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lunedì 15 dicembre 2025

Euripide, Troiane – primo episodio, vv. 353-383 – Maturità 2026

 

ΚΑΣΑΝΔΡΑ

μῆτερ, πύκαζε κρᾶτ’ ἐμὸν νικηφόρον, 

καὶ χαῖρε τοῖς ἐμοῖσι βασιλικοῖς γάμοις·

Madre, cingi il mio capo vittorioso,
e gioisci delle mie regali nozze;

καὶ πέμπε, κἂν μὴ τἀμά σοι πρόθυμά γ’ ᾖ,                    355

ὤθει βιαίως· εἰ γὰρ ἔστι Λοξίας,

Ἑλένης γαμεῖ με δυσχερέστερον γάμον

ὁ τῶν Ἀχαιῶν κλεινὸς Ἀγαμέμνων ἄναξ.

e accompagnami, e se per te le mie azioni non sono animate
da buona volontà,
spingimi a forza; se infatti il Lossia c’è,
celebrerà in me nozze più spiacevoli di quelle di Elena,
l’inclito sire degli Achei, Agamennone.

κτενῶ γὰρ αὐτόν, κἀντιπορθήσω δόμους

ποινὰς ἀδελφῶν καὶ πατρὸς λαβοῦσ’ ἐμοῦ.                   360

Lo ammazzerò infatti, e a mia volta devasterò la sua casa
prendendo vendette dei fratelli e di mio padre.

ἀλλ’ ἄττ’ ἐάσω· πέλεκυν οὐχ ὑμνήσομεν,

ὃς ἐς τράχηλον τὸν ἐμὸν εἶσι χἁτέρων· 

μητροκτόνους τ’ ἀγῶνας, οὓς οὑμοὶ γάμοι

θήσουσιν, οἴκων τ’ Ἀτρέως ἀνάστασιν.

Ma lascerò stare certi particolari: non inneggeremo alla scure
che giungerà sul collo mio e di altri;
contese matricide, che le mie nozze
determineranno, e la rovina della casa di Atreo.

πόλιν δὲ δείξω τήνδε μακαριωτέραν                            365

ἢ τοὺς Ἀχαιούς, ἔνθεος μέν, ἀλλ’ ὅμως

τοσόνδε γ’ ἔξω στήσομαι βακχευμάτων·

Dimostrerò che questa città è più felice
degli Achei, posseduta dal dio, certo, ma comunque
almeno per il tempo necessario resterò fuori dai deliri;

οἳ διὰ μίαν γυναῖκα καὶ μίαν Κύπριν,

θηρῶντες Ἑλένην, μυρίους ἀπώλεσαν.

ed essi per una sola donna e una sola Cipride,
dando la caccia a Elena uccisero uomini a migliaia.

ὁ δὲ στρατηγὸς ὁ σοφὸς ἐχθίστων ὕπερ                        370

τὰ φίλτατ’ ὤλεσ’, ἡδονὰς τὰς οἴκοθεν

τέκνων ἀδελφῷ δοὺς γυναικὸς οὕνεκα,

καὶ ταῦθ’ ἑκούσης κοὐ βίᾳ λελῃσμένης.

E il generale, il sapiente, per le ragioni più odiose
distrusse gli affetti più cari, dando via per il fratello
le gioie, quelle di casa, dei figli, per una donna,
e questo per una che voleva e non rapita con la violenza1.

ἐπεὶ δ’ ἐπ’ ἀκτὰς ἤλυθον Σκαμανδρίους,

ἔθνῃσκον, οὐ γῆς ὅρι’ ἀποστερούμενοι                            375

οὐδ’ ὑψίπυργον πατρίδ’· οὓς δ’ Ἄρης ἕλοι,

οὐ παῖδας εἶδον, οὐ δάμαρτος ἐν χεροῖν

πέπλοις συνεστάλησαν, ἐν ξένῃ δὲ γῇ

κεῖνται. τὰ δ’ οἴκοι τοῖσδ’ ὅμοι’ ἐγίγνετο·

ma dopo che giunsero alle rive dello Scamandro,
morivano, non perché privati della terra nei confini
né della patria dalle alte torri; ma quelli che Ares prendeva,
non i figli videro, non nelle mani della sposa
furono avvolti in pepli, ma in terra straniera
giacciono. La situazione a casa era simile a questa:

χῆραί τ’ ἔθνῃσκον, οἳ δ’ ἄπαιδες ἐν δόμοις                    380

ἄλλοις τέκν’ ἐκθρέψαντες· οὐδὲ πρὸς τάφοις

ἔσθ’ ὅστις αὐτῶν αἷμα γῇ δωρήσεται.

ἦ τοῦδ’ ἐπαίνου τὸ στράτευμ’ ἐπάξιον. 

vedove morivano le donne, e senza figli gli uomini nelle case
per altri avendo cresciuto i bambini; e non c’è chi
sui loro sepolcri donerà il sangue alla terra.
Davvero un spedizione proprio degna di questo elogio!2


1 Questo è un attacco illuministico all’idea che le azioni umane siano determinate da fattori esterni, quali gli interventi delle divinità.

2 Tutto il passo sembra alludere alle possibili conseguenze della spedizione in Sicilia.

Tra l’altro, a quanto ci riferisce Plutarco (Vita di Nicia, 29, 2-5), alcuni Ateniesi dovettero la propria salvezza alla conoscenza delle tragedie di Euripide: ἐβοήθει δὲ τούτοις ἥ ταἰδὼς καὶ τὸ κόσμιον· ἢ γὰρ ἠλευθεροῦντο ταχέως, ἢ τιμώμενοι παρέμενον τοῖς κεκτημένοις. ἔνιοι δὲ καὶ δι' [3] Εὐριπίδην ἐσώθησαν. […] τότε γοῦν φασι τῶν σωθέντων οἴκαδε συχνοὺς ἀσπάζεσθαί τε τὸν Εὐριπίδην φιλοφρόνως, καὶ διηγεῖσθαι τοὺς μὲν ὅτι δουλεύοντες ἀφείθησαν, ἐκδιδάξαντες ὅσα τῶν ἐκείνου ποιημάτων ἐμέμνηντο, τοὺς δὅτι πλανώμενοι μετὰ τὴν μάχην τροφῆς καὶ ὕδατος μετελάμβανον [5] τῶν μελῶν ᾄσαντες. «Li soccorreva il pudore e l’educazione: infatti o furono liberati presto, o rimasero presso i padroni, tenuti in grande onore. Alcuni poi si salvarono anche grazie a Euripide. […] In quella circostanza dinque, dicono che parecchi tra coloro che si salvarono tornando a casa abbracciassero Euripide affettuosamente, e raccontassero alcuni che da schiavi che erano furono lasciati andare, dopo aver insegnato quanto ricordarono dei suoi componimenti, altri che vagando dopo la battaglia otenevano in cambio cibo e acqua dopo aver cantato i suoi versi». Siamo nel 413 a.C.; tutti gli altri sopravvissuti furono rinchiusi nelle Latomie di Siracusa, cave di pietra adiacenti al teatro, ancora oggi visitabili.


p.s.

