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mercoledì 17 dicembre 2025

Otium cum dignitate

 

 

L’espressione otium cum dignitate si trova all’inizio del De oratore (I, 1) di Cicerone:

[I] [1] Cogitanti mihi saepe numero et memoria vetera repetenti perbeati fuisse, Quinte frater, illi videri solent, qui in optima re publica, cum et honoribus et rerum gestarum gloria florerent, eum vitae cursum tenere potuerunt, ut vel in negotio sine periculo vel in otio cum dignitate esse possent.

«Riflettendo molto spesso e richiamando alla memoria le cose antiche, fratello Quinto, sono soliti darmi l’impressione di essere stati del tutto felici coloro che in un ottimo stato, quando erano al culmine della carriera e della gloria delle imprese, poterono tenere un corso della vita tale da poter essere attivi politicamente senza pericolo e anche stare in un ozio dignitoso»; due paragrafi oltre chiarisce cosa intenda per otium cum dignitate. Quest’opera è del 55, quando la sua carriera era già finita ma non era stato definitivamente escluso dalla politica e quindi doveva ancora destreggiarsi tra i marosi degli scontri civili, per cui così prosegue: tamen in his vel asperitatibus rerum vel angustiis temporis obsequar studiis nostris et quantum mihi vel fraus inimicorum vel causae amicorum vel res publica tribuet oti, ad scribendum potissimum conferam, «tuttavia nelle difficoltà o se vuoi nella criticità di questi tempi mi dedicherò ai nostri studi e tutto il tempo libero che mi concederanno vuoi la perfidia dei nemici vuoi le difese degli amici vuoi la politica, io lo impiegherò principalmente a scrivere» (3).

Dunque qui la prospettiva è ancora quella di una scelta.

Diversa è la situazione nel De officiis (III, 1-3), scritto alla fine del 44 e pubblicato postumo, quando ormai lo studio non è più una scelta ma una necessità; in questo passo si sente a mio parere emergere un Cicerone autentico, soprattutto per il malinconico paragone con l’Africano: 

[1] P. Scipionem, Marce fili, eum, qui primus Africanus appellatus est, dicere solitum scripsit Cato, qui fuit eius fere aequalis, numquam se minus otiosum esse, quam cum otiosus, nec minus solum, quam cum solus esset. […] Ita duae res, quae languorem adferunt ceteris, illum acuebant, otium et solitudo […] A re publica forensibusque negotiis armis impiis vique prohibiti otium persequimur […] [2] Sed nec hoc otium cum Africani otio nec haec solitudo cum illa comparanda est. Ille enim requiescens a rei publicae pulcherrimis muneribus otium sibi sumebat aliquando […] nostrum autem otium negotii inopia, non requiescendi studio constitutum est. […] Sed quia sic ab hominibus doctis accepimus, non solum ex malis eligere minima oportere, sed etiam excerpere ex his ipsis, si quid inesset boni, propterea et otio fruor […] nec eam solitudinem languere patior, quam mihi adfert necessitas, non voluntas.

«Scipione, o figlio Marco, quello che fu soprannominato Africano, era solito dire, come scrisse Catone che era quasi suo coetaneo, che non era mai meno ozioso di quando era ozioso, né meno solo di quando era solo […] Così due cose che arrecano agli altri fiacchezza, lui lo stimolavano, l’ozio e la solitudine […] Noi  perseguiamo l’ozio senza tregua, esclusi dalla politica e dall’attività del foro per opera di armi empie e della violenza […] Ma né bisogna paragonare questo ozio con l’ozio dell’Africano né questa solitudine con quella. Egli infatti cercando riposo dai più nobili incarichi dello stato prendeva per sé ogni tanto dell’ozio […] il nostro ozio invece è stato stabilito per mancanza di attività non per voglia di riposarsi […] Ma siccome abbiamo imparato così dagli uomini dotti, non solo che bisogna tra i mali scegliere quelli minori, ma anche che da questi stessi bisogna ricavare se vi è compreso qualcosa di buono, appunto per questo traggo profitto dall’ozio […] e non lascio che sia svogliata quella solitudine, che mi porta la necessità, non la volontà».


Infine vediamo la chiusa delle Tusculanae disputationes (di pochi mesi, o settimane, precedenti il De officiis) dove Cicerone rivendica la dignità del suo otium coactum, e anche la sua funzione consolatoria:

[121] Sed quoniam mane est eundum, has quinque dierum disputationes memoria comprehendamus. Equidem me etiam conscripturum arbitror – ubi enim melius uti possumus hoc, cuicuimodi est, otio? –, ad Brutumque nostrum hos libros alteros quinque mittemus, a quo non modo inpulsi sumus ad philosophiae scriptiones, verum etiam lacessiti. In quo quantum ceteris profuturi simus, non facile dixerim, nostris quidem acerbissimis doloribus variisque et undique circumfusis molestiis alia nulla potuit inveniri levatio.

«Ma poiché domani mattina bisogna andarsene, fissiamo con la memoria le discussioni di questi cinque giorni. Per quanto mi riguarda penso che io anche le metterò per iscritto – in cosa infatti possiamo impiegare meglio questo ozio, qualunque ne sia la natura – , e invieremo questi altri cinque libri al nostro Bruto, dal quale non solo sono stato spinto ma addirittura spronato agli scritti di filosofia. E quanto in ciò siamo destinati a giovare agli altri, non saprei dirlo facilmente, ma è certo che per gli amarissimi dolori e le inquietudini che da ogni parte mi circondano non avrebbe potuto essere trovato nessun altro sollievo».


