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mercoledì 10 giugno 2026

Tacito, Annales, XVI, 18-19 – Petronio: ritratto e morte – Maturità 2026

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[18] De C. Petronio pauca supra repetenda sunt. Nam illi dies per somnum, nox officiis et oblectamentis vitae transigebatur; utque alios industria, ita hunc ignavia ad famam protulerat, habebaturque non ganeo et profligator, ut plerique sua haurientium, sed erudito luxu. ac dicta factaque eius quanto solutiora et quandam sui neglegentiam praeferentia, tanto gratius in speciem simplicitatis accipiebantur. proconsul tamen Bithyniae et mox consul vigentem se ac parem negotiis ostendit. dein revolutus ad vitia seu vitiorum imitatione inter paucos familiarium Neroni adsumptus est, elegantiae arbiter, dum nihil amoenum et molle adfluentia putat, nisi quod ei Petronius adprobavisset. Unde invidia Tigellini quasi adversus aemulum et scientia voluptatum potiorem. Ergo crudelitatem principis, cui ceterae libidines cedebant, adgreditur, amicitiam Scaevini Petronio obiectans, corrupto ad indicium servo ademptaque defensione et maiore parte familiae in vincla rapta.

«[18] Riguardo a Petronio bisogna richiamare un po’ di dati indietro nel tempo. Infatti egli trascorreva il giorno nel sonno, la notte nei doveri e nei divertimenti della vita; e come l’operosità aveva portato alla fama gli altri, questo ve lo aveva portato l’indolenza, ed era considerato non un debosciato e uno scialacquatore, come i più che danno fondo alle loro sostanze, ma uno dalla raffinatezza ricercata. E le sue parole e azioni quanto più erano disinvolte e presentavano una certa noncuranza di sé, con tanto maggior favore erano accolte come manifestazione di semplicità. Tuttavia come proconsole in Bitinia e subito dopo come console si dimostrò energico e all’altezza dei compiti. Poi ritornato ai vizi o anche per imitazione dei vizi, fu ammesso tra i pochi intimi di Nerone, come arbitro di eleganza, tanto che il principe niente riteneva bello e delicato in quella sovrabbondanza se non ciò che Petronio gli avesse approvato. Da qui l’indidia di Tigellino come contro un rivale e uno superiore nella scienza dei piaceri. Dunque stuzzica la crudeltà del principe, passione davanti alla quale cedevano le restanti, rinfacciando a Petronio l’amicizia di Scevino, dopo aver corrotto uno schiavo per denunciarlo, inoltre essendogli stata sottratta la possibilità di difendersi e trascinata in carcere la maggior parte della servitù».

[19] Forte illis diebus Campaniam petiverat Caesar, et Cumas usque progressus Petronius illic attinebatur; nec tulit ultra timoris aut spei moras. Neque tamen praeceps vitam expulit, sed incisas venas, ut libitum, obligatas aperire rursum et adloqui amicos, non per seria aut quibus gloriam constantiae peteret. Audiebatque referentis nihil de immortalitate animae et sapientium placitis, sed levia carmina et facilis versus. servorum alios largitione, quosdam verberibus adfecit. iniit epulas, somno indulsit, ut quamquam coacta mors fortuitae similis esset. Ne codicillis quidem, quod plerique pereuntium, Neronem aut Tigellinum aut quem alium potentium adulatus est, sed flagitia principis sub nominibus exoletorum feminarumque et novitatem cuiusque stupri perscripsit atque obsignata misit Neroni. fregitque anulum ne mox usui esset ad facienda pericula.

[19] Per caso in quei giorni Cesare si dirigeva in Campania, e Petronio, avendo proseguito fino a Cuma là si tratteneva; né sopportò oltre prolungamenti di paura o speranza. Né d’altra parte si precipitò a scacciare la vita, ma apriva di nuovo le vene tagliate che, a capriccio, erano state ricucite e parlava agli amici, non di argomenti seri o con i quali ricercare la gloria della costanza. E ascoltava gente che non riferiva nulla sull’immortalità dell’anima o sulle sentenze dei sapienti, ma poesie leggere e versi poco impegnativi. Degli schiavi alcuni trattò con generosità, altri a frustate. Si diede al banchetto, si abbandonò al sonno, affinché la morte, per quanto imposta, fosse simile a una casualità. Neppure nel testamento adulò Nerore o Tigellino o qualcun altro dei potenti, cosa che facevano i più dei morenti, ma mise bene per iscritto le infamie del principe, sotto i nomi dei pervertiti e delle femmine, e la stranezza di ogni tipo di rapporto sessuale e lo mandò corredato di sigillo a Nerone. Poi ruppe l’anello affinchè in seguito non servisse a creare dei pericoli».


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sabato 29 novembre 2025

Imperialismo, romano e non – intero e con PDF

 

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La logica dell’imperialismo viene chiaramente espressa da Tucidide: è l’ultimo dei tre discorsi di Pericle, il quale mette in guardia gli Ateniesi dal desistere da una politica imperialistica, la quale, una volta intrapresa, non lascia la libertà di abbandonarla senza la rovina di chi l’abbandona.

II, 63, 2

ἧς οὐδἐκστῆναι ἔτι ὑμῖν ἔστιν, εἴ τις καὶ τόδε ἐν τῷ παρόντι δεδιὼς ἀπραγμοσύνῃ ἀνδραγαθίζεται· ὡς τυραννίδα γὰρ ἤδη ἔχετε αὐτήν, ἣν [3] λαβεῖν μὲν ἄδικον δοκεῖ εἶναι, ἀφεῖναι δὲ ἐπικίνδυνον… τὸ γὰρ ἄπραγμον οὐ σῴζεται μὴ μετὰ τοῦ δραστηρίου τεταγμένον, οὐδὲ ἐν ἀρχούσῃ πόλει ξυμφέρει, ἀλλἐν ὑπηκόῳ, ἀσφαλῶς δουλεύειν.
«E non vi è neppure più possibile rinunciarvi1, se uno, avendo paura nel momento presente, si comporta da uomo per bene anche in questo, volendo stare in pace; infatti ormai possedete un impero che è come una tirannide, che sembra ingiusto aver conquistato, ma rischioso lasciar andare… la pace infatti non si salva se non si è schierata insieme all’attività energica, ed essere schiavi nella sicurezza non conviene in una città che comanda, ma in una sottomessa».

