venerdì 31 ottobre 2025

Perché i buoni soffrono se c’è una provvidenza? – Seneca, De providentia, II, 7-9

  7. Miraris tu, si deus ille bonorum amantissimus, qui illos quam optimos esse atque excellentissimos uult, fortunam illis cum qua exerceantur adsignat? Ego uero non miror, si aliquando impetum capiunt spectandi magnos uiros conluctantis cum aliqua calamitate.

«Ti meravigli tu, se quel dio che ama sommamente i buoni, il quale vuole che quelli siano i migliori e i più eccellenti possibile, assegna loro una sorte con cui si allenino? Io proprio non mi meraviglio, se ogni tanto sono presi irresistibilmente dal desiderio di guardare i grandi uomini in lotta con una qualche calamità».

8. Nobis interdum uoluptati est, si adulescens constantis animi inruentem feram uenabulo excepit, si leonis incursum interritus pertulit, tantoque hoc spectaculum est gratius quanto id honestior fecit. Non sunt ista quae possint deorum in se uultum conuertere, puerilia et humanae oblectamenta leuitatis:

«Per talvolta è motivo di piacere, se un ragazzo di animo saldo affronta l’assalto di una belva con uno spiedo, se sostiene senza paura la carica di un leone, e questo spettacolo è tanto più gradito quanto più compie quel gesto con stile. Non sono queste le cose che possono attirare su di sé lo sguardo degli dèi, passatempi puerili e della superficialità umana:»

9. ecce spectaculum dignum ad quod respiciat intentus operi suo deus, ecce par deo dignum, uir fortis cum fortuna mala compositus, utique si et prouocauit. Non uideo, inquam, quid habeat in terris Iuppiter pulchrius, si <eo> conuertere animum uelit, quam ut spectet Catonem iam partibus non semel fractis stantem nihilo minus inter ruinas publicas rectum.

«ecco uno spettacolo degno a cui possa rivolgere lo sguardo un dio intento alla sua opera, ecco una coppia degna di dio, un uomo forte alle prese con la cattiva sorte, specialmente se l’ha provocata. Non vedo, dico, che cosa abbia sulla terra Giove di più bello, se vuole rivolgere lì l’attenzione, che guardare Catone1, quando ormai il partito era andato in pezzi non una sola volta, stare dritto ciò non ostante tra le rovine dello stato».

1 È Catone Uticense (o il Giovane), così soprannominato per distinguerlo dall’avo, il Censore, morto nel 149 a.C.. Fiero avversario di Cesare, dopo la battaglia di Farsálo del 48 a.C., in cui Cesaro sconfisse Pompeo, continuò a battersi, ma per non cadere prigioniero del rivale si diede in Utica la morte nel 46 a.C.. È l’eroe degli stoici.

Mito di Er – Platone, Repubblica, X, 614b-621d – 14° parte

  Εἰπόντος δὲ ταῦτα τὸν πρῶτον λαχόντα ἔφη εὐθὺς ἐπιόντα τὴν μεγίστην τυραννίδα ἑλέσθαι, καὶ ὑπὸ ἀφροσύνης τε καὶ λαιμαργίας οὐ πάντα ἱκανῶς ἀνασκεψάμενον ἑλέσθαι, ἀλλ' [c] αὐτὸν λαθεῖν ἐνοῦσαν εἱμαρμένην παίδων αὑτοῦ βρώσεις καὶ ἄλλα κακά· ἐπειδὴ δὲ κατὰ σχολὴν σκέψασθαι, κόπτεσθαί τε καὶ ὀδύρεσθαι τὴν αἵρεσιν, οὐκ ἐμμένοντα τοῖς προρρηθεῖσιν ὑπὸ τοῦ προφήτου· οὐ γὰρ ἑαυτὸν αἰτιᾶσθαι τῶν κακῶν, ἀλλὰ τύχην τε καὶ δαίμονας καὶ πάντα μᾶλλον ἀνθἑαυτοῦ.

«Dopo che quello ebbe detto queste cose, (Er) disse che il primo sorteggiato subito andava a scegliere la più grande tirannide, e per stoltezza e avidità scelse senza aver considerato tutto a sufficienza, ma gli sfuggì che era contenuto il destino di divorare i propri figli e altri mali: dopo che ebbe esaminato con calma, si batteva e si lamentava della scelta, non attenendosi alle parole dette prima dallaraldo: infatti non incolpava se stesso dei mali, ma la sorte e gli dèi e tutto tranne se stesso».

