domenica 21 giugno 2026

Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – CAPITOLO 14 – 2° parte

 Qui il percorso completo in PDF

(in aggiornamento) 


Anche quando le massime socratiche trovarono resistenza, furono tuttavia abbastanza forti da spingere la poesia su posizioni nuove. Un esempio è Platone,


egli, che nel condannare la tragedia e l’arte in genere non rimase certo indietro all’ingenuo cinismo del suo maestro, dovette tuttavia creare per assoluta necessità artistica una forma d’arte che è intimamente affine proprio alle forme d’arte vigenti da lui rigettate.


Abbiamo già visto nel Gorgia citato poco fa il disprezzo che Platone prova per la tragedia. Altri giudizi negativi si trovano in Repubblica, V, 475d:


οἵ τε φιλήκοοι ἀτοπώτατοί τινές εἰσιν ὥς γ᾽ ἐν φιλοσόφοις τιθέναι, οἳ πρὸς μὲν λόγους καὶ τοιαύτην διατριβὴν ἑκόντες οὐκ ἂν ἐθέλοιεν ἐλθεῖν, ὥσπερ δὲ ἀπομεμισθωκότες τὰ ὦτα ἐπακοῦσαι πάντων χορῶν περιθέουσι τοῖς Διονυσίοις οὔτε τῶν κατὰ πόλεις οὔτε τῶν κατὰ κώμας ἀπολειπόμενοι.

«E gli amanti dell'ascolto sono dei tipi stranissimi da porre tra i filosofi, essi che non vorrebbero andare volontariamente verso discorsi e occupazioni del genere, mentre, come se avessero dato in affitto le orecchie, corrono in giro ad ascoltare tutti i cori alle Dionisie, non mancando né a quelle di città né a quelle di campagna».


Interessante anche la considerazione che si trova in Leggi 701a, dove se la prende con lo strapotere dei teatri:


τὰ θέατρα ἐξ ἀφώνων φωνήεντ' ἐγένοντο, ὡς ἐπαΐοντα ἐν μούσαις τό τε καλὸν καὶ μή, καὶ ἀντὶ ἀριστοκρατίας ἐν αὐτῇ θεατροκρατία τις πονηρὰ γέγονεν.

«i teatri da silenziosi sono diventati risonanti di voci, come se comprendessero ciò che è bello e ciò che non lo è nelle opere poetiche, si è prodotta al posto di un’aristocrazia del gusto una maligna teatrocrazia».


La critica di Platone all’arte precedente era sostanzialmente di essere imitazione di un’imitazione. Tale teoria è enunciata all’inizio del X libro della repubblica. Questa era dunque la cosa da evitare assolutamente: da qui il tentativo di trascendere la realtà e rappresentare l’dea che vi sta alla base. In questo modo però torna alle sue origini di poeta, dove Sofocle e tutta l’arte antica protestavano contro quel rimprovero. Se la tragedia aveva assorbito e fuso insieme i precedenti generi, analogamente fa il dialogo platonico, a metà tra narrazione, lirica, dramma, fra prosa e poesia. 


Il dialogo platonico fu per così dire la barca su cui la poesia antica naufraga si salvò con tutte le sue creature… ha fornito a tutta la posterità il modello del romanzo: questo si può definire come una favola esopica infinitamente sviluppata, in cui la poesia vive rispetto alla filosofia dialettica in un rapporto gerarchico simile a quello in cui per molti secoli la stessa filosofia ha vissuto rispetto alla teologia, come ancilla.


Qui il pensiero filosofico sovrasta l’arte; la tendenza apollinea si è ridotta a schematismo logico, come in Euripide quella dionisiaca si è ridotta a passione naturalistica.


Socrate, l’eroe dialettico del dramma platonico, ci ricorda la natura affine dell’eroe euripideo, che deve difendere le sue azioni con ragioni e controragioni.


Senza la sfumatura negativa, è su questa linea anche Bruno Snell (La cultura greca e le origini del pensiero occidentale, Aristofane e l'estetica, pp. 185-6):


Euripide porta la coscienza morale a una nuova crisi... Così al posto del conflitto drammatico abbiamo discussioni di uomini per i quali la vita stessa è diventata oggetto di dubbio. E così dalla tragedia si passa al dialogo filosofico-morale. Se la tragedia più tarda porta alla riflessione astrattamente razionale degli oggetti che rappresentava una volta in figure vive, essa non fa che seguire una legge storica dello spirito greco; anche le altre grandi forme di poesia hanno aperto la via all'osservazione scientifica. L'epopea porta alla storia; la poesia teogonia e cosmogonia sfocia nella filosofia naturale ionica che ricerca l'ἀρχή, la ragione e il principio delle cose; dalla poesia lirica si sviluppano i problemi riguardanti lo spirito e il significato delle cose. Così la tragedia preannunzia la filosofia attica, il cui interesse principale è rivolto all'azione umana, al bene. I dialoghi di Platone riprendono le discussioni dei personaggi della tragedia.


