martedì 7 aprile 2026

Giovanni Ghiselli: L’età della pietra e del ferro. La compiuta peccam...

Giovanni Ghiselli: L’età della pietra e del ferro. La compiuta peccam...:   Trump minaccia di far regredire l’Iran all’età della pietra. Sicuramente non sa che la civiltà persiana dalla quale gli iraniani alm...

Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – CAPITOLO 3 – continua...

 


Capitolo 3

La sapienza silenica


Per comprendere il fenomeno bisogna smontare l’edificio della cultura apollinea per scoprirne le fondamenta. Vediamo quindi tutto il mondo delle divinità olimpiche incarnate dalla figura di Apollo che può essere considerato in tal senso padre di quel mondo.


Quale fu l’immenso bisogno da cui scaturì una così splendente società di esseri olimpici? […] Niente ricorda qui ascesi, spiritualità e dovere: qui parla a noi soltanto un’esistenza rigogliosa, anzi trionfante, in cui tutto ciò che esiste è divinizzato, non importa se sia buono o malvagio… di fronte a questa fantastica dovizia di vita […] con quale filtro magico in corpo questi uomini tracotanti potessero aver goduto la vita, al punto che , dovunque guardassero, rideva loro incontro Elena… «fluttuante in dolce sensualità».


Viene in mente l’Elena del III canto dell’Iliade (vv. 154-157); Priamo sta contemplando dall'alto delle mura di Troia gli eserciti schierati ad osservare il duello di Paride e Menelao; a un certo punto chiama Elena, che conosce i capi greci, per farsi dire il nome di ciascuno e questa è la reazione dei Troiani intorno al re troiano:


οἳ δ' ὡς οὖν εἴδονθ' Ἑλένην ἐπὶ πύργον ἰοῦσαν,
ἦκα πρὸς ἀλλήλους ἔπεα πτερόεντ' ἀγόρευον·
οὐ νέμεσις Τρῶας καὶ ἐϋκνήμιδας Ἀχαιοὺς
τοιῇδ' ἀμφὶ γυναικὶ πολὺν χρόνον ἄλγεα πάσχειν·

«Quando dunque essi videro Elena salire sulla torre, / a bassa voce si rivolgevano tra loro parole alate: “Non è peccato che i Troiani dai buoni schinieri e gli Achei / patiscano sofferenze da molto tempo per una donna siffatta».


Ma accanto al mondo degli dèi olimpici c’è anche la sapienza silenica. La leggenda di Sileno si trova nelle Tusculanae di Cicerone (I, 47-48):

Deorum inmortalium iudicia solent in scholis proferre de morte, nec vero ea fingere ipsi, sed Herodoto auctore aliisque pluribus. Primum Argiae sacerdotis Cleobis et Bito filii praedicantur. Nota fabula est…Adfertur etiam de Sileno fabella quaedam: qui cum a Mida captus esset, hoc ei muneris pro sua missione dedisse scribitur: docuisse regem non nasci homini longe optimum esse, proximum autem quam primum mori.

«Sono soliti nelle scuole proporre i giudizi degli dèi immortali sulla morte, e non li inventano però essi stessi, ma basandosi sull’autorità di Erodoto e altri. Innanzitutto sono celebrati Cleobi e Bitone, i figli della sacerdotessa Argia. La storia è nota […] Si adduce anche un raccontino su Sileno: si scrive che egli, dopo essere stato catturato da Mida, gli diede questa ricompensa in cambio della sua liberazione: insegnò al re che non nascere è per l’uomo la cosa di gran lunga migliore, la seconda poi morire il prima possibile».


Il passo di Erodoto a cui fa riferimento l’Arpinate si trova in Storie, I, 32 e parla dei due ragazzi che tirarono il carro della madre fino al tempio per non farla arrivare in ritardo alla cerimonia; la madre chiese alla dea di ricompensare i figli con la cosa migliore che può essere donata ad un uomo: 

ταῦτα δέ σφι ποιήσασι καὶ ὀφθεῖσι ὑπὸ τῆς πανηγύριος τελευτὴ τοῦ βίου ἀρίστη ἐπεγένετο, διέδεξέ τε ἐν τούτοισι ὁ θεὸς ὡς ἄμεινον εἴη ἀνθρώπῳ τεθνάναι μᾶλλον ἢ ζώειν,

«a loro che avevano compiuto queste imprese e che erano stati visti dalla folla radunata capitò una fine della vita ottima, e il dio dimostrò in questi che è meglio per un uomo essere morto che vivere». Alla mattina furono trovati morti.


