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sabato 17 gennaio 2026

Euripide, Baccanti – quinto episodio (vv. 1075-1094) – testo e traduzione – Maturità 2026

 

ὤφθη δὲ μᾶλλον ἢ κατεῖδε μαινάδας·         1075

ὅσον γὰρ οὔπω δῆλος ἦν θάσσων ἄνω,

καὶ τὸν ξένον μὲν οὐκέτ' εἰσορᾶν παρῆν,

E fu visto lui più che vedere le menadi:
nel lasso di tempo infatti in cui non era visibile ancora, seduto là in alto,
e non era più possibile scorgere lo straniero,

ἐκ δ' αἰθέρος φωνή τις, ὡς μὲν εἰκάσαι

Διόνυσος, ἀνεβόησεν· Ὦ νεάνιδες,

ἄγω τὸν ὑμᾶς κἀμὲ τἀμά τ' ὄργια        1080

γέλων τιθέμενον· ἀλλὰ τιμωρεῖσθέ νιν.

dal cielo una voce, Dioniso stando a quanto si può presumere, levò un grido: “O fanciulle,
porto colui che voi e me e i miei riti
schernisce; ora punitelo!”.

καὶ ταῦθ' ἅμ' ἠγόρευε καὶ πρὸς οὐρανὸν

καὶ γαῖαν ἐστήριξε φῶς σεμνοῦ πυρός.

Diceva queste cose e contemporaneamente tra cielo
e terra si fissò una luce di sacro fuoco.

σίγησε δ' αἰθήρ, σῖγα δ' ὕλιμος νάπη

φύλλ' εἶχε, θηρῶν δ' οὐκ ἂν ἤκουσας βοήν.                 1085

Tacque l’etere, la boscosa valle teneva
silenziose le foglie, non avresti potuto sentire grido di belve.

αἱ δ' ὠσὶν ἠχὴν οὐ σαφῶς δεδεγμέναι

ἔστησαν ὀρθαὶ καὶ διήνεγκαν κόρας.

Quelle, che non avevano colto chiaramente con le orecchie la voce
stettero dritte e agitavano qua e là le pupille.

ὁ δ' αὖθις ἐπεκέλευσεν· ὡς δ' ἐγνώρισαν

σαφῆ κελευσμὸν Βακχίου Κάδμου κόραι

ᾖξαν πελείας ὠκύτητ' οὐχ ἥσσονες                 1090

Egli allora di nuovo le spronò: come compresero
chiaramente il comando di Bacco, le figlie di Cadmo
si lanciarono non inferiori a colomba in velocità

[ποδῶν τρέχουσαι συντόνοις δρομήμασι

μήτηρ Ἀγαυὴ σύγγονοί θ' ὁμόσποροι]

πᾶσαί τε βάκχαι, διὰ δὲ χειμάρρου νάπης

ἀγμῶν τ' ἐπήδων θεοῦ πνοαῖσιν ἐμμανεῖς.

[correndo con vigorose corse di piedi
la madre Agave e le sorelle consanguinee]
e tutte le baccanti, attraverso la valle boscosa solcata da
gonfi torrenti e per i dirupi, balzavano invasate dai soffi del dio.

 

p.s.

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mercoledì 31 dicembre 2025

Seneca, Epistulae, 31 – Le sirene

 

Le Sirene

(Omero, Seneca e Cicerone)


  2. Ad summam sapiens eris, si cluseris aures, quibus ceram parum est obdere: firmiore spissamento opus est quam in sociis usum Ulixem ferunt. Illa vox quae timebatur erat blanda, non tamen publica: at haec quae timenda est non ex uno scopulo sed ex omni terrarum parte circumsonat.

  «2. Insomma, sarai sapiente, se avrai chiuso le orecchie, turare le quali con la cera è poco: ci vuole un tappo più consistente di quello che tramandano che Ulisse usò per i compagni. Quella voce che temeva era seducente, non tuttavia generale: ma quella che deve essere temuta echeggia non da un solo scoglio ma da ogni parte della terra1».

  3. unum bonum est, quod beatae vitae causa et firmamentum est, sibi fidere.

  «3. Uno solo è il bene che è causa e fondamento di una vita beata, avere fiducia in se stessi».

  7. non est viri timere sudorem.

  «7. non è da uomini temere il sudore2».