Il concetto è poi ribadito da Cleone in III, 37, 2. Mitilene si è ribellata e bisogna dare una punizione esemplare per impedire il ripetersi di tali episodi, essendo la natura del potere tale da dover essere esercitato in modo spietato: l’epigono di Pericle dunque invita gli Ateniesi a considerare ὅτι τυραννίδα ἔχετε τὴν ἀρχὴν καὶ πρὸς ἐπιβουλεύοντας αὐτοὺς καὶ ἄκοντας ἀρχομένους, οἳ οὐκ ἐξ ὧν ἂν χαρίζησθε βλαπτόμενοι αὐτοὶ ἀκροῶνται ὑμῶν, ἀλλἐξ ὧν ἂν ἰσχύι μᾶλλον ἢ τῇ ἐκείνων εὐνοίᾳ περιγένησθε, «che possedete un impero che è una tirannide e che è imposto a uomini che tramano e si sottomettono contro la propria volontà, i quali vi ubbidiscono non per le cose di cui voi stessi, danneggiandovi, li gratificate, ma per il fatto che siete superiori più per la forza che per la loro benevolenza». Dunque il meccanismo del potere è che per conservarsi deve continuamente essere esercitato.

Polibio presenta l’imperialismo romano come il fine a cui tende la storia e ne dà una specie di giustificazione per esempio in Storie VI, dove nel capitolo 50, nel parlare della costituzione di Licurgo, Polibio ne tesse l’elogio, ma solo se si vuole preservare la sicurezza e la libertà; poi prosegue:

εἰ δέ τις μειζόνων ἐφίεται, κἀκείνου κάλλιον καὶ σεμνότερον εἶναι νομίζει τὸ πολλῶν μὲν ἡγεῖσθαι, πολλῶν δἐπικρατεῖν καὶ δεσπόζειν, πάντας δεἰς αὐτὸν ἀποβλέπειν [4] καὶ νεύειν πρὸς αὐτόν, τῇδέ πῃ συγχωρητέον τὸ μὲν Λακωνικὸν ἐνδεὲς εἶναι πολίτευμα, τὸ δὲ Ῥωμαίων διαφέρειν καὶ δυναμικωτέραν ἔχειν τὴν σύστασιν (50, 3-4),
«se invece uno aspira a imprese maggiori, e ritiene che sia più bello e nobile di quello guidare molti, dominare e signoreggiare molti, che tutti guardino a lui e pieghino il capo davanti a lui, in questo caso bisogna ammettere che la forma di governo spartana è difettosa, mentre quella romana è superiore e ha una costituzione più forte».

Sallustio nell’Epistola di Mitridate lo condanna: Namque Romanis cum nationibus, populis, regibus cunctis una et ea vetus causa bellandi est, cupido profunda imperi et divitiarum, «e infatti i Romani hanno quell’unica e antica causa di fare la guerra con tutte le nationi, i popoli e i re, la brama illimitata di potere e ricchezza». Viene dunque smontata ogni possibile nobiltà delle ragioni dell’imperialismo.

Anche Tacito lo condanna in Agricola, 30:

Romani, quorum superbiam frustra per obsequium ac modestiam effugias. Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae, et mare scrutantur: si locuples hostis est, avari, si pauper, ambitiosi, quos non Oriens, non Occidens satiaverit: soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt. Auferre, trucidare, rapere, falsis nominibus imperium, atque, ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, 
«I Romani, dei quali invano puoi evitare la superbia con la sottomissione e la docilità2. Rapinatori del mondo, dopo che a loro che devastano tutto sono mancate le terre, scrutano il mare: se il nemico è ricco sono avidi, se è povero bramosi di potere, essi che non l’Oriente, non l’Occidente possono saziare: soli tra tutti bramano con uguale slancio ricchezza e povertà. Rubare, massacrare, rapire lo chiamano con falsi nomi impero e dove fanno un deserto lo chiamano pace3».

Lo giustifica però nelle Historiae (IV, 73-74):

Siamo tra la fine del 69 e linizio del 70, Vitellio è morto e gli è succeduto Vespasiano, ma la situazione scaturita dalla guerra civile ancora non è stabile (bellum magis desierat quam pax coeperat«era finita la guerra più che cominciata la pace»Hist., IV, 1, 1). La ribellione dei Germani (strenui sostenitori di Vitellio) si espande tra i Galli, a domare i quali viene inviato il generale Petilio Ceriale. Quello che segue è il discorso che egli rivolge ai Galli dopo averli sedati.