εἶναι δὲ αὐτὸν τῶν ἐκ τοῦ οὐρανοῦ ἡκόντων, ἐν τεταγμένῃ πολιτείᾳ ἐν τῷ προτέρῳ βίῳ βεβιωκότα, ἔθει [d] ἄνευ φιλοσοφίας ἀρετῆς μετειληφότα.

«Era egli di quelli che erano giunti dal cielo, che aveva vissuto nella vita precedente in una costituzione ben ordinata, che aveva partecipato della virtù per abitudine senza filosofia».

ὡς δὲ καὶ εἰπεῖν, οὐκ ἐλάττους εἶναι ἐν τοῖς τοιούτοις ἁλισκομένους τοὺς ἐκ τοῦ οὐρανοῦ ἥκοντας, ἅτε πόνων ἀγυμνάστους· τῶν δἐκ τῆς γῆς τοὺς πολλούς, ἅτε αὐτούς τε πεπονηκότας ἄλλους τε ἑωρακότας, οὐκ ἐξ ἐπιδρομῆς τὰς αἱρέσεις ποιεῖσθαι.

«E, per così dire, non erano in numero minore a essere colti in tali situazioni coloro che erano giunti dal cielo, in quanto non allenati alle sofferenze; invece i più tra quelli che erano arrivati dalla terra, siccome avevano sofferto essi stessi e avevano visto altri (soffrire), facevano le scelte non di fretta».


 Qui è espresso il topos del πάθει μάθος, la cui formulazione con queste efficaci parole risale a EschiloAgamennone, 177, ma si trova in molti altri autori:


EsiodoOpere e giorni, vv. 217-218

δίκη δὑπὲρ ὕβριος ἴσχει

ἐς τέλος ἐξελθοῦσα· παθὼν δέ τε νήπιος ἔγνω.

«Ma giustizia prevale sulla prepotenza, / quando alla fine arriva; anche uno stolto comprende soffrendo».


Eschilo, Agamennone, 177

Ζῆνα δέ τις προφρόνως ἐπινίκια κλάζων

τεύξεται φρενῶν τὸ πᾶν,

τὸν φρονεῖν βροτοὺς ὁδώ-

σαντατὸν πάθει μάθος

θέντα κυρίως ἔχειν.

«Chi intona a Zeus con gioia il canto della vittoria / otterrà in tutto saggezza, / Zeus che ha avviato i mortali ad essere saggi, / che ha stabilito come legge principale / attraverso la sofferenza la comprensione».


Eschilo, Prometeo, 391

ἡ σήΠρομηθεῦσυμφορὰ διδάσκαλος

«La tua disgrazia, Prometeo, è maestra».


SofocleEdipo a Colono567-68

ἔξοιδ’ ἀνὴρ ὢν χὤτι τῆς ἐς αὔριον

οὐδὲν πλέον μοι σοῦ μέτεστιν ἡμέρας.

«So di essere un uomo e che il giorno di / domani non appartiene affatto più a me che a te».


 Un’affermazione di umanesimo esemplare, come quella di Antigone:


Sofocle, Antigone, 523

Οὔτοι συνέχθεινἀλλὰ συμφιλεῖν ἔφυν.

«Sono nata per condividere non certo l’odio, ma l’amore».


EuripideMedea, 34

ἔγνωκε δἡ τάλαινα συμφορᾶς ὕπο

«Ha compreso l'infelice dalla disgrazia»


Euripide, Alcesti, 940

ἄρτι μανθάνω

«ora comprendo»

 Questa di Admeto nell’Alcesti  è una resipiscenza tardiva, dopo essersi pentito per aver fatto morire la moglie al posto suo.


PolibioStorie, I, 35, 7

δυεῖν γὰρ ὄντων τρόπων πᾶσιν ἀνθρώποις τῆς ἐπὶ τὸ βέλτιον μεταθέσεωςτοῦ τε διὰ τῶν ἰδίων συμπτωμάτων καὶ τοῦ διὰ τῶν ἀλλοτρίωνἐναργέστερον μὲν εἶναι συμβαίνει τὸν διὰ τῶν οἰκείων περιπετειῶνἀβλαβέστερον δὲ τὸν διὰ τῶν ἀλλοτρίων.