1 L’episodio delle Sirene si trova in Odissea, XII, vv. 158-200. Diverso è l’uso che ne fa Cicerone (De finibus bonorum et malorum, V, XVIII, 48-49). L’Arpinate lo sfrutta per dimostrare il desiderio di conoscenza innato nell’uomo: Tantus est igitur innatus in nobis cognitionis amor et scientiae, ut nemo dubitare possit quin ad eas res hominum natura nullo emolumento invitata rapiatur, «Tanto grande dunque è in noi l’amore di conoscere e sapere, che nessuno può dubitare che la natura degli uomini non vi sia trascinata attratta da alcun vantaggio». Cicerone fa una serie di esempi al termine dei quali cita Omero: mihi quidem Homerus huius modi quiddam vidisse videatur in iis, quae de Sirenum cantibus finxerit. neque enim vocum suavitate videntur aut novitate quadam et varietate cantandi revocare eos solitae, qui praetervehebantur, sed quia multa se scire profitebantur, ut homines ad earum saxa discendi cupiditate adhaerescerent. ita enim invitant Ulixem, «certo Omero mi pare aver scorto qualcosa del genere in quei versi che compose sui canti delle Sirene. Sembrano solite infatti attirare coloro che pasavano con la nave non grazie alla dolcezza delle voci o una certa novità e diversità del canto, ma poiché dichiaravano di sapere molte cose, per adescare gli uomini sui loro scogli con la brama di imparare. Così infatti attirano Odisseo». Seguono i vv. 184-191 tradotti in latino (in esametri, ma non troppo letteralmente); li riporto con gli originali e una mia traduzione: O decus Argolicum, quin puppim flectis, Ulixes, / Auribus ut nostros possis agnoscere cantus! / Nam nemo haec umquam est transvectus caerula cursu, / Quin prius adstiterit vocum dulcedine captus, / Post variis avido satiatus pectore musis / Doctior ad patrias lapsus pervenerit oras. / Nos grave certamen belli clademque tenemus, / Graecia quam Troiae divino numine vexit, / Omniaque e latis rerum vestigia terris (δεῦρ’ ἄγ’ ἰών, πολύαιν’ Ὀδυσεῦ, μέγα κῦδος Ἀχαιῶν, / νῆα κατάστησον, ἵνα νωϊτέρην ὄπ’ ἀκούσῃς. / οὐ γάρ πώ τις τῇδε παρήλασε νηῒ μελαίνῃ, / πρίν γ’ ἡμέων μελίγηρυν ἀπὸ στομάτων ὄπ’ ἀκοῦσαι, / ἀλλ’ ὅ γε τερψάμενος νεῖται καὶ πλείονα εἰδώς. / ἴδμεν γάρ τοι πάνθ’, ὅσ’ ἐνὶ Τροίῃ εὐρείῃ / Ἀργεῖοι Τρῶές τε θεῶν ἰότητι μόγησαν, / ἴδμεν δ’ ὅσσα γένηται ἐπὶ χθονὶ πουλυβοτείρῃ, «Su, vieni qui, molto famoso Odisseo, grande vanto degli Achei, / arresta la nave, affinché ascolti la nostra voce. / Nessuno mai infatti è passato oltre qui con la nera nave, / prima almeno di aver ascoltato dalle nostre bocche la voce dal suono di miele, / ma rallegratosi riparte e sapendo più cose. / Noi infatti sappiamo tutto quanto nell’ampia Troia / Argivi e Troiani patirono per volere degli dèi, / noi sappiamo tutto quanto avviene sulla terra alma»). Quindi Cicerone conclude: Vidit Homerus probari fabulam non posse, si cantiunculis tantus irretitus vir teneretur; scientiam pollicentur, quam non erat mirum sapientiae cupido patria esse cariorem. Atque omnia quidem scire, cuiuscumque modi sint, cupere curiosorum, duci vero maiorum rerum contemplatione ad cupiditatem scientiae summorum virorum est putandum, «Vide Omero che il mito non poteva essere approvato, se un eroe così grande fosse stato irretito da delle canzonette; promettono il sapere, che non è strano per uno bramoso di sapienza che sia più caro della patria. E in effetti il desiderio di sapere tutte le cose, di qualunque genere siano, è proprio dei curiosi, mentre quello di essere guidati con la contemlazione delle cose più imporanti al desiderio di sapere deve ritenersi proprio degli uomini sommi».

2 Cfr. Esiodo, Opere e giorni, 289-90: τῆς δ' ἀρετῆς ἱδρῶτα θεοὶ προπάροιθεν ἔθηκαν / ἀθάνατοι, «davanti alla virtù hanno posto il sudore gli dèi / immortali».


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mercoledì 17 dicembre 2025

Otium cum dignitate

 

 

L’espressione otium cum dignitate si trova all’inizio del De oratore (I, 1) di Cicerone:

[I] [1] Cogitanti mihi saepe numero et memoria vetera repetenti perbeati fuisse, Quinte frater, illi videri solent, qui in optima re publica, cum et honoribus et rerum gestarum gloria florerent, eum vitae cursum tenere potuerunt, ut vel in negotio sine periculo vel in otio cum dignitate esse possent.

«Riflettendo molto spesso e richiamando alla memoria le cose antiche, fratello Quinto, sono soliti darmi l’impressione di essere stati del tutto felici coloro che in un ottimo stato, quando erano al culmine della carriera e della gloria delle imprese, poterono tenere un corso della vita tale da poter essere attivi politicamente senza pericolo e anche stare in un ozio dignitoso»; due paragrafi oltre chiarisce cosa intenda per otium cum dignitate. Quest’opera è del 55, quando la sua carriera era già finita ma non era stato definitivamente escluso dalla politica e quindi doveva ancora destreggiarsi tra i marosi degli scontri civili, per cui così prosegue: tamen in his vel asperitatibus rerum vel angustiis temporis obsequar studiis nostris et quantum mihi vel fraus inimicorum vel causae amicorum vel res publica tribuet oti, ad scribendum potissimum conferam, «tuttavia nelle difficoltà o se vuoi nella criticità di questi tempi mi dedicherò ai nostri studi e tutto il tempo libero che mi concederanno vuoi la perfidia dei nemici vuoi le difese degli amici vuoi la politica, io lo impiegherò principalmente a scrivere» (3).

Dunque qui la prospettiva è ancora quella di una scelta.