In questa temperie culturale è naturale che anche Sallustio si giustifichi per il fatto di dedicarsi all’ozio.

De Catilinae coniuratione.

[III] 1 Sed in magna copia rerum aliud alii natura iter ostendit. Pulchrum est bene facere rei publicae, etiam bene dicere haud absurdum est; vel pace vel bello clarum fieri licet; et qui fecere et qui facta aliorum scripsere, multi laudantur.

«Ma in una grande abbondanza di attività la natura mostra a uno una strada a un altro un’altra strada. È bello agire bene per lo stato, anche dirne bene non è assurdo; vuoi in pace vuoi in guerra è possibile diventare famosi; sia coloro che hanno agito sia coloro che hanno scritto le azioni degli altri, in molti sono lodati».

2 Ac mihi quidem, tametsi haudquaquam par gloria sequitur scriptorem et actorem rerum, tamen in primis arduum videtur res gestas scribere: primum, quod facta dictis exaequanda sunt; dehinc, quia plerique, quae delicta reprehenderis, malevolentia et invidia dicta putant, ubi de magna virtute atque gloria bonorum memores, quae sibi quisque facilia factu putat, aequo animo accipit, supra ea veluti ficta pro falsis ducit.

«E sebbene una gloria in nessun modo pari segue lo scrittore e l’autore della storia, tuttavia mi sembra particolarmente arduo scrivere le imprese: innanzitutto poiché le parole devono essere adeguate ai fatti; poi perché i più considerano dettati da malignità e invidia le colpe che si possono rimproverare; quando invece si fa menzione della grande virtù e gloria dei valorosi, le cose che ciascuno ritiene facili a farsi da parte sua, le accetta con animo sereno, quelle superiori le considera false, come inventate».

 – facta dictis exaequanda: stesso concetto in Isocrate, Panegirico, XIII: χαλεπόν ἐστιν ἴσους τοὺς λόγους τῷ μεγέθει τῶν ἔργων ἐξευρεῖν, «è difficile trovare le parole adeguate alla grandezza dei fatti».

  plerique … ducit: Il passo è ispirato al λόγος ἐπιτάφιος di Tucidide, II, 35, 2: χαλεπὸν γὰρ τὸ μετρίως εἰπεῖν ἐν ᾧ μόλις καὶ ἡ δόκησις τῆς ἀληθείας βεβαιοῦται. ὅ τε γὰρ ξυνειδὼς καὶ εὔνους ἀκροατὴς τάχ' ἄν τι ἐνδεεστέρως πρὸς ἃ βούλεταί τε καὶ ἐπίσταται νομίσειε δηλοῦσθαι, ὅ τε ἄπειρος ἔστιν ἃ καὶ πλεονάζεσθαι, διὰ φθόνον, εἴ τι ὑπὲρ τὴν αὑτοῦ φύσιν ἀκούοι. μέχρι γὰρ τοῦδε ἀνεκτοὶ οἱ ἔπαινοί εἰσι περὶ ἑτέρων λεγόμενοι, ἐς ὅσον ἂν καὶ αὐτὸς ἕκαστος οἴηται ἱκανὸς εἶναι δρᾶσαί τι ὧν ἤκουσεν· τῷ δὲ ὑπερβάλλοντι αὐτῶν φθονοῦντες ἤδη καὶ ἀπιστοῦσιν, «È difficile infatti parlare con la giusta misura in una situazione in cui a stento viene confermata la presunzione della verità. Infatti l’ascoltatore consapevole e benevolo potrebbe forse pensare che qualche aspetto sia illustrato in modo piuttosto carente rispetto a ciò che vuole e sa, e quello inesperto, per invidia, che ce ne siano alcuni anche esagerati, se sente qualcosa di al di sopra della propria natura. Fino a questo punto infatti sono tollerabili le lodi pronunciate su altri, nella misura in cui ciascuno pensa di essere capace egli stesso di fare qualcuna delle cose che ha sentito dire; quanto invece a ciò che eccede le proprie capacità provando subito invidia neanche vi credono».

[IV] 1 Igitur ubi animus ex multis miseriis atque periculis requievit et mihi reliquam aetatem a re publica procul habendam decrevi, non fuit consilium socordia atque desidia bonum otium conterere neque vero agrum colundo aut venando servilibus officiis, intentum aetatem agere;

«Dunque, quando l’animo trovò pace in seguito alle molte miserie e pericoli e decisi che dovevo tenere il resto della vita lontano dalla politica, il proposito non fu di consumare un tempo libero prezioso nell’indolenza e nella pigrizia, né del resto di passare la vita dedicandomi a coltivare la terra o cacciare, occupazioni da schiavi».

 – a re publica procul: l’allontanamento dalla politica non fu, con tutta probabilità, una scelta per Sallustio, ma una necessità imposta, come era stato anche per Cicerone

2 sed, a quo incepto studioque me ambitio mala detinuerat, eodem regressus statui res gestas populi Romani carptim, ut quaeque memoria digna videbantur, perscribere, eo magis, quod mihi a spe, metu, partibus rei publicae animus liber erat.