Testimonianze di sapienza silenica si trovano sparse un po’ ovunque nella letteratura greca; vediamo altri esempi.


Teognide, 427-30 (metà VI a.C.)

“Πάντων μὲν μὴ φῦναι ἐπιχθονίοισιν ἄριστον”

μηδ' ἐσιδεῖν αὐγὰς ὀξέος ἠελίου,

“φύντα δ' ὅπως ὤκιστα πύλας Ἀίδαο περῆσαι”

καὶ κεῖσθαι πολλὴν γῆν ἐπαμησάμενον.

«“Di tutte le cose per gli abitanti della terra non essere nato è la migliore“ / né guardare i raggi del sole acuto, / “ma una volta nato varcare il prima possibile le porte dell’Ade” / e giacere dopo aver accumulato molta terra».


I versi di Teognide sono ripresi da Epicuro (342 a.C.-270 a.C.), in Ep. a Meneceo, 126: πολὺ δὲ χείρων καὶ ὁ λέγων· καλὸν μὴ φῦναι, “φύντα δ’ ὅπως ὤκιστα πύλας Ἀίδαο περῆσαι”, «molto meglio anche chi dice: è bello non essere nato, “ma una volta nato varcare il prima possibile le porte dell’Ade”».


Ancora in ERODOTO troviamo due testimonianze.

V, 4, 2 – le usanze dei Trausi, una tribù di Traci:

τὸν μὲν γενόμενον περιιζόμενοι οἱ προσήκοντες ὀλοφύρονται, ὅσα μιν δεῖ ἐπείτε ἐγένετο ἀναπλῆσαι κακά, ἀνηγεόμενοι τὰ ἀνθρωπήια πάντα πάθεα, τὸν δ' ἀπογενόμενον παίζοντές τε καὶ ἡδόμενοι γῇ κρύπτουσι, ἐπιλέγοντες ὅσων κακῶν ἐξαπαλλαχθείς ἐστι ἐν πάσῃ εὐδαιμονίῃ.

«stando seduti intorno al nato i parenti compiangono quanti mali bisogna che affronti dopo che è nato, elencando tutte le sofferenze umane, mentre coprono di terra il morto scherzando e gioendo, dicendo da quanti mali si è liberato e che si trova in totale felicità».


VII, 45-46, 2-4 – Il pianto di Serse davanti al suo esercito in partenza

Ὡς δὲ ὥρα πάντα μὲν τὸν Ἑλλήσποντον ὑπὸ τῶν νεῶν ἀποκεκρυμμένον, πάσας δὲ τὰς ἀκτὰς καὶ τὰ Ἀβυδηνῶν πεδία ἐπίπλεα ἀνθρώπων, ἐνθαῦτα ὁ Ξέρξης ἑωυτὸν ἐμακάρισε, [46] μετὰ δὲ τοῦτο ἐδάκρυσε.

«Quando vide tutto l’Ellesponto coperto dalle navi, tutte le coste e le pianure di Abido stracolme di uomini, allora Serse si considerò beato, ma dopo pianse». 

«Ἐσῆλθε γάρ με λογισάμενον κατοικτῖραι ὡς βραχὺς εἴη ὁ πᾶς ἀνθρώπινος βίος, εἰ τούτων γε ἐόντων τοσούτων οὐδεὶς ἐς ἑκατοστὸν ἔτος περιέσται.»

«Mi è venuto nel riflettere da avere pietà del fatto che è breve tutta la vita umana, se di questi che sono così tanti nessuno sopravviverà fra cento anni».

Ὁ δὲ ἀμείβετο λέγων· «Ἕτερα τούτου παρὰ τὴν ζόην πεπόνθαμεν οἰκτρότερα. Ἐν γὰρ οὕτω βραχέϊ βίῳ οὐδεὶς οὕτω ἄνθρωπος ἐὼν εὐδαίμων πέφυκε, οὔτε τούτων οὔτε τῶν ἄλλων, τῷ οὐ παραστήσεται πολλάκις καὶ οὐκὶ ἅπαξ τεθνάναι βούλεσθαι μᾶλλον ἢ ζώειν.

«E l’altro (Artabano) rispondeva dicendo: “Altri mali più degni di compassione di questo subiamo lungo la vita. In una vita così breve infatti, nessun uomo è per natura così felice, né tra questi né tra gli altri, a cui non non sia venuto in mente spesso e non una sola volta di voler morire piuttosto che vivere».

