν μὲν γάρ σε ζωὸν ἐτίομεν ἶσα θεοῖσιν 
Ἀργεῖοι,  νῦν αὖτε μέγα κρατέεις νεκύεσσιν 
ἐνθάδ᾽ ἐών: τῷ μή τι θανὼν ἀκαχίζευ, Ἀχιλλεῦ.

«Oh Achille, nessun uomo più beato di te né prima né dopo. Prima infatti ti veneravano come gli dèi gli Argivi, ora a tua volta regni grandemente sui morti stando qui; perciò non crucciarti di essere morto, Achille».

A queste parole Achille risponde così (vv. 487-91:

μὴ δή μοι θάνατόν γε παραύδα, φαίδιμ᾽ Ὀδυσσεῦ. 
βουλοίμην κ᾽ ἐπάρουρος ἐὼν θητευέμεν ἄλλῳ, 
ἀνδρὶ παρ᾽ ἀκλήρῳ,  ᾧ μὴ βίοτος πολὺς εἴη, 
ἢ πᾶσιν νεκύεσσι καταφθιμένοισιν ἀνάσσειν.

«Non lodarmi la morte, splendido Odisseo. Preferirei, essendo un bifolco, stare al servizio di un altro, presso un uomo diseredato, che avesse non molto di che vivere, piuttosto che signoreggiare su tutti i morti che si consumano».

È la giustificazione estetica dell’esistenza di cui parla Nietzsche (La nascita della tragedia, cap. 3):

«Quale fu l’immenso bisogno da cui scaturì una così splendente società di esseri olimpici? […] Niente ricorda qui ascesi, spiritualità e dovere: qui parla a noi soltanto un’esistenza rigogliosa, anzi trionfante, in cui tutto ciò che esiste è divinizzato, non importa se sia buono o malvagio… di fronte a questa fantastica dovizia di vita […] con quale filtro magico in corpo questi uomini tracotanti potessero aver goduto la vita, al punto che , dovunque guardassero, rideva loro incontro Elena… «fluttuante in dolce sensualità». […] L'antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine fra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l'uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: 'Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è – morire presto’[…] Il Greco conobbe e sentì i terrori e le atrocità dell’esistenza: per poter comunque vivere, egli dové porre davanti a tutto ciò la splendida nascita sognata degli dèi olimpici. L’enorme diffidenza verso le forze titaniche della natura […] insomma tutta la filosofia del dio silvestre con i suoi esempi mitici, per la quale perirono i melanconici Etruschi – fu dai Greci ogni volta superata, o comunque nascosta e sottratta alla vista, mediante quel mondo artistico intermedio degli dèi olimpici. Fu per poter vivere che i Greci dovettero, per profondissima necessità, creare questi dèi. […] quel popolo […] che aveva un talento così unico per il soffrire, come avrebbe potuto sopportare l’esistenza? […] Così gli dèi giustificano la vita umana vivendola essi stessi – la sola teodicea soddisfacente! L’esistenza sotto il chiaro sole di dèi simili viene sentita come ciò che è in sé desiderabile, e il vero dolore degli uomini omerici si riferisce al dipartirsi da essa, soprattutto al dipartirsene presto: sicché di loro si potrebbe poi dire, invertendo la saggezza silenica, «la cosa peggiore di tutte è per essi di morire presto, la cosa in secondo luogo peggiore è di morire comunque un giorno».  Se una volta risuona il lamento, ciò avviene per Achille dalla breve vita, per l’avvicendarsi e il mutare della stirpe umana come le foglie… Non è indegno neanche del più grande eroe bramare di vivere ancora, fosse pure come lavoratore a giornata. […] Nei Greci la «volontà» volle intuire se stessa nella trasfigurazione del genio e del mondo dell'arte; per glorificarsi le sue creature dovettero sentire se stesse come degne di glorificazione, dovettero rivedere se stesse in una sfera superiore, senza che questo mondo perfetto dell'intuizione agisse come imperativo o come rimprovero. Questa è la sfera della bellezza, dove essi videro le loro immagini in uno specchio, gli dèi olimpici. Con questo rispecchiamento di bellezza la «volontà» ellenica lottò contro il talento, correlativo a quello artistico, del dolore e della saggezza del dolore: e come monumento della sua vittoria ci sta innanzi Omero, l'artista ingenuo».


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martedì 13 gennaio 2026

Platone, «MITO DELLA CAVERNA» – 4° parte – testo greco e traduzione mia – Maturità 2026

 

515e-516b


  [e] οὐκοῦν κἂν εἰ πρὸς αὐτὸ τὸ φῶς ἀναγκάζοι αὐτὸν βλέπειν, ἀλγεῖν τε ἂν τὰ ὄμματα καὶ φεύγειν ἀποστρεφόμενον πρὸς ἐκεῖνα ἃ δύναται καθορᾶν, καὶ νομίζειν ταῦτα τῷ ὄντι σαφέστερα τῶν δεικνυμένων; «E se dunque lo costringesse a guardare verso la luce stessa, (non credi che) soffrirebbe negli occhi e la fuggirebbe girandosi verso quelle cose che riusciva a scorgere e riterrebbe queste realmente più chiare di quelle indicate?»

  οὕτως, ἔφη. «Così è, disse».

