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mercoledì 31 dicembre 2025

Seneca, Epistulae, 31 – Le sirene

 

Le Sirene

(Omero, Seneca e Cicerone)


  2. Ad summam sapiens eris, si cluseris aures, quibus ceram parum est obdere: firmiore spissamento opus est quam in sociis usum Ulixem ferunt. Illa vox quae timebatur erat blanda, non tamen publica: at haec quae timenda est non ex uno scopulo sed ex omni terrarum parte circumsonat.

  «2. Insomma, sarai sapiente, se avrai chiuso le orecchie, turare le quali con la cera è poco: ci vuole un tappo più consistente di quello che tramandano che Ulisse usò per i compagni. Quella voce che temeva era seducente, non tuttavia generale: ma quella che deve essere temuta echeggia non da un solo scoglio ma da ogni parte della terra1».

  3. unum bonum est, quod beatae vitae causa et firmamentum est, sibi fidere.

  «3. Uno solo è il bene che è causa e fondamento di una vita beata, avere fiducia in se stessi».

  7. non est viri timere sudorem.

  «7. non è da uomini temere il sudore2».


1 L’episodio delle Sirene si trova in Odissea, XII, vv. 158-200. Diverso è l’uso che ne fa Cicerone (De finibus bonorum et malorum, V, XVIII, 48-49). L’Arpinate lo sfrutta per dimostrare il desiderio di conoscenza innato nell’uomo: Tantus est igitur innatus in nobis cognitionis amor et scientiae, ut nemo dubitare possit quin ad eas res hominum natura nullo emolumento invitata rapiatur, «Tanto grande dunque è in noi l’amore di conoscere e sapere, che nessuno può dubitare che la natura degli uomini non vi sia trascinata attratta da alcun vantaggio». Cicerone fa una serie di esempi al termine dei quali cita Omero: mihi quidem Homerus huius modi quiddam vidisse videatur in iis, quae de Sirenum cantibus finxerit. neque enim vocum suavitate videntur aut novitate quadam et varietate cantandi revocare eos solitae, qui praetervehebantur, sed quia multa se scire profitebantur, ut homines ad earum saxa discendi cupiditate adhaerescerent. ita enim invitant Ulixem, «certo Omero mi pare aver scorto qualcosa del genere in quei versi che compose sui canti delle Sirene. Sembrano solite infatti attirare coloro che pasavano con la nave non grazie alla dolcezza delle voci o una certa novità e diversità del canto, ma poiché dichiaravano di sapere molte cose, per adescare gli uomini sui loro scogli con la brama di imparare. Così infatti attirano Odisseo». Seguono i vv. 184-191 tradotti in latino (in esametri, ma non troppo letteralmente); li riporto con gli originali e una mia traduzione: O decus Argolicum, quin puppim flectis, Ulixes, / Auribus ut nostros possis agnoscere cantus! / Nam nemo haec umquam est transvectus caerula cursu, / Quin prius adstiterit vocum dulcedine captus, / Post variis avido satiatus pectore musis / Doctior ad patrias lapsus pervenerit oras. / Nos grave certamen belli clademque tenemus, / Graecia quam Troiae divino numine vexit, / Omniaque e latis rerum vestigia terris (δεῦρ’ ἄγ’ ἰών, πολύαιν’ Ὀδυσεῦ, μέγα κῦδος Ἀχαιῶν, / νῆα κατάστησον, ἵνα νωϊτέρην ὄπ’ ἀκούσῃς. / οὐ γάρ πώ τις τῇδε παρήλασε νηῒ μελαίνῃ, / πρίν γ’ ἡμέων μελίγηρυν ἀπὸ στομάτων ὄπ’ ἀκοῦσαι, / ἀλλ’ ὅ γε τερψάμενος νεῖται καὶ πλείονα εἰδώς. / ἴδμεν γάρ τοι πάνθ’, ὅσ’ ἐνὶ Τροίῃ εὐρείῃ / Ἀργεῖοι Τρῶές τε θεῶν ἰότητι μόγησαν, / ἴδμεν δ’ ὅσσα γένηται ἐπὶ χθονὶ πουλυβοτείρῃ, «Su, vieni qui, molto famoso Odisseo, grande vanto degli Achei, / arresta la nave, affinché ascolti la nostra voce. / Nessuno mai infatti è passato oltre qui con la nera nave, / prima almeno di aver ascoltato dalle nostre bocche la voce dal suono di miele, / ma rallegratosi riparte e sapendo più cose. / Noi infatti sappiamo tutto quanto nell’ampia Troia / Argivi e Troiani patirono per volere degli dèi, / noi sappiamo tutto quanto avviene sulla terra alma»). Quindi Cicerone conclude: Vidit Homerus probari fabulam non posse, si cantiunculis tantus irretitus vir teneretur; scientiam pollicentur, quam non erat mirum sapientiae cupido patria esse cariorem. Atque omnia quidem scire, cuiuscumque modi sint, cupere curiosorum, duci vero maiorum rerum contemplatione ad cupiditatem scientiae summorum virorum est putandum, «Vide Omero che il mito non poteva essere approvato, se un eroe così grande fosse stato irretito da delle canzonette; promettono il sapere, che non è strano per uno bramoso di sapienza che sia più caro della patria. E in effetti il desiderio di sapere tutte le cose, di qualunque genere siano, è proprio dei curiosi, mentre quello di essere guidati con la contemlazione delle cose più imporanti al desiderio di sapere deve ritenersi proprio degli uomini sommi».

