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giovedì 8 maggio 2025

La storia monumentale – Nietzsche Plutarco Polibio Livio

 

Nietzsche1 distingue tre approcci alla storia: «In tre riguardi al vivente occorre la storia: essa gli occorre in quanto è attivo e ha aspirazioni, in quanto preserva e venera, in quanto soffre e ha bisogno di liberazione. A questi tre rapporti corrispondono tre specie di storia, in quanto sia permesso distinguere una specie di storia monumentale, una specie antiquaria e una specie critica… La storia occorre innanzitutto all’attivo e al potente, a colui che combatte una grande battaglia, che ha bisogno di modelli, maestri e consolatori, e che non può trovarli fra i suoi compagni e nel presente… usa la storia come mezzo contro la rassegnazione… Il suo comandamento suona: ciò che una volta poté esistere oltre e adempiere in modo più bello l’idea «uomo», deve anche esistere in eterno, per poter fare ciò in eterno. Che i grandi momenti della lotta degli individui formino una catena, che attraverso essi si formi lungo i millenni la cresta montuosa dell’umanità, che per me le vette di tali momenti da lungo tempo trascorsi siano ancora vive, chiare e grandi – è questo il pensiero fondamentale di una fede nell’umanità che si esprime nell’esigenza di una storia monumentale.»

La storia monumentale, dunque, è quella che fornisce gli esempi, i paradigmi. È la visione della storia presente già in Plutarco (circa 50-120 d.C.).

Nella Vita di Emilio (1, 1-2, 4) leggiamo: Ἐμοὶ [μὲν] τῆς τῶν βίων ἅψασθαι μὲν γραφῆς συνέβη δι' ἑτέρους, ἐπιμένειν δὲ καὶ φιλοχωρεῖν ἤδη καὶ δι' ἐμαυτόν, ὥσπερ ἐν ἐσόπτρῳ τῇ ἱστορίᾳ πειρώμενον ἁμῶς γέ πως κοσμεῖν καὶ ἀφομοιοῦν πρὸς τὰς ἐκείνων [2] ἀρετὰς τὸν βίον. οὐδὲν γὰρ ἀλλ' ἢ συνδιαιτήσει καὶ συμβιώσει τὸ γινόμενον ἔοικεν, ὅταν ὥσπερ ἐπιξενούμενον ἕκαστον αὐτῶν ἐν μέρει διὰ τῆς ἱστορίας ὑποδεχόμενοι καὶ παραλαμβάνοντες ἀναθεωρῶμεν

'ὅσσος ἔην οἷός τε' 2,

τὰ κυριώτατα καὶ κάλλιστα πρὸς γνῶσιν ἀπὸ τῶν πράξεων λαμβάνοντες.

[3] φεῦ φεῦ, τί τούτου χάρμα μεῖζον ἂν λάβοις 3

καὶ› πρὸς ἐπανόρθωσιν ἠθῶν ἐνεργότερον;, «A me capitò di metter mano alla scrittura delle vite grazie ad altri, ma di insistervi e di frequentarle volentieri ormai anche grazie a me stesso, in quanto cerco di ordinare e abbellire la vita, servendomi della storia come in uno specchio, in base alle virtù di quei personaggi. Ciò che avviene, infatti, assomiglia proprio a una condivisione di dimora e di vita, quando, attraverso la narrazione, ricevendo e accogliendo per così dire ciascuno a turno come un ospite, consideriamo «quanto grande e quale sia2», scegliendo tra le azioni quelle più importanti e quelle belle per la conoscenza. «Oh, quale gioia più grande di questa potresti ricevere?»3 e più efficace per la correzione4 dei caratteri?».

Il medesimo stato d’animo è descritto da Machiavelli nell’epistola al Vettori: «Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio [19]; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro»

Tornando a Plutarco, poco dopo aggiunge: ἡμεῖς δὲ τῇ περὶ τὴν ἱστορίαν διατριβῇ καὶ τῆς γραφῆς τῇ συνηθείᾳ παρασκευάζομεν ἑαυτούς, τὰς τῶν ἀρίστων καὶ δοκιμωτάτων μνήμας ὑποδεχομένους ἀεὶ ταῖς ψυχαῖς, εἴ τι φαῦλον ἢ κακόηθες ἢ ἀγεννὲς αἱ τῶν συνόντων ἐξ ἀνάγκης ὁμιλίαι προσβάλλουσιν, ἐκκρούειν καὶ διωθεῖσθαι, πρὸς τὰ κάλλιστα τῶν [6] παραδειγμάτων ἵλεω καὶ πρᾳεῖαν ἀποστρέφοντες τὴν διάνοιαν, «Noi, invece, grazie allo studio della storia e alla consuetudine con la scrittura, ci disponiamo, nell’accogliere via via negli animi i ricordi degli uomini migliori e più famosi, a respingere e rigettare, se mai i rapporti inevitabili con chi si frequenta arrecano qualcosa di mediocre o cattivo o ignobile, rivolgendo il propizio e mite a quelli più belli tra gli esempi».

