sabato 4 luglio 2026

Grande Maturità 2026 al liceo «Minghetti» di Bologna

Perché faccio l’insegnante e perché tornando indietro non cambierei la mia scelta.


Ho frequentato da studente il liceo classico «Galvani»; andavo bene, pur senza sforzarmi eccessivamente, in tutte le materie, ma in particolare in greco, latino e matematica. Potevo dunque scegliere qualsiasi facoltà con buone prospettive di successo ovunque. Inizialmente e per un bel po’ ho pensato a medicina, ma poi, l’ultimo anno, ho deciso per lettere antiche con l’idea di dedicarmi all’insegnamento, perché greco era dove riuscivo meglio.

Non mi sono mai pentito, anzi, penso che non avrei potuto fare scelta migliore e tutti gli anni alla fine di agosto sono contento che le vacanze siano finite e che la scuola ricominci: è un ambiente che mi ha valorizzato, dandomi identità sin dalla terza elementare.


Dal 2015 insegno greco e latino al liceo classico «Minghetti», dove oggi sono terminati gli esami di maturità di due delle mie classi (le altre devono attendere il 2028).

In una classe ho insegnato greco, disciplina assurdamente esclusa quest’anno dall’esame (speriamo nel prossio); nell’altra latino, che invece è stato presente sia nello scritto sia nell’orale, affidato a un commissario esterno.

In entrambe le classi ho insegnato solo gli ultimi due anni, mentre di solito ho la possibilità di impostare il lavoro su un triennio. Tuttavia il rapporto che si è creato è stato così profondo e speciale che ho deciso di seguire da spettatore tutti i colloqui delle due classi.

Scrivo queste poche righe per ringraziare tutti gli studenti per quello che che ho ricevuto da loro, più di quello che ho dato; come ha detto Seneca (Epistulae, 7, 8) homines dum docent discunt, «gli uomini mentre insegnano imparano», e come insegnante e uomo mi sento accresciuto.

Sono queste ricompense che non possono essere confrontabili o sostituibili con altro, men che meno con il denaro. Lo dico per quelli che esitano a scegliere di seguire le proprie inclinazioni per lo scarso credito di cui gode l’insegnante in una buona parte della nostra società. 

Mi manca il terzo anno che non abbiamo fatto, ma sono felice dei due che abbiamo percorso insieme, durante i quali, anche nei bellissimi viaggi di istruzione a Siracusa e in Grecia, le due classi si sono conosciute e hanno stretto amicizia.

Auguro a tutti una vita piena di soddisfazioni.


Una menzione speciale deve essere fatta alla classe in cui ho insegnato latino; da poco hanno pubblicato gli esiti:

  • 6 studenti con 100/centesimi, di cui una lode.
  • 15 studenti su 24 da 90/centesimi in su.
  • una media di 90/centesimi (per la precisione 89,75 ma senza contare la lode).

Per quello che ho potuto vedere con una piccola ricerca, è uno dei risultati migliori d’Italia, ottenuto con disciplina e impegno non senza passione e divertimento.

È la classe migliore della mia quasi trentennale carriera e sono fiero di aver contribuito alla loro παιδεία, così come a quella studenti dell’altra classe, dove per altro spiccano non poche straordinarie individualità (6 su 18 oltre i 90/centesimi, con 3 100/centesimi di cui una lode).


Un forte abbraccio e un grande in bocca al lupo a tutta la compagnia!


p.s.

(per coloro che dovranno decidere cosa fare dopo la terza media)

Tutti gli studenti hanno detto all’inizio del colloquio che lasciano il «Minghetti» con un bellissimo ricordo e che potendo tornare indietro rifarebbero la stessa scelta: è il miglior riconoscimento alla nostra scuola, una grande soddisfazione per noi insegnanti e un bell’incoraggiamento per chi deve fare una scelta.



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venerdì 3 luglio 2026

Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – CAPITOLO 16 – 1° parte

 

 Qui il percorso completo in PDF

(in aggiornamento)

 


Capitolo 16


Con l’esempio storico trattato abbiamo tentato di chiarire come la tragedia perisca per il dileguarsi dello spirito della musica con la stessa certezza con cui soltanto da questo spirito può derivare la sua nascita.