  εἰ δέ, ἦν δ᾽ ἐγώ, ἐντεῦθεν ἕλκοι τις αὐτὸν βίᾳ διὰ τραχείας τῆς ἀναβάσεως καὶ ἀνάντους, καὶ μὴ ἀνείη πρὶν ἐξελκύσειεν εἰς τὸ τοῦ ἡλίου φῶς, «Ma se, dissi io, uno lo trascinasse via da là a forza attraverso una salita aspra e ripida, e non lo lasciasse prima di averlo trascinato alla luce del sole»,

  ἆρα οὐχὶ ὀδυνᾶσθαί τε [516] [a] ἂν καὶ ἀγανακτεῖν ἑλκόμενον, καὶ ἐπειδὴ πρὸς τὸ φῶς ἔλθοι, αὐγῆς ἂν ἔχοντα τὰ ὄμματα μεστὰ ὁρᾶν οὐδ᾽ ἂν ἓν δύνασθαι τῶν νῦν λεγομένων ἀληθῶν; «allora (non credi che) soffrirebbe e si adirerebbe di essere trascinato, e dopo che fosse giunto alla luce, avendo gli occhi pieni di bagliore non sarebbe capace vi vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere?»

  οὐ γὰρ ἄν, ἔφη, ἐξαίφνης γε. «Non (riuscirebbe) infatti, disse, almeno su momento».

  συνηθείας δὴ οἶμαι δέοιτ᾽ ἄν, εἰ μέλλοι τὰ ἄνω ὄψεσθαι. «Certo, io credo, avrebbe bisogno di abituarsi (abitudine), se avesse intenzione di vedere le cose in alto».

  καὶ πρῶτον μὲν τὰς σκιὰς ἂν ῥᾷστα καθορῷ, καὶ μετὰ τοῦτο ἐν τοῖς ὕδασι τά τε τῶν ἀνθρώπων καὶ τὰ τῶν ἄλλων εἴδωλα, ὕστερον δὲ αὐτά: «E dapprima scorgerebbe nel modo più facile le ombre, e dopo questo le immagini degli uomini e quelle delle altre cose (riflesse) nelle acque, poi quelle stesse (cioè le cose stesse, non le immagini riflesse):»

  ἐκ δὲ τούτων τὰ ἐν τῷ οὐρανῷ καὶ αὐτὸν τὸν οὐρανὸν νύκτωρ ἂν ῥᾷον θεάσαιτο, προσβλέπων τὸ τῶν [b] ἄστρων τε καὶ σελήνης φῶς, ἢ μεθ᾽ ἡμέραν τὸν ἥλιόν τε καὶ τὸ τοῦ ἡλίου. «a partire da queste poi potrebbe osservare più facilmente le cose nel cielo e il cielo stesso di notte, guardando la luce delle stelle e della luna, invece che di giorno il sole e la luce del sole».

  πῶς δ᾽ οὔ; «Come no?»

  τελευταῖον δὴ οἶμαι τὸν ἥλιον, οὐκ ἐν ὕδασιν οὐδ᾽ ἐν ἀλλοτρίᾳ ἕδρᾳ φαντάσματα αὐτοῦ, ἀλλ᾽ αὐτὸν καθ᾽ αὑτὸν ἐν τῇ αὑτοῦ χώρᾳ δύναιτ᾽ ἂν κατιδεῖν καὶ θεάσασθαι οἷός ἐστιν. «Per ultimo poi, credo, il sole, non le sue immagini nelle acque né in altra sede, ma esso per se stesso nel suo proprio luogo sarebbe capace di scorgerlo e osservare quale è».

  ἀναγκαῖον, ἔφη. «Necessario (è), disse».


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lunedì 12 gennaio 2026

Platone, «MITO DELLA CAVERNA» – 3° parte – testo greco e traduzione mia – Maturità 2026

 

 

515b-e

τί δ᾽ εἰ καὶ ἠχὼ τὸ δεσμωτήριον ἐκ τοῦ καταντικρὺ ἔχοι; ὁπότε τις τῶν  παριόντων φθέγξαιτο, οἴει ἂν ἄλλο τι αὐτοὺς ἡγεῖσθαι τὸ φθεγγόμενον ἢ τὴν παριοῦσαν σκιάν; «E cosa se il carcere avesse anche un’eco dalla parte opposta? Quando uno di coloro che passano parlasse, credi che penserebbero che (sia) qualcos’altro a parlare (ciò che parla) se non l’ombra che passa?»

μὰ Δί᾽ οὐκ ἔγωγ᾽, ἔφη. «Io no, per Zeus, disse».

[c] παντάπασι δή, ἦν δ᾽ ἐγώ, οἱ τοιοῦτοι οὐκ ἂν ἄλλο τι νομίζοιεν τὸ ἀληθὲς ἢ τὰς τῶν σκευαστῶν σκιάς. «In ogni caso, dissi io, tali individui riterrebbero il vero nient’altro che le ombre degli oggetti».

πολλὴ ἀνάγκη, ἔφη. «Molto necessariamente, disse».