Tra i Romani presenta una visione simile Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.), nella praefatio alla sua storia: Hoc illud est praecipue in cognitione rerum salubre ac frugiferum, omnis te exempli documenta in inlustri posita monumento intueri; inde tibi tuaeque rei publicae quod imitere capias, inde foedum inceptu foedum exitu quod vites, «Questa è quella cosa particolarmente salutare e fruttuosa nella conoscenza della storia, che tu osservi gli insegnamenti di ogni esempio posti in luminosi monumenti; di là puoi prendere ciò che tu debba imitare per te e per il tuo stato, di là ciò che tu debba evitare in quanto turpe all’inizio e turpe alla fine».

Interessante anche la posizione di Schopenhauer5, la cui riflessione però risulta più pessimista: “L’influenza dell’esempio, che tuttavia è maggiore di quello della dottrina… Prima di tutto, l’esempio agisce o frenando o stimolando… l’uomo, di regola, ha troppo poca facoltà di giudizio, spesso anche troppo poca conoscenza, per esplorare da sé la sua strada, perciò ricalca volentieri le orme degli altri. Sicché ognuno sarà tanto più aperto all’influenza dell’esempio quanto più gli mancheranno quelle due capacità… l’esempio agisce come mezzo che promuove la comparsa di qualità del carattere, buone e cattive; ma esso non le crea, perciò vale anche qui la sentenza di Seneca: «velle non discitur6»”.


1 Sull’utilità e il danno della storia per la vita, cap. 2.

2 Iliade, XXIV, 630.

3 Sofocle, fr. 636 R.

4 Cfr. Polibio, I, 1, 1: μηδεμίαν ἑτοιμοτέραν εἶναι τοῖς ἀνθρώποις διόρθωσιν τῆς τῶν προγεγενημένων πράξεων ἐπιστήμης, «non c’è nessuna correzione più a portata di mano per gli uomini della conoscenza dei fatti accaduti».

5 Parerga e paralipomena II, cap. 8, Sull’etica, 119.

6 Epistulae, 81, 13. Cfr. anche Epistulae, 6.

martedì 15 aprile 2025

Mito e storia

 Mito e storia


Historiae, II, 50

Siamo nel 69 d.C. e Tacito si appresta a descrivere la battaglia di Bedriaco, dove Otone fu sconfitto da Vitellio, a proposito della quale si narrava di alcuni prodigi avvenuti immediatamente prima.

ut conquirere fabulosa et fictis oblectare legentium animos procul gravitate coepti operis crediderim, ita vulgatis traditisque demere fidem non ausim.

«Come riterrei lontano dalla serietà dell’opera iniziata cercare leggende e dilettare gli animi dei lettore con storie inventate, così non oserei togliere credibilità a tradizioni diffuse».

Tacito dunque non si sente di escludere del tutto l’elemnto leggendario dalla storia. Del resto è condivisibile quanto dice Montaigne secondo cui i buoni storici hanno il dovere di tenere «nota degli avvenimenti importanti: fra i fatti pubblici ci sono anche le voci e le opinioni popolari. È loro compito riferire le credenze comuni, non guidarle. Questa parte tocca ai teologi e ai filosofi direttori delle coscienze. […] E scrivendo [il soggetto è Tacito] in un secolo nel quale la credenza nei prodigi cominciava a diminuire, dice di non voler per questo tralasciar d'inserirli nei suoi annali e di far posto a una cosa accettata da tante persone dabbene e con sì gran rispetto dell'antichità. [B] È assai ben detto. Che ci riferiscano la storia più secondo quello che vengono a sapere che secondo quello che pensano. Io che sono re della materia che tratto e che non ne devo render conto a nessuno, non mi fido tuttavia completamente di me stesso. Arrischio spesso motti di spirito dei quali diffido, e certe finezze verbali di cui non mi curo; ma le lascio correre alla ventura. [c] Vedo che ci si fa vanto di cose del genere. Non spetta a me solo giudicarne. Io mi presento in piedi e a giacere, davanti e di dietro, a destra e a sinistra, e in tutte le mie pieghe naturali. [B] Gli ingegni, anche uguali di forze, non sono sempre uguali nell’esecuzione e nel gusto.» (Saggi, III, 8).

Già Erodoto non aveva escluso le voci riportate, anche se non documentate (VII, 153, 3): Ἐγὼ δὲ ὀφείλω λέγειν τὰ λεγόμενα, πείθεσθαί γε μὲν οὐ παντάπασιν ὀφείλω (καί μοι τοῦτο τὸ ἔπος ἐχέτω ἐς πάντα τὸν λόγον).

«Io devo dire quello che si dice, ma non devo crederci in tutto (e queste parole valga per ogni discorso)».

Una posizione analoga si trova in Livio (Praefatio): Quae ante conditam condendamve urbem poeticis magis decora fabulis quam incorruptis rerum gestarum monumentis traduntur, ea nec adfirmare nec refellere in animo est. Datur haec venia antiquitati ut miscendo humana divinis primordia urbium augustiora faciat, «Le cose che si tramandano prima o nell’imminenza della fondazione della città, ornamenti per favole poetiche più che per monumenti incorrotti di imprese, ebbene tali cose non ho in animo né di confermarle né di rifiutarle».