Bisogna dunque ora volgere lo sguardo dai fenomeni della storia a quelli del presente, dove si combatte la lotta tra la sete ottimistica di conoscenza e il bisogno tragico dell’arte.


Parlerò soltanto della  più illustre opposizione alla concezione tragica del mondo […] la scienza, che nella sua più profonda essenza è ottimistica, con a capo il suo progenitore Socrate.


Ricapitoliamo le cognizioni acquisite: a differenza dei più che vedono all’origine dell’arte un principio unico,


Io tengo lo sguardo fisso alle due divinità artistiche dei Greci […] e vedo in loro i vivi e intuitivi rappresentanti di due mondi d’arte […] Apollo […] il genio trasfiguratore del  principium individuationis […] la liberazione nell’illusione; per contro al mistico grido di giubilo di Dioniso la catena dell’individuazione viene spezzata e si apre la via verso le Madri dell’essere, verso l’essenza intima delle cose.


L’unico ad aver compreso questa antitesi tra l’arte plastica in quanto apollinea e la musica in quanto dionisiaca è Schopenhauer (anche se non si avvale della simbologia delle due divinità), e il concetto è poi ripreso da Wagner con l’aggiunta che la musica non si può giudicare con le categorie che valgono per tutte le altri arti. Schopenhauer


ha riconosciuto alla musica un diverso carattere […] non è immagine dell’apparenza, bensì immediatamente immagine della volontà stessa, e dunque rappresenta, rispetto a ogni fisica del mondo, la metafisica, e rispetto a ogni apparenza la cosa in sé.


Bisogna porsi dunque il problema di quale sia l’effetto combinato nell’arte di apollineo e dionisiaco, cioè quale rapporto ci sia tra musica da una parte. immagine e concetto dall’altra. Segue il passo tratto da Il mondo come volontà e rappresentazione (III, 52, pp. 309-311) in cui la questione trova un’esposizione sommamente chiara. Riporto anche io il passo nella traduzione Einaudi, con delle parti evidenziate per chi voglia fare prima:


