mercoledì 10 giugno 2026

Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – CAPITOLO 11 – completo

 

Qui il percorso completo in PDF

(in aggiornamento)   

 

Capitolo 11

Il suicidio della tragedia


La tragedia greca perì in modo diverso da tutti gli antichi generi d’arte affini: morì suicida, in seguito a un insolubile conflitto, dunque tragicamente, mentre tutti quegli altri scomparvero a tarda età con la morte più bella e tranquilla.


Conforme a natura è morire dolcemente lasciando una bella discendenza, e così è stato per gli altri generi letterari che di epoca in epoca si sono rinnovati; la tragedia invece ha lasciato un vuoto assoluto. Tale è la percezione di Encolpio nel Satyricon di Petronio a proposito della decadenza culturale della sua epoca (cap. 2):


Ac ne carmen quidem sani coloris enituit, sed omnia, quasi eodem cibo pasta, non potuerunt usque ad senectutem canescere.

«E neppure la poesia brillò di un sano colore, ma tutti i generi, quasi si fossero pasciuti del medesimo cibo, non poterono imbiancare fino alla vecchiaia».


Insomma anche in letteratura vale quello che dice Nietzsche di Ulisse (Al di là del bene e del male, 96):


Bisogna congedarsi dalla vita come Odisseo da Nausicaa – piuttosto benedicendola che restando innamorati di essa.


Quando poi nacque un nuovo genere che venerava la tragedia come progenitrice si scoprì con terrore che assomigliava sì alla madre, ma nei lineamenti mostrati nella lotta con la morte combattuta da Euripide: la tragedia,  morendo produsse come sua degenerazione, la commedia attica nuova. Non sorprende pertanto la passione di Filemone e Menandro per Euripide. Ma cosa avevano in comune?


lo spettatore fu portato da Euripide sulla scena… Per opera sua l’uomo della vita quotidiana si spinse, dalla parte riservata agli spettatori, sulla scena; lo specchio, in cui prima venivano riflessi solo i tratti grandi e arditi, mostrò ora quella meticolosa fedeltà che riproduce coscienziosamente anche le linee non riuscite della natura.


Questo è almeno ciò che dicono i personaggi Euripide e Eschilo nelle Rane di Aristofane:


οἰκεῖα πράγματ᾽ εἰσάγων, οἷς χρώμεθ᾽, οἷς ξύνεσμεν,

ἐξ ὧν γ᾽ ἂν ἐξηλεγχόμην: ξυνειδότες γὰρ οὗτοι

ἤλεγχον ἄν μου τὴν τέχνην

«(Ho educato il pubblico) introducendo cose di casa, quelle che usiamo, con cui abbiamo a che fare, / in base alle quali potessi essere messo alla prova; questi infatti, essendo consapevoli / avrebbero potuto confutare la mia arte» (959-61, parla Euripide).


Questa tendenza lo accomuna a Socrate il quale per primo ha introdotto nelle case la filosofia, come dice bene Cicerone, che per questo gli assegna il primato (Tusculanae disputationesV, 4, 10):


Sed ab antiqua philosophia usque ad Socratem, qui Archelaum, Anaxagorae discipulum, audierat, numeri motusque tractabantur, et unde omnia orerentur quove reciderent, studioseque ab is siderum magnitudines intervalla cursus anquirebantur et cuncta caelestia. Socrates autem primus philosophiam devocavit e caelo et in urbibus conlocavit et in domus etiam introduxit et coegit de vita et moribus rebusque bonis et malis quaerere.

«Ma dall’antica filosofia fino a Socrate, che aveva ascoltato Archelao, discepolo di Anassagora, erano trattati i numeri e i moti, e da dove tutte le cose nascessero e dove morissero e con zelo erano ricercati da quelli le grandezze delle stelle le distanze le orbite e tutti i fenomeni celesti. Socrate per primo fece scendere dal cielo la filosofia e la collocò nelle città e la introdusse persino nelle case e costrinse a ricercare sulla vita e sui costumi e sulle cose buone e cattive».


