martedì 24 marzo 2026

Euripide, Baccanti – esodo (vv. 1298-1326) – testo e traduzione – Maturità 2026

 

Αγ.

τὸ φίλτατον δὲ σῶμα ποῦ παιδός, πάτερ;

Κα.

ἐγὼ μόλις νιν ἐξερευνήσας φέρω.

Ag.
L’amatissimo corpo di mio figlio dov’è, padre?

Ca.

Io lo porto dopo averlo cercato con fatica.

Αγ.

ἦ πᾶν ἐν ἄρθροις συγκεκλῃμένον καλῶς;     1300

Κα.

. . . . . .

Αγ.

Πενθεῖ δὲ τί μέρος ἀφροσύνης προσῆκ' ἐμῆς;

Ag.

Tutto ben collegato nelle articolazioni?

Ca.

. . . . . .

Ag.

Ma quale parte della mia follia riguardava Penteo?

Κα.

ὑμῖν ἐγένεθ' ὅμοιος, οὐ σέβων θεόν.

τοιγὰρ συνῆψε πάντας ἐς μίαν βλάβην,

ὑμᾶς τε τόνδε θ', ὥστε διολέσαι δόμους

κἄμ', ὅστις ἄτεκνος ἀρσένων παίδων γεγὼς     1305

Ca.

È diventato simile a voi, non venerando il dio.
Proprio per questo ha stretto tutti in un’unica rovina,
voi e sé stesso, che è qui, così da annientare la casata
e me, che essendo privo di figli maschi,

τῆς σῆς τόδ' ἔρνος, ὦ τάλαινα, νηδύος

αἴσχιστα καὶ κάκιστα κατθανόνθ' ὁρῶ,

ᾧ δῶμ' ἀνέβλεφ', ὃς συνεῖχες, ὦ τέκνον,

τοὐμὸν μέλαθρον, παιδὸς ἐξ ἐμῆς γεγώς,

nel modo più turpe e brutto vedo morto
questo virgulto, o sventurata, del tuo seno,
grazie al quale la casa ristabiliva la vista, tu che, figlio,
tenevi unita la casa, nato da mia figlia,

πόλει τε τάρβος ἦσθα· τὸν γέροντα δὲ        1310

οὐδεὶς ὑβρίζειν ἤθελ' εἰσορῶν τὸ σὸν

κάρα· δίκην γὰρ ἀξίαν ἐλάμβανες.

eri motivo di paura per la città: il vecchio
nessuno voleva oltraggiarlo guardando il tuo
capo; avresti inflitto la punizione che meritava infatti.

νῦν δ' ἐκ δόμων ἄτιμος ἐκβεβλήσομαι

ὁ Κάδμος ὁ μέγας, ὃς τὸ Θηβαίων γένος

ἔσπειρα κἀξήμησα κάλλιστον θέρος.                 1315

ὦ φίλτατ' ἀνδρῶν (καὶ γὰρ οὐκέτ' ὢν ὅμως

τῶν φιλτάτων ἔμοιγ' ἀριθμήσῃ, τέκνον),

Ora invece, disonorato, sarò scacciato dal palazzo,
Cadmo il grande io, che la stirpe dei Tebani
seminai e falciai una bellissima messe.
O carissimo tra gli uomini (e infatti pur non essendoci più
comunque sarai annoverato tra i più cari a me, figlio),

οὐκέτι γενείου τοῦδε θιγγάνων χερὶ

τὸν μητρὸς αὐδῶν πατέρα προσπτύξῃ, τέκνον,

λέγων· Τίς ἀδικεῖ, τίς σ' ἀτιμάζει, γέρον;     1320

τίς σὴν ταράσσει καρδίαν λυπηρὸς ὤν;

λέγ', ὡς κολάζω τὸν ἀδικοῦντά σ', ὦ πάτερ.

non più toccando questa guancia con la mano mi
abbraccerai chiamandomi padre di tua madre, creatura,
dicendo: “Chi ti offende, chi ti manca di rispetto, vecchio?
Chi turba il tuo cuore facendoti soffrire?
Parla, affinché punisca colui che ti offende, o padre”.

νῦν δ' ἄθλιος μέν εἰμ' ἐγώ, τλήμων δὲ σύ,

οἰκτρὰ δὲ μήτηρ, τλήμονες δὲ σύγγονοι.

εἰ δ' ἔστιν ὅστις δαιμόνων ὑπερφρονεῖ,     1325

ἐς τοῦδ' ἀθρήσας θάνατον ἡγείσθω θεούς.