In conseguenza di tutto ciò, possiamo considerare il mondo fenomenico (la natura) e la musica come due espressioni diverse della stessa cosa, la quale costituisce perciò il solo termine medio nell’analogia tra l’uno e l’altra, la cui conoscenza viene richiesta per considerare quell’analogia. La musica quindi, se la consideriamo come espressione del mondo, è un linguaggio in altissimo grado universale, che addirittura sta all’universalità dei concetti pressappoco come questi ultimi stanno alle singole cose. La sua universalità non è però affatto la vuota universalità dell’astrazione: è di tutt’altro genere, ed è unita a una determinatezza perennemente chiara. È simile in ciò alle figure geometriche e ai numeri, che, in quanto forme universali di tutti i possibili oggetti dell’esperienza e a tutti applicabili a priori, non sono però astratti, ma intuitivi e determinati in generale. Tutte le possibili aspirazioni, eccitazioni ed espressioni della volontà, tutte quelle circostanze che appartengono all’interiorità dell’uomo, che la ragione getta nell’ampio concetto negativo di sentimento, possono essere espresse dalle molte, infinite melodie possibili, ma sempre nell’universalità della pura forma priva di materia, sempre e solo nell’in-sé, non nel fenomeno, quasi fossero l’anima più profonda di quest’ultimo priva del corpo. Questa intima relazione che la musica ha con la vera essenza di tutte le cose ci consente anche di spiegare il fatto che se, in una qualsiasi scena, azione, avvenimento, circostanza, risuona una musica adatta, quest’ultima sembra dischiudercene il senso più segreto e fornircene il commentario più corretto e più chiaro, e anche il fatto che, a chi si sia completamente abbandonato alle impressioni prodotte da una sinfonia, sembra come di vedere trascorrere dinanzi a sé tutte le possibili circostanze della vita e del mondo, sebbene costui non possa, se ci riflette, trovare alcuna somiglianza tra le note che vengono eseguite e le cose che gli passano davanti agli occhi. Questo perché la musica, come abbiamo detto, si distingue da tutte le altre arti nell’essere non un’immagine del fenomeno o, più esattamente, dell’oggettità adeguata della volontà, bensì l’immagine immediata della volontà stessa, e rappresenta perciò l’aspetto metafisico di tutto ciò che nel mondo vi è di fisico, la cosa in sé di tutti i fenomeni. Si potrebbe di conseguenza chiamare il mondo, con uguale legittimità, tanto musica incarnata quanto volontà incarnata; con il che si spiega anche perché la musica riesca a produrre in ogni quadro, anzi in ogni scena della vita e del mondo reali, un significato più alto, che sarà tanto maggiore quanto più la sua melodia sarà analoga all’intimo spirito del fenomeno che è dato. Di qui deriva anche la possibilità di adattare a una musica una poesia, producendo una canzone, una rappresentazione intuitiva sotto forma di pantomima, oppure l’una e l’altra cosa insieme sotto forma di opera lirica. Queste singole immagini della vita umana, adattate al linguaggio universale della musica, non le sono mai connesse né le corrispondono con una necessità stabile, ma stanno con essa solo nella relazione che ha un qualsiasi esempio con un concetto universale; rappresentano, nella determinatezza concreta della realtà, quello stesso che la musica testimonia nell’universalità della semplice forma: le melodie sono infatti, in un certo senso, come i concetti universali, un’astrazione della realtà. Quest’ultima, infatti, ossia il mondo delle cose particolari, fornisce l’intuitivo, il peculiare e l’individuale, il singolo caso, tanto all’universalità dei concetti quanto all’universalità delle melodie, due universalità che però, da un certo punto di vista, si contrappongono l’una all’altra: i concetti contengono solo le prime forme astratte dall’intuizione, quasi la vuota scorza delle cose, e sono dunque delle vere e proprie astrazioni; la musica, invece, ci dà il nocciolo più profondo che precede ogni formazione, ossia il cuore della cosa. Questa relazione può essere espressa correttamente nel linguaggio degli Scolastici dicendo: i concetti sono gli universalia post rem, mentre la musica fornisce gli universalia ante rem, e la realtà gli universalia in re. […] Tuttavia, il fatto che, in generale, sia possibile un rapporto tra una composizione e una raffigurazione intuitiva, poggia, come abbiamo detto, sulla circostanza che l’una e l’altra sono espressioni del tutto diverse della medesima intima essenza del mondo. Ora, qualora in un singolo caso si realizzi effettivamente un rapporto di questo genere, e dunque qualora il compositore abbia saputo esprimere nel linguaggio universale della musica quegli impulsi della volontà che costituiscono il nocciolo di un avvenimento, allora la melodia del Lied e la musica del melodramma risultano fortemente espressive. Quell’analogia che il compositore ha trovato tra questi due elementi deve però provenire dalla conoscenza immediata dell’essenza del mondo, non consapevole delle sue ragioni, e non dev’essere un’imitazione costruita in modo consapevolmente intenzionale, attraverso concetti, poiché in questo caso la musica non sarebbe in grado di esprimerne l’intima essenza, la volontà stessa, ma non farebbe altro che imitarne in modo inadeguato il fenomeno, come sempre fa la musica propriamente imitativa.

giovedì 2 luglio 2026

mercoledì 1 luglio 2026

Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – CAPITOLO 15 completo

 

 Qui il percorso completo in PDF

(in aggiornamento)

 


Capitolo 15

L’uomo teoretico


Bisogna ora spiegare come l’influenza di Socrate si sia allargata sulla posterità […] simile a un’ombra che diventa sempre più grande nel sole della sera, e come essa costringa sempre di nuovo a ricreare l’arte.


Prima di riconoscere il primato dei Greci nell’arte, è capitato a noi nei confronti dei Greci quello che capitò agli Ateniesi nei confronti di Socrate. Quasi sempre si è tentato di liberarsi dei Greci perché rispetto a loro tutto il resto era sbiadito e si riduceva a copia mal riuscita, anzi caricatura. Disturbava l’arroganza di un popolo che qualificava gli altri come barbari.


Chi sono costoro […] che pretendono poi fra i popoli la dignità e il privilegio che spetta al genio fra la massa? Purtroppo non si fu così fortunati da trovare il bicchiere di cicuta […] E così ci si vergogna e si ha paura dei Greci; a meno che uno non stimi la verità sopra tutte le cose e non osi anche dirsela, questa verità, che i Greci cioè tengono in mano come aurighi la nostra e qualsiasi cultura, ma quasi sempre cocchi e cavalli sono di qualità troppo scadente e inadeguati alla gloria dei loro aurighi, i quali considerano allora uno scherzo il cacciare tali cavalli in un abisso, che essi stessi superano col salto d’Achille.


