martedì 2 giugno 2026

Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – CAPITOLO 8 – 1° parte

 

Qui il percorso completo in PDF

(in aggiornamento) 

 

Capitolo 8

Ancora sul coro


Tanto il Satiro quanto il pastore idilliaco dei tempi moderni sono prodotti di una nostalgia del primitivo e del naturale: ma con quale presa salda e impavida il Greco afferrò il suo uomo silvestre, e con quale timidezza e mollezza l’uomo moderno si trastullò invece con la carezzevole immagine di un pastore tenero, effemminato, che suona il flauto!


Il greco vide nel suo satiro una natura che non ha ancora conosciuto la civiltà: non era dunque, come la scimmia, uno stadio pre-umano, ma


l’immagine primigenia dell’uomo […] annunciatore di una saggezza tratta dal seno più profondo della natura, come simbolo dell’onnipotenza sessuale della natura.


Davanti a lui l’uomo civile si riduce a caricatura e Schiller ha ragione:


il coro è un muro vivo contro l’assalto della realtà… perché riflette l’esistenza in modo più verace, reale e completa che non l’uomo civile, che comunemente si considera come unica realtà.


Ora, la poesia non è frutto della fantasia del poeta, ma al contrario è la non velata espressione della verità, per raggiungere la quale deve scrollarsi di dosso la civilizzazione. Il contrasto tra verità della natura e menzogna della civiltà è analogo a quello tra cosa in sé e apparenza e come la consolazione metafisica della tragedia consiste nel mostrarci l’eternità dell’essere contro lo scomparire delle apparenze così il coro dei satiri simboleggia già il rapporto originario tra i due mondi. Il pastore idillico rappresenta una natura frutto di illusioni prodotte dalla cultura.


Il Greco dionisiaco vuole la verità e la natura nella loro forza massima – e si vede trasformato per incanto in Satiro.


Questi sono gli stati d’animo dei seguaci di Dioniso: sotto il loro influsso essi vedono se stessi come potenze della natura, come satiri. Il coro tragico è l’imitazione artistica di quel fenomeno naturale, a cui segue la separazione tra spettatori dionisiaci e invasati da Dioniso. Ma bisogna tenere presente che il pubblico vede comunque se stesso nel coro, e che quindi pubblico e coro sono accomunati dall’estasi dionisiaca e i satiri rappresentano il pubblico.


Il detto di Schlegel deve ora dischiudersi a noi in un senso più profondo. Il coro è lo «spettatore ideale», in quanto esso è l’unico spettatore, lo spettatore del mondo di visione della scena.


Il pubblico greco era diverso da quello moderno; aiutato dalla conformazione del teatro, che abbraccia dall’alto la scena e l’orchestra dominandole, poteva immaginarsi come coreuta dunque possiamo definire il coro «un rispecchiamento di sé dell’uomo dionisiaco». Il fenomeno è facile da comprendere se paragonato all’opera dell’attore, il quale vede fluttuare davanti a sé i personaggi.


Il coro dei Satiri è prima di ogni altra cosa una visione della massa dionisiaca, come a sua volta il mondo della scena è una visione di questo coro di Satiri.


Il fenomeno è abbastanza potente da distogliere il pubblico colto dalla percezione della realtà circostante.


La forma del teatro greco ricorda una valle di montagna solitaria: l’architettura della scena appare come una splendente immagine di nuvole, che le baccanti sciamanti per la montagna scorgono dall'alto, come la magnifica cornice, nel cui centro si rivela a loro l’immagine di Dioniso.


Con queste belle parole Nietzsche allude a Orazio (Odi, III, 25, 9-12):


Non secus in iugis

exsomnis stupet Euhias,

Hebrum prospiciens et niue candidam

Thracen.

«Non diversamente sui gioghi / l’insonne Baccante rimane incantata, / osservando davanti a sé l’Ebro e la Tracia candida / di neve».


La nostra concezione erudita non comprende il fatto che il poeta è tale quando crea figure per lui vive.


Per il vero poeta

la metafora non è una figura retorica, bensì un’immagine sostitutiva

che gli si presenta concretamente, in luogo di un concetto… Perché Omero descrive con tanta più evidenza di tutti gli altri poeti? Perché intuisce tanto di più. Noi parliamo di poesia in modo così astratto, perché siamo tutti di solito cattivi poeti.