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sabato 1 novembre 2025

Tam turpe est Catoni mortem ab ullo petere quam uitam – Seneca, De providentia, II, 9-11

 

Riprendo dal post precedente


9. ecce spectaculum dignum ad quod respiciat intentus operi suo deus, ecce par deo dignum, uir fortis cum fortuna mala compositus, utique si et prouocauit. Non uideo, inquam, quid habeat in terris Iuppiter pulchrius, si <eo> conuertere animum uelit, quam ut spectet Catonem iam partibus non semel fractis stantem nihilo minus inter ruinas publicas rectum.

«ecco uno spettacolo degno a cui possa rivolgere lo sguardo un dio intento alla sua opera, ecco una coppia degna di dio, un uomo forte alle prese con la cattiva sorte, specialmente se l’ha provocata. Non vedo, dico, che cosa abbia sulla terra Giove di più bello, se vuole rivolgere lì l’attenzione, che guardare Catone5, quando ormai il partito era andato in pezzi non una sola volta, stare dritto ciò non ostante tra le rovine dello stato».

10. ‘Licet' inquit ‘omnia in unius dicionem concesserint, custodiantur legionibus terrae, classibus maria, Caesarianus portas miles obsideat, Cato qua exeat habet: una manu latam libertati uiam faciet. Ferrum istud, etiam ciuili bello purum et innoxium, bonas tandem ac nobiles edet operas: libertatem quam patriae non potuit Catoni dabit.

«10. ‘E sia,’ disse, ‘tutti i poteri siano andati a finire sotto il controllo di uno solo, le terre siano presidiate dalle legioni, i mari dalle flotte, un soldato di Cesare assedi le porte, Catone ha una via d’uscita: con una sola mano aprirà la strada alla libertà. Questa spada, puro e inncente anche nella guerra civile, darà alla luce alla fine buone e nobili azioni: darà a Catone la libertà che non poté dare alla patria».

Aggredere, anime, diu meditatum opus, eripe te rebus humanis. Iam Petreius et Iuba concucurrerunt iacentque alter alterius manu caesi, fortis et egregia fati conuentio, sed quae non deceat magnitudinem nostram: tam turpe est Catoni mortem ab ullo petere quam uitam.’

«Intraprendi, animo, l’opera a lungo meditata, strappa te stesso alle vicende umane. Già Petreio e Giuba si sono scontrati e giacciono uccisi uno per mano dell’altro, patto di morte coraggioso e senza pari, ma che non si addice alla nostra grandezza: Per Catone è vergognoso chiedere a qualcun altro tanto la morte quanto la vita’».

11. Liquet mihi cum magno spectasse gaudio deos, dum ille uir, acerrimus sui uindex, alienae saluti consulit et instruit discedentium fugam, dum studia etiam nocte ultima tractat, dum gladium sacro pectori infigit, dum uiscera spargit et illam sanctissimam animam indignamque quae ferro contaminaretur manu educit.

Non ho dubbi che gli dèi abbiano guardato con grande gioia, mentre quell’eroe, rigorosissimo vendicatore di se stesso, provvede alla salvezza degli altri e organizza la fuga di chi rinuncia a combattere, mentre si dedica allo studio6 anche nell’ultima notte, mentre pianta la spada nel sacro petto, mentre sparge le viscere e con la mano tira fuori quell’anima santissima e indegna di essere contaminata dal ferro7».


5 È Catone Uticense (o il Giovane), così soprannominato per distinguerlo dall’avo, il Censore, morto nel 149 a.C.. Fiero avversario di Cesare, dopo la battaglia di Farsálo del 48 a.C., in cui Cesaro sconfisse Pompeo, continuò a battersi, ma per non cadere prigioniero del rivale si diede in Utica la morte nel 46 a.C.. È l’eroe degli stoici.

6 Si tratta del Fedone platonico, che tratta dell’immortalità dell’anima. Lo sappiamo da 68, 2: κατακλιθεὶς ἔλαβεν εἰς χεῖρας τῶν Πλάτωνος διαλόγων τὸν περὶ ψυχῆς«prese tra le mani quello sull’anima dei dialoghi di Platone».

7 In Epistulae, 24, 8 descrive così l’ultimo gesto: nudas in vulnus manus egit et generosum illum contemptoremque omnis potentiae spiritum non emisit sed eiecit«mise le mani nude nella ferita e quello spirito nobile e sprezzante di ogni potenza non lo lasciò andare ma lo cacciò fuori». Così PlutarcoVita di Catone, 70, 10: dopo essersi inferto il colpo sviene e i medici tentano sistemare le viscere uscite e lo ricuciono; ὡς οὖν ἀνήνεγκεν ὁ Κάτων καὶ συνεφρόνησε, τὸν μὲν ἰατρὸν ἀπεώσατο, ταῖς χερσὶ δὲ τὰ ἔντερα σπαράξας καὶ τὸ τραῦμἐπαναρρήξας, ἀπέθανεν«come dunque rinvenne Catone e riprese lucidità, cacciò via il medico, poi lacerandosi con le mani le viscere e squarciando di nuovo la ferita morì».

giovedì 8 maggio 2025

La storia monumentale – Nietzsche Plutarco Polibio Livio

 

Nietzsche1 distingue tre approcci alla storia: «In tre riguardi al vivente occorre la storia: essa gli occorre in quanto è attivo e ha aspirazioni, in quanto preserva e venera, in quanto soffre e ha bisogno di liberazione. A questi tre rapporti corrispondono tre specie di storia, in quanto sia permesso distinguere una specie di storia monumentale, una specie antiquaria e una specie critica… La storia occorre innanzitutto all’attivo e al potente, a colui che combatte una grande battaglia, che ha bisogno di modelli, maestri e consolatori, e che non può trovarli fra i suoi compagni e nel presente… usa la storia come mezzo contro la rassegnazione… Il suo comandamento suona: ciò che una volta poté esistere oltre e adempiere in modo più bello l’idea «uomo», deve anche esistere in eterno, per poter fare ciò in eterno. Che i grandi momenti della lotta degli individui formino una catena, che attraverso essi si formi lungo i millenni la cresta montuosa dell’umanità, che per me le vette di tali momenti da lungo tempo trascorsi siano ancora vive, chiare e grandi – è questo il pensiero fondamentale di una fede nell’umanità che si esprime nell’esigenza di una storia monumentale

La storia monumentale, dunque, è quella che fornisce gli esempi, i paradigmi. È la visione della storia presente già in Plutarco (circa 50-120 d.C.).