«Essendo infatti due i modi del cambiamento in meglio per tutti gli uomini, uno attraverso le sventure proprie e l'altro attraverso quelle altrui, succede che sia più evidente (efficace) quello attraverso le peripezie personali, ma meno dannoso quello attraverso le peripezie altrui».


 Didone ne è un altro esempio, commovente in quanto Enea non ricambia la sua umanità. Quando il Troiano, bisognoso di aiuto, le si presenta così lei lo conforta:

Eneide630

Non ignara mali, miseris succurrere disco.

«Non ignara del male, imparo a soccorrere i miseri».


Queste invece le ultime parole di Enea a Didone viva (EneideI, IV, vv. 360-361):

Desine meque tuis incendere teque querelis:

Italiam non sponte sequor.

«Smettila di infiammare me e te con le tue lamentele: / non di mia volontà seguo l’Italia».


NietzscheUmano, troppo umano, I

Parte terza, La vita religiosa

109. Dolore è conoscenza. Ora la tragedia è questa, che non si può credere a quei dogmi della religione e della metafisica, se si porta nel cuore e nella mente il severo metodo della verità, e d'altra parte si è divenuti attraverso l'evoluzione dell'umanità così delicati, eccitabili e sofferenti, da aver bisogno di mezzi di salute e di consolazione della più alta specie; dal che sorge quindi il pericolo che l'uomo si dissangui sulla verità conosciuta. Ciò esprime Byron in versi immortali:

Sorrow is knowledge: they who know the most

Must mourn the deepest oer the fatal truth,

The Tree of Knowledge is not that of life.1

 Contro tali cure, nessun mezzo giova più dell'evocare, almeno per le ore più tristi e buie dell'anima, la solenne leggerezza di Orazio, e del dire a se stessi con lui:

quid aeternis minorem

consiliis animum fatigas?

Cur non sub alta vel platano vel hac

pinu iacentes...2

[...] Quei dolori possono essere veramente penosi, ma senza dolori non si può diventare una guida e un educatore dell'umanità.


Nietzsche, Umano, troppo umano, II

Parte prima, Opinioni e sentenze

48. Aver molta gioia. Chi ha molta gioia, dev'essere un brav'uomo: ma forse non è il più intelligente, benché raggiunga proprio ciò che il più intelligente con tutta la sua intelligenza cerca di raggiungere.


Nietzsche, La gaia scienza, libro primo

13. Per la teoria del sentimento di potenza. … il dolore si pone sempre il problema della causa, mentre il piacere tende ad arrestarsi su se stesso e a non guardarsi indietro.


Nietzsche, Genealogia della morale

seconda dissertazione, «colpa»«cattiva coscienza» e simili, 3

«Si incide a fuoco qualcosa affinché resti nella memoria: soltanto quel che non cessa di dolorare resta nella memoria» – è questo un assioma della più antica (purtroppo anche più longeva) psicologia sulla terra…


1 «Dolore è la conoscenza: coloro che conoscono più di tutti / devono soffrire più profondamente di tutti per questa fatale verità, / l'albero della conoscenza non è quello della vita» (Byron, Manfredi, I, 1, 11-13).

2 fugit retro / levis iuventas et decor, arida / pellente lascivos amores / canitie facilemque somnum. / Non semper idem floribus est honor / vernis neque uno luna rubens nitet / voltu: quid aeternis minorem / consiliis animum fatigas? / Cur non sub alta vel platano vel hac / pinu iacentes (11-14) sic temere et rosa / canos odorati capillos,/ dum licet, Assyriaque nardo / potamus uncti? «Fugge dietro a noi la leggera gioventù e la grazia, mentre l'arida / vecchiaia scaccia i lascivi amori / e il facile sonno. / Non è sempre la stessa la bellezza dei fiori / primaverili né la luna rosseggiante risplende con un solo / volto: perché stanchi con eterni progetti / un cuore che è più piccolo? / Perché, sdraiati così alla buona sotto un alto platano / o sotto questo pino / coi capelli grigi profumati di rosa / e unti di nardo assiro, / finché è possibile, perché non beviamo?» (Orazio, Odi, II, 11, vv. 5-17).