Sempre Livio (VII, 6, 6) dice: fama rerum standum est, ubi certam derogat vetustas fidem, bisogna attenersi alle voci sui fatti, quando l’antichità toglie credito certo».

Che nella storia a volte conti di più la narrazione dei fatti che la loro realtà effettiva emerge da un episodio relativo ad Alessandro Magno riportato da Curzio Rufo (VIII, 8, 15): Alessandro ha appena scoperto la congiura dei paggi, che si opponeva all’adozione di costumi stranieri voluta invece da Alessandro; ad Ermolao che gli chiede di rinnegare di essere figlio di Giove come affermato dall’oracolo il Macedone risponde che averlo accettato non ha nuociuto alle loro imprese e quindi: Vtinam Indi quoque deum esse me credant! fama enim bella constant, et saepe etiam, quod falso creditum est, ueri uicem obtinuit, «Magari anche gli Indiani credessero che sono figlio di Giove! le guerre infatti sono fatte di propaganda, e spesso ciò che si è creduto a torto, ha ottenuto il posto della verità1». La spedizione in effetti si arrestò al confine con l’India.

Come dirà poi in IX, 1, 34: Equidem plura transcribo quam credo: nam nec adfirmare sustineo, de quibus dubito, nec subducere, quae accepi, «certamente trasccrivo più cose di quelle a cui credo: infatti non intendo affermare cose di cui dubito, né tralasciare quelle che ho raccolto».

Diversamente si era regolato Tucidide, in polemica con Erodoto, in due dei capitoli metodologici:

I, 21, 1:

[1] ἐκ δὲ τῶν εἰρημένων τεκμηρίων ὅμως τοιαῦτα ἄν τις νομίζων μάλιστα ἃ διῆλθον οὐχ ἁμαρτάνοι, «comunque non sbaglierebbe uno che, in base agli indizi detti prima, ritenesse tali al massimo i fatti che ho passato in rassegna,»

καὶ οὔτε ὡς ποιηταὶ ὑμνήκασι περὶ αὐτῶν ἐπὶ τὸ μεῖζον κοσμοῦντες μᾶλλον πιστεύων, «e che non si fidasse piuttosto di come i poeti hanno inneggiato riguardo a quelli, abbellendoli con l’esagerazione,»

οὔτε ὡς λογογράφοι ξυνέθεσαν ἐπὶ τὸ προσαγωγότερον τῇ ἀκροάσει ἢ ἀληθέστερον, «né di come li hanno composti i logografi in vista di ciò che è attraente per l’ascolto più che che della verità,»

ὄντα ἀνεξέλεγκτα καὶ τὰ πολλὰ ὑπὸ χρόνου αὐτῶν ἀπίστως ἐπὶ τὸ μυθῶδες ἐκνενικηκότα, «dato che sono fatti che non si possono provare e la maggior parte di essi, per il tempo passato, hanno prevalso in modo inattendibile verso il carattere mitico,»

I, 22, 4:

καὶ ἐς μὲν ἀκρόασιν ἴσως τὸ μὴ μυθῶδες αὐτῶν ἀτερπέστερον φανεῖται· ὅσοι δὲ βουλήσονται τῶν τε γενομένων τὸ σαφὲς σκοπεῖν καὶ τῶν μελλόντων ποτὲ αὖθις κατὰ τὸ ἀνθρώπινον τοιούτων καὶ παραπλησίων ἔσεσθαι, ὠφέλιμα κρίνειν αὐτὰ ἀρκούντως ἕξει. κτῆμά τε ἐς αἰεὶ μᾶλλον ἢ ἀγώνισμα ἐς τὸ παραχρῆμα ἀκούειν ξύγκειται. «E forse l’elemento non mitico di esse [le sue storie N.d.T.] apparirà all’ascolto meno piacevole; quanti però vorranno considerare la chiarezza stessa dei fatti accaduti e che sono destinati ad accadere ancora una volta siffatti o simili secondo la natura umana, sarà sufficiente che le giudichino utili. Sono composte come un possesso per sempre piuttosto che come un pezzo da competizione da ascoltare sul momento».

1 Cfr. La Rochefoucauld, Massime, 64: La vérité ne fait pas tant de bien dans le monde que ses apparences y font de mal, «La verità non fa tanto bene nel mondo quanto le sue apparenze vi fanno di male».

martedì 1 aprile 2025

Mito e storia – Erodoto, Tucidide, Livio, Tacito

 

Mito e storia


Historiae, II, 50

Siamo nel 69 d.C. e Tacito si appresta a descrivere la battaglia di Bedriaco, dove Otone fu sconfitto da Vitellio, a proposito della quale si narrava di alcuni prodigi avvenuti immediatamente prima.

ut conquirere fabulosa et fictis oblectare legentium animos procul gravitate coepti operis crediderim, ita vulgatis traditisque demere fidem non ausim.

«Come riterrei lontano dalla serietà dell’opera iniziata cercare leggende e dilettare gli animi dei lettore con storie inventate, così non oserei togliere credibilità a tradizioni diffuse».