Nella Vita di Emilio (1, 1-2, 4) leggiamo: Ἐμοὶ [μὲν] τῆς τῶν βίων ἅψασθαι μὲν γραφῆς συνέβη δι' ἑτέρους, ἐπιμένειν δὲ καὶ φιλοχωρεῖν ἤδη καὶ δι' ἐμαυτόν, ὥσπερ ἐν ἐσόπτρῳ τῇ ἱστορίᾳ πειρώμενον ἁμῶς γέ πως κοσμεῖν καὶ ἀφομοιοῦν πρὸς τὰς ἐκείνων [2] ἀρετὰς τὸν βίον. οὐδὲν γὰρ ἀλλ' ἢ συνδιαιτήσει καὶ συμβιώσει τὸ γινόμενον ἔοικεν, ὅταν ὥσπερ ἐπιξενούμενον ἕκαστον αὐτῶν ἐν μέρει διὰ τῆς ἱστορίας ὑποδεχόμενοι καὶ παραλαμβάνοντες ἀναθεωρῶμεν

'ὅσσος ἔην οἷός τε' 2,

τὰ κυριώτατα καὶ κάλλιστα πρὸς γνῶσιν ἀπὸ τῶν πράξεων λαμβάνοντες.

[3] φεῦ φεῦ, τί τούτου χάρμα μεῖζον ἂν λάβοις 3

καὶ› πρὸς ἐπανόρθωσιν ἠθῶν ἐνεργότερον;, «A me capitò di metter mano alla scrittura delle vite grazie ad altri, ma di insistervi e di frequentarle volentieri ormai anche grazie a me stesso, in quanto cerco di ordinare e abbellire la vita, servendomi della storia come in uno specchio, in base alle virtù di quei personaggi. Ciò che avviene, infatti, assomiglia proprio a una condivisione di dimora e di vita, quando, attraverso la narrazione, ricevendo e accogliendo per così dire ciascuno a turno come un ospite, consideriamo «quanto grande e quale sia2», scegliendo tra le azioni quelle più importanti e quelle belle per la conoscenza. «Oh, quale gioia più grande di questa potresti ricevere?»3 e più efficace per la correzione4 dei caratteri?».

Il medesimo stato d’animo è descritto da Machiavelli nell’epistola al Vettori: «Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio [19]; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro»

Tornando a Plutarco, poco dopo aggiunge: ἡμεῖς δὲ τῇ περὶ τὴν ἱστορίαν διατριβῇ καὶ τῆς γραφῆς τῇ συνηθείᾳ παρασκευάζομεν ἑαυτούς, τὰς τῶν ἀρίστων καὶ δοκιμωτάτων μνήμας ὑποδεχομένους ἀεὶ ταῖς ψυχαῖς, εἴ τι φαῦλον ἢ κακόηθες ἢ ἀγεννὲς αἱ τῶν συνόντων ἐξ ἀνάγκης ὁμιλίαι προσβάλλουσιν, ἐκκρούειν καὶ διωθεῖσθαι, πρὸς τὰ κάλλιστα τῶν [6] παραδειγμάτων ἵλεω καὶ πρᾳεῖαν ἀποστρέφοντες τὴν διάνοιαν, «Noi, invece, grazie allo studio della storia e alla consuetudine con la scrittura, ci disponiamo, nell’accogliere via via negli animi i ricordi degli uomini migliori e più famosi, a respingere e rigettare, se mai i rapporti inevitabili con chi si frequenta arrecano qualcosa di mediocre o cattivo o ignobile, rivolgendo il propizio e mite a quelli più belli tra gli esempi».

Tra i Romani presenta una visione simile Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.), nella praefatio alla sua storia: Hoc illud est praecipue in cognitione rerum salubre ac frugiferum, omnis te exempli documenta in inlustri posita monumento intueri; inde tibi tuaeque rei publicae quod imitere capias, inde foedum inceptu foedum exitu quod vites, «Questa è quella cosa particolarmente salutare e fruttuosa nella conoscenza della storia, che tu osservi gli insegnamenti di ogni esempio posti in luminosi monumenti; di là puoi prendere ciò che tu debba imitare per te e per il tuo stato, di là ciò che tu debba evitare in quanto turpe all’inizio e turpe alla fine».

Interessante anche la posizione di Schopenhauer5, la cui riflessione però risulta più pessimista: “L’influenza dell’esempio, che tuttavia è maggiore di quello della dottrina… Prima di tutto, l’esempio agisce o frenando o stimolando… l’uomo, di regola, ha troppo poca facoltà di giudizio, spesso anche troppo poca conoscenza, per esplorare da sé la sua strada, perciò ricalca volentieri le orme degli altri. Sicché ognuno sarà tanto più aperto all’influenza dell’esempio quanto più gli mancheranno quelle due capacità… l’esempio agisce come mezzo che promuove la comparsa di qualità del carattere, buone e cattive; ma esso non le crea, perciò vale anche qui la sentenza di Seneca: «velle non discitur6»”.


1 Sull’utilità e il danno della storia per la vita, cap. 2.

2 Iliade, XXIV, 630.

3 Sofoclefr. 636 R.

4 Cfr. Polibio, I, 1, 1: μηδεμίαν ἑτοιμοτέραν εἶναι τοῖς ἀνθρώποις διόρθωσιν τῆς τῶν προγεγενημένων πράξεων ἐπιστήμης, «non c’è nessuna correzione più a portata di mano per gli uomini della conoscenza dei fatti accaduti».

5 Parerga e paralipomena IIcap. 8, Sull’etica, 119.

6 Epistulae, 81, 13. Cfr. anche Epistulae, 6.

venerdì 25 aprile 2025

Tam turpe est Catoni mortem ab ullo petere quam uitam – Seneca, De providentia, II, 9-11

 

Riprendo dal post precedente


9. ecce spectaculum dignum ad quod respiciat intentus operi suo deus, ecce par deo dignum, uir fortis cum fortuna mala compositus, utique si et prouocauit. Non uideo, inquam, quid habeat in terris Iuppiter pulchrius, si <eo> conuertere animum uelit, quam ut spectet Catonem iam partibus non semel fractis stantem nihilo minus inter ruinas publicas rectum.

«ecco uno spettacolo degno a cui possa rivolgere lo sguardo un dio intento alla sua opera, ecco una coppia degna di dio, un uomo forte alle prese con la cattiva sorte, specialmente se l’ha provocata. Non vedo, dico, che cosa abbia sulla terra Giove di più bello, se vuole rivolgere lì l’attenzione, che guardare Catone5, quando ormai il partito era andato in pezzi non una sola volta, stare dritto ciò non ostante tra le rovine dello stato».