«Invece ritornato a quel medesimo progetto e a quella medesima passione da cui mi aveva distolto una cattiva ambizione, stabilii di mettere per iscritto le imprese del popolo romano per episodi, a seconda di come ciascuna mi sembrava degna di memoria; tanto più per il fatto che l’animo era libero dalla speranza, dalla paura, dalle fazioni politiche».


Infine sentiamo Schopenhauer, Parerga e paralipomenaAforismi sulla saggezza della vita:

capitolo secondo

La gente comune si preoccupa unicamente di passare il tempo; chi ha un qualche talento pensa invece a utilizzarlo… In tutti i paesi l’attività principale di ogni società è sempre stata il gioco delle carte: esso è la misura del valore di tale società, e la bancarotta dichiarata di tutti i pensieri. Dal momento che non hanno alcun pensiero da scambiarsi, essi si scambiano delle carte…


Otium sine litteris mors est et hominis vivi sepultura» (Seneca, Ep., 82, 3).


È stato infatti sostenuto abbastanza spesso, e non senza verosimiglianza, che l’uomo spiritualmente limitato è in fondo il più felice… Sofocle si è espresso al riguardo in due modi diametralmente opposti:


πολλῷ τὸ φρονεῖν εὐδαιμονίας πρῶτον ὑπάρχει

Sapere longe prima felicitatis pars est

Antig., 1323


e d’altro canto

ἐν τῷ φρονεῖν γὰρ μηδὲν ἥδιστος βίος

Nihil cogitantium iucundissima vita est

Aiax. 550


L’uomo privo di ogni bisogno spirituale è per l’appunto… con un’espressione… in origine tratta dalla vita studentesca… un filisteo. Costui è e rimane cioè l’ἄμουσος ἀνήρ… Costui è dunque un uomo senza bisogni spirituali… Nessun impulso alla conoscenza e alla comprensione, come fini a sé, e neppure nessun impulso verso godimenti propriamente estetici… Egli si sobbarcherà tuttavia, come una specie di lavoro forzato… quelli tra i godimenti di tale specie che gli sono imposti dalla moda o dall’autorità. Per lui i veri piaceri sono soltanto quelli sessuali, ed egli si rivale con questi. Di conseguenza le ostriche e lo champagne sono il punto culminante della sua esistenza, e lo scopo della sua vita consiste nel procurarsi tutto ciò che contribuisca al suo benessere materiale…


p.s.

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martedì 16 dicembre 2025

Gli uomini non sono, o non dovrebbero essere, bestie – Sallustio, Cat., 1

 

[I] 1 Omnis homines, qui sese student praestare ceteris animalibus, summa ope niti decet, ne vitam silentio transeant veluti pecora, quae natura prona atque ventri oboedientia finxit1Sed nostra omnis vis in animo et corpore sita est: animi imperio, corporis servitio magis utimur; alterum nobis cum dis, alterum cum beluis commune est2Quo mihi rectius videtur ingeni quam virium opibus gloriam quaerere et, quoniam vita ipsa, qua fruimur, brevis est, memoriam nostri quam maxume longam efficere3. 4 Nam divitiarum et formae gloria fluxa atque fragilis est, virtus clara aeternaque habetur4.

Sed diu magnum inter mortalis certamen fuit, vine corporis an virtute animi res militaris magis procederet5Nam et, prius quam incipias, consulto et, ubi consulueris, mature facto opus est67 Ita utrumque per se indigens alterum alterius auxilio eget7.

1 «Tutti gli uomini che desiderano essere superiori agli altri esseri viventi bisogna che si sforzino col massimo impegno di non trascorrere la vita sotto silenzio come le bestie, che la natura ha plasmato prone e obbedienti al ventre».

