giovedì 19 marzo 2026

Euripide, Baccanti – esodo (vv. 1244-1258) – testo e traduzione – Maturità 2026

 

Κα.

[ὦ πένθος οὐ μετρητὸν οὐδ' οἷόν τ' ἰδεῖν,

φόνον ταλαίναις χερσὶν ἐξειργασμένων.]        1245

καλὸν τὸ θῦμα καταβαλοῦσα δαίμοσιν

ἐπὶ δαῖτα Θήβας τάσδε κἀμὲ παρακαλεῖς.

Ca.

[O dolore non misurabile e neppure possibile a vedersi,
avete compiuto un omicidio con mani sciagurate.]
bella la vittima avendo abbattuto per gli dèi
inviti qui a banchetto Tebe e me.

οἴμοι κακῶν μὲν πρῶτα σῶν, ἔπειτ' ἐμῶν·

ὡς ὁ θεὸς ἡμᾶς ἐνδίκως μὲν ἀλλ' ἄγαν

Βρόμιος ἄναξ ἀπώλεσ' οἰκεῖος γεγώς.        1250

Ohimé che mali innanzitutto tuoi, poi miei;
come il dio giustamente sì, ma troppo ci
ha rovinato, il signore Bromio, che pure è della famiglia!

Αγ.

ὡς δύσκολον τὸ γῆρας ἀνθρώποις ἔφυ

ἔν τ' ὄμμασι σκυθρωπόν. εἴθε παῖς ἐμὸς

εὔθηρος εἴη, μητρὸς εἰκασθεὶς τρόποις,

Ag.

Come è bisbetica per natura la vecchiaia agli uomini
e accigliata negli occhi. Magari mio figlio
fosse buon cacciatore, diventando simile all’indole della madre,

ὅτ' ἐν†νεανίαισι Θηβαίοις ἅμα

θηρῶν ὀριγνῷτ'· ἀλλὰ θεομαχεῖν μόνον        1255

οἷός τ' ἐκεῖνος. νουθετητέος, πάτερ,

σοὐστίν. τίς αὐτὸν δεῦρ' ἂν ὄψιν εἰς ἐμὴν

καλέσειεν, ὡς ἴδῃ με τὴν εὐδαίμονα;

quando insieme ai giovani Tebani
si lanciasse all’inseguimento delle fiere; ma è solo capace
di combattere con gli dèi quello. Devi ammonirlo, padre.
Chi lo chiamerebbe qui al mio cospetto,
affinché veda me, la felice?
 


p.s. 

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Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – TENTATIVO DI AUTOCRITICA 3-4

 

3

Dunque il libro risulta «impossibile» a posteriori, in quanto «molto convinto e perciò dispensato dal dimostrare… per iniziati… fin dall'inizio si isola dal profanum vulgus delle “persone colte” ancor più che dal “popolo”…».


È l’incipit dell’ode I, 1 di Orazio odi profanum vulgus et arceo, «odio il volgo profano e me ne tengo lontano».


Quindi si rammarica del modo in cui ha comunicato le sue idee:


Avrebbe dovuto cantare, quest’«anima nuova» – e non parlare! Che peccato che io, ciò che allora avevo da dire, non abbiamo osato dirlo da poeta: forse lo avrei potuto! O almeno da filologo.


Tuttavia rimane molto da scoprire in questo campo per il filologo, soprattutto un problema, in cosa consista il dionisiaco, senza risolvere il quale la grecità non solo rimane sconosciuta ma addirittura inimmaginabile.


4

Dunque che cosa è dionisiaco?


Una questione fondamentale è il rapporto del Greco col dolore, il suo grado di sensibilità,… la questione se in realtà il suo desiderio sempre più forte di bellezza, di feste, di divertimenti, di culti nuovi non si sia sviluppato dalla mancanza, dalla privazione, dalla melanconia e dal dolore. Posto cioè che proprio questo fosse vero – e Pericle (o Tucidide) ce lo lascia intendere nel grande discorso funebre – da che cosa discenderebbe allora il desiderio opposto, che si manifestò cronologicamente prima, il desiderio del brutto, la buona e dura volontà di pessimismo nel Greco antico, di mito tragico, dell’immagine di tutto il terribile, il malvagio, l’enigmatico, il distruttivo e il fatale che si cela in fondo all’esistenza, –  da che cosa discenderebbe allora la tragedia?


Qui Nietzsche allude al λόγος ἐπιτάφιος pronunciato da Pericle e riportato da Tucidide (II, 35-46); in particolare


φιλοκαλοῦμέν τε γὰρ μετ᾽ εὐτελείας καὶ φιλοσοφοῦμεν ἄνευ μαλακίας

«amiamo il bello con semplicità e la cultura senza mollezza» (40, 1)


Καὶ μὴν καὶ τῶν πόνων πλείστας ἀναπαύλας τῇ γνώμῃ ἐπορισάμεθα, ἀγῶσι μέν γε καὶ θυσίαις διετησίοις νομίζοντες, ἰδίαις δὲ κατασκευαῖς εὐπρεπέσιν, ὧν καθ' ἡμέραν ἡ τέρψις [2] τὸ λυπηρὸν ἐκπλήσσει.