Diversa è la situazione nel De officiis (III, 1-3), scritto alla fine del 44 e pubblicato postumo, quando ormai lo studio non è più una scelta ma una necessità; in questo passo si sente a mio parere emergere un Cicerone autentico, soprattutto per il malinconico paragone con l’Africano: 

[1] P. Scipionem, Marce fili, eum, qui primus Africanus appellatus est, dicere solitum scripsit Cato, qui fuit eius fere aequalis, numquam se minus otiosum esse, quam cum otiosus, nec minus solum, quam cum solus esset. […] Ita duae res, quae languorem adferunt ceteris, illum acuebant, otium et solitudo […] A re publica forensibusque negotiis armis impiis vique prohibiti otium persequimur […] [2] Sed nec hoc otium cum Africani otio nec haec solitudo cum illa comparanda est. Ille enim requiescens a rei publicae pulcherrimis muneribus otium sibi sumebat aliquando […] nostrum autem otium negotii inopia, non requiescendi studio constitutum est. […] Sed quia sic ab hominibus doctis accepimus, non solum ex malis eligere minima oportere, sed etiam excerpere ex his ipsis, si quid inesset boni, propterea et otio fruor […] nec eam solitudinem languere patior, quam mihi adfert necessitas, non voluntas.

«Scipione, o figlio Marco, quello che fu soprannominato Africano, era solito dire, come scrisse Catone che era quasi suo coetaneo, che non era mai meno ozioso di quando era ozioso, né meno solo di quando era solo […] Così due cose che arrecano agli altri fiacchezza, lui lo stimolavano, l’ozio e la solitudine […] Noi  perseguiamo l’ozio senza tregua, esclusi dalla politica e dall’attività del foro per opera di armi empie e della violenza […] Ma né bisogna paragonare questo ozio con l’ozio dell’Africano né questa solitudine con quella. Egli infatti cercando riposo dai più nobili incarichi dello stato prendeva per sé ogni tanto dell’ozio […] il nostro ozio invece è stato stabilito per mancanza di attività non per voglia di riposarsi […] Ma siccome abbiamo imparato così dagli uomini dotti, non solo che bisogna tra i mali scegliere quelli minori, ma anche che da questi stessi bisogna ricavare se vi è compreso qualcosa di buono, appunto per questo traggo profitto dall’ozio […] e non lascio che sia svogliata quella solitudine, che mi porta la necessità, non la volontà».


Infine vediamo la chiusa delle Tusculanae disputationes (di pochi mesi, o settimane, precedenti il De officiis) dove Cicerone rivendica la dignità del suo otium coactum, e anche la sua funzione consolatoria:

[121] Sed quoniam mane est eundum, has quinque dierum disputationes memoria comprehendamus. Equidem me etiam conscripturum arbitror – ubi enim melius uti possumus hoc, cuicuimodi est, otio? –, ad Brutumque nostrum hos libros alteros quinque mittemus, a quo non modo inpulsi sumus ad philosophiae scriptiones, verum etiam lacessiti. In quo quantum ceteris profuturi simus, non facile dixerim, nostris quidem acerbissimis doloribus variisque et undique circumfusis molestiis alia nulla potuit inveniri levatio.

«Ma poiché domani mattina bisogna andarsene, fissiamo con la memoria le discussioni di questi cinque giorni. Per quanto mi riguarda penso che io anche le metterò per iscritto – in cosa infatti possiamo impiegare meglio questo ozio, qualunque ne sia la natura – , e invieremo questi altri cinque libri al nostro Bruto, dal quale non solo sono stato spinto ma addirittura spronato agli scritti di filosofia. E quanto in ciò siamo destinati a giovare agli altri, non saprei dirlo facilmente, ma è certo che per gli amarissimi dolori e le inquietudini che da ogni parte mi circondano non avrebbe potuto essere trovato nessun altro sollievo».


In questa temperie culturale è naturale che anche Sallustio si giustifichi per il fatto di dedicarsi all’ozio.

De Catilinae coniuratione.

[III] 1 Sed in magna copia rerum aliud alii natura iter ostendit. Pulchrum est bene facere rei publicae, etiam bene dicere haud absurdum est; vel pace vel bello clarum fieri licet; et qui fecere et qui facta aliorum scripsere, multi laudantur.

«Ma in una grande abbondanza di attività la natura mostra a uno una strada a un altro un’altra strada. È bello agire bene per lo stato, anche dirne bene non è assurdo; vuoi in pace vuoi in guerra è possibile diventare famosi; sia coloro che hanno agito sia coloro che hanno scritto le azioni degli altri, in molti sono lodati».

2 Ac mihi quidem, tametsi haudquaquam par gloria sequitur scriptorem et actorem rerum, tamen in primis arduum videtur res gestas scribere: primum, quod facta dictis exaequanda sunt; dehinc, quia plerique, quae delicta reprehenderis, malevolentia et invidia dicta putant, ubi de magna virtute atque gloria bonorum memores, quae sibi quisque facilia factu putat, aequo animo accipit, supra ea veluti ficta pro falsis ducit.

«E sebbene una gloria in nessun modo pari segue lo scrittore e l’autore della storia, tuttavia mi sembra particolarmente arduo scrivere le imprese: innanzitutto poiché le parole devono essere adeguate ai fatti; poi perché i più considerano dettati da malignità e invidia le colpe che si possono rimproverare; quando invece si fa menzione della grande virtù e gloria dei valorosi, le cose che ciascuno ritiene facili a farsi da parte sua, le accetta con animo sereno, quelle superiori le considera false, come inventate».