σκόπει δή, ἦν δ᾽ ἐγώ, αὐτῶν λύσιν τε καὶ ἴασιν τῶν τε δεσμῶν καὶ τῆς ἀφροσύνης, οἵα τις ἂν εἴη, εἰ φύσει τοιάδε συμβαίνοι αὐτοῖς: «Guarda dunque, dissi io, quale sarebbe di loro la liberazione e la cura dalle catene e dalla stoltezza, se capitasse loro per natura una (situazione) siffatta»:

ὁπότε τις λυθείη καὶ ἀναγκάζοιτο ἐξαίφνης ἀνίστασθαί τε καὶ περιάγειν τὸν αὐχένα καὶ βαδίζειν καὶ πρὸς τὸ φῶς ἀναβλέπειν, πάντα δὲ ταῦτα ποιῶν ἀλγοῖ τε καὶ διὰ τὰς μαρμαρυγὰς ἀδυνατοῖ καθορᾶν ἐκεῖνα ὧν [d] τότε τὰς σκιὰς ἑώρα, «qualora uno fosse liberato e fosse costretto all’improvviso ad alzarsi e a girare il collo e camminare e guardare verso la luce, ma facendo tutte queste cose soffrisse e a causa dei bagliori fosse incapace di scorgere  quelle cose di cui allora vedeva le ombre»,

τί ἂν οἴει αὐτὸν εἰπεῖν, εἴ τις αὐτῷ λέγοι ὅτι τότε μὲν ἑώρα φλυαρίας, νῦν δὲ μᾶλλόν τι ἐγγυτέρω τοῦ ὄντος καὶ πρὸς μᾶλλον ὄντα τετραμμένος ὀρθότερον βλέποι, καὶ δὴ καὶ ἕκαστον τῶν παριόντων δεικνὺς αὐτῷ ἀναγκάζοι ἐρωτῶν ἀποκρίνεσθαι ὅτι ἔστιν; «cosa credi che egli direbbe, se uno gli dicesse che allora vedeva fandonie, mentre ora piuttosto vede più correttamente qualcosa di più vicino alla realtà essendo anche volto a una cosa più reale, e per giunta indicandogli ciascuna delle cose che passano lo costringesse, interrogandolo, a rispondere cosa sia?»

οὐκ οἴει αὐτὸν ἀπορεῖν τε ἂν καὶ ἡγεῖσθαι τὰ τότε ὁρώμενα ἀληθέστερα ἢ τὰ νῦν δεικνύμενα; «Non credi che sarebbe in imbarazzo e crederebbe le cose che allora venivano viste più vere di quelle ora indicate?»

πολύ γ᾽, ἔφη. «Di gran lunga, disse».


continua...


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Platone, «MITO DELLA CAVERNA» – 2° parte – testo greco e traduzione mia – Maturità 2026

 

  514c-515b


ὅρα τοίνυν παρὰ τοῦτο τὸ τειχίον φέροντας ἀνθρώπους σκεύη τε παντοδαπὰ ὑπερέχοντα τοῦ τειχίου καὶ ἀνδριάντας [515] [a] καὶ ἄλλα ζῷα λίθινά τε καὶ ξύλινα καὶ παντοῖα εἰργασμένα, οἷον εἰκὸς τοὺς μὲν φθεγγομένους, τοὺς δὲ σιγῶντας τῶν παραφερόντων. «Guarda ora degli uomini che trasportano lungo questo muretto attrezzi vari che sporgono sopra al muretto e statue e altri animali di pietra e di legno e oggetti (lavorati) di vario tipo, e come è naturale, alcuni parlano, altri tacciono tra i trasportatori».

ἄτοπον, ἔφη, λέγεις εἰκόνα καὶ δεσμώτας ἀτόπους. «Parli di una immagine strana, disse, e di strani prigionieri».

ὁμοίους ἡμῖν, ἦν δ᾽ ἐγώ: τοὺς γὰρ τοιούτους πρῶτον μὲν ἑαυτῶν τε καὶ ἀλλήλων οἴει ἄν τι ἑωρακέναι ἄλλο πλὴν τὰς σκιὰς τὰς ὑπὸ τοῦ πυρὸς εἰς τὸ καταντικρὺ αὐτῶν τοῦ σπηλαίου προσπιπτούσας; «Simili a noi dissi io; infatti questi tali credi innanzitutto che di sé stessi e gli uni degli altri possano vedere altro tranne che le ombre proiettate dal fuoco sulla parte dell’antro davanti a loro»;

πῶς γάρ, ἔφη, εἰ ἀκινήτους γε τὰς κεφαλὰς ἔχειν ἠναγκασμένοι [b] εἶεν διὰ βίου; «Come infatti (potrebbero), disse, se sono costretti ad avere le teste immobili durante la vita?»

τί δὲ τῶν παραφερομένων; οὐ ταὐτὸν τοῦτο; «Cosa (vedrebbero) degli oggetti trasportati? Non forse questa stessa cosa?»

τί μήν; «E cosa dunque?

εἰ οὖν διαλέγεσθαι οἷοί τ᾽ εἶεν πρὸς ἀλλήλους, οὐ ταῦτα ἡγῇ ἂν τὰ ὄντα αὐτοὺς νομίζειν ἅπερ ὁρῷεν; «Se dunque fossero in grado di dialogare tra loro, non credi che essi riterrebbero realtà queste cose che vedessero?»

ἀνάγκη. «Neccessariamente».


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domenica 11 gennaio 2026

Platone, «MITO DELLA CAVERNA» – 1° parte – testo greco e traduzione mia – Maturità 2026

 

Siamo all’inizio del libro VII della Repubblica e Socrate, che sta parlando, si rivolge al suo interlocutore Glaucone. Il mito è tutta una similitudine della condizione umana.


514a-b

 [a] μετὰ ταῦτα δή, εἶπον, ἀπείκασον τοιούτῳ πάθει τὴν ἡμετέραν φύσιν παιδείας τε πέρι καὶ ἀπαιδευσίας. «Dopo di che, dissi, assomiglia a una condizione siffatta la nostra natura a proposito di conoscenza e ignoranza».

