mercoledì 10 giugno 2026

Tacito, Annales, XVI, 18-19 – Petronio: ritratto e morte – Maturità 2026

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[18] De C. Petronio pauca supra repetenda sunt. Nam illi dies per somnum, nox officiis et oblectamentis vitae transigebatur; utque alios industria, ita hunc ignavia ad famam protulerat, habebaturque non ganeo et profligator, ut plerique sua haurientium, sed erudito luxu. ac dicta factaque eius quanto solutiora et quandam sui neglegentiam praeferentia, tanto gratius in speciem simplicitatis accipiebantur. proconsul tamen Bithyniae et mox consul vigentem se ac parem negotiis ostendit. dein revolutus ad vitia seu vitiorum imitatione inter paucos familiarium Neroni adsumptus est, elegantiae arbiter, dum nihil amoenum et molle adfluentia putat, nisi quod ei Petronius adprobavisset. Unde invidia Tigellini quasi adversus aemulum et scientia voluptatum potiorem. Ergo crudelitatem principis, cui ceterae libidines cedebant, adgreditur, amicitiam Scaevini Petronio obiectans, corrupto ad indicium servo ademptaque defensione et maiore parte familiae in vincla rapta.

«[18] Riguardo a Petronio bisogna richiamare un po’ di dati indietro nel tempo. Infatti egli trascorreva il giorno nel sonno, la notte nei doveri e nei divertimenti della vita; e come l’operosità aveva portato alla fama gli altri, questo ve lo aveva portato l’indolenza, ed era considerato non un debosciato e uno scialacquatore, come i più che danno fondo alle loro sostanze, ma uno dalla raffinatezza ricercata. E le sue parole e azioni quanto più erano disinvolte e presentavano una certa noncuranza di sé, con tanto maggior favore erano accolte come manifestazione di semplicità. Tuttavia come proconsole in Bitinia e subito dopo come console si dimostrò energico e all’altezza dei compiti. Poi ritornato ai vizi o anche per imitazione dei vizi, fu ammesso tra i pochi intimi di Nerone, come arbitro di eleganza, tanto che il principe niente riteneva bello e delicato in quella sovrabbondanza se non ciò che Petronio gli avesse approvato. Da qui l’indidia di Tigellino come contro un rivale e uno superiore nella scienza dei piaceri. Dunque stuzzica la crudeltà del principe, passione davanti alla quale cedevano le restanti, rinfacciando a Petronio l’amicizia di Scevino, dopo aver corrotto uno schiavo per denunciarlo, inoltre essendogli stata sottratta la possibilità di difendersi e trascinata in carcere la maggior parte della servitù».

[19] Forte illis diebus Campaniam petiverat Caesar, et Cumas usque progressus Petronius illic attinebatur; nec tulit ultra timoris aut spei moras. Neque tamen praeceps vitam expulit, sed incisas venas, ut libitum, obligatas aperire rursum et adloqui amicos, non per seria aut quibus gloriam constantiae peteret. Audiebatque referentis nihil de immortalitate animae et sapientium placitis, sed levia carmina et facilis versus. servorum alios largitione, quosdam verberibus adfecit. iniit epulas, somno indulsit, ut quamquam coacta mors fortuitae similis esset. Ne codicillis quidem, quod plerique pereuntium, Neronem aut Tigellinum aut quem alium potentium adulatus est, sed flagitia principis sub nominibus exoletorum feminarumque et novitatem cuiusque stupri perscripsit atque obsignata misit Neroni. fregitque anulum ne mox usui esset ad facienda pericula.

[19] Per caso in quei giorni Cesare si dirigeva in Campania, e Petronio, avendo proseguito fino a Cuma là si tratteneva; né sopportò oltre prolungamenti di paura o speranza. Né d’altra parte si precipitò a scacciare la vita, ma apriva di nuovo le vene tagliate che, a capriccio, erano state ricucite e parlava agli amici, non di argomenti seri o con i quali ricercare la gloria della costanza. E ascoltava gente che non riferiva nulla sull’immortalità dell’anima o sulle sentenze dei sapienti, ma poesie leggere e versi poco impegnativi. Degli schiavi alcuni trattò con generosità, altri a frustate. Si diede al banchetto, si abbandonò al sonno, affinché la morte, per quanto imposta, fosse simile a una casualità. Neppure nel testamento adulò Nerore o Tigellino o qualcun altro dei potenti, cosa che facevano i più dei morenti, ma mise bene per iscritto le infamie del principe, sotto i nomi dei pervertiti e delle femmine, e la stranezza di ogni tipo di rapporto sessuale e lo mandò corredato di sigillo a Nerone. Poi ruppe l’anello affinchè in seguito non servisse a creare dei pericoli».


p.s.

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