Perché i buoni soffrono se c’è una provvidenza? – Seneca, De providentia, II, 5-6

  5. Non uides quanto aliter patres, aliter matres indulgeant? illi excitari iubent liberos ad studia obeunda mature, feriatis quoque diebus non patiuntur esse otiosos, et sudorem illis et interdum lacrimas excutiunt; at matres fouere in sinu, continere in umbra uolunt, numquam contristari, numquam flere, numquam laborare.

«Non vedi quanto padri e madri esprimano l’affetto diversamente l’uno dall’altro? Quelli ordinano di svegliare i figli di buon ora per intraprendere gli studi, non li lasciano nell’ozio nemmeno nei giorni di festa, e spremono loro il sudore e a volte le lacrime; ma le madri vogliono scaldarli in grembo, tenerli nell’ombra1, che non siano mai tristi, non piangano mai, non soffrano mai».

6. Patrium deus habet aduersus bonos uiros animum et illos fortiter amat et 'operibus' inquit 'doloribus damnis exagitentur, ut uerum colligant robur.' Languent per inertiam saginata nec labore tantum sed motu et ipso sui onere deficiunt. Non fert ullum ictum inlaesa felicitas; at cui adsidua fuit cum incommodis suis rixa, callum per iniurias duxit nec ulli malo cedit, sed etiam si cecidit de genu pugnat.

«La divinità ha nei confronti degli uomini buoni un animo di padre e li ama virilmente e “Siano alle prese,” dice, “con lavori, dolori, danni, per raccogliere la vera forza”. Infiacchiscono nell’inazione i corpi appesantiti e vengono meno non solo per la fatica ma anche per il movimento e il proprio stesso peso. Non sopporta alcun colpo una prosperità mai ferita; ma chi si è trovato in una continua lotta contro le sue disgrazie, ha fatto il callo a forza di offese e non cede al alcun male, ma anche se è caduto combatte in ginocchio».

1 Tenerli nell’ombra significa evitare il contatto con la realtà, che può rappresentare un problema. L’ombra nell’antichità non è mai positiva perché significa solitudine e distacco dalla realtà e dalla cultura. Vedi nell’articolo «Il sapere non è sapienza» la figura dell’umbraticus doctor.

Mito di Er – Platone, Repubblica, X, 614b-621d – 13° parte

 διὸ δὴ καὶ μεταβολὴν τῶν κακῶν καὶ τῶν ἀγαθῶν ταῖς πολλαῖς τῶν ψυχῶν γίγνεσθαι καὶ διὰ τὴν τοῦ κλήρου τύχην· ἐπεὶ εἴ τις ἀεί, ὁπότε εἰς τὸν ἐνθάδε βίον ἀφικνοῖτο, ὑγιῶς φιλοσοφοῖ [e] καὶ ὁ κλῆρος αὐτῷ τῆς αἱρέσεως μὴ ἐν τελευταίοις πίπτοι, κινδυνεύει ἐκ τῶν ἐκεῖθεν ἀπαγγελλομένων οὐ μόνον ἐνθάδε εὐδαιμονεῖν ἄν, ἀλλὰ καὶ τὴν ἐνθένδε ἐκεῖσε καὶ δεῦρο πάλιν πορείαν οὐκ ἂν χθονίαν καὶ τραχεῖαν πορεύεσθαι, ἀλλὰ λείαν τε καὶ οὐρανίαν.

«Perciò si verificava uno scambio di mali e di beni per molte anime anche per la casualità del sorteggio; perché se uno, tutte le volte che giungesse nella vita di qua, praticasse una sana filosofia e il sorteggio della scelta per lui non cadesse tra gli ultimi, c’è il rischio, stando alle cose che da lì vengono riferite, non solo di poter essere felici là, ma anche che il cammino da qua a là e di di nuovo qui possa essere percorso non sotterraneo e aspro, ma piano e celeste».

Ταύτην γὰρ δὴ ἔφη τὴν θέαν ἀξίαν εἶναι ἰδεῖν, ὡς ἕκασται [620] [a] αἱ ψυχαὶ ᾑροῦντο τοὺς βίους· ἐλεινήν τε γὰρ ἰδεῖν εἶναι καὶ γελοίαν καὶ θαυμασίαν. κατὰ συνήθειαν γὰρ τοῦ προτέρου βίου τὰ πολλὰ αἱρεῖσθαι. 