2 Cfr. EsiodoOpere e giorni289-90: τῆς δἀρετῆς ἱδρῶτα θεοὶ προπάροιθεν ἔθηκαν / ἀθάνατοι, «davanti alla virtù hanno posto il sudore gli dèi / immortali».


p.s.

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giovedì 30 ottobre 2025

Perché i buoni soffrono se c’è una provvidenza? – Seneca, De providentia, II, 1-4

 


 
II.

1. ’Quare multa bonis uiris aduersa eueniunt?' Nihil accidere bono uiro mali potest: non miscentur contraria. Quemadmodum tot amnes, tantum superne deiectorum imbrium, tanta medicatorum uis fontium non mutant saporem maris, ne remittunt quidem, ita aduersarum impetus rerum uiri fortis non uertit animum: manet in statu et quidquid euenit in suum colorem trahit; est enim omnibus externis potentior.

«1. “Perché agli uomini buoni capitano molte avversità?” Nulla di male può accadere all’uomo buono: non si mescolano i contrari. Proprio come tanti fiumi, tante piogge precipitate dal cielo, una così grande abbondanza di fonti curative non mutano il gusto del mare, nemmeno lo attenuano, così l’assalto delle avversità non piega l’animo dell’uomo forte: rimane in posizione e qualsiasi cosa capiti se ne appropria dandogli il proprio colore1; è infatti più potente di tutte le cose esterne».

2. Nec hoc dico, non sentit illa, sed uincit, et alioqui quietus placidusque contra incurrentia attollitur. Omnia aduersa exercitationes putat. Quis autem, uir modo et erectus ad honesta, non est laboris adpetens iusti et ad officia cum periculo promptus? Cui non industrio otium poena est?

«2. E non dico questo, che non le percepisce, ma che le vince, e in altre situazioni pacifico e tranquillo si solleva contro gli assalti, Tutte le avversità le considera allenamenti. Chi, purché sia un uomo vero e indirizzato a imprese onorevole, non è desideroso di una giusta fatica2 e disposto a correre pericoli per i doveri? Per quale persona operosa l’ozio non è una punizione?»

3. Athletas uidemus, quibus uirium cura est, cum fortissimis quibusque confligere et exigere ab iis per quos certamini praeparantur ut totis contra ipsos uiribus utantur; caedi se uexarique patiuntur et, si non inueniunt singulos pares, pluribus simul obiciuntur.