 – facta dictis exaequanda: stesso concetto in Isocrate, Panegirico, XIII: χαλεπόν ἐστιν ἴσους τοὺς λόγους τῷ μεγέθει τῶν ἔργων ἐξευρεῖν, «è difficile trovare le parole adeguate alla grandezza dei fatti».

 – plerique … ducit: Il passo è ispirato al λόγος ἐπιτάφιος di Tucidide, II, 35, 2: χαλεπὸν γὰρ τὸ μετρίως εἰπεῖν ἐν ᾧ μόλις καὶ ἡ δόκησις τῆς ἀληθείας βεβαιοῦται. ὅ τε γὰρ ξυνειδὼς καὶ εὔνους ἀκροατὴς τάχ' ἄν τι ἐνδεεστέρως πρὸς ἃ βούλεταί τε καὶ ἐπίσταται νομίσειε δηλοῦσθαι, ὅ τε ἄπειρος ἔστιν ἃ καὶ πλεονάζεσθαι, διὰ φθόνον, εἴ τι ὑπὲρ τὴν αὑτοῦ φύσιν ἀκούοι. μέχρι γὰρ τοῦδε ἀνεκτοὶ οἱ ἔπαινοί εἰσι περὶ ἑτέρων λεγόμενοι, ἐς ὅσον ἂν καὶ αὐτὸς ἕκαστος οἴηται ἱκανὸς εἶναι δρᾶσαί τι ὧν ἤκουσεν· τῷ δὲ ὑπερβάλλοντι αὐτῶν φθονοῦντες ἤδη καὶ ἀπιστοῦσιν, «È difficile infatti parlare con la giusta misura in una situazione in cui a stento viene confermata la presunzione della verità. Infatti l’ascoltatore consapevole e benevolo potrebbe forse pensare che qualche aspetto sia illustrato in modo piuttosto carente rispetto a ciò che vuole e sa, e quello inesperto, per invidia, che ce ne siano alcuni anche esagerati, se sente qualcosa di al di sopra della propria natura. Fino a questo punto infatti sono tollerabili le lodi pronunciate su altri, nella misura in cui ciascuno pensa di essere capace egli stesso di fare qualcuna delle cose che ha sentito dire; quanto invece a ciò che eccede le proprie capacità provando subito invidia neanche vi credono».

[IV] 1 Igitur ubi animus ex multis miseriis atque periculis requievit et mihi reliquam aetatem a re publica procul habendam decrevi, non fuit consilium socordia atque desidia bonum otium conterere neque vero agrum colundo aut venando servilibus officiis, intentum aetatem agere;

«Dunque, quando l’animo trovò pace in seguito alle molte miserie e pericoli e decisi che dovevo tenere il resto della vita lontano dalla politica, il proposito non fu di consumare un tempo libero prezioso nell’indolenza e nella pigrizia, né del resto di passare la vita dedicandomi a coltivare la terra o cacciare, occupazioni da schiavi».

 – a re publica procul: l’allontanamento dalla politica non fu, con tutta probabilità, una scelta per Sallustio, ma una necessità imposta, come era stato anche per Cicerone

2 sed, a quo incepto studioque me ambitio mala detinuerat, eodem regressus statui res gestas populi Romani carptim, ut quaeque memoria digna videbantur, perscribere, eo magis, quod mihi a spe, metu, partibus rei publicae animus liber erat.

«Invece ritornato a quel medesimo progetto e a quella medesima passione da cui mi aveva distolto una cattiva ambizione, stabilii di mettere per iscritto le imprese del popolo romano per episodi, a seconda di come ciascuna mi sembrava degna di memoria; tanto più per il fatto che l’animo era libero dalla speranza, dalla paura, dalle fazioni politiche».


Infine sentiamo Schopenhauer, Parerga e paralipomena, Aforismi sulla saggezza della vita:

capitolo secondo

La gente comune si preoccupa unicamente di passare il tempo; chi ha un qualche talento pensa invece a utilizzarlo… In tutti i paesi l’attività principale di ogni società è sempre stata il gioco delle carte: esso è la misura del valore di tale società, e la bancarotta dichiarata di tutti i pensieri. Dal momento che non hanno alcun pensiero da scambiarsi, essi si scambiano delle carte…


Otium sine litteris mors est et hominis vivi sepultura» (Seneca, Ep., 82, 3).


È stato infatti sostenuto abbastanza spesso, e non senza verosimiglianza, che l’uomo spiritualmente limitato è in fondo il più felice… Sofocle si è espresso al riguardo in due modi diametralmente opposti:


πολλῷ τὸ φρονεῖν εὐδαιμονίας πρῶτον ὑπάρχει

Sapere longe prima felicitatis pars est

Antig., 1323


e d’altro canto

ἐν τῷ φρονεῖν γὰρ μηδὲν ἥδιστος βίος

Nihil cogitantium iucundissima vita est

Aiax. 550


L’uomo privo di ogni bisogno spirituale è per l’appunto… con un’espressione… in origine tratta dalla vita studentesca… un filisteo. Costui è e rimane cioè l’ἄμουσος ἀνήρ… Costui è dunque un uomo senza bisogni spirituali… Nessun impulso alla conoscenza e alla comprensione, come fini a sé, e neppure nessun impulso verso godimenti propriamente estetici… Egli si sobbarcherà tuttavia, come una specie di lavoro forzato… quelli tra i godimenti di tale specie che gli sono imposti dalla moda o dall’autorità. Per lui i veri piaceri sono soltanto quelli sessuali, ed egli si rivale con questi. Di conseguenza le ostriche e lo champagne sono il punto culminante della sua esistenza, e lo scopo della sua vita consiste nel procurarsi tutto ciò che contribuisca al suo benessere materiale…


p.s.