Queste invece il rimprovero di Eschilo (Rane, 1013-17, 1021):


σκέψαι τοίνυν οἵους αὐτοὺς παρ᾽ ἐμοῦ παρεδέξατο πρῶτον,
εἰ γενναίους καὶ τετραπήχεις, καὶ μὴ διαδρασιπολίτας,
μηδ᾽ ἀγοραίους μηδὲ κοβάλους ὥσπερ νῦν μηδὲ πανούργους,
ἀλλὰ πνέοντας δόρυ καὶ λόγχας καὶ λευκολόφους τρυφαλείας
καὶ πήληκας καὶ κνημῖδας καὶ θυμοὺς ἑπταβοείους.
[…]

δρᾶμα ποιήσας Ἄρεως μεστόν

«guarda dunque quali li ha ricevuti da me all'inizio, nobili e belli grossi, / e non cittadini infingardi, né oziosi né cialtroni come ora né furfanti, / ma che spiravano aste e lance e elmi dai bianchi cimieri / e elmi e schinieri e cuori con sette strati di cuoio […] componendo un dramma pieno di Ares».


Quest’ultima affermazione è confermata da Gorgia (24 D-K):


εἶπεν ἓν τῶν δραμάτων αὐτοῦ [Aischylos] μεστὸν Ἄρεως εἶναι, τοὺς Ἑπτὰ ἐπὶ Θήβας.

«disse che uno dei suoi drammi era pieno di Ares, I sette contro Tebe».


Ora Odisseo, il tipico greco dell’arte antica si abbassa diventando il greculo che sopravvisse nello schiavo furbo della commedia.

In effetti Odisseo è multiforme non solo come personaggio nell’Odissea, ma anche nei ruoli che gli vengono attribuiti nella letteratura successiva. Per esempio in Platone può essere visto come una sorta di anticipazione della sensibilità ellenistica che predilige la dimensione individuale e disincantata. Tale è la sua caratterizzazione nel mito di Er (Repubblica, X, 620c-d):


κατὰ τύχην δὲ τὴν Ὀδυσσέως λαχοῦσαν πασῶν ὑστάτην αἱρησομένην ἰέναι, μνήμῃ δὲ τῶν προτέρων πόνων φιλοτιμίας λελωφηκυῖαν ζητεῖν περιιοῦσαν χρόνον πολὺν βίον ἀνδρὸς ἰδιώτου ἀπράγμονος, καὶ μόγις εὑρεῖν κείμενόν που καὶ παρημελημένον ὑπὸ τῶν ἄλλων, καὶ εἰπεῖν ἰδοῦσαν ὅτι τὰ αὐτὰ ἂν ἔπραξεν καὶ πρώτη λαχοῦσα, καὶ ἁσμένην ἑλέσθαι.

«L’anima di Ulisse andava a scegliere sorteggiata per case ultima tra tutte, ma per ricordo delle precedenti sofferenze, guarita dall’ambizione, cercava andando in giro per molto tempo una vita di un uomo privato sfaccendato, e a stento la trovò che giaceva da qualche parte e trascurata dagli altri, e disse vedendola che avrebbe fatto la stessa scelta anche sorteggiata per prima, e la prese contenta».


Pochi anni prima si era così espresso il Pericle di Tucidide (II, 40, 2): ἔνι τε τοῖς αὐτοῖς οἰκείων ἅμα καὶ πολιτικῶν ἐπιμέλεια, καὶ ἑτέροις πρὸς ἔργα τετραμμένοις τὰ πολιτικὰ μὴ ἐνδεῶς γνῶναι· μόνοι γὰρ τόν τε μηδὲν τῶνδε μετέχοντα οὐκ ἀπράγμονα, ἀλλ' ἀχρεῖον νομίζομεν, «Nelle medesime persone c’è la cura degli affari privati e insieme di quelli pubblici, e per gli altri che sono rivolti a delle attività è possibile conoscere le questioni politiche adeguatamente; noi soli consideriamo chi non partecipa in nulla a questi problemi non pacifico, ma inutile».

