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mercoledì 9 aprile 2025

Ovidio, Remedia amoris – Antologia I

 

Questa opera chiude il ciclo della poesia didascalica preceduto da Ars amatoria e Medicamina faciei femineae. Le tre opere furono composte tra l’1 a.C. e l’1 d.C.


43-44

Discite sanari, per quem didicistis amare:

Una manus vobis vulnus opemque feret.

«Imparate a guarire da colui da cui avete imparato ad amare: / una sola mano vi porterà la ferita e il soccorso».


Come cioè Ovidio ha insegnato l’arte della seduzione nell’Ars amatoria, così ora insegna l’arte della guarigione da un amore non più corrisposto.


49-50

Sed quaecumque viris, vobis quoque dicta, puellae,

Credite: diversis partibus arma damus.

«Ma, fanciulle, credetemi, tutto quanto è detto agli uomini, lo è anche per voi: / diamo armi a opposte fazioni».


Come anche nell’Ars, il cui terzo libro era dedicato alle femmine, così anche nei Remedia i consigli sono rivolti a entrambi i sessi.


93-94

Sed propera, nec te venturas differ in horas;

Qui non est hodie, cras minus aptus erit.

«Ma affrettati, e non rimandare il tuo compito (lett. te stesso) ai giorni che verranno; / chi non è pronto oggi, domani lo sarà di meno».


L’avvertimento preliminare e quello è di non crogiolarsi nella sofferenza con il pretesto che non è ancora il momento adatto per troncare definitivamente.


136

Fac monitis fugias otia prima meis.

«Fa’ in modo, secondo i miei ammonimenti, di evitare come prima cosa l’ozio».


Il primo consiglio è quello di non rimanere inoperosi. L’ozio era un male anche per Catullo, come risulta dalla strofe finale del carme 51: otium, Catulle, tibi molestum est: / otio exsultas nimiumque gestis: / otium et reges prius et beatas / perdidit urbes, «l’ozio, Catullo, ti fa male: / nell’ozio ti esalti e ti agiti troppo: / l’ozio ha mandato in rovina sia re in precedenza / sia città prospere».

Il «ratto delle Sabine» secondo Ovidio – Ars amatoria, I, 89-134

 

vv. 89-134

Sed tu praecipue curvis venare theatris:

Haec loca sunt voto fertiliora tuo.

Illic invenies quod ames, quod ludere possis,

Quodque semel tangas, quodque tenere velis.

vv. 89-92: «Ma tu in particolare va’ a caccia nei curvi teatri: / questi luoghi sono piuttosto fruttuosi per il tuo desiderio. / Là troverai quella da amare, quella con cui poter giocare, / quella da toccare una volta sola e quella da voler trattenere».

Ut redit itque frequens longum formica per agmen,

Granifero solitum cum vehit ore cibum,

Aut ut apes saltusque suos et olentia nactae

Pascua per flores et thyma summa volant,

Sic ruit ad celebres cultissima femina ludos:

Copia iudicium saepe morata meum est.

vv. 93-98: «Come la formica viene e va in folla per una lunga schiera, / quando trasporta con il grano in bocca il solito cibo, / o come le api che, imbattendosi (da nanciscor) nei loro boschi e nei profumati / pascoli, volano per i fiori e le cime del timo, / così la donna, curatissima, si precipita agli affollati giochi:»
Spectatum veniunt, veniunt spectentur ut ipsae:

Ille locus casti damna pudoris habet.

Primus sollicitos fecisti, Romule, ludos,

Cum iuvit viduos rapta Sabina viros.

vv. 99-102: «Per guardare vanno, vanno per essere guardate esse stesse: / quel luogo comporta danni al casto pudore (è però un genitivo, sarebbe «del casto pudore»). / Tu per primo, Romolo, hai reso inquietanti i giochi, / quando la Sabin rapita piacque agli eroi senza moglie».