sabato 20 giugno 2026

Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – CAPITOLO 14 – 1° parte

 

   Qui il percorso completo in PDF

(in aggiornamento)


Capitolo 14

L’occhio di ciclope


Immaginiamo ora l’unico grande occhio di Ciclope di Socrate puntato sulla tragedia, quell’occhio in cui non arse mai la dolce follia dell’entusiasmo artistico – immaginiamo come a quell’occhio fosse interdetto di guardare con pieno diletto negli abissi dionisiaci – che cosa propriamente doveva scorgere nella «sublime e celebratissima» arte tragica, come Platone la chiama? Qualcosa di assolutamente irrazionale.


Nel dramma satiresco di Euripide Ciclope i satiri che compongono il coro si lamentano dell’assenza di Dioniso, misconosciuto da Polifemo.

Quanto alla follia dell’entusiasmo artistico si tratta del già citato passo di Platone, Fedro, 244a:


νῦν δὲ τὰ μέγιστα τῶν ἀγαθῶν ἡμῖν γίγνεται διὰ μανίας, θείᾳ μέντοι δόσει διδομένης,

«ora i più grandi tra i beni esistono per noi grazie alla follia, concessa certamente per dono divino».


Platone aveva così definito la poesia tragica (Gorgia, 502b):


ἡ σεμνὴ αὕτη καὶ θαυμαστή, ἡ τῆς τραγῳδίας ποίησις.

«Questa poesia solenne e meravigliosa, la poesia della tragedia».


Noi sappiamo che l’unico genere d’arte per lui comprensibile era la favola esopica, con cui si può dire la verità attraverso un’immagine ad un intelletto pigro; la tragedia del resto, oltre a rivolgersi a chi ha poco intelletto, non dice nemmeno la verità. La annovera tra le arti lusingatrici, come Platone nel passo del Gorgia che continua quello precedente (502b-c):


ΣΩ. πότερόν ἐστιν αὐτῆς τὸ ἐπιχείρημα καὶ ἡ σπουδή, ὡς σοὶ δοκεῖ, χαρίζεσθαι τοῖς θεαταῖς μόνον, ἢ καὶ διαμάχεσθαι, ἐάν τι αὐτοῖς ἡδὺ μὲν ᾖ καὶ κεχαρισμένον, πονηρὸν δέ, ὅπως τοῦτο μὲν μὴ ἐρεῖ, εἰ δέ τι τυγχάνει ἀηδὲς καὶ ὠφέλιμον, τοῦτο δὲ καὶ λέξει καὶ ᾄσεται, ἐάντε χαίρωσιν ἐάντε μή; ποτέρως σοι δοκεῖ παρεσκευάσθαι ἡ τῶν τραγῳδιῶν ποίησις;

So. Sua cura e intenzione, secondo te, è solamente compiacere gli spettatori, o anche sforzarsi, se qualcosa risulti per loro piacevole e gradito, qualcos’altro penoso, di non dirlo, ma se qualcosa si trovi ad essere spiacevole e utile, questo lo dirà e lo canterà, sia che ne godano, sia che no? In quale dei due modi ti sembra strutturata?

ΚΑΛ. Δῆλον δὴ τοῦτό γε, ὦ Σώκρατες, ὅτι πρὸς τὴν [c] ἡδονὴν μᾶλλον ὥρμηται καὶ τὸ χαρίζεσθαι τοῖς θεαταῖς.

Call. Ma questo almeno è chiaro, o Socrate, che è indirizzata piuttosto al piacere e a compiacere gli spettatori.

ΣΩ. Οὐκοῦν τὸ τοιοῦτον, ὦ Καλλίκλεις, ἔφαμεν νυνδὴ κολακείαν εἶναι;

ΚΑΛ. Πάνυ γε.

«So. Non dicvamo dunque una cosa del genere, o Callicle, poco fa, che è adulazione?

Call. Certamente».


Dunque bisogna astenersene e lo pretendeva anche dai suoi discepoli, al punto che Platone dovette bruciare le sue poesie giovanili. Che Platone in gioventù si fosse dedicato alla tragedia risulta da Diogene Laerzio, III, 5:


μέλλων ἀγωνιεῖσθαι τραγῳδίᾳ πρὸ τοῦ Διονυσιακοῦ θεάτρου Σωκράτους ἀκούσας κατέφλεξε τὰ ποιήματα.

«Quando stava per gareggiare nella tragedia davanti al teatro di Dioniso, dopo aver ascoltato Socrate, bruciò i versi».