Eadem semper causa Germanis transcendendi in Gallias, libido atque avaritia et mutandae sedis amor, ut relictis paludibus et solitudinibus suis fecundissimum hoc solum vosque ipsos possiderent: ceterum libertas et speciosa nomina praetexuntur; nec quisquam alienum servitium et dominationem sibi concupivit ut non eadem ista vocabula usurparet. Regna bellaque per Gallias semper fuēre donec in nostrum ius concederetis. Nos, quamquam totiens lacessiti, iure victoriae id solum vobis addidimus, quo pacem tueremur; [] quo modo sterilitatem aut nimios imbris et cetera naturae mala, ita luxum vel avaritiam dominantium tolerate. Vitia erunt, donec homines, sed neque haec continua et meliorum interventu pensantur [...] Nam pulsis, quod di prohibeant, Romanis quid aliud quam bella omnium inter se gentium existent? octingentorum annorum fortunā disciplināque compages haec coaluit, quae convelli sine exitio convellentium non potest: sed vobis maximum discrimen, penes quos aurum et opes, praecipuae bellorum causae. Proinde pacem et urbem, quam victi victoresque eodem iure obtinemus, amate colite: moneant vos utriusque fortunae documenta ne contumaciam cum pernicie quam obsequium cum securitate malitis. 
«È sempre lo stesso il motivo per i Germani di passare nelle Gallie, la brama e l’avidità e la voglia di cambiare sede, per possedere, abbandanate le loro paludi e desolazioni, questo terreno fertilissimo e voi stessi: del resto sono addotte come copertura la libertà bei nomi; e non c’è nessuno che ha desiderato per sé l’asservimento altrui e il dominio in modo da non servirsi di quei medesimi vocaboli. Regni e guerre ci sono sempre stati per le Gallie finché non siete finiti sotto la nostra autorità. Noi, seppure tante volte provocati, per diritto di vittoria abbiamo aggiunto solo ciò con cui proteggere la pace; […] come fate con la sterilità o le piogge eccessive e le altre calamità naturali, così sopportate il lusso e l’avidità dei dominatori. I vizi ci saranno, finché ci saranno uomini, ma né queste cose sono continue e sono compensate dall’alternanza di momenti migliori […] Infatti una volta cacciati i Romani, che gli dèi lo impediscano, cosa altro rimarrà se non le guerre di tutti i popoli tra di loro? Questa struttura si è sviluppata grazie alla fortuna e alla disciplina di ottocento anni, e non può essere abbattuta senza la distruzione di chi la abbatte: ma il pericolo più grande è per voi, presso i quali ci sono oro e ricchezze, le principali cause delle guerre. Perciò amate, curate la pace e la città che vinti e vincitori otteniamo con parità di diritti: vi siano di monito gli insegnamenti della sorte di entrambi, affinché non preferiate una ribellione con rovina a una obbedienza con sicurezza».
Sempre Tacito poi mostra due diversi atteggiamenti (uno moderato o rinunciatario e uno velleitario) sulle possibilità di successo dell’imperialismo romano nei confronti dei Germani. Il primo si trova in Germania, 33:

Maneat, quaeso, duretque gentibus, si non amor nostri, at certe odium sui, quando urgentibus imperii fatis nihil iam praestare fortuna maius potest quam hostium discordiam. 
«Rimanga, io prego, e perduri tra le genti, se non lamore verso di noi, quanto meno lodio tra di loro, dal momento che incalzando le sorti dellimpero niente ormai la fortuna può fornire di più grande che la discordia dei nemici».

L’altro si trova in Annales, II, 26Si sta parlando di Tiberio che dopo aver inviato Germanico contro i Germani lo richiama dopo le prime vittorie dicendo che Posse et Cheruscos ceterasque rebellium gentis, quoniam Romanae ultioni consultum esset, internis discordiis relinqui«si potevano lasciare alle loro discordie interne i Cherusci e gli altri popoli ribelli, poiché si era provveduto alla vendetta di Roma», ma lo storico attribuisce tendenziosamente tale strategia allinvidia di Tiberio: Haud cunctatus est ultra Germanicus, quamquam fingi ea, seque per invidiam parto iam decŏri abstrahi intellegeret«Germanico non indugiò oltre, sebbene capisse che quegli argomenti erano falsi, e che per invidia veniva strappato alla gloria già raggiunta». Tacito lascia intendere che se Tiberio non avesse richiamato Germanico, questi avrebbe potuto conquistare la libera Germania ricoprendosi di gloria. Quello che è cambiato tra la Germania e gli Annales è il contesto storico: nel primo caso siamo subito dopo la morte di Domiziano, per cui Tacito dice (Germania, 37proximis temporibus triumphati magis quam victi sunt«Nei tempi recenti [i Germani] sono stati oggetto di trionfo più che di vittoria», manifestando sfiducia nelle possibilità di vittoria; nel secondo caso siamo sotto il principato di Traiano che aveva ripreso energicamente la politica espansionistica facendo raggiungere all’impero la sua massima estensione.


1 All’egemonia, nominata prima.

2 Qui Tacito sembra voler smascherare la celebrazione dell’imperialismo romano che si trova in Virgilio, Eneide, VI, vv. 851-853: tu regere imperio populos, Romane, memento / (hae tibi erunt artes), pacique imponere morem, / parcere subiectis et debellare superbos«Tu, Romano, ricorda di regnare sui popoli con imperio / (queste saranno le tue arti), imporre il costume della pace, / risparmiare chi si è sottomesso e sterminare i superbi». Sono le parole con cui Anchise sintetizza la missione che spetterà al figlio Enea in Italia, fondando la stirpe romana.

3 La condanna dell’imperialismo pronunciata dal nemico esterno («obiettività epica») possiamo riscontrarla anche nelle Troiane di Euripide (vv. 764-765): ὦ βάρβαρ’ ἐξευρόντες Ἕλληνες κακά, / τί τόνδε παῖδα κτείνετ’ οὐδὲν αἴτιον;, «Oh Greci che avete inventato barbare atrocità, / perché uccidete questo bambino che non ha nessuna colpa?». Questi versi pronunciati da una troiana contro i Greci (non Achei o Danai) nel 415 a.C. ad Atene non potevano non significare per gli spettatori Ateniesi una condanna dell’imminente, e destinata al disastro, spedizione in Sicilia (415-413 a.C.).