Ora però io sono un infelice, e tu una disgraziata,
madre degna di compianto, e disgraziate le sorelle.
Se c’è chi disprezza gli dèi
guardi bene la morte di costui e creda negli dèi.


p.s.

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lunedì 23 marzo 2026

Giovanni Ghiselli: Il Referendum.

Giovanni Ghiselli: Il Referendum.: L’affluenza alle urne meno bassa del solito mi fa sperare. Forse   alcuni italiani che non votavano più schifati dalla politica recent...

Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – TENTATIVO DI AUTOCRITICA 7

  

7


In questo ultimo paragrafo c’è l’autocritica più forte, quella di romanticismo, con particolare riferimento a un brano tratto dal capitolo 18 in cui parla della tragedia come arte della consolazione metafisica per una nuova generazione che crescesse intrepida con l’intenzione di rifiutare le dottrine di mollezza dell’ottimismo:


non sarebbe forse necessario che l'uomo tragico di questa civiltà desiderasse, nell'educare se stesso alla serietà e al coraggio, un'arte nuova, l'arte della consolazione metafisica, la tragedia, come l'Elena che a lui spetta?


Ma bisognerebbe «prima imparare l’arte della consolazione dell'al di qua – dovreste imparare a ridere… forse in seguito, come ridenti, un bel giorno manderete al diavolo ogni consolazione metafisica – con la metafisica avanti! O, per parlare il linguaggio di quel demonio dionisiaco che si chiama Zarathustra:


Elevate i vostri cuori, fratelli, in alto, più in alto! E non dimenticatemi le gambe! Alzate anche le vostre gambe, bravi ballerini, e, meglio ancora: reggetevi, sulla testa!

La corona di colui che ride, questa corona intrecciata di rose: io stesso ho posto sul mio capo questa corona, io stesso ho santificato la mia risata. Non ho trovato alcun altro abbastanza robusto per farlo.

Zarathustra il danzatore, Zarathustra il lieve, che fa cenno con le ali, uno che è pronto a spiccare il volo e intanto ammicca a tutti gli uccelli, disposto e pronto a volare, beato sulla sua levità: –

Zarathustra che dice, che ride la verità, non un impaziente, non un fanatico, uno che ama i salti e gli scarti; io stesso ho posto questa corona sul mio capo!

Questa corona di colui che ride, questa corona intrecciata di rose: a voi, fratelli, getto questa corona! Io ho santificato il riso; uomini superiori, imparatemi – a ridere !».


Con questa autocitazione da Così parlò Zarathustra (parte quarta, Dell’uomo superiore, 17-20 passim) si conclude il tentativo di autocritica che comunque risulta più comprensibile dopo la lettura dell’opera.


A commento del concetto di «arte della consolazione metafisica» a cui contrappone l’arte dell’a consolazione dell’al di qua riporto alcuni passi in cui Nietzsche al filosofo metafisico per eccellenza, Platone, contrappone il realista per eccellenza, Tucidide.


Crepuscolo degli idoli (Quel che devo agli antichi, 2):


Non devo ai Greci assolutamente nessuna impressione di analoga intensità… essi non possono essere per noi quel che sono i Romani… Chi avrebbe mai imparato a scrivere da un greco? Chi lo avrebbe mai imparato senza i Romani? E non mi si opponga Platone… Platone, a quel che mi sembra, sconvolge tutte le forme dello stile, in questo egli è uno dei primi décadents dello stile… Platone è noioso… lo trovo così aberrante da tutti gli istinti fondamentali degli Elleni, così moralizzato, così anticipatamente cristiano… preferirei usare… la dura espressione di «alto ciarlatanismo» o, se è più gradito all’orecchio, di idealismo…  Il mio ristoro, la mia predilezione, la mia terapia contro ogni platonismo è stato in ogni tempo, Tucidide. Tucidide, e forse, Il Principe di Machiavelli mi sono particolarmente affini per l'assoluta volontà di non crearsi delle mistificazioni e di vedere la ragione nella realtà – non nella «ragione», e  meno ancora nella «morale»… Contro la deplorevole tendenza ad abbellire i Greci, a idealizzarli, che il giovane «educato nei classici» si porta nella vita come ricompensa del suo ammaestramento liceale, non v’è cura così drastica come Tucidide. Lo si deve rivoltare rigo per rigo e decifrare i suoi nascosti pensieri. In lui la cultura dei sofisti, voglio dire la cultura dei realisti giunge alla sua compiuta espressione: questo movimento inestimabile, in mezzo alla frode morale e ideale delle scuole socratiche dilaganti allora da ogni parte. La filosofia greca come décadance dell'istinto greco: Tucidide come il grande compendio, l'ultima rivelazione di quella forte, severa, dura oggettività che era nell'istinto dei Greci più antichi. Il coraggio di fronte alla realtà distingue infine nature come Tucidide e Platone: Platone è un codardo di fronte alla realtà – conseguentemente si rifugia nell'ideale; Tucidide ha il dominio di  – di conseguenza tiene  sotto il suo dominio anche le cose».