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giovedì 19 giugno 2025

Versione di maturità – 2025

Il brano è tratto dal De amicitia di Cicerone, capitoli 26-28.

Fornisco per ora una traduzione letterale. Va da sé che la mia è una proposta, ma ci possono essere diverse scelte di resa in italiano.

Amor enim, ex quo amicitia nominata est, princeps est ad benevolentiam coniungendam. 

«L’amore infatti, da cui ha preso il nome l’amicizia, è la principale spinta a conciliare l’affetto».

Nam utilitates quidem etiam ab iis percipiuntur saepe qui simulatione amicitiae coluntur et observantur temporis causa.

«Infatti spesso i vantaggi si ottengono certamente anche da coloro che sono venerati con la simulazione dell’amicizia (simulando l’amicizia) e onorati a seconda delle circostanze».

In amicitia autem nihil fictum est, nihil simulatum et, quidquid est, id est verum et voluntarium.

«Nell’amicizia invece nulla è falso, nulla è simulato e, qualunque cosa ci sia, è vera e volontaria».

[27] Quapropter a natura mihi videtur potius quam ab indigentia orta amicitia, applicatione magis animi cum quodam sensu amandi quam cogitatione quantum illa res utilitatis esset habitura.

«Perciò l’amicizia mi sembra che sia nata da una disposizione naturale piuttosto che dal bisogno, per una propensione dell’animo unita a un  certo sentimento d’amore più che per il pensiero di quanto vantaggio avrà quella cosa».

Quod quidem quale sit, etiam in bestiis quibusdam animadverti potest, quae ex se natos ita amant ad quoddam tempus et ab eis ita amantur ut facile earum sensus appareat.

«E certamente come stia tale questione, lo si può constatare anche in certe bestie, che amano a tal punto le creature nate da loro e a tal punto sono da quelle amate, che facilmente risulta visibile il loro sentimento».

Quod in homine multo est evidentius, primum ex ea caritate quae est inter natos et parentes, quae dirimi nisi detestabili scelere non potest;

«E questa cosa nell’essere umano è molto più evidente, innanzitutto per quell’affetto che c’è tra figli e genitori, che non si può distruggere se non con un crimine abominevole;»

deinde cum similis sensus exstitit amoris, si aliquem nacti sumus cuius cum moribus et natura congruamus, quod in eo quasi lumen aliquod probitatis et virtutis perspicere videamur.

«in secondo luogo quando è sorto un simile sentimento d’amore, se ci siamo imbattuti in qualcuno con i cui costumi e indole siamo in sintonia, poiché in lui crediamo di scorgere una qualche luce per così dire di onestà e virtù».

[28] Nihil est enim virtute amabilius, nihil quod magis adliciat ad diligendum, quippe cum propter virtutem et probitatem etiam eos, quos numquam vidimus, quodam modo diligamus.

«Non c’è niente infatti di più amabile della virtù, niente che attragga di più ad amare, proprio perché grazie alla virtù e all’onestà amiamo in qualche modo anche coloro che non abbiamo mai visto».

venerdì 10 gennaio 2025

Otium cum dignitate

 

L’espressione otium cum dignitate si trova all’inizio del De oratore (I, 1) di Cicerone:

[I] [1] Cogitanti mihi saepe numero et memoria vetera repetenti perbeati fuisse, Quinte frater, illi videri solent, qui in optima re publica, cum et honoribus et rerum gestarum gloria florerent, eum vitae cursum tenere potuerunt, ut vel in negotio sine periculo vel in otio cum dignitate esse possent.

«Riflettendo molto spesso e richiamando alla memoria le cose antiche, fratello Quinto, sono soliti darmi l’impressione di essere stati del tutto felici coloro che in un ottimo stato, quando erano al culmine della carriera e della gloria delle imprese, poterono tenere un corso della vita tale da poter essere attivi politicamente senza pericolo e anche stare in un ozio dignitoso»; due paragrafi oltre chiarisce cosa intenda per otium cum dignitate. Quest’opera è del 55, quando la sua carriera era già finita ma non era stato definitivamente escluso dalla politica e quindi doveva ancora destreggiarsi tra i marosi degli scontri civili, per cui così prosegue: tamen in his vel asperitatibus rerum vel angustiis temporis obsequar studiis nostris et quantum mihi vel fraus inimicorum vel causae amicorum vel res publica tribuet oti, ad scribendum potissimum conferam, «tuttavia nelle difficoltà o se vuoi nella criticità di questi tempi mi dedicherò ai nostri studi e tutto il tempo libero che mi concederanno vuoi la perfidia dei nemici vuoi le difese degli amici vuoi la politica, io lo impiegherò principalmente a scrivere» (3).

Dunque qui la prospettiva è ancora quella di una scelta.