«Infatti, disse, era questo uno spettacolo degno a vedersi, come ciascuna anima sceglieva le vite: era infatti pietoso a vedersi e ridicolo e meraviglioso. Infatti sceglievano per lo più secondo la consuetudine della vita precedente».

giovedì 30 ottobre 2025

Perché i buoni soffrono se c’è una provvidenza? – Seneca, De providentia, II, 1-4

 


 
II.

1. ’Quare multa bonis uiris aduersa eueniunt?' Nihil accidere bono uiro mali potest: non miscentur contraria. Quemadmodum tot amnes, tantum superne deiectorum imbrium, tanta medicatorum uis fontium non mutant saporem maris, ne remittunt quidem, ita aduersarum impetus rerum uiri fortis non uertit animum: manet in statu et quidquid euenit in suum colorem trahit; est enim omnibus externis potentior.

«1. “Perché agli uomini buoni capitano molte avversità?” Nulla di male può accadere all’uomo buono: non si mescolano i contrari. Proprio come tanti fiumi, tante piogge precipitate dal cielo, una così grande abbondanza di fonti curative non mutano il gusto del mare, nemmeno lo attenuano, così l’assalto delle avversità non piega l’animo dell’uomo forte: rimane in posizione e qualsiasi cosa capiti se ne appropria dandogli il proprio colore1; è infatti più potente di tutte le cose esterne».

2. Nec hoc dico, non sentit illa, sed uincit, et alioqui quietus placidusque contra incurrentia attollitur. Omnia aduersa exercitationes putat. Quis autem, uir modo et erectus ad honesta, non est laboris adpetens iusti et ad officia cum periculo promptus? Cui non industrio otium poena est?

«2. E non dico questo, che non le percepisce, ma che le vince, e in altre situazioni pacifico e tranquillo si solleva contro gli assalti, Tutte le avversità le considera allenamenti. Chi, purché sia un uomo vero e indirizzato a imprese onorevole, non è desideroso di una giusta fatica2 e disposto a correre pericoli per i doveri? Per quale persona operosa l’ozio non è una punizione?»

3. Athletas uidemus, quibus uirium cura est, cum fortissimis quibusque confligere et exigere ab iis per quos certamini praeparantur ut totis contra ipsos uiribus utantur; caedi se uexarique patiuntur et, si non inueniunt singulos pares, pluribus simul obiciuntur.

«3. Noi vediamo gli atleti, che hanno a cuore il vigore dei corpi, scontrarsi con tutti i più forti e esigere da coloro attraverso i quali si preparano alla gara, che usino contro di loro tutte le forze; si lasciano ferire e maltrattare e, se non trovano singoli alla loro altezza, si scagliano contro più di uno contemporaneamente».

4. Marcet sine aduersario uirtus: tunc apparet quanta sit quantumque polleat, cum quid possit patientia ostendit. Scias licet idem uiris bonis esse faciendum, ut dura ac difficilia non reformident nec de fato querantur, quidquid accidit boni consulant, in bonum uertant; non quid sed quemadmodum feras interest.

«4. Marcisce la virtù senza un avversario: allora appare quanto sia grande e quanto valga, quando mostra ciò di cui è capace con la sopportazione. Sappi pure che la medesima cosa devono fare gli uomini buoni, cioè non temere le cose dure e difficili3 né lamentarsi del fato, qualsiasi cosa accada prenderla per un bene, volgerla in bene; non cosa, ma come sopporti fa la differenza».

 1 La traduzione letterale sarebbe «la tira verso il proprio colore», cioè se ne appropria rendendola un vantaggio. Per chiarire l’espressione è utile un passo di SchopenhauerParerga e paralipomena II, Capitolo ventiduesimo, Pensare da sé: «257. Come la più ricca biblioteca, se è in disordine, non è utile, quanto una piuttosto modesta, ma ben ordinata; parimenti la più grande quantità di conoscenze se non elaborate a fondo con il proprio pensiero vale assai meno di una quantità molto minore di esse, che però sia stata pensata a fondo e da più punti di vista. Infatti soltanto mediante la combinazione, svolta in ogni senso, di quello che sappiamo, e mediante il confronto di ogni verità con ogni altra, è possibile assimilare il proprio saper e averne sicuro possesso. Si può pensare a fondo soltanto ciò che si sa, perciò bisogna imparare qualcosa, ma si sa, altresì, soltanto ciò che si è pensato a fondo… 260. La lettura non è che un surrogato del pensiero autonomo… Bisogna leggere, dunque, soltanto quando la sorgente dei pensieri propri cessa di sgorgare… Invece, è un peccato contro lo spirito santo scacciare i pensieri propri