Anche quando le massime socratiche trovarono resistenza, furono tuttavia abbastanza forti da spingere la poesia su posizioni nuove.

venerdì 19 giugno 2026

Maturità 2026 – versione di LATINO TRADOTTA e spunti di commento

 

Libro I, 10.


XIII. Nam Plato cum in aliis quibusdam tum praecipue in Timaeo ne intellegi quidem nisi ab iis qui hanc quoque partem disciplinae diligenter perceperint potest.

«Infatti Platone sia in certi altri dialoghi (ma va bene anche scritti, opere etc.) sia in particolare nel Timeo (meglio se messo tra virgolette, visto che è un titolo) non può essere neppure capito se non da coloro che hanno appreso bene con cura anche questa parte della dottrina (cioè questa parte della dottrina pitagorica)».

De philosophis loquor, quorum fons ipse Socrates iam senex institui lyra non erubescebat?

Parlo dei filosofi, la cui fonte stessa, Socrate, ormai anziano, non arrossiva  (si vergognava di) essere istruito nella lira».

XIV. Duces maximos et fidibus et tibiis cecinisse traditum, exercitus Lacedaemoniorum musicis accensos modis.

«Si tramanda che grandissimi condottieri abbiano cantato con (accompagnati da) la lira e i flauti (va bene anche abbiano suonato), che gli eserciti dei Lacedemoni fossero infiammati a ritmo di musica (con ritmi musicali)».

Quid autem aliud in nostris legionibus cornua ac tubae faciunt? Quorum concentus quanto est uehementior, tantum Romana in bellis gloria ceteris praestat.

«Cos’altro fanno del resto corni e trombe nelle nostre legioni? E la loro armonia quanto più è potente, tanto più la gloria romana è superiore agli (a quella degli) altri».

XV. Non igitur frustra Plato ciuili uiro, quem πολιτικν uocat, necessariam musicen credidit.

«Non invano (non senza motivo) Platone credette la musica necessaria all’uomo politico (qui bisognava scegliere un aggettivo che potesse tradurre anche πολιτικς, di cui civilis è la traduzione latina; ci sono varie possibilità), che chiama πολιτικς (nella traduzione sarebbe meglio usare il nominativo, ma non è fondamentale).

Et eius sectae, quae aliis seuerissima, aliis asperrima uidetur, principes in hac fuere sententia, ut existimarent sapientium aliquos nonnullam operam his studiis accommodaturos, et Lycurgus, durissimarum Lacedaemoniis legum auctor, musices disciplinam probauit.

E (poteva tradursi anche sia… sia… ) gli iniziatori (principali rappresentanti, caposcuola, maestri etc.) di quella scuola che pare ad alcuni severissima, ad altri difficilissima, furono di questo parere, pensavano cioè che avrebbero dedicato (di dedicare) un certo impegno a questi studi, e Licurgo, autore di leggi durissime per i Lacedemoni, approvò l’insegnamento della musica».

XVI. Atque eam natura ipsa uidetur ad tolerandos facilius labores uelut muneri nobis dedisse, si quidem et remigem cantus hortatur;

«E la natura stessa sembra averla data come in dono a noi per sopportare più facilmente le fatiche, se in effetti (davvero, veramente, se è vero che) il canto incita perfino (anche, addirittura) il rematore;».


Commento.

  1. Non creava nessun problema; io avrei fatto un testo unico sintetizzando al massimo qui per dedicarmi agli altri punti.
  2. Io avrei detto che la sintassi e il lessico non presentano significative particolarità, se non nella ripresa del motivo, prima platonico poi aristotelico, dell’uomo come «animale politico», collegandolo al prevalere della dimensione pubblica su quella privata (vedi il discorso di Pericle in Tucidide), aggiungendo che nel mito di Er, invece, viene anticipato il prevalere  della dimensione privata (vedi la scelta di Ulisse).
  3. In questo punto avrei puntato su Nietzsche: la musica come espressione dello spirito dionisiaco, la tragedia che nasce dal coro, che cantava e danzava, il progressivo prevalere del dialogo a danno della musica con cui Euripide uccide la tragedia in combutta con Socrate. Ci stava anche una confutazione di Nietzsche, dato che nel brano emerge invece un apprezzamento della musica da parte di Socrate.
    Segnalo un nesso di una mia studentessa a cui non avevo pensato ma che è arguto, il fr. 128 di Archiloco, che esorta a riconoscere il ritmo della vita, che dunque in fondo ha un tessuto musicale.
    Ci si poteva riferire anche alla catarsi aristotelica.
    Infine avrei riflettuto sull’impoliticità della musica (Quintiliano in fondo era un intellettuale compromesso con il potere), almeno quella senza parole: non a caso la lirica fiorì sotto i tiranni, mentre l’Atene democratica non conobbe lirici.
p.s.
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martedì 16 giugno 2026

Seneca, Epistulae, 1 – Omnia aliena sunt, tantum tempus nostrum est – Maturità 2026

 

Questa epistola apre la raccolta e affronta un tema molto caro a Seneca, tema che già aveva sviluppato nel De brevitate vitae.