10. ‘Licet' inquit ‘omnia in unius dicionem concesserint, custodiantur legionibus terrae, classibus maria, Caesarianus portas miles obsideat, Cato qua exeat habet: una manu latam libertati uiam faciet. Ferrum istud, etiam ciuili bello purum et innoxium, bonas tandem ac nobiles edet operas: libertatem quam patriae non potuit Catoni dabit.

«10. ‘E sia,’ disse, ‘tutti i poteri siano andati a finire sotto il controllo di uno solo, le terre siano presidiate dalle legioni, i mari dalle flotte, un soldato di Cesare assedi le porte, Catone ha una via d’uscita: con una sola mano aprirà la strada alla libertà. Questa spada, puro e inncente anche nella guerra civile, darà alla luce alla fine buone e nobili azioni: darà a Catone la libertà che non poté dare alla patria».

Aggredere, anime, diu meditatum opus, eripe te rebus humanis. Iam Petreius et Iuba concucurrerunt iacentque alter alterius manu caesi, fortis et egregia fati conuentio, sed quae non deceat magnitudinem nostram: tam turpe est Catoni mortem ab ullo petere quam uitam.’

«Intraprendi, animo, l’opera a lungo meditata, strappa te stesso alle vicende umane. Già Petreio e Giuba si sono scontrati e giacciono uccisi uno per mano dell’altro, patto di morte coraggioso e senza pari, ma che non si addice alla nostra grandezza: Per Catone è vergognoso chiedere a qualcun altro tanto la morte quanto la vita’».

11. Liquet mihi cum magno spectasse gaudio deos, dum ille uir, acerrimus sui uindex, alienae saluti consulit et instruit discedentium fugam, dum studia etiam nocte ultima tractat, dum gladium sacro pectori infigit, dum uiscera spargit et illam sanctissimam animam indignamque quae ferro contaminaretur manu educit.

Non ho dubbi che gli dèi abbiano guardato con grande gioia, mentre quell’eroe, rigorosissimo vendicatore di se stesso, provvede alla salvezza degli altri e organizza la fuga di chi rinuncia a combattere, mentre si dedica allo studio6 anche nell’ultima notte, mentre pianta la spada nel sacro petto, mentre sparge le viscere e con la mano tira fuori quell’anima santissima e indegna di essere contaminata dal ferro7».


5 È Catone Uticense (o il Giovane), così soprannominato per distinguerlo dall’avo, il Censore, morto nel 149 a.C.. Fiero avversario di Cesare, dopo la battaglia di Farsálo del 48 a.C., in cui Cesaro sconfisse Pompeo, continuò a battersi, ma per non cadere prigioniero del rivale si diede in Utica la morte nel 46 a.C.. È l’eroe degli stoici.

6 Si tratta del Fedone platonico, che tratta dell’immortalità dell’anima. Lo sappiamo da 68, 2: κατακλιθεὶς ἔλαβεν εἰς χεῖρας τῶν Πλάτωνος διαλόγων τὸν περὶ ψυχῆς«prese tra le mani quello sull’anima dei dialoghi di Platone».

7 In Epistulae, 24, 8 descrive così l’ultimo gesto: nudas in vulnus manus egit et generosum illum contemptoremque omnis potentiae spiritum non emisit sed eiecit«mise le mani nude nella ferita e quello spirito nobile e sprezzante di ogni potenza non lo lasciò andare ma lo cacciò fuori». Così Plutarco, Vita di Catone, 70, 10: dopo essersi inferto il colpo sviene e i medici tentano sistemare le viscere uscite e lo ricuciono; ὡς οὖν ἀνήνεγκεν ὁ Κάτων καὶ συνεφρόνησε, τὸν μὲν ἰατρὸν ἀπεώσατο, ταῖς χερσὶ δὲ τὰ ἔντερα σπαράξας καὶ τὸ τραῦμἐπαναρρήξας, ἀπέθανεν«come dunque rinvenne Catone e riprese lucidità, cacciò via il medico, poi lacerandosi con le mani le viscere e squarciando di nuovo la ferita morì».

venerdì 18 aprile 2025

La gloria è l’ombra della virtù – Seneca, Epistulae, 79

 

 La gloria è l’ombra della virtù


 8. Inter cetera hoc habet boni sapientia: nemo ab altero potest vinci nisi dum ascenditur. Cum ad summum perveneris, paria sunt; non est incremento locus, statur. Numquid sol magnitudini suae adicit? numquid ultra quam solet luna procedit? Maria non crescunt; mundus eundem habitum ac modum servat.

 «8. Tra le altre cose ha questo di buono la sapienza: nessuno può essere vinto da un altro se non mentre ascende. Dopo essere giunti sulla sommità, sono allo stesso livello; non c’è spazio per un avanzamento, si sta fermi. Il sole aggiunge forse qualcosa alla sua grandezza? La luna procede forse più in là di quanto è solita1? I mari non crescono; il mondo mantiene il medesimo aspetto e la medesima dimensione».

 13Gloria umbra virtutis est: etiam invitam comitabitur. Sed quemadmodum aliquando umbra antecedit, aliquando sequitur vel a tergo est, ita gloria aliquando ante nos est visendamque se praebet, aliquando in averso est maiorque quo serior, ubi invidia secessit.

 «13. La gloria è l’ombra della virtù: la accompagna anche se non vuole. Ma come a volte l’ombra precede, altre volte segue o è alle spalle, così la gloria a volte è davanti a noi e si offre alla vista, altre volte dalla parte opposta e più grande quanto più tardiva, quando l’invidia si sia ritirata».

 17. Nulla virtus latet, et latuisse non ipsius est damnum: veniet qui conditam et saeculi sui malignitate conpressam dies publicet. Paucis natus est qui populum aetatis suae cogitat. Multa annorum milia, multa populorum supervenient: ad illa respice. Etiam si omnibus tecum viventibus silentium livor indixerit, venient qui sine offensa, sine gratia iudicent2.

 «17. La virtù non rimane nascosta, ed essere rimasta nascosta è un danno non della stessa: verrà il giorno che la mostrerà al pubblico dopo essere stata sepolta e schiacciata dalla malignità del suo tempo. È nato per pochi chi tiene in considerazione la gente del suo tempo. Arriveranno migliaia di anni, molti popoli: rivolgiti a loro. Anche se il rancore avrà imposto il silenzio a tutti i tuoi contemporanei, verrano quelli che giudicheranno senza stizza, senza compiacenza».