In fondo il fenomeno estetico è semplice: se si è capaci di vedere intorno a sé schiere di spiriti si è poeti; se si sente l’impulso a immedesimarsi in altre creature si è drammaturghi. L’eccitazione dionisiaca comunica questa disposizione a tutta una massa che quindi si immedesima nella schiera di spiriti di cui si vede circondata.


Vedere sé stessi trasformati davanti a sé e agire poi come se si fosse davvero entrati in un altro corpo… Questo processo sta all’inizio dello sviluppo del dramma. C’è qui qualcosa di diverso dal rapsodo, che non si fonde con le sue immagini, ma che, simile al pittore, le vede fuori di sé… qui c’è già un annullamento dell’individuo per l’ingresso in una natura estranea.


Questo elemento è ciò che rende il ditirambo essenzialmente distinto dagli altri canti corali in cui i coreuti mantengono la loro identità.


Il coro ditirambico è un coro di trasformati, in cui il passato civile e la posizione sociale sono completamente dimenticati.


Il resto della lirica corale è in fondo un’estensione apollinea del poeta, mentre nel ditirambo c’è una comunità di attori che si considerano tra loro dei trasformati.

Un’opinione opposta è quella di Leopardi che considera il dramma non figlio della natura ma della civiltà, e quindi ne dà un giudizio negativo, non capendone il valore. Vediamo alcuni passi dello Zibaldone:


La poesia, quanto a' generi, non ha in sostanza che tre vere e grandi divisioni: lirico, epico e drammatico… Il drammatico è ultimo dei tre generi, di tempo e di nobiltà. Esso non è un'ispirazione, ma un'invenzione; figlio della civiltà, non della natura; poesia per convenzione e per volontà degli autori suoi, più che per la essenza sua. La natura insegna, è vero, a contraffar la voce, le parole, i gesti, gli atti di qualche persona; e fa che tale imitazione, ben fatta, rechi piacere: ma essa non insegna a farla in dialogo (4235).

la imitazion suggerita dalla natura, è per essenza, del tutto differente dalla drammatica. Il dramma non è proprio delle nazioni incolte. Esso è uno spettacolo, un figlio della civiltà e dell'ozio, un trovato [4236]di persone oziose, che vogliono passare il tempo, in somma un trattenimento dell'ozio, inventato, come tanti e tanti altri, nel seno della civiltà, dall'ingegno dell'uomo, non ispirato dalla natura, ma diretto a procacciar sollazzo a se e agli altri, e onor sociale o utilità a se medesimo. Trattenimento liberale bensì e degno; ma non prodotto della natura vergine e pura, come è la lirica, che è sua legittima figlia, e l'epica, che è sua vera nepote (4235-4236).

Direi che la drammatica spetta alla poesia meno ancora che l'epica. Essa è cosa prosaica: i versi vi sono di forma, non di essenza, nè le danno natura poetica. Il poeta è spinto a poetare dall'intimo sentimento suo proprio, non dagli altrui. Il fingere di avere una passione, un carattere ch'ei non ha (cosa necessaria al drammatico) è cosa alienissima dal poeta; non meno che l'osservazione esatta e paziente de' caratteri e passioni altrui. Il sentimento che l'anima al presente, ecco la sola musa ispiratrice del vero poeta, il solo che egli provi inclinazione ad esprimere. Quanto più un uomo è di genio, quanto più è poeta, tanto più avrà de' sentimenti suoi propri da esporre, tanto più sdegnerà di vestire un altro personaggio, di parlare in persona altrui, d'imitare, tanto più dipingerà se stesso e ne avrà il bisogno, tanto più sarà lirico, tanto meno drammatico. In fatti i maggiori geni e poeti che hanno coltivata la drammatica, (coltivata perchè l'hanno creduta poesia, ingannati dal verso, come Virgilio fece un poema epico perchè credè che Omero ne avesse fatto), peccano sempre in questo, di dar se stessi più che altrui (4357).

Il romanzo, la novella ec. sono all'uomo di genio assai meno alieni che il dramma, il quale gli è il più alieno di tutti i generi di letteratura, perchè è quello che esige la maggior prossimità d'imitazione, la maggior trasformazione dell'autore in altri individui, la più intera rinunzia e il più intero spoglio della propria individualità, alla quale l'uomo di genio tiene più fortemente che alcun altro (4367).