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venerdì 28 novembre 2025

Imperialismo, romano e non – parte 3

 

Anche Tacito lo condanna in Agricola, 30:

Romani, quorum superbiam frustra per obsequium ac modestiam effugias. Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae, et mare scrutantur: si locuples hostis est, avari, si pauper, ambitiosi, quos non Oriens, non Occidens satiaverit: soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt. Auferre, trucidare, rapere, falsis nominibus imperium, atque, ubi solitudinem faciunt, pacem appellant. 
«I Romani, dei quali invano puoi evitare la superbia con la sottomissione e la docilità2. Rapinatori del mondo, dopo che a loro che devastano tutto sono mancate le terre, scrutano il mare: se il nemico è ricco sono avidi, se è povero bramosi di potere, essi che non l’Oriente, non l’Occidente possono saziare: soli tra tutti bramano con uguale slancio ricchezza e povertà. Rubare, massacrare, rapire lo chiamano con falsi nomi impero e dove fanno un deserto lo chiamano pace3».

Lo giustifica però nelle Historiae (IV, 73-74):

Siamo tra la fine del 69 e linizio del 70, Vitellio è morto e gli è succeduto Vespasiano, ma la situazione scaturita dalla guerra civile ancora non è stabile (bellum magis desierat quam pax coeperat«era finita la guerra più che cominciata la pace»Hist., IV, 1, 1). La ribellione dei Germani (strenui sostenitori di Vitellio) si espande tra i Galli, a domare i quali viene inviato il generale Petilio Ceriale. Quello che segue è il discorso che egli rivolge ai Galli dopo averli sedati.

Eadem semper causa Germanis transcendendi in Gallias, libido atque avaritia et mutandae sedis amor, ut relictis paludibus et solitudinibus suis fecundissimum hoc solum vosque ipsos possiderent: ceterum libertas et speciosa nomina praetexuntur; nec quisquam alienum servitium et dominationem sibi concupivit ut non eadem ista vocabula usurparet. Regna bellaque per Gallias semper fuēre donec in nostrum ius concederetis. Nos, quamquam totiens lacessiti, iure victoriae id solum vobis addidimus, quo pacem tueremur; [] quo modo sterilitatem aut nimios imbris et cetera naturae mala, ita luxum vel avaritiam dominantium tolerate. Vitia erunt, donec homines, sed neque haec continua et meliorum interventu pensantur [...] Nam pulsis, quod di prohibeant, Romanis quid aliud quam bella omnium inter se gentium existent? octingentorum annorum fortunā disciplināque compages haec coaluit, quae convelli sine exitio convellentium non potest: sed vobis maximum discrimen, penes quos aurum et opes, praecipuae bellorum causae. Proinde pacem et urbem, quam victi victoresque eodem iure obtinemus, amate colite: moneant vos utriusque fortunae documenta ne contumaciam cum pernicie quam obsequium cum securitate malitis. 
«È sempre lo stesso il motivo per i Germani di passare nelle Gallie, la brama e l’avidità e la voglia di cambiare sede, per possedere, abbandanate le loro paludi e desolazioni, questo terreno fertilissimo e voi stessi: del resto sono addotte come copertura la libertà bei nomi; e non c’è nessuno che ha desiderato per sé l’asservimento altrui e il dominio in modo da non servirsi di quei medesimi vocaboli. Regni e guerre ci sono sempre stati per le Gallie finché non siete finiti sotto la nostra autorità. Noi, seppure tante volte provocati, per diritto di vittoria abbiamo aggiunto solo ciò con cui proteggere la pace; […] come fate con la sterilità o le piogge eccessive e le altre calamità naturali, così sopportate il lusso e l’avidità dei dominatori. I vizi ci saranno, finché ci saranno uomini, ma né queste cose sono continue e sono compensate dall’alternanza di momenti migliori […] Infatti una volta cacciati i Romani, che gli dèi lo impediscano, cosa altro rimarrà se non le guerre di tutti i popoli tra di loro? Questa struttura si è sviluppata grazie alla fortuna e alla disciplina di ottocento anni, e non può essere abbattuta senza la distruzione di chi la abbatte: ma il pericolo più grande è per voi, presso i quali ci sono oro e ricchezze, le principali cause delle guerre. Perciò amate, curate la pace e la città che vinti e vincitori otteniamo con parità di diritti: vi siano di monito gli insegnamenti della sorte di entrambi, affinché non preferiate una ribellione con rovina a una obbedienza con sicurezza».
Sempre Tacito poi mostra due diversi atteggiamenti (uno moderato o rinunciatario e uno velleitario) sulle possibilità di successo dell’imperialismo romano nei confronti dei Germani. Il primo si trova in Germania, 33:

Maneat, quaeso, duretque gentibus, si non amor nostri, at certe odium sui, quando urgentibus imperii fatis nihil iam praestare fortuna maius potest quam hostium discordiam. 
«Rimanga, io prego, e perduri tra le genti, se non lamore verso di noi, quanto meno lodio tra di loro, dal momento che incalzando le sorti dellimpero niente ormai la fortuna può fornire di più grande che la discordia dei nemici».

L’altro si trova in Annales, II, 26Si sta parlando di Tiberio che dopo aver inviato Germanico contro i Germani lo richiama dopo le prime vittorie dicendo che Posse et Cheruscos ceterasque rebellium gentis, quoniam Romanae ultioni consultum esset, internis discordiis relinqui«si potevano lasciare alle loro discordie interne i Cherusci e gli altri popoli ribelli, poiché si era provveduto alla vendetta di Roma», ma lo storico attribuisce tendenziosamente tale strategia allinvidia di Tiberio: Haud cunctatus est ultra Germanicus, quamquam fingi ea, seque per invidiam parto iam decŏri abstrahi intellegeret«Germanico non indugiò oltre, sebbene capisse che quegli argomenti erano falsi, e che per invidia veniva strappato alla gloria già raggiunta». Tacito lascia intendere che se Tiberio non avesse richiamato Germanico, questi avrebbe potuto conquistare la libera Germania ricoprendosi di gloria. Quello che è cambiato tra la Germania e gli Annales è il contesto storico: nel primo caso siamo subito dopo la morte di Domiziano, per cui Tacito dice (Germania, 37proximis temporibus triumphati magis quam victi sunt«Nei tempi recenti [i Germani] sono stati oggetto di trionfo più che di vittoria», manifestando sfiducia nelle possibilità di vittoria; nel secondo caso siamo sotto il principato di Traiano che aveva ripreso energicamente la politica espansionistica facendo raggiungere all’impero la sua massima estensione.