– Omnis: desinenza arcaica -is al posto di -es per l’accusativo plurale. – ne  transeant: completiva volitiva dipendente da niti, infinito di nitor– pecora … finxit: questo passo, il cui concetto è ripreso con parole simili nel capitolo successivo (multi mortales, dediti ventri atque somno, «molti mortali, dediti al ventre e al sonno»), risente sicuramente di un altro di Platone (Repubblica, 586a): [a] Οἱ ἄρα φρονήσεως καὶ ἀρετῆς ἄπειροι, εὐωχίαις δὲ καὶ τοῖς τοιούτοις ἀεὶ συνόντες, κάτω, ὡς ἔοικεν, καὶ μέχρι πάλιν πρὸς τὸ μεταξὺ φέρονταί τε καὶ ταύτῃ πλανῶνται διὰ βίου, ὑπερβάντες δὲ τοῦτο πρὸς τὸ ἀληθῶς ἄνω οὔτε ἀνέβλεψαν πώποτε οὔτε ἠνέχθησαν, οὐδὲ τοῦ ὄντος τῷ ὄντι ἐπληρώθησαν, οὐδὲ βεβαίου τε καὶ καθαρᾶς ἡδονῆς ἐγεύσαντο, ἀλλὰ βοσκημάτων δίκην κάτω ἀεὶ βλέποντες καὶ κεκυφότες εἰς γῆν καὶ εἰς τραπέζας βόσκονται χορταζόμενοι καὶ ὀχεύοντες, [b] καὶ ἕνεκα τῆς τούτων πλεονεξίας λακτίζοντες καὶ κυρίττοντες ἀλλήλους σιδηροῖς κέρασί τε καὶ ὁπλαῖς ἀποκτεινύασι διἀπληστίαν, ἅτε οὐχὶ τοῖς οὖσιν οὐδὲ τὸ ὂν οὐδὲ τὸ στέγον ἑαυτῶν πιμπλάντες, «Quelli che sono inesperti di pensiero e virtù, che sono sempre in festa e cose siffatte, sono portati, a quanto pare, verso il basso e di nuovo verso il mezzo e durante la vita vagano in questa condizione, né dopo aver superato questo grado, hanno mai alzato lo sguardo né si sono sollevati verso ciò che è veramente alto, né si sono saziati di ciò che realmente è, né hanno gustato un piacere sicuro e puro, ma alla maniera del bestiame, guardando sempre in basso e proni verso la terra e le mense, pascolano ingrassando e accoppiandosi, e per averne di più prendendosi a calci e cornate si uccidono tra loro con corna e zoccoli ferrei a causa dell’insaziabilità, poiché non saziano di sé stessi con cose reali né ciò che è né la dimora». L’idea è espressa da Platone in modo suggestivo anche in un altro dialogo (Sofista246a-c), individuando una guerra tra due modi di concepire la vita, una guerra potremmo dire tra materialismo e idealismo: καὶ μὴν ἔοικέ γε ἐν αὐτοῖς οἷον γιγαντομαχία τις εἶναι διὰ τὴν ἀμφισβήτησιν περὶ τῆς οὐσίας πρὸς ἀλλήλους [...] οἱ μὲν εἰς γῆν ἐξ οὐρανοῦ καὶ τοῦ ἀοράτου πάντα ἕλκουσι [...] ταὐτὸν σῶμα καὶ οὐσίαν ὁριζόμενοι [] «e certo in quelli sembra esserci come una gigantomachia dovuta a una disputa tra loro sull’essere [...] gli uni trascinano tutto a terra dal cielo e dall’invisibile [...] definendo come la stessa cosa corpo e essere […]» οἱ πρὸς αὐτοὺς ἀμφισβητοῦντες (τοὺς τῶν εἰδῶν φίλους, 248a) μάλα εὐλαβῶς ἄνωθεν ἐξ ἀοράτου ποθὲν ἀμύνονται, νοητὰ ἄττα καὶ ἀσώματα εἴδη βιαζόμενοι τὴν ἀληθινὴν οὐσίαν εἶναι [...] ἐν μέσῳ δὲ περὶ ταῦτα ἄπλετος ἀμφοτέρων μάχη τις, ὦ Θεαίτητε, ἀεὶ συνέστηκεν«quelli che disputano con loro (gli amici delle forme, 248a) con molta cautela si difendono dall'alto, da qualche luogo invisibile, imponendo con la violenza che la realtà vera consiste in certe forme intellegibili e incorporee [...] in mezzo, oh Teeteto, sussiste sempre una battaglia accanita di entrambi su queste cose». Per ulteriori approfondimenti vedi la scheda sulla «Gigantomachia sull’essere».

2 «Invece tutta la nostra forza è situata nellanimo e nel corpo: dellanimo utilizziamo di più la capacità di comandare, del corpo quella di servire; uno lo abbiamo in comune con gli dèi, laltro con le bestie».

– Qui emerge la contrapposizione tra anima e corpo, di matrice platonica, ma l’idea che l’uomo occupi una posizione intermedia tra bestia e dio possiamo ricollegarla ad Aristotele (Politica[1253a]): ὁ ἄνθρωπος φύσει πολιτικὸν ζῷον, καὶ ὁ ἄπολις διὰ φύσιν καὶ οὐ διὰ τύχην ἤτοι φαῦλός ἐστιν, ἢ κρείττων ἢ ἄνθρωπος, «l’uomo è per natura animale politico, e chi è privo di città, per natura e non per casualità, è senza dubbio un abbietto oppure una creatura superiore allessere umano», e la ragione sta nel fatto che οὐθὲν γάρ, ὡς φαμέν, μάτην ἡ φύσις ποιεῖ· λόγον δὲ μόνον ἄνθρωπος ἔχει τῶν ζῴων«Niente infatti, come diciamo, fa invano la natura: luomo solamente tra gli animali possiede la parola».

3 «Perciò mi sembra più giusto ricercare la gloria con le risorse dell’intelligenza piuttosto che con quelle della forza e, siccome la vita stessa di cui godiamo è breve, rendere il ricordo di noi il più lungo possibile».

4 «Infatti la gloria delle ricchezze e della bellezza è passeggera e fragile, la virtù invece è un possesso splendido ed eterno».