Sullo spirito agonistico dei Greci riflette così Nietzsche (Umano, troppo umano, II, Parte seconda, Il viandante e la sua ombra): «226. Saggezza dei Greci. Poiché il voler vincere e primeggiare è un tratto di natura invincibile, più antico e originario di ogni stima e gioia di uguaglianza, lo Stato greco aveva sanzionato fra gli uguali la gara ginnastica e musica, aveva cioè delimitato un'arena dove quell'impulso doveva scaricarsi senza mettere in pericolo l'ordinamento politico. Con il decadere finale della gara ginnastica e musica, lo Stato greco cadde nell'inquietudine e dissoluzione interna.


Sulla festa come tratto distintivo del mondo pagano: Nietzsche, Scelta di frammenti postumi 1887-1888, trad. it. Alelphi, Milano, 10 [165]: «le feste. Bisogna essere molto grossolani per non sentire la presenza di cristiani e di valori cristiani come un’oppressione, sotto la quale ogni vera atmosfera di festa se ne va al diavolo. Nella festa è compreso: orgoglio, tracotanza, sfrenatezza; la stravaganza; lo scherno per ogni forma di serietà e di perbenismo; una divina affermazione di sé per pienezza e perfezione animale – tutti stati d'animo a cui il cristiano non può onestamente dire di sì.

La festa è paganesimo par excellence».

Ancora Nietzsche in Umano, troppo umano, II, Opinioni e sentenze diverse: «187. Il mondo antico e la gioia. Gli uomini del mondo antico sapevano gioire meglio; noi sappiamo rattristarci meno; quelli  riuscivano a trovare sempre nuovi motivi di sentirsi bene e di celebrare feste, impegnando tutta la loro ricchezza di acume e di riflessione, mentre noi rivolgiamo il nostro spirito all’adempimento di compiti che mirano piuttosto alla liberazione dal dolore, all’eliminazione delle cause di dispiacere. Quanto alle sofferenze dell’esistenza, gli antichi cercavano di dimenticare, o di piegare in qualche modo il sentimento verso il piacevole; sicché a ciò essi cercavano di ovviare con palliativi, mentre noi affrontiamo le cause del soffrire e nel complesso preferiamo agire in senso profilattico. Forse noi stiamo costruendo solo le fondamenta, su cui uomini futuri costruiranno di nuovo anche il tempio della gioia».


p.s.

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Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – TENTATIVO DI AUTOCRITICA 2

 

 2

Il problema che gli si era affacciato era «un problema con le corna, non proprio necessariamente un toro» (Allusione molto probabile all’impulso dionisiaco, per l’identificazione di Dioniso con il toro. Vedi, per esempio la parodo delle Baccanti di Euripide – v. 100 – dove il dio è definito ταυρόκερων θεὸν, «dio dalle corna di toro») ma un problema nuovo cioè il «problema della scienza». Senonché ne è uscito un libro impossibile per l’inesperienza  unita all’entusiasmo giovanili, per la prolissità da Sturm und Drang, e però rivendica di essere piaciuto «ai migliori del suo tempo», citando il prologo del Wallenstein di Shiller: «Giacché colui che ha fatto abbastanza per i migliori del suo tempo, è vissuto per tutti i tempi». Anche Orazio rivendica tale prerogativa (Epistulae, I, XX, 20-23):


Me libertino natum patre et in tenui re

maiores pennas nido extendisse loqueris,

ut quantum generi demas virtutibus addas;

me primis Vrbis belli placuisse domique.

«Dirai che io, nato da padre libertino e in una modesta / condizione ho aperto ali più grandi del nido, / così da aggiungere alle virtù quanto puoi togliere alla nascita; / che io sono piaciuto ai primi della città in guerra e in pace».


Tuttavia Nietzsche non vuole nascondersi quanto il libro risulti spiacevole ed estraneo dopo sedici anni ai suoi occhi, per i quali però non è divenuto estraneo il compito che si era posto: vedere la scienza con l'ottica dell'artista e l'arte invece con quella della vita 


p.s.

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Euripide, Baccanti – esodo (vv. 1233-1243) – testo e traduzione – Maturità 2026

 

Αγ.

πάτερ, μέγιστον κομπάσαι πάρεστί σοι,

πάντων ἀρίστας θυγατέρας σπεῖραι μακρῷ

θνητῶν· ἁπάσας εἶπον, ἐξόχως δ' ἐμέ,        1235

ἣ τὰς παρ' ἱστοῖς ἐκλιποῦσα κερκίδας

ἐς μείζον' ἥκω, θῆρας ἀγρεύειν χεροῖν.