Diversa è la situazione nel De officiis (III, 1-3), scritto alla fine del 44 e pubblicato postumo, quando ormai lo studio non è più una scelta ma una necessità; in questo passo si sente a mio parere emergere un Cicerone autentico, soprattutto per il malinconico paragone con l’Africano: 

[1] P. Scipionem, Marce fili, eum, qui primus Africanus appellatus est, dicere solitum scripsit Cato, qui fuit eius fere aequalis, numquam se minus otiosum esse, quam cum otiosus, nec minus solum, quam cum solus esset. […] Ita duae res, quae languorem adferunt ceteris, illum acuebant, otium et solitudo […] A re publica forensibusque negotiis armis impiis vique prohibiti otium persequimur […] [2] Sed nec hoc otium cum Africani otio nec haec solitudo cum illa comparanda est. Ille enim requiescens a rei publicae pulcherrimis muneribus otium sibi sumebat aliquando […] nostrum autem otium negotii inopia, non requiescendi studio constitutum est. […] Sed quia sic ab hominibus doctis accepimus, non solum ex malis eligere minima oportere, sed etiam excerpere ex his ipsis, si quid inesset boni, propterea et otio fruor […] nec eam solitudinem languere patior, quam mihi adfert necessitas, non voluntas.

«Scipione, o figlio Marco, quello che fu soprannominato Africano, era solito dire, come scrisse Catone che era quasi suo coetaneo, che non era mai meno ozioso di quando era ozioso, né meno solo di quando era solo […] Così due cose che arrecano agli altri fiacchezza, lui lo stimolavano, l’ozio e la solitudine […] Noi  perseguiamo l’ozio senza tregua, esclusi dalla politica e dall’attività del foro per opera di armi empie e della violenza […] Ma né bisogna paragonare questo ozio con l’ozio dell’Africano né questa solitudine con quella. Egli infatti cercando riposo dai più nobili incarichi dello stato prendeva per sé ogni tanto dell’ozio […] il nostro ozio invece è stato stabilito per mancanza di attività non per voglia di riposarsi […] Ma siccome abbiamo imparato così dagli uomini dotti, non solo che bisogna tra i mali scegliere quelli minori, ma anche che da questi stessi bisogna ricavare se vi è compreso qualcosa di buono, appunto per questo traggo profitto dall’ozio […] e non lascio che sia svogliata quella solitudine, che mi porta la necessità, non la volontà».


Infine vediamo la chiusa delle Tusculanae disputationes (di pochi mesi, o settimane, precedenti il De officiis) dove Cicerone rivendica la dignità del suo otium coactum, e anche la sua funzione consolatoria:

[121] Sed quoniam mane est eundum, has quinque dierum disputationes memoria comprehendamus. Equidem me etiam conscripturum arbitror – ubi enim melius uti possumus hoc, cuicuimodi est, otio? –, ad Brutumque nostrum hos libros alteros quinque mittemus, a quo non modo inpulsi sumus ad philosophiae scriptiones, verum etiam lacessiti. In quo quantum ceteris profuturi simus, non facile dixerim, nostris quidem acerbissimis doloribus variisque et undique circumfusis molestiis alia nulla potuit inveniri levatio.

«Ma poiché domani mattina bisogna andarsene, fissiamo con la memoria le discussioni di questi cinque giorni. Per quanto mi riguarda penso che io anche le metterò per iscritto – in cosa infatti possiamo impiegare meglio questo ozio, qualunque ne sia la natura – , e invieremo questi altri cinque libri al nostro Bruto, dal quale non solo sono stato spinto ma addirittura spronato agli scritti di filosofia. E quanto in ciò siamo destinati a giovare agli altri, non saprei dirlo facilmente, ma è certo che per gli amarissimi dolori e le inquietudini che da ogni parte mi circondano non avrebbe potuto essere trovato nessun altro sollievo».


In questa temperie culturale è naturale che anche Sallustio si giustifichi per il fatto di dedicarsi all’ozio.

De Catilinae coniuratione.

[III] 1 Sed in magna copia rerum aliud alii natura iter ostendit. Pulchrum est bene facere rei publicae, etiam bene dicere haud absurdum est; vel pace vel bello clarum fieri licet; et qui fecere et qui facta aliorum scripsere, multi laudantur.

«Ma in una grande abbondanza di attività la natura mostra a uno una strada a un altro un’altra strada. È bello agire bene per lo stato, anche dirne bene non è assurdo; vuoi in pace vuoi in guerra è possibile diventare famosi; sia coloro che hanno agito sia coloro che hanno scritto le azioni degli altri, in molti sono lodati».

2 Ac mihi quidem, tametsi haudquaquam par gloria sequitur scriptorem et actorem rerum, tamen in primis arduum videtur res gestas scribere: primum, quod facta dictis exaequanda sunt; dehinc, quia plerique, quae delicta reprehenderis, malevolentia et invidia dicta putant, ubi de magna virtute atque gloria bonorum memores, quae sibi quisque facilia factu putat, aequo animo accipit, supra ea veluti ficta pro falsis ducit.

«E sebbene una gloria in nessun modo pari segue lo scrittore e l’autore della storia, tuttavia mi sembra particolarmente arduo scrivere le imprese: innanzitutto poiché le parole devono essere adeguate ai fatti; poi perché i più considerano dettati da malignità e invidia le colpe che si possono rimproverare; quando invece si fa menzione della grande virtù e gloria dei valorosi, le cose che ciascuno ritiene facili a farsi da parte sua, le accetta con animo sereno, quelle superiori le considera false, come inventate».

 – facta dictis exaequanda: stesso concetto in Isocrate, Panegirico, XIII: χαλεπόν ἐστιν ἴσους τοὺς λόγους τῷ μεγέθει τῶν ἔργων ἐξευρεῖν, «è difficile trovare le parole adeguate alla grandezza dei fatti».