 ἰδὲ γὰρ ἀνθρώπους οἷον ἐν καταγείῳ οἰκήσει σπηλαιώδει, ἀναπεπταμένην πρὸς τὸ φῶς τὴν εἴσοδον ἐχούσῃ  μακρὰν παρὰ πᾶν τὸ σπήλαιον, ἐν ταύτῃ ἐκ παίδων ὄντας ἐν δεσμοῖς καὶ τὰ σκέλη καὶ τοὺς αὐχένας, «Guarda infatti degli uomini come  in una  dimora sotterranea simile a una caverna, con l’entrata aperta alla luce grande lungo tutto l’antro, che si trovano in questa fin da bambini in catene nelle gambe e nei colli»,

 ὥστε μένειν τε αὐτοὺς εἴς τε τὸ [b] πρόσθεν μόνον ὁρᾶν, κύκλῳ δὲ τὰς κεφαλὰς ὑπὸ τοῦ δεσμοῦ ἀδυνάτους περιάγειν, φῶς δὲ αὐτοῖς πυρὸς ἄνωθεν καὶ πόρρωθεν καόμενον ὄπισθεν αὐτῶν, μεταξὺ δὲ τοῦ πυρὸς καὶ τῶν δεσμωτῶν ἐπάνω ὁδόν, παρ᾽ ἣν ἰδὲ τειχίον παρῳκοδομημένον, ὥσπερ τοῖς θαυματοποιοῖς πρὸ τῶν ἀνθρώπων πρόκειται τὰ παραφράγματα, ὑπὲρ ὧν τὰ θαύματα δεικνύασιν, «così da stare fermi e da guardare solo davanti incapaci di muovere in giro le teste a causa della catena, poi che la luce di un fuoco bruci per loro dall’alto e da lontano dietro di loro, e una strada, tra il fuoco e i prigionieri, in alto, lungo la quale ecco un muretto costruito, come per i giocolieri davanti agli uomini si trovano dei parapetti, sopra i quali mostrano gli spettacoli».

 ὁρῶ, ἔφη, «Vedo, disse».


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martedì 6 gennaio 2026

Platone – Simposio: l’amore secondo Aristofane

 

Le origini dell'amore secondo Aristofane nel Simposio


Il commediografo (in questo caso personaggio del dialogo) descrive le origini dell'umanità con esseri a forma di palla di tre tipi: androgini, formati da un maschio e una femmina; maschi, formati da due maschi; femmine, formati da due femmine. In tutti e tre i casi le due parti sono attaccate per la schiena. Zeus prese la decisione di tagliarli a metà perché erano diventati troppo potenti e a questo punto Aristofane esprime con le parole che seguono la sua teoria sull’amore.


191e-192a

Ἔστι δὴ οὖν ἐκ τόσου ὁ ἔρως ἔμφυτος ἀλλήλων τοῖς ἀνθρώποις καὶ τῆς ἀρχαίας φύσεως συναγωγεὺς καὶ ἐπιχειρῶν ποιῆσαι ἓν ἐκ δυοῖν καὶ ἰάσασθαι τὴν φύσιν τὴν ἀνθρωπίνην.

«Da allora dunque l’amore è connaturato agli uomini tra loro ed è guida dell’antica natura e spinge a fare uno da due e a guarire la natura umana».

Ἕκαστος οὖν ἡμῶν ἐστιν ἀνθρώπου σύμβολον, ἅτε τετμημένος ὥσπερ αἱ ψῆτται, ἐξ ἑνὸς δύο· ζητεῖ δὴ ἀεὶ τὸ αὑτοῦ ἕκαστος σύμβολον.

«Ciascuno di noi dunque è il contrassegno di un essere umano, in quanto tagliato come le sogliole, da uno due; pertanto ciascuno è sempre alla ricerca del contrassegno di se stesso».

Ὅσοι μὲν οὖν τῶν ἀνδρῶν τοῦ κοινοῦ τμῆμά εἰσιν, ὃ δὴ τότε ἀνδρόγυνον ἐκαλεῖτο, φιλογύναικές τέ εἰσι καὶ οἱ πολλοὶ τῶν μοιχῶν ἐκ τούτου τοῦ γένους γεγόνασιν,

«Quanti dunque tra i maschi sono porzione dell’insieme, che allora era chiamato androgino, sono amanti delle donne e i più tra i seduttori/adulteri nasce da questo genere,»

καὶ ὅσαι αὖ γυναῖκες φίλανδροί τε καὶ μοιχεύτριαι ἐκ τούτου τοῦ γένους γίγνονται.

«e quante donne a loro volta sono amanti dei maschi e adultere derivano da questo genere».

Ὅσαι δὲ τῶν γυναικῶν γυναικὸς τμῆμά εἰσιν, οὐ πάνυ αὗται τοῖς ἀνδράσι τὸν νοῦν προσέχουσιν,

«Quante invece tra le donne sono porzione di donna, queste non prestano affatto attenzione ai maschi,»

ἀλλὰ μᾶλλον πρὸς τὰς γυναῖκας τετραμμέναι εἰσί, καὶ αἱ ἑταιρίστριαι ἐκ τούτου τοῦ γένους γίγνονται.

«ma piuttosto sono rivolte alle donne e le prostitute derivano da questo genere». 