Αἵ τε γὰρ συμφοραὶ προσπίπτουσαι καὶ αἱ νοῦσοι συνταράσσουσαι καὶ βραχὺν ἐόντα μακρὸν δοκέειν εἶναι ποιεῦσι τὸν βίον. Οὕτω ὁ μὲν θάνατος μοχθηρῆς ἐούσης τῆς ζόης καταφυγὴ αἱρετωτάτη τῷ ἀνθρώπῳ γέγονε· ὁ δὲ θεὸς γλυκὺν γεύσας τὸν αἰῶνα φθονερὸς ἐν αὐτῷ εὑρίσκεται ἐών.»

«Infatti le disgrazie che piombano addosso e le malattie che sconvolgono fanno sembrare lunga una vita che è breve. Così la morte diventa per l’uomo la via di scampo preferibile a un’esistenza che è dolorosa: il dio facendo assaggiare una vita dolce si scopre essere in questo invidioso”».


Famosi sono i versi di Sofocle,  Edipo a Colono, vv. 1224-1227:

Μὴ φῦναι τὸν ἅπαντα νι-
κᾷ λόγον· τὸ δ', ἐπεὶ φανῇ,
βῆναι κεῖθεν ὅθεν περ ἥ-
κει, πολὺ δεύτερον, ὡς τάχιστα.

«Il non essere nato vince / ogni discorso; andare, dopo che tu sia venuto alla luce, / là da dove appunto sei / giunto al più presto, è di gran lunga il secondo bene».

Anche in Euripide non mancano le testimonianze:

Euripide, Troiane, 636-637

τὸ μὴ γενέσθαι τῷ θανεῖν ἴσον λέγω, τοῦ ζῆν δὲ λυπρῶς κρεῖσσόν ἐστι κατθανεῖν.

 ἀλγεῖ γὰρ οὐδὲν † τῶν κακῶν ᾐσθημένος· †

 ὁ δ’ εὐτυχήσας ἐς τὸ δυστυχὲς πεσὼν

ψυχὴν ἀλᾶται τῆς πάροιθ’ εὐπραξίας. 640

κείνη δ’, ὁμοίως ὥσπερ οὐκ ἰδοῦσα φῶς,

τέθνηκε κοὐδὲν οἶδε τῶν αὑτῆς κακῶν.

ἐγὼ δὲ τοξεύσασα τῆς εὐδοξίας

λαχοῦσα πλεῖον τῆς τύχης ἡμάρτανον.

«Il non nascere io lo dico pari al morire, / mentre rispetto al vivere nel dolore è meglio morire. / Infatti non soffre nulla chi non percepisce i mali; / invece chi avendo avuto fortuna poi è caduto nella sventura / ha perduto nell’anima il precedente successo. / Quella invece, proprio come se non avesse mai visto la luce, / è morta e non sa niente dei propri mali. / Mentre io dopo aver mirato alla buona fama / e averla colta, a maggior ragione fallivo il bersaglio della fortuna».


Vediamo anche qualche passo latino.

LUCREZIODe rerum natura

V, 174

quidve mali fuerat nobis non esse creatis?,

«che male sarebbe stato per noi non essere stati creati?».

V, 222-27

tum porro puer, ut saevis proiectus ab undis

navita, nudus humi iacet infans indigus omni

vitali auxilio, cum primum in luminis oras

nixibus ex alvo matris natura profudit,

vagituque locum lugubri complet, ut aequumst

cui tantum in vita restet transire malorum.

«Ed ecco il fanciullo, come un naufrago buttato a riva dalle crudeli / onde, nudo giace al suolo privo di parola bisognoso di ogni / aiuto vitale, non appena la natura lo ha fatto uscire / dal ventre della madre sui lidi della luce, con le doglie / e riempie il luogo di un lugubre vagito, come è giusto / per cui nella vita è riservato di attraversare tanti mali».


Leopardi aveva in mente questi versi quando scrisse il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (vv. 39-56; 100-104):

Nasce l'uomo a fatica,/Ed è rischio di morte il nascimento./Prova pena e tormento/Per prima cosa; e in sul principio stesso/La madre e il genitore/Il prende a consolar dell'esser nato./Poi che crescendo viene,/L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre/ Con atti e con parole/Studiasi fargli core,/E consolarlo dell'umano stato:/Altro ufficio più grato/Non si fa da parenti alla lor prole./Ma perchè dare al sole,/Perchè reggere in vita/Chi poi di quella consolar convenga?/Se la vita è sventura,/Perchè da noi si dura? […] Questo io conosco e sento,/Che degli eterni giri,/Che dell'esser mio frale,/Qualche bene o contento/Avrà fors'altri; a me la vita è male.