I – 1

[1] Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva. Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt. Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit. Et si volueris attendere, magna pars vitae elabitur male agentibus, maxima nihil agentibus, tota vita aliud agentibus.

«Fa' così, mio Lucilio: rivendica te a te stesso, e il tempo che fino ad ora veniva rubato o sottratto o si perdeva raccoglilo e conservalo. Persuaditi che ciò è così come scrivo: certi momenti ci vengono strappati, certi portati via a nostra insaputa, certi scorrono via. Vergognosissima tuttavia è la perdita che avviene per trascuratezza. E se volessi fare attenzione, una gran parte della vita scivola via per chi fa le cose male, la massima per chi non fa niente, la vita intera per chi fa altro1».

[2] Quem mihi dabis qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterit; quidquid aetatis retro est mors tenet. Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas complectere; sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris.

«Chi mi darai che attribuisca un qualche valore al tempo, che stimi preziosa la giornata, che capisca che muore ogni giorno? In questo infatti ci inganniamo, nel fatto che vediamo la morte davanti (a noi): gran parte di essa è ormai alle spalle; tutta la parte di vita che è dietro la contiene la morte. Fa' dunque, mio Lucilio, ciò che scrivi che (in effetti) fai, abbraccia tutte le ore; così accadrà che dipenda meno dal domani, se metti le mani sull’oggi».

[3] Dum differtur vita transcurrit. Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult. Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et vilissima sunt, certe reparabilia, imputari sibi cum impetravere patiantur, nemo se iudicet quicquam debere qui tempus accepit, cum interim hoc unum est quod ne gratus quidem potest reddere.

«Mentre viene rimandata la vita trascorre2. Tutte le cose, Lucilio, appartengono ad altri, solo il tempo appartiene a noi; la natura ci ha messo nel possesso di questa unica cosa fugace e scivolosa, (possesso) da cui ci espelle chiunque lo voglia. E così grande è la stoltezza dei mortali che i beni più piccoli e meno preziosi, certamente recuperabili, lasciano che vengano messi loro in conto, una volta ottenuti, ma non giudica di essere in debito di qualcosa nessuno che ha ricevuto del tempo, quando invece questa è l'unica cosa che neppure una persona grata può restituire3».

[4] Interrogabis fortasse quid ego faciam qui tibi ista praecipio. Fatebor ingenue: quod apud luxuriosum sed diligentem evenit, ratio mihi constat impensae. Non possum dicere nihil perdere, sed quid perdam et quare et quemadmodum dicam; causas paupertatis meae reddam. Sed evenit mihi quod plerisque non suo vitio ad inopiam redactis: omnes ignoscunt, nemo succurrit.

«Chiederai forse che cosa faccio io che ti insegno queste cose. Lo confesserò francamente: ciò che capita a uno dedito al lusso ma oculato, mi torna il conto della spesa. Non posso dire di non perdere niente, però potrei dire che cosa perdo e perchè e in che modo; posso rendere ragione della mia povertà. Però mi capita ciò che (capita) alla maggior parte di quelli ridotti in povertà non per proprio difetto: tutti li perdonano, nessuno li soccorre».

[5] Quid ergo est? non puto pauperem cui quantulumcumque superest sat est; tu tamen malo serves tua, et bono tempore incipies. Nam ut visum est maioribus nostris, 'sera parsimonia in fundo est'; non enim tantum minimum in imo sed pessimum remanet. Vale.

«E dunque? Non considero povero quello per cui è sufficiente ciò che rimane, per quanto sia poco; quanto a te, tuttavia, preferisco che conservi il tuo, e che cominci in tempo utile. Infatti come è sembrato giusto ai nostri antenati, “tardiva è la parsimonia alla fine”; sul fondo infatti non rimane solo la parte minore ma la peggiore. Sta' bene».


1 Questo “altro” è per esempio, secondo Schopenhauer, il gioco delle carte: «La gente comune si preoccupa unicamente di passare il tempo; chi ha un qualche talento pensa invece a utilizzarloIn tutti i paesi lattività principale di ogni società è sempre stata il gioco delle carte: esso è la misura del valore di tale società, e la bancarotta dichiarata di tutti i pensieri. Dal momento che non hanno alcun pensiero da scambiarsi, essi si scambiano delle carte» (Parerga e paralipomena I, Aforismi sulla saggezza della vita, cap. II).