Ὅσοι δὲ ἄρρενος τμῆμά εἰσι, τὰ ἄρρενα διώκουσι, καὶ τέως μὲν ἂν παῖδες ὦσιν, ἅτε τεμάχια ὄντα τοῦ ἄρρενος, φιλοῦσι τοὺς ἄνδρας καὶ χαίρουσι συγκατακείμενοι καὶ συμπεπλεγμένοι τοῖς ἀνδράσι, καί εἰσιν οὗτοι βέλτιστοι τῶν παίδων καὶ μειρακίων, ἅτε ἀνδρειότατοι ὄντες φύσει.

«Quanti poi sono porzione di un maschio, inseguono i maschi, e finché sono fanciulli, essendo pezzetti di maschio, amano gli uomini e godono nel giacere e nel intrecciarsi con gli uomini, e questi sono i migliori tra i fanciulli e i ragazzi, in quanto sono i più virili per natura».


p.s.

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lunedì 5 gennaio 2026

La nobile menzogna – I nati dalla terra: Platone, Repubblica, III, 412b-417b

 

Premesse del mito


Nel terzo libro della Repubblica Platone, dopo aver affrontato «i caratteri dell’educazione e della cultura» (Οἱ μὲν δὴ τύποι τῆς παιδείας τε καὶ τροφῆς412b) nella sua πόλις ideale, si pone il problema di chi debbano essere «quelli che comanderanno e quelli che saranno comandati» (οἵτινες ἄρξουσί τε καὶ ἄρξονται, 412b).

Sicuramente, dice Socrate, i governanti devono essere più anziani dei sudditi e anche i migliori, in particolare «i migliori custodi dello stato» (φυλακικωτάτους πόλεως, 412c); essi devono essere scelti pertanto tra i custodi, in greco φύλακες, soprattutto in base al criterio dell’amore per ciò che essi ritengono il bene della città. Per questo motivo bisogna saggiare la loro determinazione nel mantenere il proposito, che può essere abbandonato o perché dissuasi o a causa di oblio. Ecco perché (413c-d) ζητητέον τίνες ἄριστοι φύλακες τοῦ παρ' αὑτοῖς δόγματος, τοῦτο ὡς ποιητέον ὃ ἂν τῇ πόλει ἀεὶ δοκῶσι βέλτιστον εἶναι [αὑτοῖς ποιεῖν]. τηρητέον δὴ εὐθὺς ἐκ παίδων προθεμένοις ἔργα ἐν οἷς ἄν τις τὸ τοιοῦτον μάλιστα ἐπιλανθάνοιτο καὶ ἐξαπατῷτο, καὶ τὸν μὲν μνήμονα [d] καὶ δυσεξαπάτητον ἐγκριτέον, τὸν δὲ μὴ ἀποκριτέον, «bisogna cercare quali sono i custodi migliori della propria opinione, e in particolare questo, come debba realizzarsi ciò che ritengano che sia la cosa migliore per la città. Pertanto bisogna tenerli d’occhio fin da bambini proponendo compiti in cui si dimentichi al massimo un siffatto medoto e ci si inganni, e bisogna trascegliere chi si ricorda e non si fa ingannare, mentre l’altro bisogna scartarlo».

Questi dunque sono i principi che dovrebbero essere alla base della scelta dei governanti e dei custodi.

A questo punto Socrate pone una domanda (414b-c):

Τίς ἂν οὖν ἡμῖν, ἦν δἐγώ, μηχανὴ γένοιτο τῶν ψευδῶν τῶν ἐν δέοντι γιγνομένων, ὧν δὴ νῦν ἐλέγομεν, γενναῖόν [c] τι ἓν ψευδομένους πεῖσαι μάλιστα μὲν καὶ αὐτοὺς τοὺς ἄρχοντας, εἰ δὲ μή, τὴν ἄλλην πόλιν;

«Dunque, diss’io, quale espediente potremmo escogitare, tra le menzogne che si presentano al momento opportuno, di cui appunto or ora dicevamo, raccontando cioè una sorta di nobile menzogna, per convincere1 innanzitutto i governanti stessi, se no, almeno il resto della città?».

Ποῖόν τι; ἔφη.

Μηδὲν καινόν, ἦν δἐγώ, ἀλλὰ Φοινικικόν τι, πρότερον μὲν ἤδη πολλαχοῦ γεγονός, ὥς φασιν οἱ ποιηταὶ καὶ πεπείκασιν, ἐφἡμῶν δὲ οὐ γεγονὸς οὐδοἶδα εἰ γενόμενον ἄν, πεῖσαι δὲ συχνῆς πειθοῦς.

Ὡς ἔοικας, ἔφη, ὀκνοῦντι λέγειν.

Δόξω δέ σοι, ἦν δἐγώ, καὶ μάλεἰκότως ὀκνεῖν, ἐπειδὰν εἴπω.

Λέγ', ἔφη, καὶ μὴ φοβοῦ.

«E quale genere di menzogna? disse».

«Nulla di inaudito, dissi io, ma un racconto fenicio2, verificatosi in precedenza già in molti luoghi, come dicono i poeti e ce ne hanno persuaso, ma che da noi non si è verificato né so se potrebbe verificarsi, che del resto richiede una grande persuasione per persuadere».

«Sembri un po’ restio, disse, a parlare».

«Ti sembrerà, dissi io, che sia restio fin troppo a ragione, dopo che avrò parlato».

«Parla allora, disse, e non aver paura».


A questo punto comincia il mito.