Tacito dunque non si sente di escludere del tutto l’elemnto leggendario dalla storia. Del resto è condivisibile quanto dice Montaigne secondo cui i buoni storici hanno il dovere di tenere «nota degli avvenimenti importanti: fra i fatti pubblici ci sono anche le voci e le opinioni popolari. È loro compito riferire le credenze comuni, non guidarle. Questa parte tocca ai teologi e ai filosofi direttori delle coscienze. […] E scrivendo [il soggetto è Tacito] in un secolo nel quale la credenza nei prodigi cominciava a diminuire, dice di non voler per questo tralasciar d'inserirli nei suoi annali e di far posto a una cosa accettata da tante persone dabbene e con sì gran rispetto dell'antichità. [B] È assai ben detto. Che ci riferiscano la storia più secondo quello che vengono a sapere che secondo quello che pensano. Io che sono re della materia che tratto e che non ne devo render conto a nessuno, non mi fido tuttavia completamente di me stesso. Arrischio spesso motti di spirito dei quali diffido, e certe finezze verbali di cui non mi curo; ma le lascio correre alla ventura. [c] Vedo che ci si fa vanto di cose del genere. Non spetta a me solo giudicarne. Io mi presento in piedi e a giacere, davanti e di dietro, a destra e a sinistra, e in tutte le mie pieghe naturali. [B] Gli ingegni, anche uguali di forze, non sono sempre uguali nell’esecuzione e nel gusto.» (Saggi, III, 8).

Già Erodoto non aveva escluso le voci riportate, anche se non documentate (VII, 153, 3): Ἐγὼ δὲ ὀφείλω λέγειν τὰ λεγόμενα, πείθεσθαί γε μὲν οὐ παντάπασιν ὀφείλω (καί μοι τοῦτο τὸ ἔπος ἐχέτω ἐς πάντα τὸν λόγον).

«Io devo dire quello che si dice, ma non devo crederci in tutto (e queste parole valga per ogni discorso)».

Una posizione analoga si trova in Livio (Praefatio): Quae ante conditam condendamve urbem poeticis magis decora fabulis quam incorruptis rerum gestarum monumentis traduntur, ea nec adfirmare nec refellere in animo est. Datur haec venia antiquitati ut miscendo humana divinis primordia urbium augustiora faciat, «Le cose che si tramandano prima o nell’imminenza della fondazione della città, ornamenti per favole poetiche più che per monumenti incorrotti di imprese, ebbene tali cose non ho in animo né di confermarle né di rifiutarle».

Sempre Livio (VII, 6, 6) dice: fama rerum standum est, ubi certam derogat vetustas fidem, bisogna attenersi alle voci sui fatti, quando l’antichità toglie credito certo».

Che nella storia a volte conti di più la narrazione dei fatti che la loro realtà effettiva emerge da un episodio relativo ad Alessandro Magno riportato da Curzio Rufo (VIII, 8, 15): Alessandro ha appena scoperto la congiura dei paggi, che si opponeva all’adozione di costumi stranieri voluta invece da Alessandro; ad Ermolao che gli chiede di rinnegare di essere figlio di Giove come affermato dall’oracolo il Macedone risponde che averlo accettato non ha nuociuto alle loro imprese e quindi: Vtinam Indi quoque deum esse me credant! fama enim bella constant, et saepe etiam, quod falso creditum est, ueri uicem obtinuit, «Magari anche gli Indiani credessero che sono figlio di Giove! le guerre infatti sono fatte di propaganda, e spesso ciò che si è creduto a torto, ha ottenuto il posto della verità1». La spedizione in effetti si arrestò al confine con l’India.

Come dirà poi in IX, 1, 34: Equidem plura transcribo quam credo: nam nec adfirmare sustineo, de quibus dubito, nec subducere, quae accepi, «certamente trasccrivo più cose di quelle a cui credo: infatti non intendo affermare cose di cui dubito, né tralasciare quelle che ho raccolto».

Diversamente si era regolato Tucidide, in polemica con Erodoto, in due dei capitoli metodologici:

I, 21, 1:

[1] ἐκ δὲ τῶν εἰρημένων τεκμηρίων ὅμως τοιαῦτα ἄν τις νομίζων μάλιστα ἃ διῆλθον οὐχ ἁμαρτάνοι, «comunque non sbaglierebbe uno che, in base agli indizi detti prima, ritenesse tali al massimo i fatti che ho passato in rassegna,»

καὶ οὔτε ὡς ποιηταὶ ὑμνήκασι περὶ αὐτῶν ἐπὶ τὸ μεῖζον κοσμοῦντες μᾶλλον πιστεύων, «e che non si fidasse piuttosto di come i poeti hanno inneggiato riguardo a quelli, abbellendoli con l’esagerazione,»

οὔτε ὡς λογογράφοι ξυνέθεσαν ἐπὶ τὸ προσαγωγότερον τῇ ἀκροάσει ἢ ἀληθέστερον, «né di come li hanno composti i logografi in vista di ciò che è attraente per l’ascolto più che che della verità,»