 – plerique … ducit: Il passo è ispirato al λόγος ἐπιτάφιος di Tucidide, II, 35, 2: χαλεπὸν γὰρ τὸ μετρίως εἰπεῖν ἐν ᾧ μόλις καὶ ἡ δόκησις τῆς ἀληθείας βεβαιοῦται. ὅ τε γὰρ ξυνειδὼς καὶ εὔνους ἀκροατὴς τάχ' ἄν τι ἐνδεεστέρως πρὸς ἃ βούλεταί τε καὶ ἐπίσταται νομίσειε δηλοῦσθαι, ὅ τε ἄπειρος ἔστιν ἃ καὶ πλεονάζεσθαι, διὰ φθόνον, εἴ τι ὑπὲρ τὴν αὑτοῦ φύσιν ἀκούοι. μέχρι γὰρ τοῦδε ἀνεκτοὶ οἱ ἔπαινοί εἰσι περὶ ἑτέρων λεγόμενοι, ἐς ὅσον ἂν καὶ αὐτὸς ἕκαστος οἴηται ἱκανὸς εἶναι δρᾶσαί τι ὧν ἤκουσεν· τῷ δὲ ὑπερβάλλοντι αὐτῶν φθονοῦντες ἤδη καὶ ἀπιστοῦσιν, «È difficile infatti parlare con la giusta misura in una situazione in cui a stento viene confermata la presunzione della verità. Infatti l’ascoltatore consapevole e benevolo potrebbe forse pensare che qualche aspetto sia illustrato in modo piuttosto carente rispetto a ciò che vuole e sa, e quello inesperto, per invidia, che ce ne siano alcuni anche esagerati, se sente qualcosa di al di sopra della propria natura. Fino a questo punto infatti sono tollerabili le lodi pronunciate su altri, nella misura in cui ciascuno pensa di essere capace egli stesso di fare qualcuna delle cose che ha sentito dire; quanto invece a ciò che eccede le proprie capacità provando subito invidia neanche vi credono».


[IV] 1 Igitur ubi animus ex multis miseriis atque periculis requievit et mihi reliquam aetatem a re publica procul habendam decrevi, non fuit consilium socordia atque desidia bonum otium conterere neque vero agrum colundo aut venando servilibus officiis, intentum aetatem agere;

«Dunque, quando l’animo trovò pace in seguito alle molte miserie e pericoli e decisi che dovevo tenere il resto della vita lontano dalla politica, il proposito non fu di consumare un tempo libero prezioso nell’indolenza e nella pigrizia, né del resto di passare la vita dedicandomi a coltivare la terra o cacciare, occupazioni da schiavi».

 – a re publica procul: l’allontanamento dalla politica non fu, con tutta probabilità, una scelta per Sallustio, ma una necessità imposta, come era stato anche per Cicerone

2 sed, a quo incepto studioque me ambitio mala detinuerat, eodem regressus statui res gestas populi Romani carptim, ut quaeque memoria digna videbantur, perscribere, eo magis, quod mihi a spe, metu, partibus rei publicae animus liber erat.

«Invece ritornato a quel medesimo progetto e a quella medesima passione da cui mi aveva distolto una cattiva ambizione, stabilii di mettere per iscritto le imprese del popolo romano per episodi, a seconda di come ciascuna mi sembrava degna di memoria; tanto più per il fatto che l’animo era libero dalla speranza, dalla paura, dalle fazioni politiche».


Infine sentiamo Schopenhauer, Parerga e paralipomena, Aforismi sulla saggezza della vita:

capitolo secondo

La gente comune si preoccupa unicamente di passare il tempo; chi ha un qualche talento pensa invece a utilizzarlo… In tutti i paesi l’attività principale di ogni società è sempre stata il gioco delle carte: esso è la misura del valore di tale società, e la bancarotta dichiarata di tutti i pensieri. Dal momento che non hanno alcun pensiero da scambiarsi, essi si scambiano delle carte…


Otium sine litteris mors est et hominis vivi sepultura» (Seneca, Ep., 82, 3).


È stato infatti sostenuto abbastanza spesso, e non senza verosimiglianza, che l’uomo spiritualmente limitato è in fondo il più felice… Sofocle si è espresso al riguardo in due modi diametralmente opposti:


πολλῷ τὸ φρονεῖν εὐδαιμονίας πρῶτον ὑπάρχει

Sapere longe prima felicitatis pars est

Antig., 1323

e d’altro canto

ἐν τῷ φρονεῖν γὰρ μηδὲν ἥδιστος βίος

Nihil cogitantium iucundissima vita est

Aiax. 550


L’uomo privo di ogni bisogno spirituale è per l’appunto… con un’espressione… in origine tratta dalla vita studentesca… un filisteo. Costui è e rimane cioè l’ἄμουσος ἀνήρ… Costui è dunque un uomo senza bisogni spirituali… Nessun impulso alla conoscenza e alla comprensione, come fini a sé, e neppure nessun impulso verso godimenti propriamente estetici… Egli si sobbarcherà tuttavia, come una specie di lavoro forzato… quelli tra i godimenti di tale specie che gli sono imposti dalla moda o dall’autorità. Per lui i veri piaceri sono soltanto quelli sessuali, ed egli si rivale con questi. Di conseguenza le ostriche e lo champagne sono il punto culminante della sua esistenza, e lo scopo della sua vita consiste nel procurarsi tutto ciò che contribuisca al suo benessere materiale…

venerdì 27 dicembre 2024

La povertà del latino e la ricchezza del greco – Seneca, Epistulae, 55

 

Questa epistola, che inizia dalla constatazione che è difficile esprimere in latino i concetti greci, si snoda su una serie di considerazioni filosofiche che partono da Platone per diventare di carattere più generale.