[d] Λέγω δή – καίτοι οὐκ οἶδα ὁποίᾳ τόλμῃ ἢ ποίοις λόγοις χρώμενος ἐρῶ – καὶ ἐπιχειρήσω πρῶτον μὲν αὐτοὺς τοὺς ἄρχοντας πείθειν καὶ τοὺς στρατιώτας, ἔπειτα δὲ καὶ τὴν ἄλλην πόλιν, ὡς ἄρ' ἃ ἡμεῖς αὐτοὺς ἐτρέφομέν τε καὶ ἐπαιδεύομεν, ὥσπερ ὀνείρατα ἐδόκουν ταῦτα πάντα πάσχειν τε καὶ γίγνεσθαι περὶ αὐτούς, ἦσαν δὲ τότε τῇ ἀληθείᾳ ὑπὸ γῆς ἐντὸς πλαττόμενοι καὶ τρεφόμενοι καὶ αὐτοὶ καὶ τὰ [e] ὅπλα αὐτῶν καὶ ἡ ἄλλη σκευὴ δημιουργουμένη, ἐπειδὴ δὲ παντελῶς ἐξειργασμένοι ἦσαν, καὶ ἡ γῆ αὐτοὺς μήτηρ οὖσα ἀνῆκεν, καὶ νῦν δεῖ ὡς περὶ μητρὸς καὶ τροφοῦ τῆς χώρας ἐν ᾗ εἰσι βουλεύεσθαί τε καὶ ἀμύνειν αὐτούς, ἐάν τις ἐπ' αὐτὴν ἴῃ, καὶ ὑπὲρ τῶν ἄλλων πολιτῶν ὡς ἀδελφῶν ὄντων καὶ γηγενῶν διανοεῖσθαι.

[d] «Parlo dunque – tuttavia non so con quale audacia o avvalendomi di quali parole lo dirò – e tenterò dapprima di persuadere i governanti stessi e i soldati, poi anche il resto della città, che in effetti le cose in cui li crescevamo e li educavamo, tutto quanto avevano l’impressione di viverlo, come i sogni, e che accadesse intorno a loro, ma in verità allora si trovavano in seno alla terra plasmati e cresciuti, sia essi stessi sia le [e] loro armi e il resto dell’equipaggiamento già fabbricato, e dopo che erano stati del tutto compiuti, ecco che la terra, che è la madre, li lasciò uscire, e ora bisogna che essi si consiglino sulla terra in cui sono e la difendano come madre e nutrice, se qualcuno le vada contro, e che pensino agli altri concittadini come a fratelli pure nati dalla terra».

Οὐκ ἐτός, ἔφη, πάλαι ᾐσχύνου τὸ ψεῦδος λέγειν.

«Non senza ragione, disse, da tempo ti vergognavi a dire la menzogna».

[415]

[a] Πάνυ, ἦν δ' ἐγώ, εἰκότως· ἀλλ' ὅμως ἄκουε καὶ τὸ λοιπὸν τοῦ μύθου. ἐστὲ μὲν γὰρ δὴ πάντες οἱ ἐν τῇ πόλει ἀδελφοί, ὡς φήσομεν πρὸς αὐτοὺς μυθολογοῦντες, ἀλλ' ὁ θεὸς πλάττων, ὅσοι μὲν ὑμῶν ἱκανοὶ ἄρχειν, χρυσὸν ἐν τῇ γενέσει συνέμειξεν αὐτοῖς, διὸ τιμιώτατοί εἰσιν· ὅσοι δ' ἐπίκουροι, ἄργυρον· σίδηρον δὲ καὶ χαλκὸν τοῖς τε γεωργοῖς καὶ τοῖς ἄλλοις δημιουργοῖς.

[415]

[a] «Ma certo, dissi io, che avevo ragione; ma comunque ascolta anche il resto del mito. Infatti tutti voi nella città siete fratelli, come diremo loro con un mito, ma il dio nel plasmarvi, in quanti di voi sono capaci di comandare, alla nascita  mescolò oro, perciò sono i più preziosi; in quanti sono guardiani argento; ferro e bronzo nei contadini e negli altri artigiani».

ἅτε οὖν συγγενεῖς ὄντες πάντες τὸ μὲν πολὺ ὁμοίους ἂν ὑμῖν αὐτοῖς γεννῷτε, [b] ἔστι δ' ὅτε ἐκ χρυσοῦ γεννηθείη ἂν ἀργυροῦν καὶ ἐξ ἀργύρου χρυσοῦν ἔκγονον καὶ τἆλλα πάντα οὕτως ἐξ ἀλλήλων.

«Siccome dunque siete tutti imparentati tra voi, in genere potete generare figli molto simi a voi stessi, [b] talvolta però da oro può essere generata prole d’argento e da argento prole d’oro e tutti gli altri metalli così l’uno dall’altro».