2 Il concetto riassunto efficacemente in questa sentenza viene ripreso in modo altrettanto efficace da Schopenhauer: «La maggior parte delle persone, se alla fine guarderanno indietro, troveranno di aver vissuto per tutta la vita ad interim, e si meraviglieranno di vedere che proprio ciò che hanno lasciato passare senza considerarlo e senza goderlo è stato la loro vita, è stato proprio quello nellattesa del quale hanno vissuto. E così infatti è di regola il corso della vita umana: luomo preso in giro dalla speranza, finisce a passo di danza tra le braccia della morte» (Parerga e paralipomena II, cap. 11, § 145).

3 La gratitudine è uno dei valori ritenuti più importanti dagli antichi; così si esprime Teognide, Silloge (105-112): Δειλοὺς εὖ ἕρδοντι ματαιοτάτη χάρις ἐστίν· / ἶσον καὶ σπείρειν πόντον ἁλὸς πολιῆς. / οὔτε γὰρ ἂν πόντον σπείρων βαθὺ λήιον ἀμῶις, / οὔτε κακοὺς εὖ δρῶν εὖ πάλιν ἀντιλάβοις· / ἄπληστον γὰρ ἔχουσι κακοὶ νόον· ἢν δ' ἓν ἁμάρτηις, / τῶν πρόσθεν πάντων ἐκκέχυται φιλότης· / οἱ δ' ἀγαθοὶ τὸ μέγιστον ἐπαυρίσκουσι παθόντες, / μνῆμα δ' ἔχουσ' ἀγαθῶν καὶ χάριν ἐξοπίσω. «E' un favore del tutto vano fare del bene ai vili: / è come seminare la superficie del mare canuto. / Infatti seminando il mare non mieti folta messe, / né facendo del bene ai malvagi puoi riceverne del bene in cambio: / ché i malvagi hanno mente insaziabile; se tu fallisci, / l’affetto per tutti i favori di prima si versa per terra. I buoni invece gustano al massimo quanto ricevono (οἱ ἀγαθοὶ τὸ μέγιστον ἐπαύρισκουσι παθόντες), / e serbano memoria dei beni e gratitudine in seguito».
Sulla gratitudine vedi anche un mio piccolo percorso che parte da Lucrezio.

Nietzsche, La nascita della tragedia – Spiegazione e commento – CAPITOLO 13

   Qui il percorso completo in PDF

(in aggiornamento)


Capitolo 13

Il demone socratico


Che Socrate avesse uno stretto legame di tendenza con Euripide, non sfuggì all’antichità di quel tempo; e l’espressione più eloquente di questo fiuto felice è quella leggenda circolante ad Atene, secondo cui Socrate usava aiutare Euripide a poetare.


La voce è riportata da Diogene Laerzio (II, 18):


ἐδόκει δὲ συμποιεῖν Εὐριπίδῃ

«pare che collaborasse con Euripide nel comporre».


I partigiani del buon tempo antico, o laudatores temporis acti, come li chiama Orazio (Ars poetica, 173), associavano i due nomi ad indicare la causa della corruzione della generazione dei maratonomachi, con il sacrificio della loro valentia a favore di un dubbio razionalismo. In tal senso Aristofane parla di loro con sdegno e disprezzo, come si può vedere alla fine delle Rane (1491-99):


χαρίεν οὖν μὴ Σωκράτει

παρακαθήμενον λαλεῖν,

ἀποβαλόντα μουσικὴν

τά τε μέγιστα παραλιπόντα

τῆς τραγῳδικῆς τέχνης.

τὸ δ᾽ ἐπὶ σεμνοῖσιν λόγοισι

καὶ σκαριφησμοῖσι λήρων

διατριβὴν ἀργὸν ποιεῖσθαι,

παραφρονοῦντος ἀνδρός.

«è grazioso dunque non stare seduto / accanto a Socrate a chiacchierare, / disprezzando la musica / e i grandissimi resti / dell’arte tragica. È vano perdere tempo / in sciocchezze su discorsi altezzosi e inutili sottigliezze, di un uomo delirante».


Riprendendo una testimonianza di Eliano (Eliano, Varia Historia, II, 13) Nietzsche presuppone l’ostilità di Socrate per il teatro:


ὁ δὲ Σωκράτης σπάνιον μὲν ἐπεφοίτα τοῖς θεάτροις, εἴ ποτε δὲ Εὐριπίδης ὁ τῆς τραγῳδίας ποιητὴς ἠγωνίζετο καινοῖς τραγῳδοῖς, τότε γε ἀφικνεῖτο.

«Socrate raramente frequentava i teatri, ma se mai Euripide, l’autore di tragedie, gareggiava con tragedie nuove, allora in quel caso ci andava».


Il famoso oracolo accostava i due assegnando il secondo posto della sapienza a Euripide e il terzo a Sofocle (il quale vantava maggiore consapevolezza rispetto a Eschilo), evidentemente basandosi sul criterio della chiarezza di questo sapere.