Qui, forse, nel rovesciare il rapporto tra sfera pubblica e privata, è anticipato quel sentimento di stanchezza post-filosofica di cui parla Snell  (La cultura greca e le origini del pensiero occidentale. Il giocoso in Callimacopagg. 371-372): «Questi poeti ellenistici erano, per dirla in una parola, post-filosofici, mentre i poeti arcaici erano pre-filosofici. La poesia piú antica tende a scoprire sempre nuovi lati dello spirito, e trova perciò una naturale continuazione nella conquista razionale dei campi che aveva da poco scoperto, cioè nella filosofia e nella scienza. Cosí l'epica ha, coi suoi miti eroici, posto le basi della storiografia jonica e formulando il problema dell'ἀρχή (arché) nei poemi teogonici e cosmologici, ha creato le premesse della filosofia jonica della natura. La lirica porta ad Eraclito, il dramma a Socrate e a Platone. Nel momento in cui sorgeva la poesia ellenistica, declinava la grande epoca d'incessante evoluzione dei sistemi filosofici. Il secolo IV aveva visto nascere le opere di Platone, di Aristotele e di Teofrasto, e alla fine del secolo erano state fondate le due scuole filosofiche piú importanti per i tempi futuri: il Giardino di Epicuro e la Stoa di Zenone. La filosofia aveva dunque raggiunto in Grecia i suoi risultati più alti, quando in un nuovo centro spirituale, in Alessandria d'Egitto, residenza dei Tolomei, si formò una cerchia di poeti, fra cui Teocrito e il piú notevole di tutti, Callimaco, i quali portarono la poesia a una nuova fioritura. Post-filosofici sono questi poeti, nel senso che non credono piú nella possibilità di dominare teoreticamente il mondo, e nell'esercizio della poesia, a cui Aristotele aveva ancora riconosciuto un carattere filosofico, si allontanano scetticamente dall’universale e si rivolgono con amore al particolare».


Torniamo a Nietzsche.


Euripide si ascrive a merito nelle Rane di Aristofane di aver liberato coi suoi rimedi casalinghi l’arte tragica dalla sua pomposa corpulenza… lo spettatore vedeva e sentiva ora sulla scena euripidea il suo sosia, e si rallegrava che quello sapesse parlare tanto bene… con Euripide gli spettatori imparavano essi stessi a parlare, e di ciò Euripide stesso si vanta nella gara con Eschilo.


Vediamo i passi di Aristofane:


ἀλλ᾽ ὡς παρέλαβον τὴν τέχνην παρὰ σοῦ τὸ πρῶτον εὐθὺς

οἰδοῦσαν ὑπὸ κομπασμάτων καὶ ῥημάτων ἐπαχθῶν,

ἴσχνανα μὲν πρώτιστον αὐτὴν καὶ τὸ βάρος ἀφεῖλον

«ma quando all'inizio ho ricevuto l'arte da te / gonfia di spavalderie e parole pesanti, / per prima cosa l'ho snellita e ho tolto il peso» (939-941)


ἔπειτα τουτουσὶ λαλεῖν ἐδίδαξα

«poi ho insegnato a questi a chiacchierare» (954)


Con questo cambio di linguaggio creò i presupposti della commedia nuova perché non fu più un segreto come rappresentare la quotidianità sulla scena.


Prendeva ora a parlare la mediocrità cittadina, su cui Euripide fondava tutte le sue speranze politiche.

Di nuovo leggiamo nelle Rane (vv. 948-950, 952):


ἔπειτ᾽ ἀπὸ τῶν πρώτων ἐπῶν οὐδὲνα παρῆκ᾽ ἂν ἀργόν,

ἀλλ᾽ ἔλεγεν ἡ γυνή τέ μοι χὠ δοῦλος οὐδὲν ἧττον,

χὠ δεσπότης χἠ παρθένος χἠ γραῦς ἄν.

«poi fin dalla prime parole non lasciavo nessuno inattivo, / ma parlava la donna per me non meno dello schiavo / e il padrone e la ragazza e la vecchia»

δημοκρατικὸν γὰρ αὔτ᾽ ἔδρων.

«infatti facevo questo democraticamente».

 

Quella che Nietzsche chiama maliziosamente mediocrità cittadina, possiamo definirla attualizzando il concetto classe media a cui in effetti Euripide assegna il primato. Tale teoria si trova espressa compiutamente nelle Supplici di Euripide, 238-45:

τρεῖς γὰρ πολιτῶν μερίδες: οἳ μὲν ὄλβιοι

ἀνωφελεῖς τε πλειόνων τ᾽ ἐρῶσ᾽ ἀεί:

οἳ δ᾽ οὐκ ἔχοντες καὶ σπανίζοντες βίου

δεινοί, νέμοντες τῷ φθόνῳ πλέον μέρος,

ἐς τοὺς ἔχοντας κέντρ᾽ ἀφιᾶσιν κακά,

γλώσσαις πονηρῶν προστατῶν φηλούμενοι:

τριῶν δὲ μοιρῶν ἡ 'ν μέσῳ σῴζει πόλεις,

κόσμον φυλάσσουσ᾽ ὅντιν᾽ ἂν τάξῃ πόλις.