Seneca

Consolatio ad Marciam, 22 (per una donna, figlia del senatore e storiografo martire di Tiberio Cremuzio Cordo, a cui era morto il figlio).

Itaque, si felicissimum est non nasci, proximum est, puto, brevi aetate defunctos cito in integrum restitui,

«e così, se la massima fortuna è non nascere, la seconda è, credo, essere restituiti allo stato originario in fretta dopo aver compiuto una vita breve».

Consolatio ad Polybium, 4, 3 (per un uomo, un potente liberto di Claudio, a cui era morto un fratello).

Non vides, qualem nobis vitam rerum natura promiserit, quae primum nascentium hominum fletum esse voluit?,

«Non vedi quale vita ci ha riservato la natura, che ha voluto che per prima cosa ci fosse il pianto degli uomini quando nascono?»


Infine vediamo PetronioSatyricon, , 48, 8 Trimalchione che durante la cena si atteggia a filosofo).

Nam Sybillam quidem Cumis, ego ipse, oculis meis, vidi in ampulla pendere et cum illi pueri dicerent: Σιβύλλα, τὶ θέλεις; respondebat illa: ἀποθανεῖν θέλω,

«io stesso infatti vidi con i miei occhi a Cuma la Sibilla essere sospesa in un’ampolla e siccome i fanciulli dicevano: “Sibilla, cosa vuoi”, ella rispondeva: “morire voglio”».


Queste parole di Petronio sono citate come epigrafe all’inizio di The waste land di T.S. Eliot (1922).


p.s.

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Euripide, Baccanti – esodo (vv. 1363-1392) – testo e traduzione – Maturità 2026

 

Fine del dramma 


Αγ.

ὦ πάτερ, ἐγὼ δὲ σοῦ στερεῖσα φεύξομαι.

Κα.

τί μ' ἀμφιβάλλεις χερσίν, ὦ τάλαινα παῖ,

ὄρνις ὅπως κηφῆνα πολιόχρων κύκνος;        1365

Ag.
O padre, io andrò in esilio privata di te.
Ca.
Perché mi getti attorno le braccia, o figlia sventurata,
come un volatile cigno con il canuto vecchio sfinito?
Αγ.

ποῖ γὰρ τράπωμαι πατρίδος ἐκβεβλημένη;

Κα.

οὐκ οἶδα, τέκνον· σμικρὸς ἐπίκουρος πατήρ.

Ag.
Dove dovrei rivolgermi allora, scacciata dalla patria?
Ca.
Non lo so, creatura; tuo padre è un soccorritore da poco.
Αγ.

χαῖρ', ὦ μέλαθρον, χαῖρ', ὦ πατρία

πόλις· ἐκλείπω σ' ἐπὶ δυστυχίᾳ

φυγὰς ἐκ θαλάμων.         1370

Ag.
Addio, casa, addio città
dei padri; ti abbandono nella sventura
esule dal talamo.

Κα.

στεῖχέ νυν, ὦ παῖ, τὸν Ἀρισταίου

. . . . . .

Αγ. στένομαί σε, πάτερ. Κα. κἀγώ, τέκνον,

καὶ σὰς ἐδάκρυσα κασιγνήτας.†

Ca.
Ora va’, o figlia, da Aristeo
. . . . . .
Ag. Ti compiango, padre. Ca. E io te, figlia,
e ho versato lacrime per le tue sorelle.

Αγ.

δεινῶς γὰρ τάνδ' αἰκείαν

Διόνυσος ἄναξ                 1375

τοὺς σοὺς εἰς οἴκους ἔφερε.†

Ag.
Terribilmente infatti questa brutalità
portava nella tua casa.   

Δι.

καὶ γὰρ ἔπασχον δεινὰ πρὸς ὑμῶν,

ἀγέραστον ἔχων ὄνομ' ἐν Θήβαις.

Di.
E infatti subivo ingiurie terribili da parte vostra,
avendo un nome senza riconoscimento a Tebe.

Αγ. χαῖρε πάτερ μοι. Κα. χαῖρ', ὦ μελέα

θύγατερ· χαλεπῶς ‹δ'› ἐς τόδ' ἂν ἥκοις.     1380

Ag. Stammi bene padre. Ca. Sta’ bene, infelice
figlia; ma difficilmente potresti arrivarci.

Αγ.

ἄγετ' ὦ πομποί με κασιγνήτας

ἵνα συμφυγάδας ληψόμεθ' οἰκτράς.