Vediamo il passo in cui Platone nell’Apologia (20d sqq.) descrive l’episodio dell’oracolo di Delfi:


τῆς γὰρ ἐμῆς, εἰ δή τίς ἐστιν σοφία καὶ οἵα, μάρτυρα ὑμῖν παρέξομαι τὸν θεὸν τὸν ἐν Δελφοῖς. Χαιρεφῶντα γὰρ ἴστε που.

«della mia sapienza, infatti, se è tale e di che qualità sia, vi fornirò come testimone il dio di Delfi. Conoscete infatti Cherefonte in qualche modo» (20e).

καὶ δή ποτε καὶ εἰς Δελφοὺς ἐλθὼν ἐτόλμησε τοῦτο μαντεύσασθαι—καί, ὅπερ λέγω, μὴ θορυβεῖτε, ὦ ἄνδρες—ἤρετο γὰρ δὴ εἴ τις ἐμοῦ εἴη σοφώτερος. ἀνεῖλεν οὖν ἡ Πυθία μηδένα σοφώτερον εἶναι.

«e una volta andato a Delfi osò chiedere questo oracolo – e, ciò che dico, non rumoreggiate, signori – chiese infatti se qualcuno fosse più sapiente di me. Rispose dunque la Pizia che nessuno era più sapiente» (21a).

ἦλθον ἐπί τινα τῶν δοκούντων σοφῶν εἶναι.

ἔοικα γοῦν τούτου γε σμικρῷ τινι αὐτῷ τούτῳ σοφώτερος εἶναι, ὅτι ἃ μὴ οἶδα οὐδὲ οἴομαι εἰδέναι.

«Andai da uno di quelli reputati sapienti» (21b).

«Dunque mi sembrò di essere più sapiente di questo almeno proprio per questo piccolo particolare, cioè per il fatto che le cose che non so nemmeno penso di saperle» (21d).


Questo è il punto centrale: quando si rese conto di essere l’unico ad ammettere di non sapere conferì un nuovo valore al sapere e all’intelligenza, in quanto ovunque trovava la presunzione della sapienza, quella contro cui mette in guardia Thamus nel mito di Theuth alla fine del Fedro di Platone, quando conclude così la stroncatura della scrittura inventata da Theuth (274e-275b):


ὦ τεχνικώτατε Θεύθ, ἄλλος μὲν τεκεῖν δυνατὸς τὰ τέχνης, ἄλλος δὲ κρῖναι τίν᾽ ἔχει μοῖραν βλάβης τε καὶ ὠφελίας τοῖς μέλλουσι χρῆσθαι· καὶ νῦν σύ, πατὴρ ὢν γραμμάτων, δι᾽ εὔνοιαν τοὐναντίον εἶπες ἢ δύναται. τοῦτο γὰρ τῶν μαθόντων λήθην μὲν ἐν ψυχαῖς παρέξει μνήμης ἀμελετησίᾳ, ἅτε διὰ πίστιν γραφῆς ἔξωθεν ὑπ᾽ ἀλλοτρίων τύπων, οὐκ ἔνδοθεν αὐτοὺς ὑφ᾽ αὑτῶν ἀναμιμνῃσκομένους· οὔκουν μνήμης ἀλλὰ ὑπομνήσεως φάρμακον ηὗρες. σοφίας δὲ τοῖς μαθηταῖς δόξαν, οὐκ ἀλήθειαν πορίζεις· πολυήκοοι γάρ σοι γενόμενοι ἄνευ διδαχῆς πολυγνώμονες εἶναι δόξουσιν, ἀγνώμονες ὡς ἐπὶ τὸ πλῆθος ὄντες, καὶ χαλεποὶ συνεῖναι, δοξόσοφοι γεγονότες ἀντὶ σοφῶν.

«O tecnicissimo Theuth, uno è capace di partorire i ritrovati della tecnica, un altro di giudicare quale parte di danno e di vantaggio hanno per coloro che hanno intenzione di usarli: e ora tu, siccome sei il padre delle lettere, per benevolenza hai detto il contrario di quello che possono fare. Questo sapere infatti procurerà oblio nelle anime di chi apprende per trascuratezza della memoria, in quanto per fede nella scrittura richiamano alla memoria da fuori a partire da modelli esterni, non dall’interno essi stessi da sé stessi; hai trovato un farmaco non certo della memoria ma del ricordo. Tu procuri ai discepoli l’opinione della sapienza, non la verità: divenuti tuoi assidui ascoltatori penseranno di essere, senza insegnamento, molto colti, essendo invece per lo più ignoranti, e difficili da frequentare, divenuti apparentemente sapienti, anziché sapienti».