La dignità che a Socrate deve essere riconosciuta per la sua posizione di guida va individuata nell’aver incarnato per la prima volta la forma di esistenza dell’uomo teoretico, che è nostro compito comprendere e analizzare. Egli come l’artista prova un infinito appagamento per ciò che esiste: l’artista gode nel disvelamento della verità, rimanendo però con lo sguardo fisso a ciò che rimane soltanto velo.


L’uomo teoretico gode e si appaga nel togliere il velo e trova il suo supremo fine e piacere nel processo di un disvelamento sempre felice […] Non ci sarebbe nessuna scienza, se a essa importasse solo quell’unica dea nuda… In tal caso infatti i suoi seguaci dovrebbero sentirsi come individui che volessero scavare un foro diritto attraverso la terra.


Non basterebbe cioè una vita per giungere dall’altra parte e inoltre i suoi sforzi sarebbero vanificati da chi, di fianco a lui, scavando il suo buco ,colmasse la parte già scavata. Sarebbe allora comprensibile che ci fosse un terzo a scavare altrove. Se però si dimostrasse che questa via diretta non può giungere agli antipodi, nessuno vorrebbe più scavare, se non accontentandosi di trovare intanto qualche pietra preziosa o legge fisica. Così si svela il segreto della scienza, cioè che l’obiettivo non è la verità ma la sua ricerca.


Accanto a questa conoscenza isolata […] sta però una profonda idea illusoria, che venne al mondo per la prima volta nella persona di Socrate, ossia quell’incrollabile fede che il pensiero giunga, seguendo il filo conduttore della causalità, fin nei più profondi abissi dell’essere, e che il pensiero sia in grado non solo di conoscere, ma addirittura di correggere l’essere. Questa sublime illusione metafisica è data alla scienza come istinto e la conduce sempre di nuovo ai suoi limiti, dove deve convertirsi in arte.


Se guardiamo ora a Socrate in questa chiave ci appare come il primo che seguendo l’istinto scientifico seppe non solo vivere, ma persino morire. La figura di Socrate che muore tranquillo in quanto la scienza ha eliminato la paura della morte indica la strada che ha davanti la scienza, quella cioè che porta a giustificare la vita rendendola comprensibile. A tal scopo comunque quando non basta la ragione deve comunque intervenire il mito. Socrate dunque è il mistagogo della scienza. Il μυσταγωγός è colui che inizia ai misteri. Dopo di lui la scienza assume una dimensione universale e grazie a ciò si diffonde in tutta l’umanità una rete di pensiero comune fino ad arrivare all’altissimo vertice del sapere attuale. Se si considera bene tutto ciò non si può evitare di considerare Socrate come il vertice e il cardine della storia universale: tale forza immane , infatti, impiegata al servizio della conoscenza per scopi universali, se fosse assoggettata a fini pratici ed egoistici avrebbe provocato un susseguirsi di guerre con conseguente indebolimento del piacere di vivere, fino al punto da rendere auspicabile il suicidio e addirittura un’etica del genocidio per pietà.


Di fronte a questo pessimismo pratico, Socrate è il prototipo dell’ottimista teorico che… concede al sapere e alla conoscenza la forza di una medicina universale e vede nell’errore il male in sé… Perfino i fatti morali più sublimi… e quella tranquillità dell’anima… che il Greco apollineo chiamava sophrosyne, derivano… dalla dialettica del sapere […] Chi ha sperimentato in sé il piacere di una conoscenza socratica […] non avvertirà da allora in poi nessun pungolo che possa spingere alla vita più fortemente della brama di perfezione della conquista […] Il Socrate di Platone appare allora come il maestro di una forma del tutto nuova di «serenità greca».


La scienza però, spinta dalle sue illusioni, giunge ai limiti della conoscenza dove il suo ottimismo connaturato alla logica naufraga. L’orrore che scaturisce dalla presa di consapevolezza dei limiti della logica rende allora necessaria la conoscenza tragica, che per essere sopportata ha bisogno del balsamo dell’arte.


p.s.

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