ὄντα ἀνεξέλεγκτα καὶ τὰ πολλὰ ὑπὸ χρόνου αὐτῶν ἀπίστως ἐπὶ τὸ μυθῶδες ἐκνενικηκότα, «dato che sono fatti che non si possono provare e la maggior parte di essi, per il tempo passato, hanno prevalso in modo inattendibile verso il carattere mitico,»

I, 22, 4:

καὶ ἐς μὲν ἀκρόασιν ἴσως τὸ μὴ μυθῶδες αὐτῶν ἀτερπέστερον φανεῖται· ὅσοι δὲ βουλήσονται τῶν τε γενομένων τὸ σαφὲς σκοπεῖν καὶ τῶν μελλόντων ποτὲ αὖθις κατὰ τὸ ἀνθρώπινον τοιούτων καὶ παραπλησίων ἔσεσθαι, ὠφέλιμα κρίνειν αὐτὰ ἀρκούντως ἕξει. κτῆμά τε ἐς αἰεὶ μᾶλλον ἢ ἀγώνισμα ἐς τὸ παραχρῆμα ἀκούειν ξύγκειται. «E forse l’elemento non mitico di esse [le sue storie N.d.T.] apparirà all’ascolto meno piacevole; quanti però vorranno considerare la chiarezza stessa dei fatti accaduti e che sono destinati ad accadere ancora una volta siffatti o simili secondo la natura umana, sarà sufficiente che le giudichino utili. Sono composte come un possesso per sempre piuttosto che come un pezzo da competizione da ascoltare sul momento».

1 Cfr. La Roschefoucauld, Massime, 64: La vérité ne fait pas tant de bien dans le monde que ses apparences y font de mal, «La verità non fa tanto bene nel mondo quanto le sue apparenze vi fanno di male».

venerdì 10 gennaio 2025

L’apologo di Menenio Agrippa – L’eterna mistificazione di chi è al potere

 

Ab Urbe condita libri, II, 32, 13-15

Menenius Agrippa intromissus in castra prisco illo dicendi et horrido modo nihil aliud quam hoc narrasse fertur:

Si tramanda che Menenio Agrippa, entrato nell’accampamento, in quel modo antico di parlare e rozzo non abbia raccontato null’altro che questo:

tempore quo in homine non ut nunc omnia in unum consentiant, sed singulis membris suum cuique consilium, suus sermo fuerit, indignatas reliquas partes sua cura, suo labore ac ministerio ventri omnia quaeri, ventrem in medio quietum nihil aliud quam datis voluptatibus frui;

nel tempo in cui nell’essere umano, non come ora tutte le parti sono in armonia per un’unico scopo, ma ciascuna delle membra aveva una propria volontà, una propria parola, le altre parti erano sdegnate che con il proprio zelo, la propria fatica e servizio tutte le cose erano ricercate a vantaggio del ventre, mentre il ventre tranquillo nel mezzo null’altro faceva se non godere dei piaceri forniti;

conspirasse inde ne manus ad os cibum ferrent, nec os acciperet datum, nec dentes quae acciperent conficerent. Hac ira, dum ventrem fame domare vellent, ipsa una membra totumque corpus ad extremam tabem venisse.

cospirarono quindi che le mani non portassero il cibo alla bocca, né la bocca ricevesse quello dato, né i denti sminuzzassero quello che ricevevano. Con questa ira, mentre volevano domare il ventre con la fame, le stesse singole membra e il corpo intero giunsero a una consunzione estrema.

Inde apparuisse ventris quoque haud segne ministerium esse, nec magis ali quam alere eum, reddentem in omnes corporis partes hunc quo vivimus vigemusque, divisum pariter in venas maturum confecto cibo sanguinem. Comparando hinc quam intestina corporis seditio similis esset irae plebis in patres, flexisse mentes hominum.

Quindi fu chiaro che anche quella del ventre era una funzione non inutile, e che quello non era nutrito più di quanto non nutrisse, restituendo in tutte le parti del corpo equamente distribuito nelle vene questo sangue per il quale viviamo e siamo forti, efficace al punto giusto per il cibo digerito. Facendo da qui un paragone su quanto la ribellione intestina del corpo fosse simile all’ira della plebe nei confronti dei patrizi, piegò le menti degli uomini.

giovedì 7 novembre 2024

La figura del tiranno – Platone, Erodoto, Livio


 Platone, Repubblica, X, 615e-616a

ἐνταῦθα δὴ ἄνδρες, ἔφη, ἄγριοι, διάπυροι ἰδεῖν, παρεστῶτες καὶ καταμανθάνοντες τὸ φθέγμα, τοὺς μὲν διαλαβόντες ἦγον, τὸν δὲ Ἀρδιαῖον καὶ ἄλλους [616] [a] συμποδίσαντες χεῖράς τε καὶ πόδας καὶ κεφαλήν, καταβαλόντες καὶ ἐκδείραντες, εἷλκον παρὰ τὴν ὁδὸν ἐκτὸς ἐπ' ἀσπαλάθων κνάμπτοντες, καὶ τοῖς ἀεὶ παριοῦσι σημαίνοντες ὧν ἕνεκά τε καὶ ὅτι εἰς τὸν Τάρταρον ἐμπεσούμενοι ἄγοιντο.”