  È la famosa condanna della scrittura associata alla dottrina della conoscenza in quanto reminiscenza formulata in Menone, 81b-c: Socrate sta spiegando a Menone che, essendo l’anima immortale, nasciamo più volte e quindi impariamo tutto nel corso delle varie vite; ἅτε γὰρ τῆς φύσεως ἁπάσης συγγενοῦς οὔσης, καὶ μεμαθηκυίας τῆς ψυχῆς ἅπαντα, οὐδὲν κωλύει ἓν μόνον ἀναμνησθέντα ὃ δὴ μάθησιν καλοῦσιν ἄνθρωποι τἆλλα πάντα αὐτὸν ἀνευρεῖν, ἐάν τις ἀνδρεῖος ᾖ καὶ μὴ ἀποκάμνῃ ζητῶν· τὸ γὰρ ζητεῖν ἄρα καὶ τὸ μανθάνειν ἀνάμνησις ὅλον ἐστίν, «siccome infatti la natura è tutta imparentata con se stessa e l’anima ha appreso tutto, nulla impedisce che ricordando una sola cosa, ciò che gli uomini appunto chiamano apprendimento, riscopra tutte le altre cose, qualora sia un uomo di valore e non si stanchi di cercare; infatti il cercare e l’apprendere sono nel complesso reminiscenza».

A questa idea si può contrapporre quanto dice Schopenhauer (Parerga e paralipomena IICapitolo ventitreesimo, Sul mestiere dello scrittore e sullo stile, 289a: «Quanto grandi e degni di ammirazione sono stati quei primi spiriti del genere umano i quali… inventarono la più meravigliosa delle opere d’arte, la grammatica della lingua… tutto questo nella nobile intenzione di avere un organo materiale adeguato e sufficiente per la piena e degna espressione del pensiero umano».

Dunque si accorse che i reputati sapienti in realtà non avevano un’idea chiara del loro sapere, ma lo esercitavano solo per istinto:


ἔγνων οὖν αὖ καὶ περὶ τῶν ποιητῶν ἐν ὀλίγῳ τοῦτο, ὅτι οὐ σοφίᾳ ποιοῖεν ἃ ποιοῖεν, ἀλλὰ φύσει τινὶ καὶ ἐνθουσιάζοντες ὥσπερ οἱ θεομάντεις καὶ οἱ χρησμῳδοί: καὶ γὰρ οὗτοι λέγουσι μὲν πολλὰ καὶ καλά, ἴσασιν δὲ οὐδὲν ὧν λέγουσι.

«Compresi dunque in breve a mia volta anche sui poeti questo, che non per sapienza componevano ciò che componevano, ma per una disposizione naturale ed essendo ispirati dalla divinità, come gli indovini e i profeti: e infatti costoro dicono molte e belle cose, ma non sanno nessuna delle cose che dicono».


«Solo per istinto» è il cuore del problema: così Socrate condanna arte ed etica vigenti, perché ovunque vede mancanza di intelligenza e il potere dell’illusione; da qui credette di dover correggere l’esistenza, quale precursore di una nuova concezione in un mondo di cui considereremmo la massima fortuna poterne cogliere anche un solo frammento.


Chi è costui, che osa da solo negare la natura greca, quella che attraverso Omero, Pindaro ed Eschilo, attraverso Fidia, attraverso Pericle, attraverso la Pizia e Dioniso, attraverso l’abisso più profondo e la cima più alta è sicura della nostra stupefatta adorazione?


Quale semidio, quale forza oserebbero Tanto? Una chiave per spiegare la natura di Socrate ci è offerta dal suo «demone»: questa voce giunge sempre per dissuadere. Così infatti ci viene detto nell’Apologia (31c-d):


τούτου δὲ αἴτιόν ἐστιν ὃ ὑμεῖς ἐμοῦ πολλάκις ἀκηκόατε πολλαχοῦ λέγοντος, ὅτι μοι θεῖόν τι καὶ δαιμόνιον γίγνεται, ὃ δὴ καὶ ἐν τῇ γραφῇ ἐπικωμῳδῶν Μέλητος ἐγράψατο. ἐμοὶ δὲ τοῦτ᾽ ἔστιν ἐκ παιδὸς ἀρξάμενον, φωνή τις γιγνομένη, ἣ ὅταν γένηται, ἀεὶ ἀποτρέπει με τοῦτο ὃ ἂν μέλλω πράττειν, προτρέπει δὲ οὔποτε.

«Causa di ciò è quello di cui voi spesso mi avete sentito parlare in molti luoghi, cioè che in me c'è un qualcosa di divino e demonico, cosa che appunto Meleto ha anche scritto nell'accusa schernendomi come in una commedia. Questo è con me fin da bambino, una voce che nasce, la quale, quando nasce, sempre mi trattiene da questo che sto per fare, non mi spinge mai».


Socrate dunque funziona al contrario.