«Tre infatti sono le classi di cittadini: i ricchi sono / inutili e bramano sempre di più; / quelli che non hanno nulla e mancano di mezzi di sussistenza / sono temibili: attribuendo troppa parte all’invidia, / lanciano strali cattivi contro i possidenti, / tratti in inganno dalle lingue di capi malvagi; / delle tre classi quella che sta in mezzo salva le città, / preservando l’ordine che la città disponga».


Per ulteriori approfondimenti vedi l’approfondimento sulla «teoria della classe media».


Per questo l’Euripide di Aristofane rivendica di avere rappresentato la quotidianità di cui ognuno era capace di giudicare (vedi supra). Se ora la massa sapeva filosofare era merito suo.


A una massa siffattamente preparata e illuminata poteva rivolgersi ora la commedia nuova, per la quale Euripide è divenuto in un certo senso l’istruttore del coro […] sorse quel genere di spettacolo di tipo scacchistico, la commedia nuova, col suo continuo trionfo della furberia e della scaltrezza.

La conseguenza di questo passaggio è la perdita della fede in una dimensione ideale e quindi le divinità supreme diventano l’attimo, l’arguzia e il capriccio. Predomina ora, almeno nella sensibilità il quinto stato, quello dello schiavo, e se si può ora parlare di serenità greca è quella dello schiavo, il quale non si assume responsabilità ed è tutto concentrato sulla meschinità del presente. Fu questo genere di serenità che rifuggiva la serietà e il terrore che scandalizzava i cristiani dei primi quattro secoli, al cui influsso di deve il perdurare nei secoli successivi di questa idea della grecità, come se non ci fosse stato il VI secolo con la nascita della tragedia, i suoi misteri, Pitagora, Eraclito e tutta un’altra concezione del mondo.

Dal fatto che Euripide portò lo spettatore sulla scena per renderlo in grado di giudicare il dramma nasce l’illusione che prima il rapporto tra tragedia e pubblico fosse sbagliato e che da Sofocle a Euripide ci sia stato un progresso. Ma da dove viene l’obbligo per l’artista di adeguarsi a un’entità che ha la sua forza solo nel numero? Se poi in quanto artista si sente superiore, come potrebbe stimare il pubblico nel suo complesso più del singolo spettatore dotato? In realtà nessun artista più di Euripide ha disprezzato il suo pubblico; se avesse avuto il minimo rispetto per la disapprovazione che riscuoteva sarebbe crollato sotto i colpi dei suoi insuccessi. In effetti, attivo tra il 455 a.C. (Peliadi) e il 406 a.C. (anno della morte), ottenne:



Si può vedere dunque che la formulazione per cui Euripide portò sulla scena lo spettatore per renderlo in grado di giudicare era provvisoria, per cui bisogna capire più profondamente la sua tendenza. Eschilo e Sofocle godettero a pieno dei favori del pubblico, quindi non si può parlare per loro di discordanza tra opera d’arte e pubblico.


Quale particolare riguardo per lo spettatore lo condusse contro lo spettatore? […] Euripide si sentiva come poeta… molto al di sopra della massa, ma non al di sopra di due dei suoi spettatori.


Portò la massa sulla scena ma rispettò quei due come soli giudici e trasferì nei suoi eroi tutto ciò che prima si trovava solo nei suoi spettatori.


Di questi due spettatori uno è – Euripide stesso, Euripide come pensatore, non come poeta.


La ricchezza del suo talento critico fecondava un impulso creativo secondario. Si era poi sforzato di riconoscere i tutti i tratti e le linee dei capolavori dei suoi predecessori, solo che vi scorse qualcosa di incommensurabile,


la figura più chiara aveva ancor sempre dietro di sé una coda di cometa, che sembrava accennare a qualcosa di incerto e non rischiarabile.


In particolare il coro gli creva dei problemi, così come l’interpretazione dei problemi etici, la trattazione dei miti.


Perfino nella lingua… in particolare egli trovava troppa pompa per situazioni semplici, troppe metafore e forzature rispetto alla semplicità dei caratteri… e da spettatore confessò a se stesso di non capire i suoi grandi predecessori. Ma poiché l’intelletto era da lui considerato la vera e propria radice di ogni godimento e creazione, dovette guardarsi intorno e chiedere se dunque nessuno pensasse come lui ed ammettesse ugualmente quell’incommensurabilità.