«Là dunque,” disse, “c’erano uomini selvaggi, infuocati a vedersi, che stando nei pressi e comprendendo il muggito, afferrando alcuni li portavano via, mentre Ardieo e altri, dopo aver loro legato mani e piedi e testa, buttatili giù e scuoiatili, li trascinavano fuori lungo la strada dilaniandoli su arbusti spinosi, e significando a coloro che via via erano presenti per quali scopi e perché fossero portati via per essere precipitati nel Tartaro».

Siamo alla fine del dialogo, nel cosiddetto “mito di Er”, che racconta il viaggio dell’anima nell'oltretomba. Qui viene descritta la pena infernale di questi criminali totali, tra i quali spicca il tiranno rappresentato da Ardieo. Per Platone il tiranno impersona il massimo dell’ingiustizia in quanto nella sua anima prevale l’elemento appetitivo, τό ἐπιθυμητικόν su quello razionale, τὸ λογιτικόν e su quello animoso, τὸ θυμοειδής (sono, rispettivamente, il cavallo nero, l’auriga e il cavallo bianco del mito della biga alata nel Fedro). Così lo descrive Platone (Repubblica, IX, 573c) Τυραννικὸς δέ [...] ἀνὴρ ἀκριβῶς γίγνεται, ὅταν ἢ φύσει ἢ ἐπιτηδεύμασιν ἢ ἀμφοτέροις μεθυστικός τε καὶ ἐρωτικὸς καὶ μελαγχολικὸς γένηται, «Precisamente diventa tirannico un uomo, quando o per natura o per abitudini o entrambi diventa incline all’alcool e al sesso e alla depressione». La sua vita dunque sarà misera (576a): Ἐν παντὶ ἄρα τῷ βίῳ ζῶσι φίλοι μὲν οὐδέποτε οὐδενί, ἀεὶ δέ του δεσπόζοντες ἢ δουλεύοντες ἄλλῳ: ἐλευθερίας δὲ καὶ φιλίας ἀληθοῦς τυραννικὴ φύσις ἀεὶ ἄγευστος, «In tutta la vita dunque vivono amici mai di nessuno, sempre facendo i padroni o gli schiavi di un altro: la natura tirannica non gusta libertà né vera amicizia». In conclusione questa è la natura del tiranno (579d-e): 

Ἔστιν ἄρα τῇ ἀληθείᾳ, κἂν εἰ μή τῳ δοκεῖ, ὁ τῷ ὄντι τύραννος τῷ ὄντι δοῦλος τὰς μεγίστας θωπείας καὶ δουλείας [e] καὶ κόλαξ τῶν πονηροτάτων, καὶ τὰς ἐπιθυμίας οὐδ' ὁπωστιοῦν ἀποπιμπλάς, ἀλλὰ πλείστων ἐπιδεέστατος καὶ πένης τῇ ἀληθείᾳ φαίνεται, ἐάν τις ὅλην ψυχὴν ἐπίστηται θεάσασθαι, καὶ φόβου γέμων διὰ παντὸς τοῦ βίου, σφαδᾳσμῶν τε καὶ ὀδυνῶν πλήρης, εἴπερ τῇ τῆς πόλεως διαθέσει ἧς ἄρχει ἔοικεν. ἔοικεν δέ, 
«È dunque in verità, anche se a qualcuno non pare, il vero tiranno un vero schiavo caratterizzato dalle lusinghe e dagli asservimenti più grandi, adulatore dei più malvagi, e incapace di saziare le brame in nessun modo, ma si rivela bisognosissimo di moltissime cose e in verità povero, se uno sa osservare l’anima intera, e zeppo di paura durante tutta la vita, pieno di convulsioni e dolori, se appunto assomiglia alla condizione della città che governa; e vi assomiglia».