Il concetto che Sallustio ha di virtù si precisa più avanti, in particolare in 11, 1: Sed primo magis ambitio quam avaritia animos hominum exercebat, quod tamen vitium propius virtutem erat, «Ma in principio travagliava gli animi degli uomini più dell’avidità l’ambizione, che tuttavia è un vizio assai vicino alla virtù», si intende ovviamente una virtù alla Machiavelli, cioè svincolata dalla morale, come la definisce Nietzsche (Frammenti postumi 1887-1888, 10 [50]) Tugend im Renaissancestile freilich, virtù, moralinfreie Tugend «Virtù nello stile del Rinascimento naturalmente, virtù, virtù svincolata da morale». Per Machiavelli cfr. Principe, XXV: «iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l'altra metà, o presso, a noi» in quanto essa «dimostra la sua potenza dove non è ordinata virtù a resisterle». In cosa consista la virtù, cioè la parte che spetta all’uomo, viene spiegato nel cap. XVIII: «Dovete adunque sapere come e' sono dua generazioni di combattere: l'uno, con le leggi; l'altro, con la forza. Quel primo è proprio dello uomo; quel secondo, delle bestie. Ma perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo: pertanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo […] Sendo dunque necessitato uno principe sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione: perché el lione non si difende da' lacci, la golpe non si difende da' lupi; bisogna adunque essere golpe a conoscere e' lacci, e lione a sbigottire e' lupi: coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendono. Non può pertanto uno signore prudente, né debbe, osservare la fede quando tale osservanzia gli torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E se li uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono: ma perché e' sono tristi e non la osserverebbono a te, tu etiam non l'hai a osservare a loro […] e quello che ha saputo meglio usare la golpe, è meglio capitato. Ma è necessario questa natura saperla bene colorire ed essere gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici gli uomini, e tanto ubbidiscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverrà sempre chi si lascerà ingannare». Così sintetizza il concetto Foscolo (Ultime lettere di Jacopo Ortis, 4 dicembre 1798): «credimi; la fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia; due quarti alla sorte; e l'altro quarto a' loro delitti».

5 «Ma a lungo ci fu tra i mortali una grande disputa, se l’arte militare progredisse di più per la forza del corpo o per la virtù dell’animo».

– vine: vi + ne enclitico, per introdurre l’interrogativa indiretta disgiuntiva vine… an

6 «Infatti c’è bisogno sia, prima di cominciare, di decidere, sia, dopo aver deciso, di agire nei tempi opportuni».

– consulto … facto: participi perfetti in ablativo dipendenti da opus est, che quando regge un predicato, come in questo caso, si costruisce così.

7 «Così entrambi i fattori in sé difettosi hanno bisogno l’uno dell’aiuto dell’altro».


p.s.

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sabato 29 novembre 2025

Imperialismo, romano e non – intero e con PDF

 

 PDF

La logica dell’imperialismo viene chiaramente espressa da Tucidide: è l’ultimo dei tre discorsi di Pericle, il quale mette in guardia gli Ateniesi dal desistere da una politica imperialistica, la quale, una volta intrapresa, non lascia la libertà di abbandonarla senza la rovina di chi l’abbandona.

II, 63, 2

ἧς οὐδἐκστῆναι ἔτι ὑμῖν ἔστιν, εἴ τις καὶ τόδε ἐν τῷ παρόντι δεδιὼς ἀπραγμοσύνῃ ἀνδραγαθίζεται· ὡς τυραννίδα γὰρ ἤδη ἔχετε αὐτήν, ἣν [3] λαβεῖν μὲν ἄδικον δοκεῖ εἶναι, ἀφεῖναι δὲ ἐπικίνδυνον… τὸ γὰρ ἄπραγμον οὐ σῴζεται μὴ μετὰ τοῦ δραστηρίου τεταγμένον, οὐδὲ ἐν ἀρχούσῃ πόλει ξυμφέρει, ἀλλἐν ὑπηκόῳ, ἀσφαλῶς δουλεύειν.
«E non vi è neppure più possibile rinunciarvi1, se uno, avendo paura nel momento presente, si comporta da uomo per bene anche in questo, volendo stare in pace; infatti ormai possedete un impero che è come una tirannide, che sembra ingiusto aver conquistato, ma rischioso lasciar andare… la pace infatti non si salva se non si è schierata insieme all’attività energica, ed essere schiavi nella sicurezza non conviene in una città che comanda, ma in una sottomessa».

Il concetto è poi ribadito da Cleone in III, 37, 2. Mitilene si è ribellata e bisogna dare una punizione esemplare per impedire il ripetersi di tali episodi, essendo la natura del potere tale da dover essere esercitato in modo spietato: l’epigono di Pericle dunque invita gli Ateniesi a considerare ὅτι τυραννίδα ἔχετε τὴν ἀρχὴν καὶ πρὸς ἐπιβουλεύοντας αὐτοὺς καὶ ἄκοντας ἀρχομένους, οἳ οὐκ ἐξ ὧν ἂν χαρίζησθε βλαπτόμενοι αὐτοὶ ἀκροῶνται ὑμῶν, ἀλλἐξ ὧν ἂν ἰσχύι μᾶλλον ἢ τῇ ἐκείνων εὐνοίᾳ περιγένησθε, «che possedete un impero che è una tirannide e che è imposto a uomini che tramano e si sottomettono contro la propria volontà, i quali vi ubbidiscono non per le cose di cui voi stessi, danneggiandovi, li gratificate, ma per il fatto che siete superiori più per la forza che per la loro benevolenza». Dunque il meccanismo del potere è che per conservarsi deve continuamente essere esercitato.

Polibio presenta l’imperialismo romano come il fine a cui tende la storia e ne dà una specie di giustificazione per esempio in Storie VI, dove nel capitolo 50, nel parlare della costituzione di Licurgo, Polibio ne tesse l’elogio, ma solo se si vuole preservare la sicurezza e la libertà; poi prosegue:

εἰ δέ τις μειζόνων ἐφίεται, κἀκείνου κάλλιον καὶ σεμνότερον εἶναι νομίζει τὸ πολλῶν μὲν ἡγεῖσθαι, πολλῶν δἐπικρατεῖν καὶ δεσπόζειν, πάντας δεἰς αὐτὸν ἀποβλέπειν [4] καὶ νεύειν πρὸς αὐτόν, τῇδέ πῃ συγχωρητέον τὸ μὲν Λακωνικὸν ἐνδεὲς εἶναι πολίτευμα, τὸ δὲ Ῥωμαίων διαφέρειν καὶ δυναμικωτέραν ἔχειν τὴν σύστασιν (50, 3-4),
«se invece uno aspira a imprese maggiori, e ritiene che sia più bello e nobile di quello guidare molti, dominare e signoreggiare molti, che tutti guardino a lui e pieghino il capo davanti a lui, in questo caso bisogna ammettere che la forma di governo spartana è difettosa, mentre quella romana è superiore e ha una costituzione più forte».