Tunc neque marmoreo pendebant vela theatro,

Nec fuerant liquido pulpita rubra croco;

Illic quas tulerant nemorosa Palatia, frondes

Simpliciter positae, scena sine arte fuit;

In gradibus sedit populus de caespite factis,

Qualibet hirsutas fronde tegente comas.

vv. 103-108: «Allora non pendevano teloni su un teatro di marmo, / né il palcoscenico era rosso di liquido croco; / là fronde, che i boschi del Palatino avevano fornito, / appoggiate con semplicità costituivano la scena, senza artificio; / la gente sedeva su gradinate fatte di zolle, / e una fronda qualsiasi copriva le ispide chiome».

Respiciunt, oculisque notant sibi quisque puellam

Quam velit, et tacito pectore multa movent.

vv. 109-110: «Si guardano intorno, e con gli occhi ciascuno designa per sé la fanciulla / che vuole, e molte emozioni agita nel cuore silenzioso».

Dumque, rudem praebente modum tibicine Tusco,

Ludius aequatam ter pede pulsat humum,

In medio plausu (plausus tunc arte carebant)

Rex populo praedae signa petita dedit.

Protinus exiliunt, animum clamore fatentes,

Virginibus cupidas iniciuntque manus.

vv. 111-116: «E mentre, al ritmo rozzo prodotto da un flautista etrusco, / un istrione batte col piede per tre volte il terreno spianato, / nel bel mezzo dell’applauso (allora gli applausi erano privi di artificio) / il re dà al suo popolo il segnale richiesto per il bottino».

Ut fugiunt aquilas, timidissima turba, columbae,

Ut fugit invisos agna novella lupos:

Sic illae timuere viros sine more ruentes;

Constitit in nulla qui fuit ante color.

vv. 117-120: «Si buttano addosso, manifestando con un grido l’ardore, / e scagliano sulle vergini le cupide mani. / Come le colombe, confuse e in preda alla paura, fuggono le aquile, / come una giovane agnellina fugge gli odiati lupi: / così quelle si impaurirono davanti ai maschi che si precipitavano senza ritegno; / in nessuna rimase il coloro che c’era prima».

Nam timor unus erat, facies non una timoris:

Pars laniat crines, pars sine mente sedet;

Altera maesta silet, frustra vocat altera matrem:

Haec queritur, stupet haec; haec manet, illa fugit;

vv. 121-124: «Infatti la paura era una, non uno era l’aspetto della paura. / Una parte si strappa i capelli, una parte sta seduta senza ragionare; / una tace triste, un’altra chiama invano la madre; / questa piange, quest’altra è allibita; questa rimane ferma, quella fugge».

Ducuntur raptae, genialis praeda, puellae,

Et potuit multas ipse decere timor.

Siqua repugnarat nimium comitemque negabat,

Sublatam cupido vir tulit ipse sinu,

Atque ita 'quid teneros lacrimis corrumpis ocellos?

Quod matri pater est, hoc tibi' dixit 'ero.'

vv. 125-130: «Le fanciulle vengono portate via rapite, bottino nunziale, / e a molte la paura potè essere un ornamento. / Se qualcuna aveva recalcitrato troppo e si era negata al compagno, / il maschio stesso dopo averla sollevata la prese al petto bramoso / e così: ‘Perché sciupi i teneri occhietti con le lacrime? / Ciò che il babbo è per la mamma, questo’ disse ‘sarò per te’».

Romule, militibus scisti dare commoda solus:

Haec mihi si dederis commoda, miles ero.

Scilicet ex illo sollemnia more theatra

Nunc quoque formosis insidiosa manent.

vv. 131-134: «Oh Romolo, tu solo hai saputo dare questi vantaggi ai soldati. / Se mi darai questi vantaggi, sarò un soldato. / Ovviamente, da quella solenne usanza, i teatri / anche ora rimangono pieni di trappole per le belle ragazze».

venerdì 13 dicembre 2024

Seneca, Epistulae, 40

 Riprendo con il florilegio dalle Epistulae di Seneca.