Si dice con ragione che quasi tutta la letteratura greca fu Ateniese. Ma non so se alcuno abbia osservato che questo non si può già dire della poesia; anzi, che io mi ricordi, nessun poeta greco di nome (eccetto i drammatici, che io non considero come propriamente poeti, ma come, al più, intermedii fra' poeti e' prosatori) fu Ateniese. Tanto la civiltà squisita è impoetica. (22. Sett. 1828.). Però, chi dice che la letteratura greca fiorì principalmente in Atene, dee distinguere, se vuol parlar vero, ed aggiungere che la poesia al contrario. ec. (4389).

venerdì 29 maggio 2026

Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – CAPITOLO 7 – completo

 

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Capitolo 7

La funzione del coro

A questo punto bisogna affrontare il labirinto dell’origine della tragedia greca. La tradizione antica ci dice che è nata dal coro e in origine era solo coro. In effetti così riferisce Aristotele (Poetica, 1449a):

γενομένη δοὖν ἀπἀρχῆς αὐτοσχεδιαστικῆς ‑ καὶ αὐτὴ καὶ ἡ κωμῳδία, καὶ ἡ μὲν ἀπὸ τῶν ἐξαρχόντων τὸν διθύραμβον, ἡ δὲ ἀπὸ τῶν τὰ φαλλικὰ ἃ ἔτι καὶ νῦν ἐν πολλαῖς τῶν πόλεων διαμένει νομιζόμενα ‑ κατὰ μικρὸν ηὐξήθη προαγόντων ὅσον ἐγίγνετο φανερὸν αὐτῆς· καὶ πολλὰς μεταβολὰς μεταβαλοῦσα ἡ τραγῳδία ἐπαύσατο, ἐπεὶ ἔσχε τὴν αὑτῆς φύσιν. καὶ τό τε τῶν ὑποκριτῶν πλῆθος ἐξ ἑνὸς εἰς δύο πρῶτος Αἰσχύλος ἤγαγε καὶ τὰ τοῦ χοροῦ ἠλάττωσε καὶ τὸν λόγον πρωταγωνιστεῖν παρεσκεύασεν· τρεῖς δὲ καὶ σκηνογραφίαν Σοφοκλῆς.  
«Essendo nata dunque da un principio di improvvisazione – sia questa sia la commedia, e l’una da coloro che intonavano il ditirambo, l’altra dalle processioni falliche che ancora oggi in molte tra le città rimangono in uso – a poco a poco crebbe, sviluppando (i poeti) quanto di essa diveniva manifesto; e dopo aver compiuto molti cambiamenti la tragedia cessò di mutare, quando entrò in possesso della propria natura. E il numero degli attori condusse da uno a due Eschilo per primo e diminuì le parti del coro e dispose la parola a essere protagonista; Sofocle portò gli attori a tre e introdusse la scenografia».

È necessario allora scrutare nel cuore di questo coro e individuarne la funzione. Da rifiutare è sicuramente l’interpretazione politica che vede nel coro una rappresentanza del popolo che incarna lo spirito della democrazia ateniese contro la prepotenza dei re; potrebbe essere dedotta da un’affermazione di Aristotele, ma non ha relazione con l’origine della tragedia. Qui si riferisce forse a Problemata, XIX, 922b dove si legge che gli attori sulla scena sono

ἡρώων μιμηταί· οἱ δὲ ἡγεμόνες τῶν ἀρχαίων μόνοι ἦσαν ἥρωες, οἱ δὲ λαοὶ ἄνθρωποι, ὧν ἐστὶν ὁ χορός,
«sono imitatori di eroi; tra gli antichi solo i capi erano eroi, mentre i popoli erano uomini, di cui è composto il coro».

In ogni caso anche per come lo leggiamo nella forma codificata da eschilo e Sofocle

È una bestemmia il parlare di un presentimento della «rappresentanza costituzionale del popolo».