τοῖς οὖν ἄρχουσι καὶ πρῶτον καὶ μάλιστα παραγγέλλει ὁ θεός, ὅπως μηδενὸς οὕτω φύλακες ἀγαθοὶ ἔσονται μηδ' οὕτω σφόδρα φυλάξουσι μηδὲν ὡς τοὺς ἐκγόνους, ὅτι αὐτοῖς τούτων ἐν ταῖς ψυχαῖς παραμέμεικται, καὶ ἐάν τε σφέτερος ἔκγονος ὑπόχαλκος ἢ ὑποσίδηρος γένηται, μηδενὶ [c] τρόπῳ κατελεήσουσιν, ἀλλὰ τὴν τῇ φύσει προσήκουσαν τιμὴν ἀποδόντες ὤσουσιν εἰς δημιουργοὺς ἢ εἰς γεωργούς, καὶ ἂν αὖ ἐκ τούτων τις ὑπόχρυσος ἢ ὑπάργυρος φυῇ, τιμήσαντες ἀνάξουσι τοὺς μὲν εἰς φυλακήν, τοὺς δὲ εἰς ἐπικουρίαν, ὡς χρησμοῦ ὄντος τότε τὴν πόλιν διαφθαρῆναι, ὅταν αὐτὴν ὁ σιδηροῦς φύλαξ ἢ ὁ χαλκοῦς φυλάξῃ. τοῦτον οὖν τὸν μῦθον ὅπως ἂν πεισθεῖεν, ἔχεις τινὰ μηχανήν;

«Dunque ai governanti prima di tutto e più di tutto il dio prescrive di essere buoni osservatori di nessuno e di non osservare nessuno così come i figli, per vedere quale di questi metalli sia stato mescolato nelle anime loro, e qualora loro figlio nasca con del bronzo o del ferro, in nessun [c] modo avranno pietà, ma attribuendo il valore che si addice alla loro natura li respingeranno tra gli artigiano o i contadini, e se viceversa da questi nascesse uno con dell’oro o dell’argento, valorizzandoli eleveranno gli uni al ruolo di custode, gli altri a quello di guardia, dato che c’è un oracolo secondo cui allora la città va in rovina, qualora la custodirà il costode di ferro o di bronzo. Hai un espediente dunque perché si persuadano di questo mito?».

[d] Οὐδαμῶς, ἔφη, ὅπως γ' ἂν αὐτοὶ οὗτοι· ὅπως μεντἂν οἱ τούτων ὑεῖς καὶ οἱ ἔπειτα οἵ τ' ἄλλοι ἄνθρωποι οἱ ὕστερον.

«Perché si persuadano proprio questi, disse, minimamente; eventualmente i figli di questi e i nipoti e gli altri uomini a seguire».

Ἀλλὰ καὶ τοῦτο, ἦν δ' ἐγώ, εὖ ἂν ἔχοι πρὸς τὸ μᾶλλον αὐτοὺς τῆς πόλεώς τε καὶ ἀλλήλων κήδεσθαι· σχεδὸν γάρ τι μανθάνω ὃ λέγεις.

«Ma anche questo, dissi io, potrebbe andare bene perché si prendano maggiormente cura dello stato e gli uni degli altri: comprendo infatti più o meno ciò che dici».


1 Convicere cioè del fatto di appartenere a una classe o all’altra.

2 Allusione alle origini fenicie di Cadmo, il quale giunto a Tebe, dopo aver ucciso il drago, ne seminò i denti: dalla terra nacquero gli Sparti (i Seminati), capostipiti mitici dei nobili Tebani. Uno di essi era Echione, marito di Agave e padre di Penteo, sbranato poi dalle Baccanti guidate dalla madre. Cfr. le Baccanti di Euripidee.g. vv. 263-265, 507, 537 sqq., 1274.


Fin qui il mito propriamente inteso; subito dopo però c’è un importante corollario riguardante le dimore, οἰκήσεις, in cui custodi e governanti dovranno abitare. Dovranno essere in un punto strategico per la difesa della città ma στρατιωτικάς γε, ἀλλοὐ χρηματιστικάς, «da soldati comunque, e non da uomini d’affari». Socrate spiega la differenza ricorrendo a una similitudine: come i pastori allevano cani per proteggere il gregge in modo che non si comportino come lupi sbranandolo, così i custodi non devono approfittarsi dei concittadini che devono proteggere sentendosi superiori. Dunque nella loro educazione, che resta il fattore decisivo, rientrano anche le abitazioni e più in generale il tenore di vita, che devono essere essenziali.

[416b-417b] – Oro e argento nelle anime

Ὅρα δή, εἶπον ἐγώ, εἰ τοιόνδε τινὰ τρόπον δεῖ αὐτοὺς ζῆν τε καὶ οἰκεῖν, εἰ μέλλουσι τοιοῦτοι ἔσεσθαι· πρῶτον μὲν οὐσίαν κεκτημένον μηδεμίαν μηδένα ἰδίαν, ἂν μὴ πᾶσα ἀνάγκη·

«Guarda dunque, dissi io, se bisogna che essi vivano e abitino in un modo siffatto, se hanno intenzione di essere tali1: per prima cosa nessuno sia possessore di nessuna sostanza privata, a meno che non ci sia una completa necessità;»

ἔπειτα οἴκησιν καὶ ταμιεῖον μηδενὶ εἶναι μηδὲν τοιοῦτον, εἰς ὃ οὐ πᾶς ὁ βουλόμενος εἴσεισι· τὰ δἐπιτήδεια, ὅσων δέονται ἄνδρες ἀθληταὶ πολέμου σώφρονές τε καὶ [e] ἀνδρεῖοι, ταξαμένους παρὰ τῶν ἄλλων πολιτῶν δέχεσθαι μισθὸν τῆς φυλακῆς τοσοῦτον ὅσον μήτε περιεῖναι αὐτοῖς εἰς τὸν ἐνιαυτὸν μήτε ἐνδεῖν· φοιτῶντας δὲ εἰς συσσίτια ὥσπερ ἐστρατοπεδευμένους κοινῇ ζῆν·