1 All’egemonia, nominata prima.

2 Qui Tacito sembra voler smascherare la celebrazione dell’imperialismo romano che si trova in Virgilio, Eneide, VI, vv. 851-853: tu regere imperio populos, Romane, memento / (hae tibi erunt artes), pacique imponere morem, / parcere subiectis et debellare superbos«Tu, Romano, ricorda di regnare sui popoli con imperio / (queste saranno le tue arti), imporre il costume della pace, / risparmiare chi si è sottomesso e sterminare i superbi». Sono le parole con cui Anchise sintetizza la missione che spetterà al figlio Enea in Italia, fondando la stirpe romana.

3 La condanna dell’imperialismo pronunciata dal nemico esterno («obiettività epica») possiamo riscontrarla anche nelle Troiane di Euripide (vv. 764-765): ὦ βάρβαρ’ ἐξευρόντες Ἕλληνες κακά, / τί τόνδε παῖδα κτείνετ’ οὐδὲν αἴτιον;, «Oh Greci che avete inventato barbare atrocità, / perché uccidete questo bambino che non ha nessuna colpa?». Questi versi pronunciati da una troiana contro i Greci (non Achei o Danai) nel 415 a.C. ad Atene non potevano non significare per gli spettatori Ateniesi una condanna dell’imminente, e destinata al disastro, spedizione in Sicilia (415-413 a.C.).


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Ciclo delle costituzioni – Costituzione mista – Eterno ritorno – con PDF

 

La città ideale – Galleria Nazionale delle Marche a Urbino.

Qui è disponibile il PDF


 L’idea della ciclicità risale a Polibio che la applica all’avvicendarsi delle forme costituzionali e la associa a quella della «costituzione mista», di cui Roma è l’esemplare meglio riuscito. L’argomento è trattato nel libro VI (§§ 1-57) delle sue Storie. Vediamone un riassunto.

 La definizione di «costituzione mista» non compare in Polibio né altrove; egli così la descrive (VI, 3, 7): δῆλον γὰρ ὡς ἀρίστην μὲν ἡγητέον πολιτείαν τὴν ἐκ πάντων τῶν προειρημένων ἰδιωμάτων συνεστῶσαν, «è chiaro infatti che bisogna considerare come la migliore costituzione quella che si compone di tutte le caratteristiche summenzionate».

Capitolo 1

 All’inizio del libro Polibio sospende la narrazione della guerra (siamo nel 216 a.C., prima della battaglia di Canne) per dimostrare che il massimo giovamento per i Romani è derivato dalla «particolarità della costituzione», ἡ τοῦ πολιτεύματος ἰδιότης (1), soprattutto «in relazione all’avere l’idea di conquistare l’impero universale», πρὸς τὸ […] ἔννοιαν σχεῖν τῆς τῶν ὅλων ἐπιβολῆς (1).


Capitolo 2

Ὅτι τὸ ψυχαγωγοῦν ἅμα καὶ τὴν ὠφέλειαν ἐπιφέρον τοῖς φιλομαθοῦσι τοῦτἔστιν ἡ τῶν αἰτιῶν [9] θεωρία καὶ τοῦ βελτίονος ἐν ἑκάστοις αἵρεσις. μεγίστην δ'αἰτίαν ἡγητέον ἐν ἅπαντι πράγματι καὶ πρὸς ἐπιτυχίαν καὶ τοὐναντίον τὴν τῆς πολιτείας [10] σύστασιν, «La cosa più affascinante e che contemporaneamente apporta vantaggio a chi ama imparare è questa, l’esame delle cause e la scelta della soluzione migliore nelle singole situazioni. Ma la causa più importante in ogni azione deve essere considerata sia per il successo sia per il contrario la struttura della costituzione (8-10).


Capitolo 3

 Quella romana presenta notevoli difficoltà di analisi διὰ τὴν ποικιλίαν τῆς πολιτείας, «per la complessità della costituzione» (3), dunque c’è bisogno di un’indagine particolarmente attenta. Da qui parte il ragionamento.

 La maggior parte degli studiosi precedenti ha individuato τρία γένη […] πολιτειῶν, ὧν τὸ μὲν καλοῦσι βασιλείαν, τὸ δἀριστοκρατίαν, τὸ δὲ τρίτον δημοκρατίαν, «tre forme di costituzione, delle quali chiamano una regno, una aristocrazia, la terza democrazia» (5), ma Polibio aggiunge che δῆλον γὰρ ὡς ἀρίστην μὲν ἡγητέον πολιτείαν τὴν ἐκ πάντων τῶν προειρημένων ἰδιωμάτων συνεστῶσαν, «è chiaro che bisogna considerare come la migliore la costituzione che risulta da tutte le caratteristiche dette prima» (8).

 Licurgo fu il primo a escogitare questa forma, ma non si possono escludere ulteriori forme di governo.