In Aurora, 168 si esprime così:


Un modello. Che cosa amo in Tucidide, che cosa fa sì che io lo onori più di Platone? Egli gioisce nella maniera più onnicomprensiva e spregiudicata di tutto quanto è tipico negli uomini e negli eventi, e trova che ad ogni tipo compete un quantum di buona ragione: è questa che  egli cerca di scoprire. Egli possiede più di Platone una giustizia pratica: non è un denigratore e un detrattore degli uomini che non gli piacciono, o che nella vita gli hanno fatto del male. Al contrario, egli vede nell'intimo di tutte le cose e di tutte le persone qualcosa di grande e lo vede in aggiunta ad esse, in quanto rivolge lo sguardo soltanto ai tipi; che cosa se ne farebbe, poi, l'intera posterità cui egli consacra la sua opera di ciò che non è tipico? Così in lui, pensatore di uomini, giunge alla sua estrema, splendida fioritura quella cultura della più spregiudicata conoscenza del mondo  che aveva avuto in Sofocle il suo poeta, in Pericle il suo uomo di stato, in Ippocrate il suo medico, in Democrito il suo scienziato della natura: quella cultura che merita di essere battezzata col nome dei suoi maestri, i Sofisti». Più avanti: «Onorare la realtà. Così Platone rifuggì dalla realtà e volle contemplare le cose solo nelle esangui immagini del pensiero; egli era tutto senso e sapeva con quale facilità i marosi del senso seppellivano la sua ragione».


Di Tucidide Nietzsche apprezza particolarmente anche lo stile, accostato a quello di Tacito (Umano, troppo umano II, Il viandante e la sua ombra, 144):


Lo stile dell'immortalità. Tanto Tucidide quanto Tacito – entrambi hanno pensato, nel redigere le loro opere, a una durata immortale di esse: lo si potrebbe indovinare, se non lo si sapesse altrimenti, già dal loro stile. L'uno credette di dare durevolezza ai suoi pensieri salandoli, l'altro condensandoli a forza di cuocerli; e nessuno dei due, sembra, ha fatto male i suoi conti».


Allo stesso tempo però a Platone è riconosciuta da Nietzsche nobiltà di pensiero perché il suo approccio razionale lo distingue dall’«intruglio plebeo»1 ostile alla ragione, quello degli uomini che sono veluti pecora, quae natura prona atque ventri oboedientia finxit, «come le bestie, che la natura ha plasmato prone e obbedienti al ventre» (Sallustio, Bellum Catilinae, 1):


In cinque o sei cervelli comincia forse oggi ad albeggiare il pensiero che anche la fisica sia soltanto una interpretazione del mondo e un ordine imposto ad esso (secondo il nostro modo di vedere! – con licenza parlando) e non già una spiegazione del mondo: ma in quanto la fisica si fonda sulla fede nei sensi, essa vale come qualcosa  di  più e a lungo andare deve acquistare ancora maggior valore, cioè deve valere come spiegazione. Essa ha, dalla sua, la testimonianza degli occhi e delle dita [...] e ciò esercita su un’età dal fondamentale gusto plebeo l’effetto di un incantesimo [...] Viceversa, proprio nel recalcitrare all’evidenza sensibile consisteva l’incantesimo del modo platonico di pensare, il quale era un modo di pensare aristocratico [...] la plebaglia dei sensi, come diceva Platone (Al di là del bene e del maleDei pregiudizi dei filosofi, 14). 