Molto più famosa la definizione di A. W. Schlegel come «spettatore ideale»1:

A. W. Schlegel… ci raccomanda di considerare il coro in certo senso come il compendio e l’estratto della folla degli spettatori, come lo «spettatore ideale»… un’affermazione rozza e non scientifica, ma brillante, che però ha ricevuto il suo splendore solo dalla forma concentrata della sua espressione, dalla prevenzione prettamente germanica a favore di tutto ciò che viene detto «ideale».

Innanzitutto se lo confrontiamo col coro nel pubblico del teatro non troviamo nulla che a forza di essere idealizzato possa trovare riscontro nel coro. Poi l’idea condivisa che lo spettatore debba sempre essere consapevole della finzione scenica cozza con la constatazione che il coro invece percepisce la rappresentazione come realtà. Al contrario crediamo in uno spettatore esteticamente disposto in grado di intendere l’opera d’arte come tale, cioè in quanto finzione. Inoltre il fatto che la tragedia in origine fosse solo coro senza scena non si concilia con il coro di spettatori ideali.

Un’idea molto migliore è quella di Shiller nella famosa prefazione alla Sposa di Messina in cui

considerava il coro come muro vivente che la tragedia tracciava intorno a sé per isolarsi nettamente dal mondo reale e per serbare il suo terreno ideale e la sua libertà poetica.

Schiller notava che la convenzionalità del tempo, dell’architettura e del linguaggio metrico non fossero delle licenze poetiche ma l’essenza di ogni poesia.

L’introduzione del coro è il passo decisivo, con il quale viene dichiarata apertamente e lealmente la guerra a ogni naturalismo in arte.

Dunque il coro si muove su un terreno ideale: il Greco si è fabbricato un finto stato di natura con finti esseri naturali e la tragedia, fondata su questo, fin dall’inizio era svincolata dal realismo. Non è però un mondo di fantasia.

Il satiro come coreuta dionisiaco vive in una realtà religiosamente riconosciuta sotto la sanzione del mito e del culto.

Con il satiro nasce la tragedia e attraverso di lui parla la saggezza dionisiaca.

Il Satiro, il finto essere naturale, sta rispetto all'uomo civile nello stesso rapporto in cui la musica dionisiaca sta rispetto alla civiltà. Di quest'ultima Richard Wagner dice che viene annullata dalla musica, come il lume della lampada dalla luce del giorno. In ugual maniera, io credo, l’uomo civile greco si sentiva annullato al cospetto del coro dei Satiri; e l'effetto immediato della tragedia dionisiaca consiste in questo, che Stato e la società, e in genere gli abissi fra uomo e uomo, cedono a un soverchiante sentimento di unità che riconduce al cuore della natura. La consolazione metafisica, lasciata alla fine in noi da ogni vera tragedia – lo dico fin d’ora – per cui la vita è, a dispetto di ogni mutare delle apparenze, indistruttibilmente potente e gioiosa, questa consolazione, appare in corposa chiarezza come coro dei Satiri, come coro di esseri naturali, che per così dire vivono incorruttibili dietro ogni civiltà, e, nonostante ogni mutamento delle generazioni e della storia dei popoli, rimangono eternamente gli stessi.

Con questo coro trova consolazione il Greco profondo, dotato in modo unico per la sofferenza più delicata e più aspra, che ha contemplato con sguardo tagliente il terribile processo di distruzione della cosiddetta storia universale, come pure la crudeltà della natura, e corre il pericolo di anelare a una buddistica negazione della volontà. Lo salva l’arte, e mediante l’arte lo salva a sé – la vita.

Ho riportato un’ampio passo perché oltre ad essere chiaro è anche molto bello da leggere.

L’estasi dionisiaca contiene un elemento letargico, in cui, con il crollo delle barriere e dei limiti soliti dell’esistenza, si oblia il vissuto individuale. Così in quei momenti la dimensione dionisiaca e quella della realtà quotidiana si separano; ma non appena quest’ultima ritorna alla coscienza suscita nausea e produce una negazione ascetica della volontà.

In questo senso l’uomo dionisiaco assomiglia ad Amleto: entrambi hanno gettato una volta uno sguardo vero nell’essenza delle cose, hanno conosciuto, e provano nausea di fronte all’agire; giacché la loro azione non può mutare nulla nell’essenza eterna delle cose, ed essi sentono come ridicolo o infame che si pretenda da loro che rimettano in sesto il mondo che è fuori dai cardiniLa conoscenza uccide l'azione, per agire occorre essere avvolti nell'illusione – questa è la dottrina di Amleto.