Capitolo 4

 Qui, distinguendolo dalla monarchia, viene definito il regno: βασιλείαν ῥητέον […] μόνην τὴν ἐξ ἑκόντων συγχωρουμένην καὶ τῇ γνώμῃ τὸ πλεῖον ἢ φόβῳ καὶ βίᾳ κυβερνωμένην, «bisogna dire regno solo quello concordato da persone che lo vogliono e governato con l’intelligenza più che con paura e violenza» (2); analogamente non bisogna ritenere aristocrazia ogni oligarchia ma solo ἥτις ἂν κατἐκλογὴν ὑπὸ τῶν δικαιοτάτων καὶ φρονιμωτάτων ἀνδρῶν βραβεύηται, «quella che è diretta secondo la scelta dagli uomini più giusti e assennati» (4). Infine non possiamo chiamare δημοκρατίαν, ἐν ᾗ πᾶν πλῆθος κύριόν ἐστι ποιεῖν ὅ, τι ποτἂν αὐτὸ βουληθῇ, «democrazia quella in cui il popolo è padrone di fare proprio tutto ciò che vuole» (4-5), ma quella in cui siano rispettate le tradizioni, si ubbidisce alle leggi e ὅταν τὸ τοῖς πλείοσι δόξαν νικᾷ, «quando vince ciò che sembra giusto alla maggioranza» (5).

 Dunque i generi di costituzione non sono tre ma sei: ai primi bisogna aggiungerne τρία δὲ τὰ τούτοις συμφυῆ, λέγω δὲ μοναρχίαν, ὀλιγαρχίαν, ὀχλοκρατίαν, «tre a questi connaturati , dico la monarchia, l’oligarchia, l’oclocrazia» (6). Come si vede, qui la degenerazione del regno non viene ancora chiamata tirannide, come poco dopo (8).

 Il primo a comparire è il regno; segue una prima schematizzazione di come si succedono (regno-tirannide-aristocrazia-oligarchia-democrazia-oclocrazia).


Capitolo 5

 Da questo punto fino al capitolo 9 Polibio descrive nei particolari come avviene la successione delle costituzioni.

 La prima forma di governo che l’umanità si dà è quella monarchica poiché ἀνάγκη τὸν τῇ σωματικῇ ῥώμῃ καὶ τῇ ψυχικῇ τόλμῃ διαφέροντα, τοῦτον ἡγεῖσθαι καὶ κρατεῖν«è necessario che colui che si distingue per forza fisica e audacia di spirito comandi e abbia il potere (7), e τοῦτο χρὴ φύσεως ἔργον ἀληθινώτατον νομίζειν, «questo bisogna considerare il compito più autentico della natura» (8), come succede anche tra gli altri animali. Dunque ὅρος μέν ἐστι τῆς ἀρχῆς ἰσχύς, ὄνομα δἂν εἴποι τις μοναρχίαν, «limite del potere è la forza, e si potrebbe dare il nome di monarchia» (9). Col tempo però subentrano comunanza di vita e abitudini e nasce il regno, grazie al quale per la prima volta compaiono le idee di del bello e del giusto e i loro contrari.


Capitolo 6

 In questo capitolo si analizza come si formano queste idee. Il punto fondamentale è la gratitudine. ὁπότε τις τῶν ἐκτραφέντων εἰς ἡλικίαν ἱκόμενος μὴ νέμοι χάριν μηδἀμύναι τούτοις οἷς ἐκτρέφοιτο, «quando uno di coloro che sono stati cresciuti, giunto all’età adulta, non riserva gratitudine e non dà protezione a questi da cui è stato cresciuto» (2), ecco che la cosa viene notata dagli altri che si dispiacciono e la riportano a se stessi giudicandola negativa perché in futuro potrebbe toccare anche a loro. In seguito a ciò ὑπογίνεταί τις ἔννοια παρἑκάστῳ τῆς τοῦ καθήκοντος δυνάμεως καὶ θεωρίας· ὅπερ ἐστὶν ἀρχὴ καὶ τέλος δικαιοσύνης, «si insinua in ciascuno una certa idea della potenza e visione del dovere; da qui c’è il principio e il fine della giustizia» (7). Dunque si formano i concetti di bene e male e si tenderà ad imitare il bene, per la sua utilità, ed evitare il male.

 Dunque βασιλεὺς ἐκ μονάρχου λανθάνει γενόμενος, ὅταν παρὰ τοῦ θυμοῦ καὶ τῆς ἰσχύος μεταλάβῃ τὴν ἡγεμονίαν ὁ λογισμός, «un re nasce senza accorgersene da un monarca, qualora al posto del coraggio e della forza prende il dominio il ragionamento1» (12).


Capitolo 7

 Dunque il regno nasce dalla monarchia non appena si formano i concetti di bello e giusto. In origine i re non manifestavano particolare distanza dal popolo, ὁμόσε ποιούμενοι τοῖς πολλοῖς ἀεὶ τὴν δίαιταν (6), «conducendo un tenore di vita sempre in modo simile a quello dei più». Il problema sorge con il passaggio del potere per successione dinastica (κατὰ γένος) e allora la sicurezza è garantita e il sostentamento superiore al necessario. Ne derivano odio e invidia e così ἐγένετο μὲν ἐκ τῆς βασιλείας τυραννίς (8), «nacque dal regno la tirannide.

 Seguono i complotti dei più nobili e magnanimi (τῶν γενναιοτάτων καὶ μεγαλοψυχοτάτων) che non sopportano le prepotenze (ὕβρεις) dei capi.


Capitolo 8

 Il popolo si unisce a questi nobili e nasce l’aristocrazia, la quale con modalità simili alle precedenti degenera in oligarchia.


Capitolo 9

 A questo punto il popolo si affida alla guida di chi ha il coraggio di denunciare le malversazioni, ma temono di affidare il potere ad uno solo e μόνης δὲ σφίσι καταλειπομένης ἐλπίδος ἀκεραίου τῆς ἐν αὑτοῖς ἐπὶ ταύτην καταφέρονται, καὶ τὴν μὲν πολιτείαν ἐξ ὀλιγαρχικῆς δημοκρατίαν ἐποίησαν (3), «siccome l’unica speranza che rimane loro intatta è quella in sé stessi, si rivolgono a questa, e fondano la costituzione democratica da quella oligarchica». Tutto funziona finché vive la prima generazione, che considerava fondamentali uguaglianza di diritti (ἰσηγορία) e libertà di parola (παρρησία); alla seconda però questi valori non sono più tenuti in alta considerazione a causa dell’abitudine (διὰ τὸ σύνηθες), subentra la brama di essere superiori gli agli altri e μεθίσταται δεἰς βίαν καὶ χειροκρατίαν ἡ δημοκρατία (8), «la democrazia muta in violenza e dominio della forza», rigettando gli uomini alla condizione di belve finché non trovano un sovrano.