Ag.
Padre, puoi vantarti al massimo,
di aver seminato le figlie di gran lunga migliori
tra i mortali: tutte ho detto, ma specialmente io,
che avendo lasciato le spole ai telai
sono giunta a imprese più grandi, dare la caccia alle fiere a mani nude.

φέρω δ' ἐν ὠλέναισιν, ὡς ὁρᾷς, τάδε

λαβοῦσα τἀριστεῖα, σοῖσι πρὸς δόμοις

ὡς ἀγκρεμασθῇ· σὺ δέ, πάτερ, δέξαι χεροῖν,     1240

Porto tra le braccia, come vedi, questo
trofeo che ho conquistato, affinché sia appeso
al tuo palazzo; tu, padre, accoglilo con le mani,

γαυρούμενος δὲ τοῖς ἐμοῖς ἀγρεύμασιν

κάλει φίλους ἐς δαῖτα· μακάριος γὰρ εἶ,

μακάριος, ἡμῶν τοιάδ' ἐξειργασμένων.

e fiero della mia preda
invita gli amici a banchetto; beato infatti sei,
beato, avendo noi compiuto tali imprese.



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mercoledì 18 marzo 2026

Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – TENTATIVO DI AUTOCRITICA 1

 

Tentativo di autocritica


1

Nietzsche rievoca il tempo in cui il libro, da lui definito problematico, nacque, «nonostante il quale esso nacque», cioè la guerra franco-tedesca del 1870-71: sicuramente doveva esservi alla base una questione fondamentale e affascinante. In quei mesi aveva riflettuto senza riuscire a darsi una risposta sulla «pretesa “serenità” dei Greci e dell’arte greca», finché alla fine della guerra prende corpo il progetto del libro.


La specie di uomini finora meglio riuscita, più bella, più invidiata, più seduttrice verso la vita, i Greci – come? Proprio essi ebbero bisogno della tragedia? Ancor più, dell'arte? – A che scopo, l'arte greca?…


Dunque il problema posto era se il pessimismo fosse necessariamente un sintomo di decadenza e se invece non esista un pessimismo della forza, un’inclinazione intellettuale per ciò che nella vita è duro.


Che cosa significa, proprio presso i Greci dell'epoca migliore, più forte, più valorosa, il mito tragico? E l’enorme fenomeno del dionisiaco? Che cosa significa la tragedia, nata da esso? – E d'altra parte ciò per cui la tragedia morì, il socratismo della morale, la dialettica, la moderazione e la serenità dell'uomo teoretico – ebbene, non potrebbe essere proprio questo socratismo un segno di declino?… E la «serenità greca» della grecità posteriore non potrebbe essere solo un tramonto? La volontà epicurea contro il pessimismo, solo la cautela di un sofferente?… Forse la scientificità è solo una paura e una scappatoia di fronte al pessimismo? Una sottile legittima difesa contro – la verità?


Una prima novità è dunque la critica alla concezione del modo greco che troviamo già in Winckelmann e che era diffusa tra gli studiosi tedeschi dell’Ottocento. Famose sono queste parole di Winckelmann in Pensieri sull’imitazione dell’arte greca: 


Infine, la generale e principale caratteristica dei capolavori greci è una nobile semplicità e una quieta grandezza, sia nella posizione che nell'espressione. Come la profondità del mare che resta sempre immobile per quanto agitata ne sia la superficie, l’espressione delle figure greche, per quanto agitate da passioni, mostra sempre un’anima grande e posata.


Per quanto riguarda l’ambiente accademico tale impostazione emerge da una lettera di Rhode a Nietzsche del 22 aprile 1871:


Come detesto tutta questa penosa sapienza di Gottinga riguardante «la serenità dell'autentica grecità»! Dioniso ha avuto un influsso altrettanto profondo dell'illuminato Apollo che questa infausta genia di professori vede dappertutto!


Un altro elemento importante e nuovo è il ribaltamento di prospettiva per cui quello che anche noi consideriamo il periodo aureo della grecità, ossia l’età di Pericle, è invece considerato il principio della decadenza. Il concetto si ritrova poi in Umano, troppo umano I, 474:


Temuto dallo stato lo sviluppo dello spirito. La cultura si sviluppò nonostante la polis... Contro ciò non bisogna appellarsi al panegirico di Pericle: perché esso è solo una grande e ottimistica fantasia sulla pretesa necessaria connessione fra polis e cultura ateniese; Tucidide, immediatamente prima che la notte scenda su Atene (la peste e la rottura della tradizione), la fa brillare ancora una volta come uno sfolgorante tramonto, destinato a far dimenticare la brutta giornata che lo ha preceduto.