Anche se alle volte una verità, una intuizione, che siamo riusciti a cogliere con molta fatica e lentamente, pensando e combinando i nostri pensieri in modo autonomo, si sarebbe potuta trovare bella e pronta e agevolmente in un libro, quella verità è tuttavia cento volte più preziosa, se si è raggiunta pensando da sé… porta il colore, la sfumatura, limpronta del nostro intero modo di pensare… Perciò i versi di Goethe:

Ciò che hai in eredità dai padri

guadagnalo per possederlo

… Colui che pensa da sé impara a conoscere le autorità che confermano le sue vedute soltanto in seguito… mentre il filosofo libresco parte dalle autorità».

 2 L’idea risale a EsiodoOpere, 289 τῆς δἀρετῆς ἱδρῶτα θεοὶ προπάροιθεν ἔθηκαν, «davanti alla virtù gli dèi hanno posto il sudore». La stessa torna altrove in SenecaEpistulae, 31, 7: non est viri timere sudorem«non è da uomini temere il sudore»; 67, 12: cape, quantam debes, virtutis pulcherrimae ac magnificentissimae speciem, quae nobis non ture nec sertis, sed sudore et sanguine colenda est, «devi capire, è tuo dovere, lo splendore della bellissima e magnificentissima virtù, che noi dobbiamo onorare non con incenso e corone, ma con sudore e sangue».

 3 Anche perché come dice Socrate in Repubblica, VI, 497d: τὰ γὰρ δὴ μεγάλα πάντα ἐπισφαλῆ, καὶ τὸ λεγόμενον τὰ καλὰ τῷ ὄντι χαλεπά, «tutte le cose grandi sono rischiose, e c’è il detto le cose belle sono in realtà difficili».

Mito di Er – Platone, Repubblica, X, 614b-621d – 12° parte

 

 

τὰ δὲ ἄλλα πάντα χαίρειν ἐάσει· ἑωράκαμεν γὰρ ὅτι ζῶντί τε καὶ τελευτήσαντι αὕτη κρατίστη αἵρεσις. ἀδαμαντίνως δὴ [619] [a] δεῖ ταύτην τὴν δόξαν ἔχοντα εἰς Ἅιδου ἰέναι, ὅπως ἂν ᾖ καὶ ἐκεῖ ἀνέκπληκτος ὑπὸ πλούτων τε καὶ τῶν τοιούτων κακῶν, καὶ μὴ ἐμπεσὼν εἰς τυραννίδας καὶ ἄλλας τοιαύτας πράξεις πολλὰ μὲν ἐργάσηται καὶ ἀνήκεστα κακά, ἔτι δὲ αὐτὸς μείζω πάθῃ, ἀλλὰ γνῷ τὸν μέσον ἀεὶ τῶν τοιούτων βίον αἱρεῖσθαι καὶ φεύγειν τὰ ὑπερβάλλοντα ἑκατέρωσε καὶ ἐν τῷδε τῷ βίῳ κατὰ τὸ δυνατὸν καὶ ἐν παντὶ τῷ ἔπειτα· οὕτω γὰρ [b] εὐδαιμονέστατος γίγνεται ἄνθρωπος.

«Tutto il resto bisogna lasciarlo perdere: abbiamo visto infatti che sia per un vivo sia per un morto questa è la scelta più importante. Pertanto bisogna andare nell’Ade mantenendo con ferrea determinazione questa opinione, per essere anche là imperturbabile davanti a ricchezze a mali siffatti, per non commettere, caduto nella tirannide e altre azioni siffatte, molti e inguaribili infamie, e subirne di maggiori in prima persona, ma per sapere scegliere sempre la vita mediana tra queste e evitare gli eccessi da una parte e dall’altra sia in questa vita per quanto è possibile sia in tutto il tempo a venire: così infatti l’uomo diventa sommamente felice1».