Mentre in tutti gli uomini produttivi l’istinto è proprio la forza creativa e affermativa, e la coscienza si comporta in maniera critica e dissuadente, in Socrate l’istinto si trasforma in un critico, la coscienza in una creatrice – una vera mostruosità per defectum. Più precisamente noi scorgiamo qui un mostruoso defectus di ogni disposizione mistica, sicché Socrate sarebbe da definire come l’individuo specificamente  non mistico, in cui la natura logica, per una superfetazione, è sviluppata in modo tanto eccessivo quanto lo è quella sapienza istintiva nel mistico.


Una volta innescato il processo «l’immane ruota che muove il socratismo logico è in azione per così dire al di là di Socrate». E dal dignitoso contegno, anche davanti ai giudici, con cui fece valere la sua vocazione divina, si intuisce che si sentiva di ricoprire una funzione storica. Era impossibile confutarlo così come approvarlo nella sua demolizione degli istinti; l’unica soluzione era esiliarlo come qualcosa di enigmatico, di assurdo, come in per esempio dice di lui Fedro all’inizio dell’omonimo dialogo ():


Φαῖδρος. Σὺ δέ γε, ὦ θαυμάσιε, ἀτοπώτατός τις φαίνῃ. Ἀτεχνῶς γάρ, ὃ λέγεις, ξεναγουμένῳ τινὶ καὶ οὐκ ἐπιχωρίῳ ἔοικας· οὕτως ἐκ τοῦ ἄστεος οὔτ᾽ εἰς τὴν ὑπερορίαν ἀποδημεῖς, οὔτ᾽ ἔξω τείχους ἔμοιγε δοκεῖς τὸ παράπαν ἐξιέναι.

«Fedro. Tu, o o meraviglioso, sembri un tipo proprio strano. Infatti, come dici, assomigli del tutto a uno straniero che è portato in giro da una guida e non uno del posto; così non vai fuori città né per andare all’estero, né mi sembri affatto uscire fuori dalle mura».

Σωκράτης. Συγγίγνωσκέ μοι, ὦ ἄριστε. Φιλομαθὴς γάρ εἰμι· τὰ μὲν οὖν χωρία καὶ τὰ δένδρα οὐδέν μ᾽ ἐθέλει διδάσκειν, οἱ δ᾽ ἐν τῷ ἄστει ἄνθρωποι. Σὺ μέντοι δοκεῖς μοι τῆς ἐμῆς ἐξόδου τὸ φάρμακον ηὑρηκέναι. ῞Ωσπερ γὰρ οἱ τὰ πεινῶντα θρέμματα θαλλὸν ἤ τινα καρπὸν προσείοντες ἄγουσιν, σὺ ἐμοὶ λόγους οὕτω προτείνων ἐν βιβλίοις, τήν τε Ἀττικὴν φαίνῃ περιάξειν ἅπασαν καὶ ὅποι ἂν ἄλλοσε βούλῃ.

«Socrate. Perdonami, ottimo amico. Io infatti sono bramoso di apprendere: dunque i posticini e gli alberi non vogliono insegnarmi niente, mentre lo fanno gli uomini nella città. Tu certo sembri avermi trovato il farmaco per farmi uscire. Infatti come coloro che agitano davanti agli occhi del bestiame affamato un ramoscello o un frutto lo spingono avanti, tu protendendo in avanti così i discorsi dei libri, sembri portarmi in giro per tutta l’Attica e dove altro vuoi».


Ma che per lui fosse sentenziata la morte pare che lo abbia voluto lo stesso Socrate, che vi andò incontro con la stessa calma con cui lasciò il simposio all’alba, ultimo tra i bevitori (Platone, Simposio, 223d):


πρότερον μὲν καταδαρθεῖν τὸν Ἀριστοφάνη, ἤδη δὲ ἡμέρας γιγνομένης τὸν Ἀγάθωνα. τὸν οὖν Σωκράτη, κατακοιμίσαντ᾽ ἐκείνους, ἀναστάντα ἀπιέναι, καὶ ἓ ὥσπερ εἰώθει ἕπεσθαι, καὶ ἐλθόντα εἰς Λύκειον, ἀπονιψάμενον, ὥσπερ ἄλλοτε τὴν ἄλλην ἡμέραν διατρίβειν, καὶ οὕτω διατρίψαντα εἰς ἑσπέραν οἴκοι ἀναπαύεσθαι.

«Prima si addormentò Aristofane, poi quando ormai era giorno Agatone. Socrate dunque, dopo averli messi a letto, si alzò e se ne andò, ed egli (Aristodemo, n.d.t.), come era solito, lo seguì, e giunto al Liceo, dopo essersi lavato, come altre volte passò il resto della giornata, e dopo averla così passata, verso sera si riposava a casa».


Il Socrate morente divenne l’ideale nuovo… della gioventù nobile greca: prima di tutti Platone, il tipico giovane ellenico, si gettò ai piedi di quest’immagine con tutta l’ardente dedizione della sua anima.


p.s.

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