ἔλθοιμι δ' ὅπου

μήτε Κιθαιρὼν ‹ἔμ᾽ ἴδοι› μιαρὸς

μήτε Κιθαιρῶν' ὄσσοισιν ἐγώ,                 1385

μηδ' ὅθι θύρσου μνῆμ' ἀνάκειται·

βάκχαις δ' ἄλλαισι μέλοιεν.

Ag.
Guidatemi amiche, dove prenderemo
le sorelle, misere compagne di esilio.
Vorrei andare dove
il Citerone contaminato non mi veda
né io il Citerone con i miei occhi,
e dove neppure il ricordo del tirso si trovi;
stiano a cuore ad altre baccanti.


[Χο. πολλαὶ μορφαὶ τῶν δαιμονίων,

πολλὰ δ' ἀέλπτως κραίνουσι θεοί·

καὶ τὰ δοκηθέντ' οὐκ ἐτελέσθη,        1390

τῶν δ' ἀδοκήτων πόρον ηὗρε θεός.

τοιόνδ' ἀπέβη τόδε πρᾶγμα.]

[Co. Molte sono le forme delle divinità,
molte cose in modo inatteso compiono gli dèi;
e le cose aspettate non si sono realizzate,
mentre di quelle inaspettate un dio ha trovato la via.
Così è andata a finire questa azione.]


p.s.

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domenica 5 aprile 2026

Giovanni Ghiselli: La forza dei classici.

Giovanni Ghiselli: La forza dei classici.: Ieri sera Tomaso Montanari parlando di arti figurative affermava che l’artista davanti alle mutazioni del mondo lo rappresenta cambiato ...

giovedì 2 aprile 2026

Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – CAPITOLO 2, completo e con PDF

 

PDF 


Capitolo 2

L’incontro tra Apollo e Dioniso


Il capitolo si apre con delle considerazioni di ordine generale:


Finora abbiamo considerato l’apollineo e il suo opposto, il dionisiaco, come forze artistiche che erompono dalla natura stessa, senza mediazione dell’artista umano.


Cioè le due forze sono state considerate come condizioni che tutti gli esseri umani in una misura o nell’altra possono sperimentare, senza per questo essere artisti, nel caso dei quali valgono le seguenti parole:


Rispetto a questi stati artistici immediati della natura, ogni artista è «imitatore», cioè o artista apollineo del sogno o artista dionisiaco dell’ebbrezza o infine – come per esempio nella tragedia greca – insieme artista del sogno e dell’ebbrezza. Quest’ultimo dobbiamo raffigurarcelo all’incirca come uno che, nell’ebbrezza dionisiaca e nell’alienazione mistica di sé, si lascia andare solitario e in disparte dalle schiere deliranti, e al quale poi, attraverso l’influsso apollineo del sogno, il suo stato, cioè la sua unità con l’intima essenza del mondo, si rivela in un’immagine di sogno simbolica”.


L’dea che l’arte sia imitazione risale a Platone che, in quanto imitazione di secondo grade, la condanna. Il discorso si trova all’inizio del libro X della Repubblica, ed è attenuato dall’affermazione che παλαιὰ μέν τις διαφορὰ φιλοσοφίᾳ τε καὶ ποιητικῇ (607b), «c’è un antico dissidio tra filosofia e poesia» e che si dichiara pronto a cambiare idea se qualcuno addurrà delle argomentazioni valide a favore della poesia poiché (607c) σύνισμέν γε ἡμῖν αὐτοῖς κηλουμένοις ὑπ' αὐτῆς, «siamo consapevoli di esserne affascinati».

Il libro si apre con la dichiarazione d’intenti (595a), μηδαμῇ παραδέχεσθαι αὐτῆς ὅση μιμητική, «di non accogliere in nessun modo quanta di essa (la poesia) è mimetica»; successivamente Socrate, che dialoga con Glaucone, dimostra che chiunque può diventare in qualche modo creatore di tutte le cose che esistono, e il modo:


Οὐ χαλεπός, ἦν δ' ἐγώ, ἀλλὰ πολλαχῇ καὶ ταχὺ δημιουργούμενος, τάχιστα δέ που, εἰ 'θέλεις λαβὼν κάτοπτρον [e] περιφέρειν πανταχῇ· ταχὺ μὲν ἥλιον ποιήσεις καὶ τὰ ἐν τῷ οὐρανῷ, ταχὺ δὲ γῆν, ταχὺ δὲ σαυτόν τε καὶ τἆλλα ζῷα καὶ σκεύη καὶ φυτὰ καὶ πάντα ὅσα νυνδὴ ἐλέγετο (596d-e)

«non è difficile, dissi io, ma è fattibile spesso e velocemente, anzi molto velocemente in qualche modo, se vuoi prendere uno specchio e girarlo tutto intorno: creerai velocemente un sole e le cose nel cielo, velocemente una terra, velocemente te stesso e gli altri animali e mobili e piante e tutte quante le cose che or ora si dicevano».