 Il passo a cui si riferisce si trova in Leggi, 689a-b: ταύτην τὴν διαφωνίαν λύπης τε καὶ ἡδονῆς πρὸς τὴν κατὰ λόγον δόξαν ἀμαθίαν φημὶ εἶναι τὴν ἐσχάτην, μεγίστην δέ, ὅτι τοῦ πλήθους ἐστὶ τῆς ψυχῆς· [b] τὸ γὰρ λυπούμενον καὶ ἡδόμενον αὐτῆς ὅπερ δῆμός τε καὶ πλῆθος πόλεώς ἐστιν, «questa dissonanza di dolore e piacere in relazione all’opinione secondo ragione io la dico ignoranza estrema e grandissima, in quanto è della maggior parte dell’anima; infatti la parte che soffre e prova piacere è, di essa, ciò che popolo e massa sono della città».


Nietzsche individua in Socrate l’origine plebea della filosofia platonica, in seguito nobilitata dal discepolo:


V’è qualcosa della morale platonica, che non appartiene propriamente a Platone, ma che pure si trova nella sua filosofia, si potrebbe dire, malgrado Platone stesso: vale a dire il socratismo, per cui egli era veramente troppo aristocratico. «Nessuno vuol fare del male a se stesso, perciò ogni azione cattiva è involontaria. Il malvagio, infatti, cagiona del male a se stesso: non lo farebbe se sapesse che il male è male. Conseguentemente il malvagio è cattivo soltanto per un suo errore: se lo si libera da questo errore, lo si rende necessariamente buono». Questo tipo di conclusione odora di plebaglia, la quale in colui che agisce con malvagità vede soltanto le conseguenze dolorose [...] Platone non ha lesinato i suoi sforzi per interpretare il principio del suo maestro in modo da trovarci dentro qualcosa di raffinato e di aristocratico, soprattutto se stesso (Al di là del bene e del male, Per la storia naturale della morale, 190).

 1 Nietzsche, Così parlo Zarathustra, Parte quarta, Colloquio con i re, 1: «Davvero, è meglio vivere in mezzo a eremiti e caprai che insieme alla nostra plebe dorata falsa imbellettata, - anche se si chiama buona società’, - anche se si chiama nobiltà’ […] Un contadino sano, rozzo, astuto, testardo, tenace rimane, oggi, per me ancora il migliore e il preferito degli uomini: questa è, oggi, la specie più nobile. Il contadino, oggi, è il migliore; e la specie contadina dovrebbe dominare! Ma è il regno della plebe, – non mi lascio più ingannare. Plebe, però, vuol dire: intruglio. Intruglio plebeo: lì è tutto mescolato alla rinfusa».


p.s.

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Euripide, Baccanti – esodo (vv. 1281-1297) – testo e traduzione – Maturità 2026

 

Κα.

ἄθρησον αὐτὸ καὶ σαφέστερον μάθε.

Αγ.

ὁρῶ μέγιστον ἄλγος ἡ τάλαιν' ἐγώ.

Ca.

Guardalo con attenzione e comprendi con più chiarezza.

Ag.

Vedo un dolore grandissimo, disgraziata che sono.

Κα.

μῶν σοι λέοντι φαίνεται προσεικέναι;

Αγ.

οὔκ, ἀλλὰ Πενθέως ἡ τάλαιν' ἔχω κάρα.

Ca.

Ti sembra forse assomigliare a un leone?

Ag.

No, ma ho in mano il capo di Penteo, disgraziata.

Κα.

ᾠμωγμένον γε πρόσθεν ἢ σὲ γνωρίσαι.     1285

Αγ.

τίς ἔκτανέν νιν; πῶς ἐμὰς ἦλθ' ἐς χέρας;

Ca.

Proprio, quello compianto prima che lo riconoscessi.

Ag.

Chi lo uccise? Come arrivò nelle mie mani?

Κα.

δύστην' ἀλήθει', ὡς ἐν οὐ καιρῷ πάρει.

Αγ.

λέγ', ὡς τὸ μέλλον καρδία πήδημ' ἔχει.

Ca.

O sciagurata verità, come ti presenti nel momento meno opportuno!

Ag.

Parla, poiché il cuore sobbalza per ciò che accadrà.

Κα.

σύ νιν κατέκτας καὶ κασίγνηται σέθεν.

Αγ.

ποῦ δ' ὤλετ'; ἦ κατ' οἶκον, ἢ ποίοις τόποις;        1290

Ca.

Tu lo ammazzasti e le tue sorelle.

Ag.

Dove è morto? In casa o in quali luoghi?

Κα.

οὗπερ πρὶν Ἀκταίωνα διέλαχον κύνες.

Αγ.

τί δ' ἐς Κιθαιρῶν' ἦλθε δυσδαίμων ὅδε;

Ca.