Gli amori di Ulisse e Calipso, dipinto di Jan Brueghel il Vecchio, Londra, Johnny van Haeften Gallery

2. Itaque oratio illa apud Homerum concitata et sine intermissione in morem nivis superveniens oratori data est, lenis et melle dulcior seni profluit.

«2. E così in Omero quello stile concitato e che sopraggiunge senza discontinuità al modo della neve è stato attribuito all’oratore1, quello lieve e più dolce del miele fluisce per l’anziano».

4. quae veritati operam dat oratio incomposita esse debet et simplex.

«4. Lo stile che è al servizio della verità deve essere disadorno e semplice».

 1 In particolare Omero attribuisce questo stile a Ulisse in Iliade, III, vv. 205-224. Antenore, rivolgendosi a Elena, ricorda che una volta Odisseo era stato a Troia con Menelao per un’ambasceria e che quando stavano in piedi Menelao era molto più imponente e Ulisse sembrava uno sciocco o un folle, ἀλλ’ ὅτε δὴ ὄπα τε μεγάλην ἐκ στήθεος εἵη / καὶ ἔπεα νιφάδεσσιν ἐοικότα χειμερίηισιν, / οὐκ ἂν ἔπειτ’ Ὀδυσῆΐ γ’ ἐρίσσειε βροτὸς ἄλλος. / οὐ τότε γ’ ὧδ’ Ὀδυσῆος ἀγασσάμεθ’ εἶδος ἰδόντες, «ma quando grande voce fuori da petto mandava / e parole simili a fiocchi di neve d’inverno, / allora non un altro mortale sarebbe entrato in contesa con Odisseo. / Allora non guardavamo ammirati l’aspetto di Odisseo!» (vv. 219-224).
  Grazie alla sua capacità di parlare Ulisse è considerato il prototipo del seduttore intellettuale da ovidio, Ars amatoria, 119-124: Iam molire animum, qui duret, et adstrue formae: / Solus ad extremos permanet ille rogos. / Nec levis ingenuas pectus coluisse per artes / Cura sit et linguas edidicisse duas. / Non formosus erat, sed erat facundus Ulixes, / Et tamen aequoreas torsit amore deas«Rinforza da subito lo spirito, che durerà, e aggiungilo all’aspetto: / quello solo rimane fino ai roghi finali. / E non sia superficiale la preoccupazione di coltivare la mente / attraverso le arti liberali e di imparare le due lingue. / Non era bello Ulisse, ma era bravo a parlare, / e tuttavia fece torcere d’amore le dèe del mare».


Cfr anche Schopenhauer (Parerga e paralipomena II, cap. 23, Sul mestiere dello scrittore, 283):


La maschera più resistente è quella della incomprensibilità [...] e ha raggiunto finalmente il suo vertice con Hegel: e sempre con esito fortunatissimo. Eppure non vi è nulla di più facile che scrivere in modo che nessuno possa capire; come, invece, nulla è più difficile che esprimere pensieri significativi in modo che ognuno debba comprenderli. [L’astrusità è parente dell’assurdità, e ogni volta è infinitamente più probabile che essa celi una mistificazione piuttosto che una qualche intuizione profonda]. La reale presenza dello spirito rende tutti i suddetti artifici superflui [...]