Vediamo i passi di Shakespeare, che sono due, a cui allude Nietzsche.

Amleto, III, 1, 82-88:

Thus conscience does make cowards of us all,

And thus the native hue of resolution

Is sicklied o'er with the pale cast of thought,

And enterprises of great pitch and moment

With this regard their currents turn awry,

And lose the name of action.


Amleto, I, 5, 196-97:

The time is out of joint. O cursèd spite,

That ever I was born to set it right!


Amleto è stato interpretato in vari modi, come archetipo dell’eroe moderno in contrapposizione a quello antico (Pirandello); in chiave psicanalitica (Freud); in chiave estetica (Wilde). Vediamo queste interpretazioni nelle parole degli autori.

Pirandello2 vede manifestarsi in Amleto la perdita delle certezze e delle sicurezze che avevano caratterizzato il mondo antico:

— La tragedia d’Oreste in un teatrino di marionette! — venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari. — Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci, signor Meis.
— La tragedia d’Oreste?
— GiàD’après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l’Elettra. Ora senta un po’ che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.
— Non saprei, — risposi, stringendomi ne le spalle.
— Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.
— E perché?
— Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.
L’immagine della marionetta d’Oreste sconcertata dal buco nel cielo mi rimase tuttavia un pezzo nella mente. A un certo punto — Beate le marionette, — sospirai, — su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla! E possono attendere bravamente e prender gusto alla loro commedia e amare e tener se stesse in considerazione e in pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tetto proporzionato.

Il buco nel cielo di carta del teatrino può essere paragonato allo squarcio nel velo di Maya, dunque alla perdita del principium individuationis dominato dall’illusione e dall’apparenza.

Freud3 interpreta Amleto psicanaliticamente:

Secondo la concezione tuttora prevalente, che risale a Goethe, Amleto rappresenta il tipo d'uomo la cui vigorosa forza d'agire è paralizzata dalla forza opprimente dell'attività mentale ("la tinta nativa della risoluzione è resa malsana dalla pallida cera del pensiero", III, 1). Secondo altri, il poeta ha tentato di descrivere un carattere morboso, indeciso, che rientra nell'ambito della nevrastenia. Senonché, la finzione drammatica dimostra che Amleto non deve affatto apparirci come una persona incapace di agire in generale. Lo vediamo agire due volte, la prima in un improvviso trasporto emotivo, quando uccide colui che sta origliando dietro il tendaggio, una seconda volta in modo premeditato, quasi perfido, quando con tutta la spregiudicatezza del principe rinascimentale manda i due cortigiani alla morte a lui stesso destinata. Che cosa dunque lo inibisce nell'adempimento del compito che lo spettro del padre gli ha assegnato? Appare qui di nuovo chiara la spiegazione: la particolare natura di questo compito. Amleto può tutto, tranne compiere la vendetta sull'uomo che ha eliminato suo padre prendendone il posto presso sua madre, l'uomo che gli mostra attuati i suoi desideri infantili rimossi.

Infine Oscar Wilde4 vede in Amleto il ribaltamento del realismo in arte, per cui non è l’arte a imitare la vita ma è la vita a imitare l’arte:

La  vita imita l'arte assai più di quanto l'arte imiti la vita […] Un grande artista inventa un tipo, e la vita tenta di copiarlo, di riprodurlo in forma popolare […] I greci, con il loro rapido istinto artistico, capirono questo, e mettevano nella stanza della sposa la statua di Ermes o di Apollo, affinché ella potesse generare figli altrettanto ben formati delle opere d'arte che contemplava nell'estasi o nel dolore. Sapevano che la vita non solo guadagna dall'arte la spiritualità, la profondità del pensiero e del sentimento, il turbamento o la pace dell'anima, ma che essa può formarsi sulle stesse linee e colori dell'arte, e può riprodurre la dignità di Fidia come la grazia di Prassitele […] Schopenhauer ha analizzato il pessimismo che caratterizza il pensiero moderno, ma Amleto lo ha inventato. Il mondo è diventato triste perché una volta una marionetta fu malinconica.
Il nichilista, quello strano martire che non ha fede, che va al patibolo senza entusiasmo, e muore per quello in cui non crede, è un prodotto puramente letterario. Esso fu inventato da Turgenev e completato da Dostoevskij.