Sallustio nell’Epistola di Mitridate lo condanna: Namque Romanis cum nationibus, populis, regibus cunctis una et ea vetus causa bellandi est, cupido profunda imperi et divitiarum, «e infatti i Romani hanno quell’unica e antica causa di fare la guerra con tutte le nationi, i popoli e i re, la brama illimitata di potere e ricchezza». Viene dunque smontata ogni possibile nobiltà delle ragioni dell’imperialismo.

Anche Tacito lo condanna in Agricola, 30:

Romani, quorum superbiam frustra per obsequium ac modestiam effugias. Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae, et mare scrutantur: si locuples hostis est, avari, si pauper, ambitiosi, quos non Oriens, non Occidens satiaverit: soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt. Auferre, trucidare, rapere, falsis nominibus imperium, atque, ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, 
«I Romani, dei quali invano puoi evitare la superbia con la sottomissione e la docilità2. Rapinatori del mondo, dopo che a loro che devastano tutto sono mancate le terre, scrutano il mare: se il nemico è ricco sono avidi, se è povero bramosi di potere, essi che non l’Oriente, non l’Occidente possono saziare: soli tra tutti bramano con uguale slancio ricchezza e povertà. Rubare, massacrare, rapire lo chiamano con falsi nomi impero e dove fanno un deserto lo chiamano pace3».

Lo giustifica però nelle Historiae (IV, 73-74):

Siamo tra la fine del 69 e linizio del 70, Vitellio è morto e gli è succeduto Vespasiano, ma la situazione scaturita dalla guerra civile ancora non è stabile (bellum magis desierat quam pax coeperat«era finita la guerra più che cominciata la pace»Hist., IV, 1, 1). La ribellione dei Germani (strenui sostenitori di Vitellio) si espande tra i Galli, a domare i quali viene inviato il generale Petilio Ceriale. Quello che segue è il discorso che egli rivolge ai Galli dopo averli sedati.

Eadem semper causa Germanis transcendendi in Gallias, libido atque avaritia et mutandae sedis amor, ut relictis paludibus et solitudinibus suis fecundissimum hoc solum vosque ipsos possiderent: ceterum libertas et speciosa nomina praetexuntur; nec quisquam alienum servitium et dominationem sibi concupivit ut non eadem ista vocabula usurparet. Regna bellaque per Gallias semper fuēre donec in nostrum ius concederetis. Nos, quamquam totiens lacessiti, iure victoriae id solum vobis addidimus, quo pacem tueremur; [] quo modo sterilitatem aut nimios imbris et cetera naturae mala, ita luxum vel avaritiam dominantium tolerate. Vitia erunt, donec homines, sed neque haec continua et meliorum interventu pensantur [...] Nam pulsis, quod di prohibeant, Romanis quid aliud quam bella omnium inter se gentium existent? octingentorum annorum fortunā disciplināque compages haec coaluit, quae convelli sine exitio convellentium non potest: sed vobis maximum discrimen, penes quos aurum et opes, praecipuae bellorum causae. Proinde pacem et urbem, quam victi victoresque eodem iure obtinemus, amate colite: moneant vos utriusque fortunae documenta ne contumaciam cum pernicie quam obsequium cum securitate malitis. 
«È sempre lo stesso il motivo per i Germani di passare nelle Gallie, la brama e l’avidità e la voglia di cambiare sede, per possedere, abbandanate le loro paludi e desolazioni, questo terreno fertilissimo e voi stessi: del resto sono addotte come copertura la libertà bei nomi; e non c’è nessuno che ha desiderato per sé l’asservimento altrui e il dominio in modo da non servirsi di quei medesimi vocaboli. Regni e guerre ci sono sempre stati per le Gallie finché non siete finiti sotto la nostra autorità. Noi, seppure tante volte provocati, per diritto di vittoria abbiamo aggiunto solo ciò con cui proteggere la pace; […] come fate con la sterilità o le piogge eccessive e le altre calamità naturali, così sopportate il lusso e l’avidità dei dominatori. I vizi ci saranno, finché ci saranno uomini, ma né queste cose sono continue e sono compensate dall’alternanza di momenti migliori […] Infatti una volta cacciati i Romani, che gli dèi lo impediscano, cosa altro rimarrà se non le guerre di tutti i popoli tra di loro? Questa struttura si è sviluppata grazie alla fortuna e alla disciplina di ottocento anni, e non può essere abbattuta senza la distruzione di chi la abbatte: ma il pericolo più grande è per voi, presso i quali ci sono oro e ricchezze, le principali cause delle guerre. Perciò amate, curate la pace e la città che vinti e vincitori otteniamo con parità di diritti: vi siano di monito gli insegnamenti della sorte di entrambi, affinché non preferiate una ribellione con rovina a una obbedienza con sicurezza».
Sempre Tacito poi mostra due diversi atteggiamenti (uno moderato o rinunciatario e uno velleitario) sulle possibilità di successo dell’imperialismo romano nei confronti dei Germani. Il primo si trova in Germania, 33:

Maneat, quaeso, duretque gentibus, si non amor nostri, at certe odium sui, quando urgentibus imperii fatis nihil iam praestare fortuna maius potest quam hostium discordiam. 
«Rimanga, io prego, e perduri tra le genti, se non lamore verso di noi, quanto meno lodio tra di loro, dal momento che incalzando le sorti dellimpero niente ormai la fortuna può fornire di più grande che la discordia dei nemici».