Sentiamo come commenta questa epistola Schopenhauer (Parerga e paralipomena I, Aforismi sulla saggezza della vita, cap. quarto):

La gloria è la sorella immortale del mortale onore… Essa si consegue… solo con… azioni, oppure opere3. Vi sono dunque due strade aperte alla gloria. Soprattutto il grande cuore rende atti a seguire la via delle azioni, mentre il grande cervello spinge su quella delle opere… La differenza principale consiste nel fatto che le azioni passano, e le opere restano… Di Alessandro Magno vive il nome e la memoria, ma Platone e Aristotele, Omero e Orazio sono ancora presenti, vivono e agiscono immediatamente… 
Seneca (ep. 79) dice in modo incomparabilmente bello, che la gloria segue il merito con la stessa necessità con cui l’ombra segue il corpo… Da ciò tra parentesi possiamo vedere come l’arte di soffocare i meriti con un maligno tacere e ignorare, allo scopo di nascondere al pubblico ciò che valeva a vantaggio di ciò che non valeva, fosse già conosciuta dai mascalzoni dell’epoca di Seneca… 
Quanto più uno appartiene alla posterità, cioè all’umanità in genere, presa nel suo complesso, tanto più estraneo egli è alla sua epoca4. Ciò che egli produce non è infatti dedicato a questa in modo particolare… Essa stima piuttosto coloro che servono gli interessi del suo breve dominio, oppure l’umore del momento… 
Invidia… ogni merito personale consegue la sua gloria a spese di coloro che non ne posseggono alcuno… Da ciò si spiega come, in qualsiasi forma possa comparire ciò che ha valore, tosto tutti quanti i mediocri, così numerosi, si uniscano e congiurino per non lasciarlo trionfare e anzi, quando sia possibile, per soffocarlo5 
Se coloro che compiono opere degne di gloria non facessero ciò per amore delle opere stesse e per la loro propria gioia nel crearle, ma avessero bisogno di essere incoraggiati dall’idea della gloria, davvero l’umanità acquisterebbe poche o punte opere immortali… 
Osorio (De gloria)… la gloria fugge dinanzi a coloro che la cercano, e tiene dietro per contro a quelli che la trascurano: i primi infatti si adattano ai gusti dei contemporanei, i secondi la sfidano… 
Sarebbe poi una misera esistenza, quella il cui valore o la cui mancanza di valore dipendesse dal suo modo di apparire agli occhi degli altri: tale sarebbe la vita dell’eroe o del genio, nel caso che il suo valore consistesse nella gloria, cioè nell’applauso di altri6. Il fine di qualsiasi essere sta invece in lui stesso, ed egli vive ed esiste anzitutto in sé e per sé. Ciò che uno è, comunque poi debba intendersi tale esistenza, lo è in primo luogo e principalmente per se stesso… 
Poiché in ogni caso ciò che è ammirato deve avere un valore maggiore dell’ammirazione, quello che propriamente renderà felici non può consistere nella gloria, ma in ciò con cui la si consegue… 
* Il più felice sarà colui che giungerà con qualsivoglia mezzo al punto di ammirare sinceramente se stesso.

Ciascuno infatti deve essere necessariamente per se stesso, ciò che di meglio egli è… Chi dunque merita la gloria, anche senza conseguirla, possiede di gran lunga l’essenziale… Ciò che rende qualcuno invidiabile, non è l’essere ritenuto un grand’uomo dalla moltitudine priva di discernimento e così spesso infatuata, bensì l’esserlo veramente7 
La sua felicità consiste quindi nelle grandi qualità stesse, che gli fanno conquistare la gloria, e nel fatto che egli ha avuto l’opportunità di svilupparle, che gli è stato concesso di agire come sentiva di dover agire… 
Il valore della gloria avvenire sta così nel fatto di meritarla, e questo merito trova in sé stesso la sua ricompensa… 
D’Alambert dice, nella sua bellissima descrizione del tempio della gloria letteraria: «La parte interna del tempio è abitata soltanto da morti, che durante la loro vita non vi erano entrati, e da alcuni viventi, che vengono poi gettati fuori quasi tutti, quando muoiono»… 
Gloria e gioventù a un tempo sono davvero troppo per un mortale. La nostra vita è tanto povera, che i suoi beni debbono essere distribuiti con parsimonia. La gioventù gode in abbondanza della propria ricchezza, e deve contentarsi di ciò… 
Nella vecchiaia non vi è maggior consolazione, che l’aver tradotto in opere tutta quanta la forza della propria gioventù, opere che non invecchiano assieme all’individuo. 
I viaggi in terre lontane e poco esplorate: si diventa così famosi per aver visto qualcosa, non per aver pensato alcunché… Si può peraltro comprendere come, conoscendo personalmente la gente famosa a questo modo, ci venga spesso in mente l’osservazione oraziana: 
Coelum, non animum, mutant, qui trans mare currunt. 
Epistole, I, 11, v. 27 
Per quanto riguarda la mente dotata di alte capacità… è chiaro che essa si sforzerà il più possibile di estendere il proprio orizzonte… senza perdersi troppo lontano in una qualsiasi regione particolare e nota solo a pochi… Non è infatti per lui necessario rifarsi a oggetti difficilmente accessibili, per sfuggire alla ressa dei concorrenti, e proprio ciò che si presenta a tutti gli fornirà il materiale per nuove, importanti e vere combinazioni8. Conformemente a ciò, il suo merito potrà essere apprezzato da tutti coloro cui sono noti i dati, cioè da una gran parte dell’umanità. Qui si fonda la grande differenza tra la fama conseguita da poeti e filosofi, e quella raggiungibile da fisici, chimici, da studiosi di anatomia, mineralogia, zoologia, da filologi, storici, eccetera.


 

 1 Cioè: non percorre un’orbita più grande.

 2 Cfr. i proemi delle Historiae e degli Annales di Tacito: neque amore et sine odio, «né con amore e senza odio»; sine ira et studio, «senza ira e senza passione»In entrambi i casi lo storiografo professa la sua imparzialità di interprete del passato. Anche Polibio VI, 9, 12) aveva usato una espressione analoga: χωρὶς ὀργῆς ἢ φθόνου«senza ira o invidia».

 3 Cfr. Sallustio, Cat., 3: 1 Pulchrum est bene facere rei publicae, etiam bene dicere haud absurdum est; vel pace vel bello clarum fieri licet; et qui fecere et qui facta aliorum scripsere, multi laudantur. 2 Ac mihi quidem, tametsi haudquaquam par gloria sequitur scriptorem et actorem rerum, tamen in primis arduum videtur res gestas scribere: primum, quod facta dictis exaequanda sunt; dehinc, quia plerique, quae delicta reprehenderis, malevolentia et invidia dicta putant, ubi de magna virtute atque gloria bonorum memores, quae sibi quisque facilia factu putat, aequo animo accipit, supra ea veluti ficta pro falsis ducit, «È bello agire bene per lo stato, anche dirne bene non è assurdo; vuoi in pace vuoi in guerra è possibile didventare illustre; e coloro che hanno agito e coloro che hanno scritto le azioni degli altri sono lodati in molti. E per quanto in nessun modo una gloria pari segue lo scrittore e l’autore delle imprese, tuttavia mi sembra soprattutto arduo scrivere le imprese compiute: innanzitutto poiché le parole devono essere adeguate ai fatti; poi perché i più pensano che siano dettati da invidia e malevolenza i rimproveri che puoi muovere ai delitti, quando invece fai menzione della grande virtù e gloria dei valorosi, le cose che ciascuno ritiene facili a farsi da parte sua, le accettà con tranquillità, quelle superiori le considera fale, come inventate».