Ma la dottrina di Amleto secondo cui la conoscenza uccide l’azione non è da intendere nel senso di un eccesso di riflessività che toglie tempestività all’agire, ma è la vera conoscenza della verità raccapricciante che toglie motivo all’agire, tanto per Amleto quanto per l’uomo dionisiaco, il quale ormai nella contemplazione dell’atrocità o assurdità dell’essere comprende il simbolismo del destino di Ofelia e la sapienza silenica e ne prova disgusto5.

Ed ecco, in questo estremo pericolo della volontà, si avvicina, come maga che salva e risana, l'arte; soltanto lei è capace di volgere quei pensieri di disgusto per l’atrocità o l’assurdità dell’esistenza in rappresentazioni con cui si possa vivere: queste sono il sublime come repressione artistica dell’atrocità e il comico come sfogo artistico del disgusto per l’assurdo. Il coro dei satiri del ditirambo, ecco l'azione salvatrice dell'arte greca.

1 Cfr. A. W. SCHLEGEL, Corso di letteratura drammatica (tr. it. Genova, 1977) lezione III, pp. 59-60 sgg.: «Bisogna riguardare il Coro come la personificazione de’ pensieri morali che ispira l'azione, come l’organo de’ sentimenti del poeta che parla egli stesso in nome di tutta l’umanità intera [...] Noi abbiamo già veduto che li Ateniesi, per una conseguenza del loro spirito democratico [bei ihrem republikanischen Geiste], pensavano che qualunque importante azione aver dovesse una sorta di publicità [...] Voleasi che il Coro […] fosse il rappresentante dello spirito nazionale e quindi il difensore degli interessi dell’umanità: in somma il Coro era lo spettatore ideale».

2 Il fu Mattia Pascal, XII, L’occhio e Papiano.

3 L’interpretazione dei sogni, trad. it. Bollati Boringhieri, Torini 2019, pp. 250-251.

4 La decadenza della menzogna (del 1889), trad. it. Mondadori.

5 Cfr. Schopenhauer, Parerga e paralipomena II, 336: «I sentimenti nobili, cioè non volgari, anzi i sentimenti sublimi, vengono introdotti, anche nel dramma, mediante la conoscenza in contrasto con la volontà, in quanto la conoscenza si innalza liberamente al di sopra di tutti quei moti della volontà, che anzi diventano oggetto delle sue riflessioni, come si può vedere specialmente in quasi tutte le opere di Shakespeare, ma soprattutto nell'Amleto. Se poi la conoscenza sinnalza fino al punto dal quale intuisce la nullità di ogni volere e di ogni aspirazione, e in seguito a ciò la volontà si annulla da se stessa, allora davvero il dramma diventa propriamente tragico, e con ciò veramente sublime, ottenendo il tal modo il suo supremo scopo».

giovedì 28 maggio 2026

Personata felicitas – La felicità è una mascherata?


È usciti l’ultimo numero della rivista «Altri territori» con il mio nuovo saggio:


Personata felicitas – La felicità è una mascherata?


p.s.

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Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – CAPITOLO 7 – 2° parte

 

L’estasi dionisiaca contiene un elemento letargico, in cui, con il crollo delle barriere e dei limiti soliti dell’esistenza, si oblia il vissuto individuale. Così in quei momenti la dimensione dionisiaca e quella della realtà quotidiana si separano; ma non appena quest’ultima ritorna alla coscienza suscita nausea e produce una negazione ascetica della volontà.


In questo senso l’uomo dionisiaco assomiglia ad Amleto: entrambi hanno gettato una volta uno sguardo vero nell’essenza delle cose, hanno conosciuto, e provano nausea di fronte all’agire; giacché la loro azione non può mutare nulla nell’essenza eterna delle cose, ed essi sentono come ridicolo o infame che si pretenda da loro che rimettano in sesto il mondo che è fuori dai cardiniLa conoscenza uccide l'azione, per agire occorre essere avvolti nell'illusione – questa è la dottrina di Amleto.


Vediamo i passi di Shakespeare, che sono due, a cui allude Nietzsche.