Glaucone però risponde giustamente che si tratta di apparenze, φαινόμεναnon cose veramente esistenti, ὄντα τῇ ἀληθείᾳ. Socrate allora approfondisce il ragionamento prendendo come esempio un letto in quanto oggetto d’arte (in questo caso prende come modello la pittura) e dicendo che ce ne sono tre tipi:


τριτταί τινες κλῖναι αὗται γίγνονται· μία μὲν ἡ ἐν τῇ φύσει οὖσα, ἣν φαῖμεν ἄν, ὡς ἐγᾦμαι, θεὸν ἐργάσασθαι… Μία δέ γε ἣν ὁ τέκτων… Μία δὲ ἣν ὁ ζωγράφος… Ζωγράφος δή, κλινοποιός, θεός, τρεῖς οὗτοι ἐπιστάται τρισὶν εἴδεσι κλινῶν (597b)

«questi letti sono di tre tipi: uno e quello che esiste in natura, che potremmo dire, come io credo, che un dio lo ha prodotto… uno che ha prodotto il falegname… un che ha prodotto il pittore… Pertanto pittore, fabbricante di letti, dio, questi tre presiedono alle tre forme di letti».


Non si potrà dire del pittore che egli produce un letto, bensì, conviene Glaucone, che è μιμητὴς οὗ ἐκεῖνοι δημιουργοί (597e), «imitatore di ciò di cui quelli (i falegnami e il dio) sono artefici», e Socrate aggiunge che bisognerà chiamarlo τὸν τοῦ τρίτου ἄρα γεννήματος ἀπὸ τῆς φύσεως μιμητὴν, «l’imitatore della terza generazione a partire dalla natura», e Τοῦτ' ἄρα ἔσται καὶ ὁ τραγῳδοποιός, εἴπερ μιμητής ἐστι, τρίτος τις ἀπὸ βασιλέως καὶ τῆς ἀληθείας πεφυκώς, καὶ πάντες οἱ ἄλλοι μιμηταί, «e questo sarà quindi anche il tragediografo, se in effetti è un imitatore, terzo, per così dire, per natura a partire dal re e dalla verità, e imitatori tutti gli altri».

Inoltre si deve aggiungere che


τόν τε μιμητικὸν μηδὲν εἰδέναι ἄξιον λόγου περὶ ὧν μιμεῖται, ἀλλ' εἶναι παιδιάν τινα καὶ οὐ σπουδὴν τὴν μίμησιν, τούς τε τῆς τραγικῆς ποιήσεως ἁπτομένους ἐν ἰαμβείοις καὶ ἐν ἔπεσι πάντας εἶναι μιμητικοὺς ὡς οἷόν τε μάλιστα… τὸ δὲ δὴ μιμεῖσθαι τοῦτο περὶ τρίτον μέν τί ἐστιν ἀπὸ τῆς ἀληθείας (602b-c),

«l’imitatore non sa nulla di degno di essere detto intorno a ciò che imita, è invece l’imitazione un gioco e non cosa seria, e coloro che mettono mano alla poesia tragica in giambi e nell’epos sono tutti imitatori al massimo… e questo imitare è intorno a un livello che è terzo a partire dalla verità».


Ecco allora che il poeta è proprio come il pittore, un suo correlativo (ἀντίστροφον), τῷ φαῦλα ποιεῖν πρὸς ἀλήθειαν… εἴδωλα εἰδωλοποιοῦντα, τοῦ δὲ ἀληθοῦς πόρρω πάνυ ἀφεστῶτα (605a, c), «per il fatto che produce cose scadenti in relazione alla verità… immaginando dei simulacri, ma restando del tutto lontano dalla verità».