(10) Αὕτη πολιτειῶν ἀνακύκλωσις, αὕτη φύσεως οἰκονομία, καθἣν μεταβάλλει καὶ μεθίσταται καὶ πάλιν εἰς αὑτὰ καταντᾷ τὰ κατὰ τὰς πολιτείας.

«Questo è il ciclo delle costituzioni, questo l’ordine della natura, secondo il quale mutano e si trasformano e di nuovo tornano a se stesse le forme delle costituzioni».

 Dunque bisogna conoscere questa dinamica se si vuole giudicare sulle vicende di uno stato senza ira o invidia (χωρὶς ὀργῆς ἢ φθόνου, 12)2.


Capitolo 10

 Il capitolo 10 è una digressione sulla legislazione di Licurgo, il mitico legislatore spartano, che inventò una costituzione mista prima di Roma; la differenza di Roma è aver raggiunto la sua forma costituzionale «non mediante ragionamento, ma attraverso molte lotte e vicende», οὐ μὴν διὰ λόγου, διὰ δὲ πολλῶν ἀγώνων καὶ πραγμάτων (14).

 Nel capitolo è anche spiegato il motivo del passaggio da una costituzione all’altra:

καθάπερ γὰρ σιδήρῳ μὲν ἰός, ξύλοις δὲ θρῖπες καὶ τερηδόνες συμφυεῖς εἰσι λῦμαι, διὧν, κἂν πάσας τὰς ἔξωθεν διαφύγωσι βλάβας, ὑπαὐτῶν φθείρονται τῶν συγγενομένων, [4] τὸν αὐτὸν τρόπον καὶ τῶν πολιτειῶν συγγεννᾶται κατὰ φύσιν ἑκάστῃ καὶ παρέπεταί τις κακία, βασιλείᾳ μὲν ὁ μοναρχικὸς λεγόμενος τρόπος, [5] ἀριστοκρατίᾳ δὁ τῆς ὀλιγαρχίας, δημοκρατίᾳ δὁ θηριώδης καὶ χειροκρατικός (3-5), «come infatti per il ferro la ruggine, per i legni tarli e tignole sono le rovine connaturate, attraverso le quali, se anche scampino a tutti i danni provenienti dall’esterno, sono distrutti proprio da questi che sono congeniti, nello stesso modo anche insieme a ciascuna delle costituzioni è generata per natura e si accompagna una degenerazione». 
ἃ προϊδόμενος Λυκοῦργος οὐχ ἁπλῆν οὐδὲ μονοειδῆ συνεστήσατο τὴν πολιτείαν, ἀλλὰ πάσας ὁμοῦ συνήθροιζε τὰς ἀρετὰς καὶ τὰς ἰδιότητας τῶν ἀρίστων πολιτευμάτων, [7] ἵνα μηδὲν αὐξανόμενον ὑπὲρ τὸ δέον εἰς τὰς συμφυεῖς ἐκτρέπηται κακίας, (6-7) «avendo previsto ciò appunto Licurgo non costruì una costituzione semplice né con una forma singola, ma riunì insieme tutte le virtù e le particolarità delle costituzioni migliori, affinché niente crescendo oltre il dovuto si volgesse nelle degenerazioni connaturate».

 Quindi si spiega il vantaggio della costituzione mista nella quale i poteri si controllano a vicenda.


Capitoli 11-17

 I capitoli 11-17 descrivono i meccanismi della costituzione romana che presenta tutte le migliore forme di governo: il regno rappresentato dai consoli (Οἱ ὕπατοι), l’aristocrazia dal senato (ἡ σύγκλητος) e la democrazia dai tribuni della plebe (Οἱ δήμαρχοι).


Capitolo 18

 In questo capitolo è individuato il fattore che determina la forza della costituzione romana: ἀνυπόστατον συμβαίνει γίνεσθαι καὶ παντὸς ἐφικνεῖσθαι τοῦ κριθέντος τὴν ἰδιότητα τοῦ πολιτεύματος (4), «risulta che la particolarità del sistema di governo sia invincibile e che raggiunga ogni proposito» perché anche nei momenti di particolare difficoltà (per esempio quando si diffonde il benessere e subentra la superbia, ὕβριςτότε καὶ μάλιστα συνιδεῖν ἔστιν αὐτὸ παραὑτοῦ ποριζόμενον τὸ πολίτευμα τὴν βοήθειαν (6), «allora soprattutto è possibile vedere che il sistema di governo procura aiuto esso stesso da se stesso», ciò hai le risorse al suo interno. Il fatto è che nessuna componente prevarica l’altra.


Capitoli 19-42

 Questi sono una digressione sulle milizie romane.


Capitolo 43-56

 Questi capitoli confrontano la costituzione romana con quella di altri stati.