Amleto, III, 1, 82-88:


Thus conscience does make cowards of us all,
And thus the native hue of resolution
Is sicklied o'er with the pale cast of thought,
And enterprises of great pitch and moment
With this regard their currents turn awry,
And lose the name of action.


Amleto, I, 5, 196-97:


The time is out of joint. O cursèd spite,
That ever I was born to set it right!


Amleto è stato interpretato in vari modi, come archetipo dell’eroe moderno in contrapposizione a quello antico (Pirandello); in chiave psicanalitica (Freud); in chiave estetica (Wilde). Vediamo queste interpretazioni nelle parole degli autori.

Pirandello (Il fu Mattia Pascal, XII, L’occhio e Papiano) vede manifestarsi in Amleto la perdita delle certezze e delle sicurezze che avevano caratterizzato il mondo antico:


— La tragedia d’Oreste in un teatrino di marionette! — venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari. — Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci, signor Meis.

— La tragedia d’Oreste?

— Già! D’après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l’Elettra. Ora senta un po’ che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.

— Non saprei, — risposi, stringendomi ne le spalle.

— Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.

— E perché?

— Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.

L’immagine della marionetta d’Oreste sconcertata dal buco nel cielo mi rimase tuttavia un pezzo nella mente. A un certo punto — Beate le marionette, — sospirai, — su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla! E possono attendere bravamente e prender gusto alla loro commedia e amare e tener se stesse in considerazione e in pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tetto proporzionato.


Il buco nel cielo di carta del teatrino può essere paragonato allo squarcio nel velo di Maya, dunque alla perdita del principium individuationis dominato dall’illusione e dall’apparenza.

Freud interpreta Amleto psicanaliticamente (L'interpretazione dei sogni, pp. 250-251):


Secondo la concezione tuttora prevalente, che risale a Goethe, Amleto rappresenta il tipo d'uomo la cui vigorosa forza d'agire è paralizzata dalla forza opprimente dell'attività mentale ("la tinta nativa della risoluzione è resa malsana dalla pallida cera del pensiero", III, 1). Secondo altri, il poeta ha tentato di descrivere un carattere morboso, indeciso, che rientra nell'ambito della nevrastenia. Senonché, la finzione drammatica dimostra che Amleto non deve affatto apparirci come una persona incapace di agire in generale. Lo vediamo agire due volte, la prima in un improvviso trasporto emotivo, quando uccide colui che sta origliando dietro il tendaggio, una seconda volta in modo premeditato, quasi perfido, quando con tutta la spregiudicatezza del principe rinascimentale manda i due cortigiani alla morte a lui stesso destinata. Che cosa dunque lo inibisce nell'adempimento del compito che lo spettro del padre gli ha assegnato? Appare qui di nuovo chiara la spiegazione: la particolare natura di questo compito. Amleto può tutto, tranne compiere la vendetta sull'uomo che ha eliminato suo padre prendendone il posto presso sua madre, l'uomo che gli mostra attuati i suoi desideri infantili rimossi.


Infine Oscar Wilde vede in Amleto il ribaltamento del realismo in arte, per cui non è l’arte a imitare la vita ma è la vita a imitare l’arte (La decadenza della menzogna, del 1889):


La  vita imita l'arte assai più di quanto l'arte imiti la vita...Un grande artista inventa un tipo, e la vita tenta di copiarlo, di riprodurlo in forma popolare... I greci, con il loro rapido istinto artistico, capirono questo, e mettevano nella stanza della sposa la statua di Ermes o di Apollo, affinché ella potesse generare figli altrettanto ben formati delle opere d'arte che contemplava nell'estasi o nel dolore. Sapevano che la vita non solo guadagna dall'arte la spiritualità, la profondità del pensiero e del sentimento, il turbamento o la pace dell'anima, ma che essa può formarsi sulle stesse linee e colori dell'arte, e può riprodurre la dignità di Fidia come la grazia di Prassitele... Schopenhauer ha analizzato il pessimismo che caratterizza il pensiero moderno, ma Amleto lo ha inventato. Il mondo è diventato triste perché una volta una marionetta fu malinconica.

Il nichilista, quello strano martire che non ha fede, che va al patibolo senza entusiasmo, e muore per quello in cui non crede, è un prodotto puramente letterario. Esso fu inventato da Turgenev e completato da Dostoevskij.


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