1. Quanta verborum nobis paupertas, immo egestas sit, numquam magis quam hodierno die intellexi. Mille res inciderunt, cum forte de Platone loqueremur, quae nomina desiderarent nec haberent, quaedam vero <quae> cum habuissent fastidio nostro perdidissent. Quis autem ferat in egestate fastidium?

1. «Quanto sia grande per noi la povertà di parole, anzi la mancanza, non l’ho mai capito più di oggi1. Sono capitati mille concetti, mentre casualmente parlavamo di Platone, che richiedevano delle parole e non l’avevano, certi poi che pur avendolo avuto, lo avevano perduto per il nostro gusto schizzinoso. Chi però può avere gusti schizzinosi nel bisogno?»

7. Magis damnabis angustias Romanas.

7. «A maggior ragione condannerai la limitatezza romana».

[19] Quid sit idea, id est quid Platoni esse videatur, audi: 'idea est eorum quae natura fiunt exemplar aeternum'.

[19] «Cosa sia l’idea, cioè cosa sembra che sia a Platone, ascoltalo: “l’idea è il modello eterno di quelle cose che in natura divengono”».

[22] Nemo nostrum idem est in senectute qui fuit iuvenis; nemo nostrum est idem mane qui fuit pridie. Corpora nostra rapiuntur fluminum more. Quidquid vides currit cum tempore; nihil ex iis quae videmus manet; ego ipse, dum loquor mutari ista, mutatus sum.

[22] «Nessuno di noi è in vecchiaia il medesimo che fu da giovane; nessuno di noi è al mattino il medesimo che fu il giorno prima. I nostri corpi sono trascinati al modo dei fiumi. Tutto ciò che vedi corre insieme al tempo; niente di ciò che vediamo rimane fermo; io stesso, mentre dico che queste cose mutano, sono mutato».

23. Hoc est quod ait Heraclitus: 'in idem flumen bis descendimus et non descendimus’… vis tu non timere ne semel fiat quod cotidie fit!

23. È questo ciò che dice Eraclito2: “nel medesimo fiume per la seconda volta scendiamo e non scendiamo” … tu non devi temere che accada una sola volta ciò che accade tutti i giorni».

25. nos animum aliquando debemus relaxare et quibusdam oblectamentis reficere. Sed ipsa oblectamenta opera sint.

25. «Noi di quando il quando dobbiamo distendere l’animo e ricrearlo con qualche distrazione. Ma le distrazioni stesse siano attività».

32. iucundum est secum esse quam diutissime, cum quis se dignum quo frueretur effecit.

32. «È piacevole stare con se stessi il più a lungo possibile, quando uno si sia reso degno di goderne».

[34] maius periculum sit male vivendi quam cito moriendi.

[34] «È un pericolo maggiore vivere male che morire presto».


1 Le stesse difficoltà di Seneca le aveva lamentate anche Lucrezio: I, 136-139 Nec me animi fallit Graiorum obscura reperta / difficile inlustrare Latinis versibus esse, / multa novis verbis praesertim cum sit agendum / propter egestatem linguae et rerum novitatem, «E non mi sfugge nell’animo che è difficile spiegare / in versi latini le orcure scoperte dei Greci, / specialmente perché bisogna trattarne molte con parole nuove / a causa della povertà della lingia e della novità dei concetti»; Cicerone invece la pensa al contrario: Cicerone, Fin., I, 10 ita sentio et saepe disserui, Latinam linguam non modo non inopem, ut vulgo putarent, sed locupletiorem etiam esse quam Graecam, «così penso, e spesso ne ho discusso, la lingua latina non solo non è povera, come si ritiene comunemente, ma addirittura è più ricca di quella greca»; III, 5 saepe diximus, et quidem cum aliqua querela non Graecorum modo, sed eorum etiam, qui se Graecos magis quam nostros haberi volunt, nos non modo non vinci a Graecis verborum copia, sed esse in ea etiam superiores, «abbiamo detto spesso, e certamente con una certa lamentela non solo dei Greci, ma anche di coloro che vogliono esseri considerati Greci più che dei nostri, che noi non solo non siamo superati dai Greci per abbondanza di vocaboli, ma siamo in essa addirittura superiori»; De nat., I, 8 Complures enim Graecis institutionibus eruditi ea, quae didicerant, cum civibus suis communicare non poterant, quod illa, quae a Graecis accepissent, Latine dici posse diffiderent; quo in genere tantum profecisse videmur, ut a Graecis ne verborum quidem copia vinceremur, «parecchi infatti, eruditi nelle dottrine greche, non potevano rendere partecipi i propri concittadini delle cose che avevano imparato, per il fatto che non credevano che i concetti che avevano appreso dai Greci potessero essere espressi in latino; e in questo campo mi pare che abbiamo fatto tanti progressi da non essere superati dai Greci neppure nell’abbondanza di parole».

2 Eraclito, fr. 49a: ποταμοῖς τοῖς αὐτοῖς ἐμβαίνομεν τε καὶ οὐκ ἐμβαίνομεν, εἶμεν τε καὶ οὐκ εἶμεν, «nei medesimi fiumi entriamo e non entriamo, siamo e non siamo», o in altri termini πάντα ῥεῖ, «tutto scorre» (tale aforisma però non si trova in Eraclito).