Aristotele invece, pur concordando sul fatto che l’arte è imitazione, tuttavia ne opera la riabilitazione in quanto connette l’imitazione all’apprendimento. Nella Poetica (1447a) parte dallo stesso presupposto del suo maestro, che le forme artistiche πᾶσαι τυγχάνουσιν οὖσαι μιμήσεις τὸ σύνολον, «si trovano ad essere tutte imitazioni, in generale»; tuttavia l’imitazione è un fatto positivo, e ciò è spiegato così (1448b):


Ἐοίκασι δὲ γεννῆσαι μὲν ὅλως τὴν ποιητικὴν αἰτίαι δύο τινὲς καὶ αὗται φυσικαί. τό τε γὰρ μιμεῖσθαι σύμφυτον τοῖς ἀνθρώποις ἐκ παίδων ἐστὶ καὶ τούτῳ διαφέρουσι τῶν ἄλλων ζῴων ὅτι μιμητικώτατόν ἐστι καὶ τὰς μαθήσεις ποιεῖται διὰ μιμήσεως τὰς πρώτας, καὶ τὸ χαίρειν τοῖς μιμήμασι πάντας,

«sembrano aver generato, in generale, l’arte poetica due cause e queste sono naturali. Da una parte infatti l’imitare è connaturato agli esseri umani fin dall’infanzia e in questo si distinguono dagli altri animali, cioè per il fatto che è il pù incline all’imitazione e produce i primi apprendimenti mediante l’imitazione, e poi il fatto che tutti godono delle imitazioni»…

αἴτιον δὲ καὶ τούτου, ὅτι μανθάνειν οὐ μόνον τοῖς φιλοσόφοις ἥδιστον ἀλλὰ καὶ τοῖς ἄλλοις ὁμοίως, ἀλλ' ἐπὶ βραχὺ κοινωνοῦσιν αὐτοῦ,

«e la causa di ciò è che imparare è piacevolissimo non solo per i filosofi ma anche per gli altri ugualmente, solo che ne partecipano per poco»;

διὰ γὰρ τοῦτο χαίρουσι τὰς εἰκόνας ὁρῶντες, ὅτι συμβαίνει θεωροῦντας μανθάνειν καὶ συλλογίζεσθαι τί ἕκαστον,

«per questo infatti godono nel vedere le immagini, poiché capita, osservandole, di imparare e ragionare su cosa sia ciascuna cosa».


Anche Shakespeare considera compito dell’arte, almeno di quella teatrale, rappresentare la realtà (Amleto, III, 2):


the purpose of playing, whose end, both at the first and now, was and is, to hold as ‘twere, the mirror up to nature,

«lo scopo del teatro, il cui fine, sia all'origine come ora, era ed è, di reggere, per così dire, lo specchio della natura»,


come del resto anche Montaigne (Saggi, I, 26):


Ce grand monde, que les uns multiplient encore comme espèces sous un genre, c’est le miroir où il nous faut regarder, pour nous connaître de bon biais.

«Questo gran mondo, che alcuni moltiplicano ancora come specie sotto un genere, è lo specchio in cui dobbiamo guardare per conoscerci dal lato giusto».


Torniamo a Nietzsche. Dunque come hanno sviluppato i Greci questi due impulsi artistici? Rispondendo a questa domanda si capirà il rapporto dell’artista greco con i suoi archetipi, cioè, come diceva Aristotele, con l’imitazione della natura. In effetti lo Stagirita così dice (Poetica, 1447a):


ἐποποιία δὴ καὶ ἡ τῆς τραγῳδίας ποίησις ἔτι δὲ κωμῳδία καὶ ἡ διθυραμβοποιητικὴ καὶ τῆς αὐλητικῆς ἡ πλείστη καὶ κιθαριστικῆς πᾶσαι τυγχάνουσιν οὖσαι μιμήσεις τὸ σύνολον,

l'epica e la poesia tragica e ancora la commedia e la poesia ditirambica e la maggior parte dell'auletica e dalla citaristica, tutte si trovano ad essere complessivamente imitazioni.


E più avanti dà la definizione di tragedia in questi termini (Poetica, 1449b):


ἔστιν οὖν τραγῳδία μίμησις πράξεως σπουδαίας καὶ τελείας μέγεθος ἐχούσης, ἡδυσμένῳ λόγῳ χωρὶς ἑκάστῳ τῶν εἰδῶν ἐν τοῖς μορίοις, δρώντων καὶ οὐ δι' ἀπαγγελίας, δι' ἐλέου καὶ φόβου περαίνουσα τὴν τῶν τοιούτων παθημάτων κάθαρσιν.

«la tragedia dunque è imitazione di un'azione seria e compiuta avente una grandezza, caratterizzata da parola ornata separatamente per ciascuna delle forme nelle sue parti, di persone che agiscono e non mediante narrazione, la quale porta a compimento attraverso pietà e paura la catarsi di siffatte passioni».