Il tiranno è un bersaglio polemico costante, soprattutto tra gli scrittori ateniesi o che hanno aderito alla democrazia ateniese, come Erodoto. Così lo caratterizza per bocca di Otane (III, 80) nel dibattito costituzionale: νόμαιά τε κινέει πάτρια καὶ βιᾶται γυναῖκας κτείνει τε ἀκρίτους, «sovverte le tradizioni patrie e violenta le donne e uccide senza processo». Periandro, divenuto tiranno di Corinto, chiede consiglio a Trasibulo che risponde con un gesto (V, 92ζ): ἐκόλουε αἰεὶ ὅκως τινὰ ἴδοι τῶν ἀσταχύων ὑπερέχοντα, κολούων δὲ ἔρριπτε, ἐς ὃ τοῦ ληίου τὸ κάλλιστόν τε καὶ βαθύτατον διέφθειρε τρόπῳ τοιούτῳ, «recideva tutte le volte che ne vedeva una quella che sporgeva tra le spighe, e recidendole le gettava, finché non ebbe distrutto in tal modo la parte più bella e alta delle messi». Periandro capì che (92η) οἱ ὑπετίθετο Θρασύβουλος τοὺς ὑπερόχους τῶν ἀστῶν φονεύειν, ἐνθαῦτα δὴ πᾶσαν κακότητα ἐξέφαινε ἐς τοὺς πολιήτας· ὅσα γὰρ Κύψελος ἀπέλιπε κτείνων τε καὶ διώκων, Περίανδρός σφεα ἀπετέλεε. Μιῇ δὲ ἡμέρῃ ἀπέδυσε πάσας τὰς Κορινθίων γυναῖκας διὰ τὴν ἑωυτοῦ γυναῖκα Μέλισσαν, «gli suggeriva Trasibulo di uccidere quelli che si distinguevano tra i cittadini, e allora rivelò tutta la malvagità nei confronti loro: quanto infatti Cipselo aveva tralasciato nell’uccidere e nel perseguire, Periandro lo portò a termine. In un solo giorno fece spogliare tutte le donne di Corinto in onore di sua moglie». La moglie, morta, gli era apparsa in una visione dicendo che era nuda e aveva freddo perché non poteva usare le vesti che le avevano messo nel sepolcro. L’episodio, con protagonisti diversi si trova anche in Tito Livio (Ab urbe condita libri, I, 54): qui è Tarquinio il Superbo che dà consigli al figlio: inambulans tacitus summa papaverum capita dicitur baculo decussisse, «passeggiando in silenzio si dice che avesse abbattuto con una verga le cime dei papaveri che spuntavano»; il figlio dunque comprende quid vellet parens quidve praeciperet tacitis ambagibus, «cosa volesse il padre o cosa gli insegnasse con quei misteriosi silenzi» primores civitatis interemit, «tolse di mezzo i più eminenti della città».

Questa prassi caratterizza il tiranno anche per Platone (Repubblica, VIII, 567b):

Οὐκοῦν καί τινας τῶν συγκαταστησάντων καὶ ἐν δυνάμει ὄντων παρρησιάζεσθαι καὶ πρὸς αὐτὸν καὶ πρὸς ἀλλήλους, ἐπιπλήττοντας τοῖς γιγνομένοις, οἳ ἂν τυγχάνωσιν ἀνδρικώτατοι ὄντες;
Εἰκός γε.
Ὑπεξαιρεῖν δὴ τούτους πάντας δεῖ τὸν τύραννον, εἰ μέλλει ἄρξειν, ἕως ἂν μήτε φίλων μήτ' ἐχθρῶν λίπῃ μηδένα ὅτου τι ὄφελος.

«Certamente è anche (neccesario) che alcuni di coloro che hanno cooperato con lui e sono al potere usino libertà di parola sia con lui sia tra di loro, biasimando ciò che avviene, quelli che si trovino ad essere i più coraggiosi?
È logico.
Bisogna pertanto che il tiranno faccia fuori tutti costoro, se ha intenzione di mantenere il potere, fino a che non giungerà a non lasciare nessuno né degli amici né dei nemici, che costituisca un vantaggio».

martedì 1 ottobre 2024

Mito e storia – Tacito, Erodoto, Livio, Curzio Rufo, Tucidide e Montaigne

 

Mito e storia

Tacito, Historiae, II, 50


 Siamo nel 69 d.C. e Tacito si appresta a descrivere la battaglia di Bedriaco, dove Otone fu sconfitto da Vitellio, a proposito della quale si narrava di alcuni prodigi avvenuti immediatamente prima.

ut conquirere fabulosa et fictis oblectare legentium animos procul gravitate coepti operis crediderim, ita vulgatis traditisque demere fidem non ausim. 
«Come riterrei lontano dalla serietà dell’opera iniziata cercare leggende e dilettare gli animi dei lettore con storie inventate, così non oserei togliere credibilità a tradizioni diffuse».

 Tacito dunque non si sente di escludere del tutto l’elemento leggendario dalla storia. Del resto è condivisibile quanto dice Montaigne secondo cui i buoni storici hanno il dovere di tenere

«nota degli avvenimenti importanti: fra i fatti pubblici ci sono anche le voci e le opinioni popolari. È loro compito riferire le credenze comuni, non guidarle. Questa parte tocca ai teologi e ai filosofi direttori delle coscienze. […] E scrivendo [il soggetto è Tacito] in un secolo nel quale la credenza nei prodigi cominciava a diminuire, dice di non voler per questo tralasciar d'inserirli nei suoi annali e di far posto a una cosa accettata da tante persone dabbene e con sì gran rispetto dell'antichità. [B] È assai ben detto. Che ci riferiscano la storia più secondo quello che vengono a sapere che secondo quello che pensano. Io che sono re della materia che tratto e che non ne devo render conto a nessuno, non mi fido tuttavia completamente di me stesso. Arrischio spesso motti di spirito dei quali diffido, e certe finezze verbali di cui non mi curo; ma le lascio correre alla ventura. [c] Vedo che ci si fa vanto di cose del genere. Non spetta a me solo giudicarne. Io mi presento in piedi e a giacere, davanti e di dietro, a destra e a sinistra, e in tutte le mie pieghe naturali. [B] Gli ingegni, anche uguali di forze, non sono sempre uguali nell’esecuzione e nel gusto.» (Saggi, III, 8).