Καὶ δὴ οὖν καὶ τότε ὁ ἐκεῖθεν ἄγγελος ἤγγελλε τὸν μὲν προφήτην οὕτως εἰπεῖν· "Καὶ τελευταίῳ ἐπιόντι, ξὺν νῷ ἑλομένῳ, συντόνως ζῶντι κεῖται βίος ἀγαπητός, οὐ κακός. μήτε ὁ ἄρχων αἱρέσεως ἀμελείτω μήτε ὁ τελευτῶν ἀθυμείτω.»

«E anche allora il messaggero che veniva da laggiù riferiva che laraldo così disse: “Anche per chi arriva per ultimo, se sceglie con senno, vivendo secondo una stretta disciplina, è a disposizione una vita desiderabile, non cattiva. Né chi inizia la scelta sia trascurato né l’ultimo si scoraggi”».

1 Questa è una felicità autentica, diversa da quella personata, di cui parla SenecaEpistulae, 80: 5. Libera te primum metu mortis (illa nobis iugum inponit), deinde metu paupertatis. 6. Si vis scire quam nihil in illa mali sit, compara inter se pauperum et divitum vultus: saepius pauper et fidelius ridet; nulla sollicitudo in alto est; etiam si qua incidit cura, velut nubes levis transit: horum qui felices vocantur hilaritas ficta est aut gravis et suppurata tristitia, eo quidem gravior quia interdum non licet palam esse miseros, sed inter aerumnas cor ipsum exedentes necesse est agere felicem. 7. Saepius hoc exemplo mihi utendum est, nec enim ullo efficacius exprimitur hic humanae vitae mimus, qui nobis partes quas male agamus adsignat«5. Liberati innanzitutto dalla paura della morte (essa ci impone un giogo), poi dalla paura della povertà. 6. Se vuoi sapere quanto non ci sia nulla di male in essa, confronta tra loro i volti dei poveri e dei ricchi: il povero ride più spesso e più schiettamente; nessuna preoccupazione si trova nel profondo; anche se incappa in qualche affanno, passa come una nuvola leggera: l’allegria di questi che sono chiamati felici è recitata oppure è una tristezza opprimente e che rode, e di certo tanto più opprimente poiché non è possibile ogni tanto essere infelici apertamente, ma divorando il cuore stesso tra le pene si è obbligati a fare la parte del felice. 7. Devo usare più spesso questo esempio, e infatti da nessun altro con più efficacia è rappresentato questo mimo della vita umana, che ci assegna i ruoli che interpretiamo male». 8. omnium istorum personata felicitas est. Contemnes illos si despoliaveris. «8. La felicità di tutti costoro è una maschera. Li disprezzerai se avrai tolto loro i vestiti». Così anche nel De providentia, VI, 4: Isti quos pro felicibus aspicis, si non qua occurrunt sed qua latent uideris, miseri sunt, sordidi turpes, ad similitudinem parietum suorum extrinsecus culti; non est ista solida et sincera felicitas: crusta est et quidem tenuis. Itaque dum illis licet stare et ad arbitrium suum ostendi, nitent et inponunt; cum aliquid incidit quod disturbet ac detegat, tunc apparet quantum altae ac uerae foeditatis alienus splendor absconderit, «4. Questi che tu guardi come fortunati, se li vedi non dal lato con cui si presentano ma da quello che nascondono, sono meschini, squallidi, vergognosi, a somiglianza delle loro pareti belli di fuori; non è questa una felicità solida e autentica: è una patina e pure sottile. E così finché è loro consentito stare dritti e mostrarsi a loro arbitrio, brillano e traggono in inganno; quando capita qualcosa che li sconvolge e scopre, allora appare quanta profonda e reale ripugnanza nascondesse quello splendore posticcio».

Cfr. Anche SchopenhauerParerga e paralipomena I, Aforismi sulla saggezza della vita. Capitolo quinto: «La maggior parte degli splendori e delle magnificenze è una pura apparenza… tutto ciò è l’insegna, latteggiamento, il geroglifico della gioia… lo scopo consiste semplicemente nel far credere ad altri che là per lappunto ha preso alloggio la gioia: la vera intenzione è di suscitare tale illusione nel cervello altrui».

Giovanni Ghiselli: Francesca Albanese.

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