Per quanto riguarda i sogni bisogna parlare per congettura, per l’assenza di testimonianze, ma è inevitabile pensare che avessero causalità logica e che si svolgessero secondo una successione di scene da immaginare come i loro bassorilievi; viene da pensare ai fregi dei templi, quello ionico continuo, come quello interno del Partenone, o quello dorico con le metope, come quelli esterni del Partenone e del tempio di Zeus a Olimpia. La perfezione di queste opere suggerisce un ardito paragone immaginando


i Greci sognanti come Omeri e Omero come un greco sognante.


Non c’è invece bisogno di congetturare per constatare l’abisso che separa Greci e barbari nel dionisiaco. Noi sappiamo dell’esistenza di feste di tipo dionisiaco in tutto il mondo antico e quasi ovunque erano caratterizzate da sfrenatezza sessuale e sfogavano la più selvaggia ferinità. I Greci però furono protetti da quegli eccessi dalla figura di Apollo che ha eternato quell’atteggiamento di ripulsa nell’arte dorica. Tale azione però non bastò quando anche tra i Greci cominciarono a farsi strada istinti dionisiaci


l’azione del dio delfico si limitò a togliere di mano al poderoso avversario… le armi annientatrici. Questa riconciliazione rappresenta il momento più importante nella storia del culto greco.


L’attestazione di tale compromesso si trova nelle Baccanti di Euripide, nelle parole che Tiresia rivolge a Penteo e nella conferma del Coro:


ἔτ᾽ αὐτὸν ὄψῃ κἀπὶ Δελφίσιν πέτραις

πηδῶντα σὺν πεύκαισι δικόρυφον πλάκα,

πάλλοντα καὶ σείοντα βακχεῖον κλάδον,

μέγαν τ᾽ ἀν᾽ Ἑλλάδα. ἀλλ᾽ ἐμοί, Πενθεῦ, πιθοῦ:

μὴ τὸ κράτος αὔχει δύναμιν ἀνθρώποις ἔχειν,

μηδ᾽, ἢν δοκῇς μέν, ἡ δὲ δόξα σου νοσῇ,

φρονεῖν δόκει τι: τὸν θεὸν δ᾽ ἐς γῆν δέχου

καὶ σπένδε καὶ βάκχευε καὶ στέφου κάρα.

«Un giorno lo vedrai anche sulle rupi Delfiche / saltare con le fiaccole per il pianoro dalle due cime, / brandendo e scuotendo il bacchico ramo, / grande per l’Ellade. Suvvia, Penteo, dammi retta: / non presumere che il potere abbia potenza per gli uomini, / e non credere che, se hai un’opinione, ma è un’opinione malata, / di avere una qualche intelligenza; accogli il dio nella regione / e fa’ libagioni e baccheggia e incorona il capo». 

(306-313)


ὦ πρέσβυ, Φοῖβόν τ' οὐ καταισχύνεις λόγοις,

τιμῶν τε Βρόμιον σωφρονεῖς, μέγαν θεόν.

«O vecchio, non oltraggi Febo con le tue parole, / e onorando Bromio sei saggio, è un dio grande».

(328-329)


Dunque in Grecia la forza dionisiaca è stata filtrata da Apollo dunque le orge greche, rispetto ai barbari riti sfrenati assumono una funzione di redenzione. Solo in esse la dissoluzione del principium individuationis si trasforma in arte.


Il canto e la mimica di tali invasati… furono per il modo omerico dei Greci qualcosa di nuovo e di inaudito. In particolare suscitò in esso spavento e orrore la musica dionisiaca […] La musica apollinea era architettura dorica in suoni, ma in suoni solo accennati, quali appartengono alla cetra… Nel ditirambo dionisiaco l’uomo viene stimolato al massimo potenziamento di tutte le sue facoltà simboliche. […] Ora l’essenza della natura deve esprimersi simbolicamente: è necessario un nuovo mondo di simboli, e anzitutto l’intero simbolismo del corpo.


Dunque elemento tipico delle orgie bacchiche è la danza che associata alla musica scatena l’entusiasmo e favorisce la rottura del principium individuationis. Il fatto è che per comprendere il fenomeno bisogna averlo già sperimentato quindi il seguace di Dioniso è compreso solo dai sui confratelli.


 Con quanto stupore dové guardare a lui il Greco apollineo! Con uno stupore che era tanto più grande, quanto più a esso si mescolava l’orrore di sentire che tutto quello non gli era poi davvero così estraneo, anzi che la sua coscienza apollinea gli nascondeva questo mondo dionisiaco solo come un velo.


p.s.

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