 Già Erodoto non aveva escluso le voci riportate, anche se non documentate (VII, 153, 3):

Ἐγὼ δὲ ὀφείλω λέγειν τὰ λεγόμενα, πείθεσθαί γε μὲν οὐ παντάπασιν ὀφείλω (καί μοι τοῦτο τὸ ἔπος ἐχέτω ἐς πάντα τὸν λόγον). 
«Io devo dire quello che si dice, ma non devo crederci in tutto (e queste parole valga per ogni discorso)».

 Una posizione analoga si trova in Livio (Praefatio):

Quae ante conditam condendamve urbem poeticis magis decora fabulis quam incorruptis rerum gestarum monumentis traduntur, ea nec adfirmare nec refellere in animo est. Datur haec venia antiquitati ut miscendo humana divinis primordia urbium augustiora faciat, 
«Le cose che si tramandano prima o nell’imminenza della fondazione della città, ornamenti per favole poetiche più che per monumenti incorrotti di imprese, ebbene tali cose non ho in animo né di confermarle né di rifiutarle».

 Sempre Livio (VII, 6, 6) dice: fama rerum standum est, ubi certam derogat vetustas fidem, «bisogna attenersi alle voci sui fatti, quando l’antichità toglie credito certo».

 Che nella storia a volte conti di più la narrazione dei fatti che la loro realtà effettiva emerge da un episodio relativo ad Alessandro Magno riportato da Curzio Rufo (VIII, 8, 15): Alessandro ha appena scoperto la congiura dei paggi, che si opponeva all’adozione di costumi stranieri voluta invece da Alessandro; ad Ermolao che gli chiede di rinnegare di essere figlio di Giove come affermato dall’oracolo il Macedone risponde che averlo accettato non ha nuociuto alle loro imprese e quindi:

Vtinam Indi quoque deum esse me credant! fama enim bella constant, et saepe etiam, quod falso creditum est, ueri uicem obtinuit, 
«Magari anche gli Indiani credessero che sono figlio di Giove! le guerre infatti sono fatte di propaganda, e spesso ciò che si è creduto a torto, ha ottenuto il posto della verità».

 La spedizione in effetti si arrestò al confine con l’India.

 Come dirà poi in IX, 1, 34:

Equidem plura transcribo quam credo: nam nec adfirmare sustineo, de quibus dubito, nec subducere, quae accepi, 
«certamente trasccrivo più cose di quelle a cui credo: infatti non intendo affermare cose di cui dubito, né tralasciare quelle che ho raccolto».


 Diversamente si era regolato Tucidide, in polemica con Erodoto, in due dei capitoli metodologici:

 I, 21, 1: 
[1] ἐκ δὲ τῶν εἰρημένων τεκμηρίων ὅμως τοιαῦτα ἄν τις νομίζων μάλιστα ἃ διῆλθον οὐχ ἁμαρτάνοι, 
«comunque non sbaglierebbe uno che, in base agli indizi detti prima, ritenesse tali al massimo i fatti che ho passato in rassegna,» 
καὶ οὔτε ὡς ποιηταὶ ὑμνήκασι περὶ αὐτῶν ἐπὶ τὸ μεῖζον κοσμοῦντες μᾶλλον πιστεύων, 
«e che non si fidasse piuttosto di come i poeti hanno inneggiato riguardo a quelli, abbellendoli con l’esagerazione,» 
οὔτε ὡς λογογράφοι ξυνέθεσαν ἐπὶ τὸ προσαγωγότερον τῇ ἀκροάσει ἢ ἀληθέστερον, 
«né di come li hanno composti i logografi in vista di ciò che è attraente per l’ascolto più che che della verità,» 
ὄντα ἀνεξέλεγκτα καὶ τὰ πολλὰ ὑπὸ χρόνου αὐτῶν ἀπίστως ἐπὶ τὸ μυθῶδες ἐκνενικηκότα, 
«dato che sono fatti che non si possono provare e la maggior parte di essi, per il tempo passato, hanno prevalso in modo inattendibile verso il carattere mitico,» 
I, 22, 4: 
καὶ ἐς μὲν ἀκρόασιν ἴσως τὸ μὴ μυθῶδες αὐτῶν ἀτερπέστερον φανεῖται· ὅσοι δὲ βουλήσονται τῶν τε γενομένων τὸ σαφὲς σκοπεῖν καὶ τῶν μελλόντων ποτὲ αὖθις κατὰ τὸ ἀνθρώπινον τοιούτων καὶ παραπλησίων ἔσεσθαι, ὠφέλιμα κρίνειν αὐτὰ ἀρκούντως ἕξει. κτῆμά τε ἐς αἰεὶ μᾶλλον ἢ ἀγώνισμα ἐς τὸ παραχρῆμα ἀκούειν ξύγκειται. 
«E forse l’elemento non mitico di esse [le sue storie N.d.R.] apparirà all’ascolto meno piacevole; quanti però vorranno considerare la chiarezza stessa dei fatti accaduti e che sono destinati ad accadere ancora una volta siffatti o simili secondo la natura umana, sarà sufficiente che le giudichino utili. Sono composte come un possesso per sempre piuttosto che come un pezzo da competizione da ascoltare sul momento».