Sull’intellettualismo di Euripide si era soffermato anche Aristofane (Rane, 971-75):


τοιαῦτα μέντοὐγὼ φρονεῖν

τούτοισιν εἰσηγησάμην,

λογισμὸν ἐνθεὶς τῇ τέχνῃ

καὶ σκέψιν, ὥστ᾽ ἤδη νοεῖν

ἅπαντα καὶ διειδέναι

«In effetti io ho indotto costoro / a fare tali riflessioni / mettendo nell’arte il calcolo / e l’analisi, così da riflettere su tutto e distinguere».


Nessuno però lo aiutò a capire come mai, nonostante i suoi rilievi, i grandi maestri rimanevano nel giusto.


E in questo stato tormentoso egli trovò l’altro spettatore, che non capiva la tragedia… In lega con costui, egli poté… iniziare l’immane lotta contro le opere d’arte di Eschilo e Sofocle – non con scritti polemici, bensì come poeta drammatico che contrappone la sua concezione della tragedia a quella tramandata.


p.s.

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Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – CAPITOLO 10 – completo

 

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(in aggiornamento)   

Capitolo 10

Il mito è recuperato dalla musica


La tradizione ci attesta che in origine contenuto fondamentale della tragedia erano le sofferenze di Dioniso. Fino a Euripide Dioniso, nascosto dietro le varie figure del mito, fu l’unico eroe della tragedia; che dietro queste figure ci sia una divinità spiega il loro carattere ideale. Che nei cori tragici si venerasse Dioniso emerge da Erodoto (V, 67, 5), che sta parlando del nonno materno di Clistene, il fondatore della democrazia ateniese, omonimo del nipote, che a Sicione voleva eliminare il culto dell’eroe Adrasto sostituendolo con quello di Melanippo:

Τά τε δὴ ἄλλα οἱ Σικυώνιοι ἐτίμων τὸν Ἄδρηστον καὶ δὴ πρὸς τὰ πάθεα αὐτοῦ τραγικοῖσι χοροῖσι ἐγέραιρον, τὸν μὲν Διόνυσον οὐ τιμῶντες, τὸν δὲ Ἄδρηστον. Κλεισθένης δὲ χοροὺς μὲν τῷ Διονύσῳ ἀπέδωκε.

«In altri modi i Sicioni onoravano Adrasto  e anche per le sue sofferenze lo celebravano con cori tragici, non onorando Dioniso, ma Adrasto. Clistene però li restituì a Dioniso».

Qualcuno ha detto che gli individui in quanto tali sono comici, non tragici; il qualcuno in questione è Schopenhauer (Il mondo come volontà e rappresentazione, IV, 58, p. 380):

La vita di ogni singolo individuo, ove la si abbracci nella sua interezza e in generale e se ne mettano in evidenza solo i caratteri più significativi, è sempre, in verità, una tragedia; ma se la prendiamo in esame nei particolari, assume i caratteri della commedia. Poiché le attività e l'affanno della giornata, l'incessante presa in giro dell'attimo, i desideri e i timori della settimana, gli incidenti di ogni ora, procurati da un caso sempre pronto a giocarci qualche brutto tiro, sono vere e proprie scene di una commedia. Ma i desideri che non trovano mai appagamento, lo sforzo che viene frustrato, le speranze che vengono calpestate in modo impietoso dal destino, gli sciagurati errori dell'intera vita, con le sofferenze che aumentano e la morte in attesa alla fine, ci danno sempre una tragedia. E così, come se il destino avesse voluto aggiungere alla miseria della nostra esistenza anche la beffa, la nostra vita deve contenere in sé tutti i dolori della tragedia, mentre noi non siamo in grado di conservare nemmeno una volta la dignità del personaggio tragico, e siamo destinati a essere, negli innumerevoli eventi particolari della vita, dei goffi caratteri da commedia.

 Si può dedurre che i Greci non tolleravano individui sulla scena tragica; in effetti la distinzione platonica tra idea e copia è radicata nella sensibilità greca. Dunque si può dire che Dioniso in quanto idea, cioè unica realtà, appare in varie forme nella maschera di un eroe in lotta, preso nella rete dell’individualità. Nel dramma poi il dio che appare nell’eroe parla e agisce con epica determinatezza e questo è l’effetto di Apollo che chiarisce al coro il suo stato dionisiaco si estasi.