 4 Nietzsche, L’anticristo, Prefazione: «A me si confà unicamente il giorno seguente al domani. C’è chi è nato postumo».

 5 Cfr. il Gorgia di Platone in cui Callicle uno dei personaggi sta discutendo con Socrate se sia meglio infliggere o subire ingiustizia; secondo lui in natura ciò che è brutto è anche malvagio, come subire ingiustizia, mentre secondo la legge è il contrario. Prosegue dicendo che è meglio morire se, maltrattati e offesi, non si è capaci di aiutare se stessi e gli altri. Quindi formula il concetto secondo cui:

Φύσις αὐτὴ ἀποφαίνει αὐτό, ὅτι δίκαιόν ἐστιν τὸν ἀμείνω τοῦ χείρονος πλέον ἔχειν καὶ τὸν δυνατώτερον τοῦ ἀδυνατωτέρου. δηλοῖ δὲ ταῦτα πολλαχοῦ ὅτι οὕτως ἔχει, καὶ ἐν τοῖς ἄλλοις ζῴοις καὶ τῶν ἀνθρώπων ἐν ὅλαις ταῖς πόλεσι καὶ τοῖς γένεσιν, ὅτι οὕτω τὸ δίκαιον κέκριται, τὸν κρείττω τοῦ ἥττονος ἄρχειν καὶ πλέον ἔχειν. 
«La natura stessa mostra ciò, vale a dire che è giusto che il migliore abbia più del peggiore e il più capace del meno capace. Mastra che queste cose stanno così ovunque, sia tra gli altri animali sia tra gli uomini nelle città intere e nelle famiglie» (483d).

 Le leggi allora sono un prodotto della maggioranza fatta di deboli invidiosi che non icapaci di realizzare le proprie ambizioni, caratteristica invece dei forti (491b) ἀνδρεῖοι, ἱκανοὶ ὄντες ἃ ἂν νοήσωσιν ἐπιτελεῖν, καὶ μὴ ἀποκάμνωσι διὰ μαλακίαν τῆς ψυχῆς,  «valorosi, capaci di compiere ciò che pensano, e non si scoraggiano per debolezza d’animo».

(492a) ἀλλὰ τοῦτ᾽ οἶμαι τοῖς πολλοῖς οὐ δυνατόν: ὅθεν ψέγουσιν τοὺς τοιούτους δι᾽ αἰσχύνην, ἀποκρυπτόμενοι τὴν αὑτῶν ἀδυναμίαν. 

«ma ai più credo, questo non è possibile: perciò biasimano siffatti individui, per vergogna, nascondendo la proria incapacità».

 Callicle aggiunge poi che pessima è la filosofia, perché anche chi per natura è ben dotato, se continua a filosofare anche da adulto, non fa esperienza del mondo reale rimanendo inesperto delle passioni degli uomini, τῶν ἠθῶν παντάπασιν ἄπειροι γίγνονται, «diventano assolutamente inesperti dei tipi».


martedì 17 dicembre 2024

Seneca, Epistulae, 79

 La gloria è l’ombra della virtù


 8. Inter cetera hoc habet boni sapientia: nemo ab altero potest vinci nisi dum ascenditur. Cum ad summum perveneris, paria sunt; non est incremento locus, statur. Numquid sol magnitudini suae adicit? numquid ultra quam solet luna procedit? Maria non crescunt; mundus eundem habitum ac modum servat.

 «8. Tra le altre cose ha questo di buono la sapienza: nessuno può essere vinto da un altro se non mentre ascende. Dopo essere giunti sulla sommità, sono allo stesso livello; non c’è spazio per un avanzamento, si sta fermi. Il sole aggiunge forse qualcosa alla sua grandezza? La luna procede forse più in là di quanto è solita1? I mari non crescono; il mondo mantiene il medesimo aspetto e la medesima dimensione».

 13. Gloria umbra virtutis est: etiam invitam comitabitur. Sed quemadmodum aliquando umbra antecedit, aliquando sequitur vel a tergo est, ita gloria aliquando ante nos est visendamque se praebet, aliquando in averso est maiorque quo serior, ubi invidia secessit.

 «13. La gloria è l’ombra della virtù: la accompagna anche se non vuole. Ma come a volte l’ombra precede, altre volte segue o è alle spalle, così la gloria a volte è davanti a noi e si offre alla vista, altre volte dalla parte opposta e più grande quanto più tardiva, quando l’invidia si sia ritirata».

 17. Nulla virtus latet, et latuisse non ipsius est damnum: veniet qui conditam et saeculi sui malignitate conpressam dies publicet. Paucis natus est qui populum aetatis suae cogitat. Multa annorum milia, multa populorum supervenient: ad illa respice. Etiam si omnibus tecum viventibus silentium livor indixerit, venient qui sine offensa, sine gratia iudicent2.

 «17. La virtù non rimane nascosta, ed essere rimasta nascosta è un danno non della stessa: verrà il giorno che la mostrerà al pubblico dopo essere stata sepolta e schiacciata dalla malignità del suo tempo. È nato per pochi chi tiene in considerazione la gente del suo tempo. Arriveranno migliaia di anni, molti popoli: rivolgiti a loro. Anche se il rancore avrà imposto il silenzio a tutti i tuoi contemporanei, verrano quelli che giudicheranno senza stizza, senza compiacenza».