 Vengono analizzate quelle di Creta, Sparta e Cartagine; solo velocemente accenna ad Atene e Tebe, che non meritano un approfondimento in quanto i Tebani (tra il 371 e il 362 a.C.), ὥσπερ ἐκ προσπαίου τινὸς τύχης σὺν καιρῷ λάμψαντας, τὸ δὴ λεγόμενον, ἔτι δοκοῦντας ἀκμὴν καὶ μέλλοντας εὐτυχεῖν, τῆς ἐναντίας πεῖραν εἰληφέναι μεταβολῆς (43, 3), «avendo brillato per un’inattesa fortuna unita al momento opportuno, come si dice, quando ancora sembravano essere all’apice e stavano per ottenere il successo, fecero l’esperienza di un cambiamento in senso opposto»; gli Ateniesi raggiunsero l’apice con Temistocle, nella vittoria di Salamina contro i Persiani (480 a.C.), ma poi sperimentarono διὰ τὴν ἀνωμαλίαν τῆς φύσεως (44, 3), «a causa di un’anomalia della natura», il cambiamento in senso opposto: ἀεὶ γάρ ποτε τὸν τῶν Ἀθηναίων δῆμον παραπλήσιον εἶναι συμβαίνει τοῖς ἀδεσπότοις σκάφεσι (44, 4), «infatti succede che il popolo degli Ateniesi sia sempre simile alle navi senza comandante» nelle quali i marinai θαρρήσαντες ἄρξωνται καταφρονεῖν τῶν προεστώτων καὶ στασιάζειν πρὸς ἀλλήλους διὰ τὸ μηκέτι δοκεῖν πᾶσι ταὐτά (44, 5), «inorgogliendosi comincino a disprezzare i capi e a litigare tra di loro per il fatto di non pensare tutti la medesima cosa». Tali navi quindi πολλάκις διαφυγόντες τὰ μέγιστα πελάγη καὶ τοὺς ἐπιφανεστάτους χειμῶνας ἐν τοῖς λιμέσι καὶ πρὸς τῇ γῇ ναυαγοῦσιν. ὃ δὴ καὶ τῇ τῶν Ἀθηναίων πολιτείᾳ πλεονάκις ἤδη συμβέβηκε (44, 7-8), «spesso, dopo essere scampate ai più grandi marosi e alle più notevoli tra le tempeste, fanno naufragio nei porti e in prossimità della terra. E questo, in effetti, è accaduto già più di una volta anche allo stato degli Ateniesi». La conclusione è che non vale la pena di dilungarsi su costituzioni nelle quali ὄχλος χειρίζει τὰ ὅλα κατὰ τὴν ἰδίαν ὁρμήν (44, 9), «il volgo gestisce tutto secondo il proprio capriccio».

 Nel capitolo 50, nel parlare della costituzione di Licurgo, Polibio ne tesse l’elogio, ma solo se si vuole preservare la sicurezza e la libertà;

εἰ δέ τις μειζόνων ἐφίεται, κἀκείνου κάλλιον καὶ σεμνότερον εἶναι νομίζει τὸ πολλῶν μὲν ἡγεῖσθαι, πολλῶν δἐπικρατεῖν καὶ δεσπόζειν, πάντας δεἰς αὐτὸν ἀποβλέπειν [4] καὶ νεύειν πρὸς αὐτόν, τῇδέ πῃ συγχωρητέον τὸ μὲν Λακωνικὸν ἐνδεὲς εἶναι πολίτευμα, τὸ δὲ Ῥωμαίων διαφέρειν καὶ δυναμικωτέραν ἔχειν τὴν σύστασιν (50, 3-4) «se invece uno aspira a imprese maggiori, e ritiene che sia più bello e nobile di quello guidare molti, dominare e signoreggiare molti, che tutti guardino a lui e pieghino il capo davanti a lui, in questo caso bisogna ammettere che la forma di governo spartana è difettosa, mentre quella romana è superiore e ha una costituzione più forte».

 L’imperialismo romano dunque è cosa bella e nobile.


Capitolo 57

 Con questo capitolo si conclude il trattato sulle costituzioni.

 Dunque alla fine Polibio fa una pessimistica constatazione, in linea con la tendenza degli antichi a concepire la storia come decadenza:

Ὅτι μὲν οὖν πᾶσι τοῖς οὖσιν ὑπόκειται φθορὰ καὶ μεταβολὴ σχεδὸν οὐ προσδεῖ λόγων· ἱκανὴ γὰρ ἡ τῆς φύσεως ἀνάγκη παραστῆσαι τὴν τοιαύτην πίστιν (1), «Che dunque alla base di tutti gli esseri ci sia corruzione e mutamento non ha quasi bisogno di parole: è sufficiente infatti la necessità della natura a confermare tale convinzione».

 Viene ribadito poi che uno stato può incontrare delle difficoltà dall’esterno (fattori naturali, nemici…) o dall’interno (cfr. VI, 10, 3-5); infine ritorna sul concetto che il motore del cambiamento in peggio è da rintracciare nell’opulenza che segue il successo, la quale a sua volta spinge alla brama di potere e all’ambizione3; a questo punto si incarica del cambiamento il popolo, ὁ δῆμος, manipolato da altri bramosi di potere:

τότε γὰρ ἐξοργισθεὶς καὶ θυμῷ πάντα βουλευόμενος οὐκέτι θελήσει πειθαρχεῖν οὐδἴσον ἔχειν τοῖς προεστῶσιν, ἀλλὰ πᾶν [9] καὶ τὸ πλεῖστον αὐτός. οὗ γενομένου τῶν μὲν ὀνομάτων τὸ κάλλιστον ἡ πολιτεία μεταλήψεται, τὴν ἐλευθερίαν καὶ δημοκρατίαν, τῶν δὲ πραγμάτων τὸ χείριστον, τὴν ὀχλοκρατίαν (8-9), «a quel punto adiratosi e guidato dalla passione in tutto non vuole più ubbidire né essere pari ai capi, ma padrone lui completamente di tutto. Avvenuto ciò, la costituzione assumerà in cambio il più bello dei nomi, libertà e democrazia, ma il peggiore dei governi, l’oclocrazia».

 Qui finisce la trattazione e riprende la narrazione da dove si era interrotto, cioè dal 216 a.C., subito dopo la battaglia di Canne.