«poi nessuno abbia una dimora e una dispensa in nessun modo siffatta, nella quale cioè non entri chiunque lo voglia; quanto ai mezzi di sussistenza, di cui hanno bisogno uomini che sono atleti di guerra temperanti e coraggiorsi, devono fissare e ricevere dagli altri concittadini come ricompensa della protezione tanto quanto non sia né superiore né inferiore alle necessità di un anno; devono vivere partecipando a pasti in comune come se fossero in una campagna militare:»

χρυσίον δὲ καὶ ἀργύριον εἰπεῖν αὐτοῖς ὅτι θεῖον παρὰ θεῶν ἀεὶ ἐν τῇ ψυχῇ ἔχουσι καὶ οὐδὲν προσδέονται τοῦ ἀνθρωπείου, οὐδὲ ὅσια τὴν ἐκείνου κτῆσιν τῇ τοῦ θνητοῦ χρυσοῦ κτήσει συμμειγνύντας μιαίνειν, διότι πολλὰ καὶ ἀνόσια περὶ τὸ τῶν [417] [a] πολλῶν νόμισμα γέγονεν, τὸ παρἐκείνοις δὲ ἀκήρατον·

«bisogna dire loro che hanno da sempre nell’anima oro e argento divini, ricevuti dagli dei e non hanno alcun bisogno di quelli umani, e che non è pio contaminare il possesso di quello mischiandolo con il possesso dell’oro mortale, poiché molte empietà sono accadute intorno alla moneta dei più, mentre quella in loro è pura;»

ἀλλὰ μόνοις αὐτοῖς τῶν ἐν τῇ πόλει μεταχειρίζεσθαι καὶ ἅπτεσθαι χρυσοῦ καὶ ἀργύρου οὐ θέμις, οὐδὑπὸ τὸν αὐτὸν ὄροφον ἰέναι οὐδὲ περιάψασθαι οὐδὲ πίνειν ἐξ ἀργύρου ἢ χρυσοῦ. καὶ οὕτω μὲν σῴζοιντό τἂν καὶ σῴζοιεν τὴν πόλιν·

«anzi solo a loro tra i cittadini non è lecito maneggiare e toccare oro e argento, né andare sotto un tetto del medesimo materiale né portarli intorno al collo né bere da argento o oro. E così possono salvarsi e salvare la città;»

ὁπότε δαὐτοὶ γῆν τε ἰδίαν καὶ οἰκίας καὶ νομίσματα κτήσονται, οἰκονόμοι μὲν καὶ γεωργοὶ ἀντὶ φυλάκων ἔσονται, [b] δεσπόται δἐχθροὶ ἀντὶ συμμάχων τῶν ἄλλων πολιτῶν γενήσονται, μισοῦντες δὲ δὴ καὶ μισούμενοι καὶ ἐπιβουλεύοντες καὶ ἐπιβουλευόμενοι διάξουσι πάντα τὸν βίον, πολὺ πλείω καὶ μᾶλλον δεδιότες τοὺς ἔνδον ἢ τοὺς ἔξωθεν πολεμίους, θέοντες ἤδη τότε ἐγγύτατα ὀλέθρου αὐτοί τε καὶ ἡ ἄλλη πόλις. τούτων οὖν πάντων ἕνεκα, ἦν δἐγώ, φῶμεν οὕτω δεῖν κατεσκευάσθαι τοὺς φύλακας οἰκήσεώς τε πέρι καὶ τῶν ἄλλων, καὶ ταῦτα νομοθετήσωμεν.

«quando invece essi possiederanno privatamente terra e case e monete, saranno massai e contadini anziché custodi, [b] diventeranno despoti odiosi anziché alleati degli altri concittadini, quindi trascorreranno tutta la vita odiando ed essendo odiati e ordendo e subendo macchinazioni, temendo con molto maggiore intensità i nemici interni che quelli esterni, correndo a quel punto ormai vicinissimo alla rovina, essi e il resto della città.

Per tutti questi motivi, dunque, dissi io, dovremmo dire che così bisogna che i custodi siano disposti riguardo alla dimora e alle altre cose, e queste leggi dovremmo stabilire, o no?».

Questa sorta di comunismo aristocratico ha un precedente in Cimone, il figlio dell’eroe di Maratona Milziade, stando a quanto ci riferisce Plutarco (Vita di Cimone, 10):

ὁ δὲ τὴν μὲν οἰκίαν τοῖς πολίταις πρυτανεῖον ἀποδείξας κοινόν, ἐν δὲ τῇ χώρᾳ καρπῶν ἑτοίμων ἀπαρχὰς καὶ ὅσα ὧραι καλὰ φέρουσι χρῆσθαι καὶ λαμβάνειν ἅπαντα τοῖς ξένοις παρέχων, τρόπον τινὰ τὴν ἐπὶ Κρόνου μυθολογουμένην [8] κοινωνίαν εἰς τὸν βίον αὖθις κατῆγεν.

«Egli avendo reso la sua casa un edificio pubblico comune per i concittadini, e concedendo nella sua terra agli stranieri di prendere le primizie dei frutti maturi e quante cose belle le stagioni producono, e di avvalersene, in certo modo riportava di nuovo alla vita il comunismo dell’epoca di Crono di cui si favoleggia2».


1 Cioè, come ha detto nella battuta precedente, essere il più miti possibile con se stessi e i cittadini da loro protetti.

2 Cfr. EsiodoOpere e giorni, vv. 109 sqq., dove si parla del mito delle stirpi, a partire da quella dell’oro, sotto il regno di Crono.


p.s.

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