Sentiamo come commenta questa epistola Schopenhauer (Parerga e paralipomena I, Aforismi sulla saggezza della vita, cap. quarto):

La gloria è la sorella immortale del mortale onore… Essa si consegue… solo con… azioni, oppure opere3. Vi sono dunque due strade aperte alla gloria. Soprattutto il grande cuore rende atti a seguire la via delle azioni, mentre il grande cervello spinge su quella delle opere… La differenza principale consiste nel fatto che le azioni passano, e le opere restano… Di Alessandro Magno vive il nome e la memoria, ma Platone e Aristotele, Omero e Orazio sono ancora presenti, vivono e agiscono immediatamente… 
Seneca (ep. 79) dice in modo incomparabilmente bello, che la gloria segue il merito con la stessa necessità con cui l’ombra segue il corpo… Da ciò tra parentesi possiamo vedere come l’arte di soffocare i meriti con un maligno tacere e ignorare, allo scopo di nascondere al pubblico ciò che valeva a vantaggio di ciò che non valeva, fosse già conosciuta dai mascalzoni dell’epoca di Seneca… 
Quanto più uno appartiene alla posterità, cioè all’umanità in genere, presa nel suo complesso, tanto più estraneo egli è alla sua epoca4. Ciò che egli produce non è infatti dedicato a questa in modo particolare… Essa stima piuttosto coloro che servono gli interessi del suo breve dominio, oppure l’umore del momento… 
Invidia… ogni merito personale consegue la sua gloria a spese di coloro che non ne posseggono alcuno… Da ciò si spiega come, in qualsiasi forma possa comparire ciò che ha valore, tosto tutti quanti i mediocri, così numerosi, si uniscano e congiurino per non lasciarlo trionfare e anzi, quando sia possibile, per soffocarlo5 
Se coloro che compiono opere degne di gloria non facessero ciò per amore delle opere stesse e per la loro propria gioia nel crearle, ma avessero bisogno di essere incoraggiati dall’idea della gloria, davvero l’umanità acquisterebbe poche o punte opere immortali… 
Osorio (De gloria)… la gloria fugge dinanzi a coloro che la cercano, e tiene dietro per contro a quelli che la trascurano: i primi infatti si adattano ai gusti dei contemporanei, i secondi la sfidano… 
Sarebbe poi una misera esistenza, quella il cui valore o la cui mancanza di valore dipendesse dal suo modo di apparire agli occhi degli altri: tale sarebbe la vita dell’eroe o del genio, nel caso che il suo valore consistesse nella gloria, cioè nell’applauso di altri6. Il fine di qualsiasi essere sta invece in lui stesso, ed egli vive ed esiste anzitutto in sé e per sé. Ciò che uno è, comunque poi debba intendersi tale esistenza, lo è in primo luogo e principalmente per se stesso… 
Poiché in ogni caso ciò che è ammirato deve avere un valore maggiore dell’ammirazione, quello che propriamente renderà felici non può consistere nella gloria, ma in ciò con cui la si consegue… 
* Il più felice sarà colui che giungerà con qualsivoglia mezzo al punto di ammirare sinceramente se stesso.

Ciascuno infatti deve essere necessariamente per se stesso, ciò che di meglio egli è… Chi dunque merita la gloria, anche senza conseguirla, possiede di gran lunga l’essenziale… Ciò che rende qualcuno invidiabile, non è l’essere ritenuto un grand’uomo dalla moltitudine priva di discernimento e così spesso infatuata, bensì l’esserlo veramente7 
La sua felicità consiste quindi nelle grandi qualità stesse, che gli fanno conquistare la gloria, e nel fatto che egli ha avuto l’opportunità di svilupparle, che gli è stato concesso di agire come sentiva di dover agire… 
Il valore della gloria avvenire sta così nel fatto di meritarla, e questo merito trova in sé stesso la sua ricompensa… 
D’Alambert dice, nella sua bellissima descrizione del tempio della gloria letteraria: «La parte interna del tempio è abitata soltanto da morti, che durante la loro vita non vi erano entrati, e da alcuni viventi, che vengono poi gettati fuori quasi tutti, quando muoiono»… 
Gloria e gioventù a un tempo sono davvero troppo per un mortale. La nostra vita è tanto povera, che i suoi beni debbono essere distribuiti con parsimonia. La gioventù gode in abbondanza della propria ricchezza, e deve contentarsi di ciò… 
Nella vecchiaia non vi è maggior consolazione, che l’aver tradotto in opere tutta quanta la forza della propria gioventù, opere che non invecchiano assieme all’individuo. 
I viaggi in terre lontane e poco esplorate: si diventa così famosi per aver visto qualcosa, non per aver pensato alcunché… Si può peraltro comprendere come, conoscendo personalmente la gente famosa a questo modo, ci venga spesso in mente l’osservazione oraziana: 
Coelum, non animum, mutant, qui trans mare currunt. 
Epistole, I, 11, v. 27 
Per quanto riguarda la mente dotata di alte capacità… è chiaro che essa si sforzerà il più possibile di estendere il proprio orizzonte… senza perdersi troppo lontano in una qualsiasi regione particolare e nota solo a pochi… Non è infatti per lui necessario rifarsi a oggetti difficilmente accessibili, per sfuggire alla ressa dei concorrenti, e proprio ciò che si presenta a tutti gli fornirà il materiale per nuove, importanti e vere combinazioni8. Conformemente a ciò, il suo merito potrà essere apprezzato da tutti coloro cui sono noti i dati, cioè da una gran parte dell’umanità. Qui si fonda la grande differenza tra la fama conseguita da poeti e filosofi, e quella raggiungibile da fisici, chimici, da studiosi di anatomia, mineralogia, zoologia, da filologi, storici, eccetera.


 

 1 Cioè: non percorre un’orbita più grande.

 2 Cfr. i proemi delle Historiae e degli Annales di Tacito: neque amore et sine odio, «né con amore e senza odio»; sine ira et studio, «senza ira e senza passione». In entrambi i casi lo storiografo professa la sua imparzialità di interprete del passato. Anche Polibio VI, 9, 12) aveva usato una espressione analoga: χωρὶς ὀργῆς ἢ φθόνου, «senza ira o invidia».

 3 Cfr. Sallustio, Cat., 3: 1 Pulchrum est bene facere rei publicae, etiam bene dicere haud absurdum est; vel pace vel bello clarum fieri licet; et qui fecere et qui facta aliorum scripsere, multi laudantur. 2 Ac mihi quidem, tametsi haudquaquam par gloria sequitur scriptorem et actorem rerum, tamen in primis arduum videtur res gestas scribere: primum, quod facta dictis exaequanda sunt; dehinc, quia plerique, quae delicta reprehenderis, malevolentia et invidia dicta putant, ubi de magna virtute atque gloria bonorum memores, quae sibi quisque facilia factu putat, aequo animo accipit, supra ea veluti ficta pro falsis ducit, «È bello agire bene per lo stato, anche dirne bene non è assurdo; vuoi in pace vuoi in guerra è possibile didventare illustre; e coloro che hanno agito e coloro che hanno scritto le azioni degli altri sono lodati in molti. E per quanto in nessun modo una gloria pari segue lo scrittore e l’autore delle imprese, tuttavia mi sembra soprattutto arduo scrivere le imprese compiute: innanzitutto poiché le parole devono essere adeguate ai fatti; poi perché i più pensano che siano dettati da invidia e malevolenza i rimproveri che puoi muovere ai delitti, quando invece fai menzione della grande virtù e gloria dei valorosi, le cose che ciascuno ritiene facili a farsi da parte sua, le accettà con tranquillità, quelle superiori le considera fale, come inventate».