Scribendi recte sapere est et principium et fons


La semplicità è sempre stata un indice non soltanto di verità, ma altresì di genialità. Lo stile riceve bellezza dal pensiero[...] Perciò la prima regola, e forse l’unica, del buono stile, è che si abbia qualcosa da dire [...] Una caratteristica di costoro è anche che, se possibile, evitano tutte le espressioni decise, onde, poter, eventualmente, tirare la testa fuori da laccio: per ciò scelgono in tutti i casi l’espressione più astratta [...] una costante paura per tutte le espresssioni definite […] Nel discorso di un uomo d’ingegno troviamo in ogni parola, come in ogni pennellata, un’intenzione specifica; dove manca l’ingegno, tutto è approntato in modo meccanico. * [...] la testa superiore crea ogni frase appositamente per il caso specifico. Se è vero che bisogna possibilmente pensare come uno spirito grande, bisogna invece parlare la stessa lingua che parlano gli altri […] Colui che scrive in modo affettato somiglia a colui che si mette in ghingheri per non essere scambiato e confuso col volgo; è questo un pericolo che il gentlemen non corre mai [...] così lo stile prezioso rivela la testa volgare. Nondimeno è sbagliato voler scrivere proprio come si parla. Piuttosto, ogni stile di scrittura deve rivelare una certa affinità con lo stile lapidario, che è infatti l’antenato di tutti gli stili […] L’oscurità, la mancanza di chiarezza nell’espressione è sempre e dovunque un sintomo assai brutto. Poiché in novantanove casi su cento essa deriva dalla mancanza di chiarezza nel pensiero[...] Quando in una testa sorge un pensiero giusto, cerca subito la chiarezza e la raggiungerà ben presto […] Se uno ha da comunicare una cosa giusta, si sforzerà di parlare in modo non chiaro oppure in modo chiaro? […] Ogni parola superflua agisce proprio in modo contrario al suo scopo [...] Bisogna fare risparmiare al lettore tempo, sforzo e pazienza [...] Qui trova la sua giusta applicazione il detto di Esiodo πλέον ἥμισυ παντὸς. In generale non occorre dire tutto [...] La verità quando è nuda è più bella, e l’impressione che essa fa è tanto più profonda quanto più semplice ne è l’espressione [...] bisogna evitare ogni ornamento retorico non necessario [...] bisogna industriasi per uno stile casto [...] non bisogna mai sacrificare la chiarezza, e tanto meno la grammatica, alla concisione […] L’introduzione della misera grammatica [...] e non, come opinano certi gretti puristi, l’introduzione di singole parole straniere. queste vengono assimilate e arricchiscono la lingua […] I segni di interpunzione tipografici vengono trattati, infatti, come se fossero d’oro […] Non bisogna dunque contrarre parole e forme linguistiche, bensì ingrandire i pensieri: come un convalescente potrà riempire di nuovo i suoi vestiti non facendoli restringere bensì riacquistando la sua prestanza».


Come amava ripetere Schopenhauer, ἁπλοῦς ὁ μῦθος τῆς ἀληθείας ἔφυ.


Si tratta di un verso (469) delle Fenicie di Euripide: «il discorso della verità è semplice per natura»; i versi che seguono (470-472) recitano così: κοὐ ποικίλων δεῖ τἄνδιχ’ ἑρμηνευμάτων· / ἔχει γὰρ αὐτὰ καιρόν· ὁ δ’ ἄδικος λόγος / νοσῶν ἐν αὑτῷ φαρμάκων δεῖται σοφῶν, «e ciò che è giusto non ha bisogno di intricate interpretazioni: / ha in sé ciò che è opportuno; il discorso ingiusto invece / avendo il vizio dentro di sé ha bisogno di espedienti sofisticati». Seneca li cita (Epistulae, 49, 12): ut ait ille tragicus, “veritatis simplex oratio est”, ideoque illam implicari non oportet; nec enim quicquam minus convenit quam subdola ista calliditas animis magna conantibus, «come dice quel famoso tragico, “il discorso della verità è semplice”, e quindi non è il caso di complicarlo; e infatti non c’è alcuna cosa che convenga meno di questa furbizia subdola agli animi che si preparano a grandi imprese». Del resto etiam sine ratione ipsa veritas lucet, «anche senza spiegazioni la verità da sola splende» (Seneca, Epistulae, 94, 43).

mercoledì 24 luglio 2024

Mutatio locorum

Quello del cambiamento dei luoghi come falso rimedio al malessere spirituale  è un tema caro a Seneca, che lo declina variamente nelle Epistulae. Possiamo individuarne l’origine in Orazio:


Orazio, Epistulae, I, XI, 22-29

Tu quamcumque deus tibi fortunaverit horam / grata sume manu neu dulcia differ in annum, / ut quocumque loco fueris vixisse libenter / te dicas; nam si ratio et prudentia curas, / non locus effusi late maris arbiter aufert, / caelum non animum mutant qui trans mare currunt. / strenua nos exercet inertia: navibus atque / quadrigis petimus bene vivere. quod petis hic est, / est Vlubris, animus si te non deficit aequus, «Tu qualunque ora un dio ti abbia reso felice / prendila con mano grata e non rimandare i piaceri di anno in anno, / così da poter dire, in qualunque luogo tu sia stato di aver vissuto / volentieri; infatti se ragione e saggezza rimuovono le ansie, / non un luogo che domina un ampia distesa di mare, / mutano il cielo non l’animo quelli che corrono oltre il mare. / Ci fa soffrire uno smanioso torpore: con navi e con / quadrighe cerchiamo di vivere bene. Ciò che cerchi è qui, / a Ulubra, se non ti manca un animo equilibrato».


Di seguito alcuni passi tratti dalle Epistulae di Seneca:

Seneca, Epistulae, 2

[1] Ex iis quae mihi scribis et ex iis quae audio bonam spem de te concipio: non discurris nec locorum mutationibus inquietaris. Aegri animi ista iactatio est: primum argumentum compositae mentis existimo posse consistere et secum morari… [2] Nusquam est qui ubique est. Vitam in peregrinatione exigentibus hoc evenit, ut multa hospitia habeant, nullas amicitias; idem accidat necesse est iis qui nullius se ingenio familiariter applicant sed omnia cursim et properantes transmittunt, «[1] Dalle cose che mi scrivi e da quelle che sento concepisco una buona speranza su di te: non corri qua e là e non sei turbato dal cambiamento dei luoghi. È propria di un animo ammalato questa agitazione: considero come primo segno di una mente ben ordinata essere capaci di stare fermi e indugiare con se stessi… [2] Non è da nessuna parte colui che è dappertutto. A coloro che passano la vita in viaggio capita questo, di avere molti rapporti di ospitalità, nessuna amicizia; la medesima cosa accade necessariamente a coloro che non si applicano intimamente all’ingegno di nessuno ma oltrepassano tutto di corsa e frettolosi».


Seneca, Epistulae, 28

[1] Animum debes mutare, non caelum… [2] Quaeris quare te fuga ista non adiuvet? tecum fugis… [5] Nunc <non> peregrinaris sed erras et ageris ac locum ex loco mutas, cum illud quod quaeris, bene vivere, omni loco positum sit. «[1] Devi cambiare animo, non cielo… [2] Chiedi perché questa fuga non ti aiuta? Fuggi insieme a te stesso… [5] Ora non sei un viaggiatore ma un vagabondo e sei spinto e cambi da un luogo ad un altro, mentre quello che cerchi, vivere bene, si trova in ogni luogo».


Seneca, Epistulae, 69, 1

Mutare te loca et aliunde alio transilire nolo, primum quia tam frequens migratio instabilis animi est: coalescere otio non potest nisi desit circumspicere et errare. Ut animum possis continere, primum corporis tui fugam siste.

«Non voglio che tu muti i luoghi e salti da un posto all’altro, innanzitutto perché uno spostamento tanto frequente è proprio di un animo instabile: non può rinforzarsi nell’ozio se non ha smesso di guardarsi continuamente intorno e errare. Affinché tu possa tenere al suo posto l’animo, interrompi la fuga del tuo corpo».

Diversamente la pensa Ovidio, che raccomanda invece il cambiamento dei luoghi testimoni di un amore ormai concluso:

Ovidio, Remedia amoris, 725-26:

Et loca saepe nocent; fugito loca conscia vestri
Concubitus; causas illa doloris habent.

«Anche i luoghi spesso nuocciono; fuggi i luoghi testimoni del vostro / amplesso; quelli sono motivo di dolore».