Quell’eroe però è il Dioniso sofferente dei misteri, di cui i miti narrano come da fanciullo fu fatto a pezzi dai Titani sperimentando l’individuazione ed essendo così venerato come Zagreus. Dunque la sofferenza di Dioniso è questo sbranamento, cioè l’individuazione che dunque è la fonte di ogni sofferenza.


Dal sorriso di questo Dioniso sono nati gli dèi olimpici, dalle sue lacrime gli uomini.


Ma la speranza degli epopti si indirizzava a una rinascita da intendere come fine dell’individuazione; tale speranza nella venuta di un terzo Dioniso a porre fine al mondo smembrato in individui è simboleggiato dal mito di Demetra, che immersa nella tristezza, si rallegra per la prima volta quando le si dice che può generare ancora una volta Dioniso. Dalle considerazioni fatte emerge una visione del mondo pessimistica e


una dottrina misterica della tragedia: la conoscenza fondamentale dell’unità di tutto ciò che esiste, la concezione dell’individuazione come causa prima del male, l’arte come lieta speranza che il dominio dell’individuazione possa essere spezzato, come presentimento di una ripristinata unità.


Si è detto prima che l’epos rappresenta la vittoria degli dèi olimpici sul terribile mondo dei Titani. Ora per il potente influsso della poesia tragica i miti omerici riemergono trasformati, come per una metempsicosi, segnando il superamento della cultura olimpica, vinta da un’altra più profonda. Il Titano Prometeo avverte l’olimpio Zeus che si deve alleare con lui e così in Eschilo vediamo questa alleanza di Zeus impaurito: il mondo dei Titani riemerge così dal Tartaro.


La filosofia della natura selvaggia e nuda guarda con il volto scoperto della verità i miti del mondo omerico che… tremano di fronte all’occhio lampeggiante di questa dea – finché il polso potente dell’artista dionisiaco non li costrinse a servire la nuova divinità. La verità dionisiaca assume l’intera sfera del mito come simbolismo delle proprie conoscenze… ma sempre sotto l’antica veste mitica.


Qui Nietzsche sta dicendo che il mito che dominava il mondo omerico in chiave apollinea stava scomparendo, ma la tragedia lo ha riportato a nuova vita trasformato. Ma quale fu la forza che permise ciò,  liberando Prometeo dai suoi avvoltoi? Fu la musica, che seppe reinterpretare il mito. È infatti il destino di ogni mito subire un processo di razionalizzazione e finire con l’essere ridotto a realtà storica, e i Greci erano già a buon punto. Si pensi alla nascita del pensiero filosofico e della storiografia. È questo il modo in cui si estinguono le religioni: quando cioè il dogmatismo ortodosso organizza in sistema i presupposti mitici e si comincia a difendere la credibilità dei miti, togliendo loro ogni vitalità. In sintesi al sentimento del mito si sostituisce pretesa di fondatezza storica della religione.


Dopo quest’ultimo sfolgorio, esso reclina, le sue foglie appassiscono, e subito i beffardi Luciani dell’antichità cercano di ghermire i fiori scoloriti e inariditi, portati via da tutti i venti. Con la tragedia il mito perviene al suo contenuto più profondo, alla sua forma più espressiva; si solleva ancora una volta, come un eroe ferito, e tutto il residuo di forza, e insieme la calma piena di saggezza del morente, gli arde nell’occhio con un ultimo, potente bagliore.


Qui emerge la singolarità della tesi nietzschiana, secondo cui il V secolo rappresenta l’inizio della decadenza, non l’apice, della civiltà greca, tema che sarà l’oggetto della seconda parte dell’opera.


Che cosa volevi, empio Euripide, quando cercasti di costringere ancora una volta questo morente a servirti? Morì fra le tue braccia violente.


Dunque Euripide sentì il bisogno di un mito imitato, mascherato e morendo il mito moriva anche il genio della musica, pure questa imitata e mascherata.


E poiché avevi abbandonato Dioniso, anche Apollo abbandonò te. Scova tutte le passioni dalla loro tana e racchiudile nel tuo cerchio magico, aguzza e lima per i discorsi dei tuoi eroi una dialettica sofistica – anche i tuoi eroi hanno solo passioni imitate e mascherate, e pronunciano solo discorsi imitati e mascherati.

Fin qui dunque la nascita e lo sviluppo della tragedia; nel seguito si analizzerà la morte della tragedia.


p.s.

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