 4 Nietzsche, L’anticristo, Prefazione: «A me si confà unicamente il giorno seguente al domani. C’è chi è nato postumo».

 5 Cfr. il Gorgia di Platone in cui Callicle uno dei personaggi sta discutendo con Socrate se sia meglio infliggere o subire ingiustizia; secondo lui in natura ciò che è brutto è anche malvagio, come subire ingiustizia, mentre secondo la legge è il contrario. Prosegue dicendo che è meglio morire se, maltrattati e offesi, non si è capaci di aiutare se stessi e gli altri. Quindi formula il concetto secondo cui:

Φύσις αὐτὴ ἀποφαίνει αὐτό, ὅτι δίκαιόν ἐστιν τὸν ἀμείνω τοῦ χείρονος πλέον ἔχειν καὶ τὸν δυνατώτερον τοῦ ἀδυνατωτέρου. δηλοῖ δὲ ταῦτα πολλαχοῦ ὅτι οὕτως ἔχει, καὶ ἐν τοῖς ἄλλοις ζῴοις καὶ τῶν ἀνθρώπων ἐν ὅλαις ταῖς πόλεσι καὶ τοῖς γένεσιν, ὅτι οὕτω τὸ δίκαιον κέκριται, τὸν κρείττω τοῦ ἥττονος ἄρχειν καὶ πλέον ἔχειν. 
«La natura stessa mostra ciò, vale a dire che è giusto che il migliore abbia più del peggiore e il più capace del meno capace. Mastra che queste cose stanno così ovunque, sia tra gli altri animali sia tra gli uomini nelle città intere e nelle famiglie» (483d).

 Le leggi allora sono un prodotto della maggioranza fatta di deboli invidiosi che non icapaci di realizzare le proprie ambizioni, caratteristica invece dei forti (491b) ἀνδρεῖοι, ἱκανοὶ ὄντες ἃ ἂν νοήσωσιν ἐπιτελεῖν, καὶ μὴ ἀποκάμνωσι διὰ μαλακίαν τῆς ψυχῆς,  «valorosi, capaci di compiere ciò che pensano, e non si scoraggiano per debolezza d’animo».

(492a) ἀλλὰ τοῦτ᾽ οἶμαι τοῖς πολλοῖς οὐ δυνατόν: ὅθεν ψέγουσιν τοὺς τοιούτους δι᾽ αἰσχύνην, ἀποκρυπτόμενοι τὴν αὑτῶν ἀδυναμίαν. 

«ma ai più credo, questo non è possibile: perciò biasimano siffatti individui, per vergogna, nascondendo la proria incapacità».

 Callicle aggiunge poi che pessima è la filosofia, perché anche chi per natura è ben dotato, se continua a filosofare anche da adulto, non fa esperienza del mondo reale rimanendo inesperto delle passioni degli uomini, τῶν ἠθῶν παντάπασιν ἄπειροι γίγνονται, «diventano assolutamente inesperti dei tipi».

 Socrate ribatte naturalmente che bisogna seguire la temperanza e la morale, ma riconosce a Callicle di aver parlato con franchezza οὐκ ἀγεννῶς, in quanto ha detto quello che gli altri pensano senza avere in coraggio di dirlo.

 6 Cfr. Dodds, «la civiltà di vergogna» (I Greci e l’irrazionale, cap. I, L’apologia di Agamennone): I Greci e l’irrazionale (cap. I, L’apologia di Agamennone): «alcuni antropologi americani ci hanno recentemente insegnato a distinguere le «civiltà di vergogna» dalle «civiltà di colpa», e la società descritta da Omero è sicuramente una civiltà di vergogna. Il bene supremo dell'uomo omerico non sta nel godimento di una coscienza tranquilla, sta nel possesso della tīmē, la pubblica stima. “Perché dovrei combattere, domanda Achille, se nello stesso pregio (τιμή) sono il codardo e il prode?”. La più potente forza morale nota all'uomo omerico non è il timor di Dio, è il rispetto dell'opinione pubblica, aidōs: αἰδέομαι Τρῶας, dice Ettore nel momento risolutivo del suo destino, e va alla morte con gli occhi aperti».

 7 A tal proposito Plutarco riporta un episodio che riguarda Aristide, un Ateniese di nobile natura (Regum et imperatorum apophthegmata, 186b-c): Αἰσχύλου δὲ ποιήσαντος εἰς Ἀμφιάραον, «οὐ γὰρ δοκεῖν ἄριστος ἀλλ᾽ εἶναι θέλει, / βαθεῖαν ἄλοκα διὰ φρενὸς καρπούμενος, / ἐξ ἧς τὰ κεδνὰ βλαστάνει βουλεύματα»: καὶ λεγομένων τούτων, πάντες εἰς Ἀριστείδην ἀπέβλεψαν, «Scrivendo Eschilo a proposito di Amfiarao: “non vuole infatti sembrare ottimo, ma esserlo, / cogliendo frutti dal solco profondo della mente, / da cui germogliano nobili proponimenti”: e mentre venivano pronunciati questi versi, tutti si volsero lo sguardo verso Aristide»;  il medesimo aneddoto si trova in Aristide, III, 4: ὅθεν, ὡς ἔοικε, τῶν εἰς Ἀμφιάραον ὑπ᾽ Αἰσχύλου πεποιημένων ἰαμβείων ἐν τῷ θεάτρῳ λεγομένων: «οὐ γὰρ δοκεῖν δίκαιος, ἀλλ᾽ εἶναι θέλει, / βαθεῖαν ἄλοκα διὰ φρενὸς καρπούμενος, / ἀφ᾽ ἧς τὰ κεδνὰ βλαστάνει βουλεύματα», πάντες ἀπέβλεψαν εἰς Ἀριστείδην, ὡς ἐκείνῳ μάλιστα τῆς ἀρετῆς ταύτης προσηκούσης, «quindi, a quanto pare, mentre venivano pronunciati in teatro i giambi scritti da Eschilo a proposito di Amfiarao: “non vuole infatti sembrare ottimo, ma esserlo, / cogliendo frutti dal solco profondo della mente, / da cui germogliano nobili proponimenti”, tutti volsero lo sguardo verso Aristide, poiché a quello soprattutto si addiceva questa virtù». I versi cui allude Plutarco sono i vv. 592-594 dei Sette contro Tebe.

8 Potremmo definire questa una callida iunctura concettuale; vedi Orazio, Ars poetica, 47-8: dixeris egregie, notum si callida uerbum / reddiderit iunctura nouum«ti sarai espresso egregiamente, se una parola nota avrai reso / nuova con un arguto accostamento».