Proprio dove in passato le cagne sbranarono Atteone.

Ag.

Ma perché questo sventurato venne sul Citerone?

Κα.

ἐκερτόμει θεὸν σάς τε βακχείας μολών.

Αγ.

ἡμεῖς δ' ἐκεῖσε τίνι τρόπῳ κατήραμεν;

Ca.

Andava a schernire il dio e i tuoi riti bacchici.

Ag.

Ma noi in che modo arrivammo là?

Κα.

ἐμάνητε, πᾶσά τ' ἐξεβακχεύθη πόλις.        1295

Αγ.

Διόνυσος ἡμᾶς ὤλεσ', ἄρτι μανθάνω.

Κα.

ὕβριν ‹γ'› ὑβρισθείς· θεὸν γὰρ οὐχ ἡγεῖσθέ νιν.

Ca.

Impazziste, e tutta la città cadde preda del delirio bacchico.

Ag.

Dioniso ci ha perduto: ora comprendo.

Ca.

È vero, ma essendo stato gravemente oltraggiato: non lo credevate un dio, infatti.


p.s.

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domenica 22 marzo 2026

Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – TENTATIVO DI AUTOCRITICA 6



 

6

Quindi esprime il suo rammarico per aver usato formule schopenhaueriane e kantiane per esprimere concetti nuovi radicalmente in contrasto con lo spirito di Kant e di Schopenhauer.

Riporto due ampi passi, in aggiunta a quello citato da Nietzsche (il passo è sottolineato), in cui Schopenhauer esprime bene il suo pensiero sulla tragedia; Il mondo come volontà e rappresentazione, III, 51:


Come vetta dell’arte poetica […] deve essere considerata, e come tale è riconosciuta, la tragedia. […] la raffigurazione del lato spaventoso della vita […] una significativa allusione alla condizione del mondo e dell'esistenza. È il contrasto della volontà con se stessa che qui, nel grado più alto della sua oggettità, ove si dispiega in tutta la sua pienezza, si presenta sotto spoglie spaventose. Esso si rende visibile nelle sofferenze dell’umanità, prodotte in parte dal caso e dall'errore, che si presentano come le dominatrici del mondo e che, per la loro perfidia, che si spinge sino al punto di avere l'apparenza dell'intenzionalità, vengono personificate nella figura del Destino; […] Una sola e la stessa è la volontà che dappertutto vive e si manifesta, ma le sue manifestazioni fenomeniche si combattono l'una con l'altra e si dilaniano a vicenda. In questo individuo essa si mostra potente, in quell'altro più debole, qui più, là meno in accordo con la riflessione e attenuata dalla luce della conoscenza, sino a che in qualcuno questa conoscenza, purificata ed elevata dal dolore stesso, giunge sino al punto in cui il fenomeno, il velo di Maya, non la inganna piú, e vede con chiarezza attraverso la forma del fenomeno, attraverso il principium individuationis, ed è proprio a questo punto che si estingue l'egoismo che su di esso si fondava, così che i motivi, sinora così potenti, perdono la loro forza, e al loro posto la compiuta conoscenza dell'essenza del mondo, agendo come quietivo della volontà, produce la rassegnazione, la rinuncia non semplicemente alla vita, quanto piuttosto alla volontà di vivere nella sua interezza. Così vediamo nella tragedia le figure più nobili rinunciare infine per sempre, dopo un lungo combattere e soffrire, agli scopi che sino a quel momento avevano perseguito con tanto accanimento e a tutte le gioie della vita, o abbandonare la vita stessa volontariamente e con gioia […] Al contrario, l’esigenza della cosiddetta giustizia poetica si basa sul completo fraintendimento dell'essenza della tragedia, anzi dell’essenza stessa del mondo. […] Il vero senso  della tragedia è la comprensione, ben più profonda, che l'eroe non espia i propri peccati personali, bensì il peccato originale, ossia la colpa in cui consiste l'esistenza stessa:

Pues el delito mayor 

Del hombre es haber nacido. 

(Poiché la più grave colpa dell’uomo 

è quella di essere nato).