L’altro si trova in Annales, II, 26Si sta parlando di Tiberio che dopo aver inviato Germanico contro i Germani lo richiama dopo le prime vittorie dicendo che Posse et Cheruscos ceterasque rebellium gentis, quoniam Romanae ultioni consultum esset, internis discordiis relinqui«si potevano lasciare alle loro discordie interne i Cherusci e gli altri popoli ribelli, poiché si era provveduto alla vendetta di Roma», ma lo storico attribuisce tendenziosamente tale strategia allinvidia di Tiberio: Haud cunctatus est ultra Germanicus, quamquam fingi ea, seque per invidiam parto iam decŏri abstrahi intellegeret«Germanico non indugiò oltre, sebbene capisse che quegli argomenti erano falsi, e che per invidia veniva strappato alla gloria già raggiunta». Tacito lascia intendere che se Tiberio non avesse richiamato Germanico, questi avrebbe potuto conquistare la libera Germania ricoprendosi di gloria. Quello che è cambiato tra la Germania e gli Annales è il contesto storico: nel primo caso siamo subito dopo la morte di Domiziano, per cui Tacito dice (Germania, 37proximis temporibus triumphati magis quam victi sunt«Nei tempi recenti [i Germani] sono stati oggetto di trionfo più che di vittoria», manifestando sfiducia nelle possibilità di vittoria; nel secondo caso siamo sotto il principato di Traiano che aveva ripreso energicamente la politica espansionistica facendo raggiungere all’impero la sua massima estensione.


1 All’egemonia, nominata prima.

2 Qui Tacito sembra voler smascherare la celebrazione dell’imperialismo romano che si trova in Virgilio, Eneide, VI, vv. 851-853: tu regere imperio populos, Romane, memento / (hae tibi erunt artes), pacique imponere morem, / parcere subiectis et debellare superbos«Tu, Romano, ricorda di regnare sui popoli con imperio / (queste saranno le tue arti), imporre il costume della pace, / risparmiare chi si è sottomesso e sterminare i superbi». Sono le parole con cui Anchise sintetizza la missione che spetterà al figlio Enea in Italia, fondando la stirpe romana.

3 La condanna dell’imperialismo pronunciata dal nemico esterno («obiettività epica») possiamo riscontrarla anche nelle Troiane di Euripide (vv. 764-765): ὦ βάρβαρ’ ἐξευρόντες Ἕλληνες κακά, / τί τόνδε παῖδα κτείνετ’ οὐδὲν αἴτιον;, «Oh Greci che avete inventato barbare atrocità, / perché uccidete questo bambino che non ha nessuna colpa?». Questi versi pronunciati da una troiana contro i Greci (non Achei o Danai) nel 415 a.C. ad Atene non potevano non significare per gli spettatori Ateniesi una condanna dell’imminente, e destinata al disastro, spedizione in Sicilia (415-413 a.C.).


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venerdì 28 novembre 2025

Imperialismo, romano e non – parte 2

 

Polibio presenta l’imperialismo romano come il fine a cui tende la storia e ne dà una specie di giustificazione per esempio in Storie VI, dove nel capitolo 50, nel parlare della costituzione di Licurgo, Polibio ne tesse l’elogio, ma solo se si vuole preservare la sicurezza e la libertà; poi prosegue:

εἰ δέ τις μειζόνων ἐφίεται, κἀκείνου κάλλιον καὶ σεμνότερον εἶναι νομίζει τὸ πολλῶν μὲν ἡγεῖσθαι, πολλῶν δἐπικρατεῖν καὶ δεσπόζειν, πάντας δεἰς αὐτὸν ἀποβλέπειν [4] καὶ νεύειν πρὸς αὐτόν, τῇδέ πῃ συγχωρητέον τὸ μὲν Λακωνικὸν ἐνδεὲς εἶναι πολίτευμα, τὸ δὲ Ῥωμαίων διαφέρειν καὶ δυναμικωτέραν ἔχειν τὴν σύστασιν (50, 3-4),
«se invece uno aspira a imprese maggiori, e ritiene che sia più bello e nobile di quello guidare molti, dominare e signoreggiare molti, che tutti guardino a lui e pieghino il capo davanti a lui, in questo caso bisogna ammettere che la forma di governo spartana è difettosa, mentre quella romana è superiore e ha una costituzione più forte».

Sallustio nell’Epistola di Mitridate lo condanna: Namque Romanis cum nationibus, populis, regibus cunctis una et ea vetus causa bellandi est, cupido profunda imperi et divitiarum, «e infatti i Romani hanno quell’unica e antica causa di fare la guerra con tutte le nationi, i popoli e i re, la brama illimitata di potere e ricchezza». Viene dunque smontata ogni possibile nobiltà delle ragioni dell’imperialismo.


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Polibio, Il ciclo delle costituzioni e la costituzione mista - 7° parte

 

Capitolo 57

  Con questo capitolo si conclude il trattato sulle costituzioni.

 Dunque alla fine Polibio fa una pessimistica constatazione, in linea con la tendenza degli antichi a concepire la storia come decadenza: Ὅτι μὲν οὖν πᾶσι τοῖς οὖσιν ὑπόκειται φθορὰ καὶ μεταβολὴ σχεδὸν οὐ προσδεῖ λόγων· ἱκανὴ γὰρ ἡ τῆς φύσεως ἀνάγκη παραστῆσαι τὴν τοιαύτην πίστιν (1), «Che dunque alla base di tutti gli esseri ci sia corruzione e mutamento non ha quasi bisogno di parole: è sufficiente infatti la necessità della natura a confermare tale convinzione».

  Viene ribadito poi che uno stato può incontrare delle difficoltà dall’esterno (fattori naturali, nemici…) o dall’interno (cfr. VI, 10, 3-5); infine ritorna sul concetto che il motore del cambiamento in peggio è da rintracciare nell’opulenza che segue il successo, la quale a sua volta spinge alla brama di potere e all’ambizione1; a questo punto si incarica del cambiamento il popolo, ὁ δῆμος, manipolato da altri bramosi di potere: τότε γὰρ ἐξοργισθεὶς καὶ θυμῷ πάντα βουλευόμενος οὐκέτι θελήσει πειθαρχεῖν οὐδἴσον ἔχειν τοῖς προεστῶσιν, ἀλλὰ πᾶν [9] καὶ τὸ πλεῖστον αὐτός. οὗ γενομένου τῶν μὲν ὀνομάτων τὸ κάλλιστον ἡ πολιτεία μεταλήψεται, τὴν ἐλευθερίαν καὶ δημοκρατίαν, τῶν δὲ πραγμάτων τὸ χείριστον, τὴν ὀχλοκρατίαν (8-9), «a quel punto adiratosi e guidato dalla passione in tutto non vuole più ubbidire né essere pari ai capi, ma padrone lui completamente di tutto. Avvenuto ciò, la costituzione assumerà in cambio il più bello dei nomi, libertà e democrazia, ma il peggiore dei governi, l’oclocrazia».

  Qui finisce la trattazione e riprende la narrazione da dove si era interrotto, cioè dal 216 a.C., subito dopo la battaglia di Canne.

 1 Analoga concezione si trova in Sallustio che, in entrambe le sue monografie, insiste sulla fuzione positiva del metus hostilis, «la paura del nemico». Vediamo prima il De Catilinae coniurationeIgitur domi militiaeque boni mores colebantur; concordia maxuma, minuma avaritia erat; ius bonumque apud eos non legibus magis quam natura valebat«Dunque sia in pace sia in guerra venivano praticati i buoni costumi; massima era la concordia, minima lavidità; il diritto e lonestà erano in auge non più per le leggi che per disposizione naturale» (9, 1); sta parlando delle origini, poi aggiunge: Sed ubi labore atque iustitia res publica crevit, reges magni bello domiti, nationes ferae et populi ingentes vi subacti, Carthago, aemula imperi Romani, ab stirpe interiit, cuncta maria terraeque patebant, saevire fortuna ac miscere omnia coepit. 2 Qui labores, pericula, dubias atque asperas res facile toleraverant, iis otium divitiaeque optanda alias, oneri miseriaeque fuere, «Ma quando lo stato grazie alla fatica e alla giustizia crebbe, grandi re fu domati in guerra, genti feroci e popoli grandi furono sottomessi con la violenza, Cartagine, rivale dell’impero, fu totalmente estirpata, tutti i mari e le terre si aprivano, la sorte cominciò a incrudelire e a rimescolare tutto. Coloro che avevano sopportato fatiche, pericoli situazioni incerte e aspre con facilità, per questi l’ozio e la ricchezza, cose desiderabili in altre circostanza, furono un grave motivo di sventura» (10, 1-2).
  Il medesimo argomento si trova anche in 
Bellum Iugurthinum41: Ceterum mos partium et factionum ac deinde omnium malarum artium paucis ante annis Romae ortus est otio atque abundantia earum rerum, quae prima mortales ducunt. Nam ante Carthaginem deletam populus et senatus Romanus placide modesteque inter se rem publicam tractabant, neque gloriae neque dominationis certamen inter civis erat: metus hostilis in bonis artibus civitatem retinebat. Sed ubi illa formido mentibus decessit, scilicet ea, quae res secundae amant, lascivia atque superbia incessere. Ita quod in adversis rebus optaverant otium, postquam adepti sunt, asperius acerbiusque fuit, «Del resto il costume dei partiti e delle fazioni e poi di tutte le cattive pratiche nacque a Roma pochi anni prima a causa dell’ozio e dell’abbondanza di quelle cose che i mortali considerano di primaria importanza. Infatti prima della distruzione di Cartagine il popolo e il senato romano affrontavano tra loro la politica con pacatezza e misura, né tra i cittadini c’era competizione per la gloria e il dominio: la paura del nemico tratteneva i cittadini nei buoni costumi. Ma quando quel timore si allontanò dalle menti, evidentemente quei vizi che la prosperità ama, dissolutezza e suberbia, si fecero avanti. Così quell’ozio che nelle avversitàavevano desiderato, dopo averlo ottenuto, fu particolarmente aspro e penetrante».


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