Il secondo passo è tratto dai Supplementi a Il mondo come volontà e rappresentazione, III, 37:


Il piacere che ci dà la rappresentazione tragica non appartiene al sentimento del bello, bensì a quello del sublime; anzi, è il grado più elevato di quel sentimento. Giacché, come noi alla vista del sublime nella natura ci distogliamo dall’interesse della volontà per assumere un atteggiamento puramente contemplativo, così di fronte alla catastrofe tragica ci distogliamo dalla volontà di vivere come tale. Nella rappresentazione tragica ci vengono infatti presentati il lato terribile della vita, la miseria dell’umanità, il dominio del caso e dell’errore, la caduta del giusto, il trionfo del malvagio: ci vengono dunque messi davanti agli occhi quegli aspetti del mondo che sono in diretto contrasto con la nostra volontà. A questa vista ci sentiamo spinti a distogliere la nostra volontà dalla vita, a non volerla più, a non amarla più. […] Nell'istante della catastrofe tragica si produce in noi, più chiara che mai, la convinzione che la vita è un brutto sogno dal quale ci dobbiamo svegliare. […] Quel che a tutto ciò che è tragico, in qualunque forma si presenti, dà il suo particolare slancio verso il sublime è il cominciare a riconoscere che il mondo, la vita, non sono in grado di dare alcun appagamento autentico, e che quindi non meritano il nostro attaccamento: lo spirito tragico consiste in questo, ed è per questo che esso conduce alla rassegnazione. 

Ammetto che nelle rappresentazioni tragiche degli antichi questo spirito di rassegnazione si presenta solo di rado e solo di rado viene espresso direttamente. […] Come l'impassibilità stoica si distingue radicalmente dalla rassegnazione cristiana per il fatto che insegna solo a sopportare serenamente e ad attendere con rassegnazione il male inevitabile e necessario, mentre il cristianesimo insegna a rinunciare e ad abbandonare il volere, allo stesso modo gli eroi tragici dell'antichità si mostrano costantemente sottomessi ai colpi inevitabili del destino, mentre la tragedia cristiana mostra una rinuncia alla volontà di vivere nella sua interezza, un abbandono gioioso del mondo, nella consapevolezza della sua vanità e della sua nullità. Ma io sono anche pienamente convinto che la rappresentazione tragica moderna stia più in alto di quella antica, Shakespeare è molto più grande di Sofocle; a confronto della Ifigenia di Goethe si potrebbe trovare quella di Euripide quasi rozza e volgare. Le Baccanti di Euripide sono un pasticcio indegno a favore dei sacerdoti pagani. Diversi testi teatrali dell’antichità non hanno affatto una tendenza tragica, come l’Alcesti e l’Ifigenia in Tauride di Euripide; alcuni hanno dei motivi repellenti o addirittura ripugnanti, come l’Antigone e il Filottete. Quasi tutti mostrano il genere umano sotto il dominio orribile del caso e dell'errore, ma non la rassegnazione che esso produce e che da esso redime. Tutto questo perché gli antichi non erano ancora giunti al vertice e al fine della rappresentazione tragica, anzi, nemmeno della concezione della vita in generale. 

Se dunque gli antichi rappresentano poco lo spirito di rassegnazione, l'abbandono della volontà di vivere, come disposizione d'animo dei loro eroi tragici, tuttavia la tendenza e l'effetto peculiari della rappresentazione tragica restano sempre quelli di ridestare quello spirito nello spettatore e di suscitare in lui, anche se solo temporaneamente, quella disposizione d'animo. […] Se la tendenza della rappresentazione tragica non fosse questa elevazione al di sopra di tutti i fini e di tutti i beni della vita; se non fosse questo distogliere da essa e dalle sue seduzioni e quell'indirizzare, che ne consegue, verso un'esistenza di tutt'altro genere, sebbene quest'ultima sia per noi totalmente inconcepibile; se così non fosse, ripeto, come sarebbe allora in generale possibile che la rappresentazione del lato terribile della vita, che ci viene messo davanti agli occhi sotto la luce più viva, possa produrre in noi un effetto benefico e procurarci un godimento elevato? Paura e compassione, suscitare le quali costituisce per Aristotele il fine ultimo della rappresentazione tragica, in se stesse non appartengono veramente alle sensazioni piacevoli: non possono perciò essere scopo, bensì solo mezzo. L’invito a rinunciare alla volontà di vivere resta dunque ciò a cui la rappresentazione tragica tende davvero, il fine ultimo della messa in scena intenzionale dei dolori dell’umanità.


Ma quando scrive questa seconda prefazione Nietzsche si rende conto della distanza che lo separava dal maestro: «oh, quanto diversamente parlava Dioniso a me!». Ma la cosa peggiore è quella «di aver riposto speranze là dove non c'era nulla da sperare […] in un popolo che ama il bere e onora l'oscurità come virtù».


p.s.

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