«3. Noi vediamo gli atleti, che hanno a cuore il vigore dei corpi, scontrarsi con tutti i più forti e esigere da coloro attraverso i quali si preparano alla gara, che usino contro di loro tutte le forze; si lasciano ferire e maltrattare e, se non trovano singoli alla loro altezza, si scagliano contro più di uno contemporaneamente».

4. Marcet sine aduersario uirtus: tunc apparet quanta sit quantumque polleat, cum quid possit patientia ostendit. Scias licet idem uiris bonis esse faciendum, ut dura ac difficilia non reformident nec de fato querantur, quidquid accidit boni consulant, in bonum uertant; non quid sed quemadmodum feras interest.

«4. Marcisce la virtù senza un avversario: allora appare quanto sia grande e quanto valga, quando mostra ciò di cui è capace con la sopportazione. Sappi pure che la medesima cosa devono fare gli uomini buoni, cioè non temere le cose dure e difficili3 né lamentarsi del fato, qualsiasi cosa accada prenderla per un bene, volgerla in bene; non cosa, ma come sopporti fa la differenza».

 1 La traduzione letterale sarebbe «la tira verso il proprio colore», cioè se ne appropria rendendola un vantaggio. Per chiarire l’espressione è utile un passo di SchopenhauerParerga e paralipomena II, Capitolo ventiduesimo, Pensare da sé: «257. Come la più ricca biblioteca, se è in disordine, non è utile, quanto una piuttosto modesta, ma ben ordinata; parimenti la più grande quantità di conoscenze se non elaborate a fondo con il proprio pensiero vale assai meno di una quantità molto minore di esse, che però sia stata pensata a fondo e da più punti di vista. Infatti soltanto mediante la combinazione, svolta in ogni senso, di quello che sappiamo, e mediante il confronto di ogni verità con ogni altra, è possibile assimilare il proprio saper e averne sicuro possesso. Si può pensare a fondo soltanto ciò che si sa, perciò bisogna imparare qualcosa, ma si sa, altresì, soltanto ciò che si è pensato a fondo… 260. La lettura non è che un surrogato del pensiero autonomo… Bisogna leggere, dunque, soltanto quando la sorgente dei pensieri propri cessa di sgorgare… Invece, è un peccato contro lo spirito santo scacciare i pensieri propri

Anche se alle volte una verità, una intuizione, che siamo riusciti a cogliere con molta fatica e lentamente, pensando e combinando i nostri pensieri in modo autonomo, si sarebbe potuta trovare bella e pronta e agevolmente in un libro, quella verità è tuttavia cento volte più preziosa, se si è raggiunta pensando da sé… porta il colore, la sfumatura, limpronta del nostro intero modo di pensare… Perciò i versi di Goethe:

Ciò che hai in eredità dai padri

guadagnalo per possederlo

… Colui che pensa da sé impara a conoscere le autorità che confermano le sue vedute soltanto in seguito… mentre il filosofo libresco parte dalle autorità».

 2 L’idea risale a EsiodoOpere, 289 τῆς δἀρετῆς ἱδρῶτα θεοὶ προπάροιθεν ἔθηκαν, «davanti alla virtù gli dèi hanno posto il sudore». La stessa torna altrove in SenecaEpistulae, 31, 7: non est viri timere sudorem«non è da uomini temere il sudore»; 67, 12: cape, quantam debes, virtutis pulcherrimae ac magnificentissimae speciem, quae nobis non ture nec sertis, sed sudore et sanguine colenda est, «devi capire, è tuo dovere, lo splendore della bellissima e magnificentissima virtù, che noi dobbiamo onorare non con incenso e corone, ma con sudore e sangue».

 3 Anche perché come dice Socrate in Repubblica, VI, 497d: τὰ γὰρ δὴ μεγάλα πάντα ἐπισφαλῆ, καὶ τὸ λεγόμενον τὰ καλὰ τῷ ὄντι χαλεπά, «tutte le cose grandi sono rischiose, e c’è il detto le cose belle sono in realtà difficili».

martedì 22 aprile 2025

A Papa Francesco – Marcet sine adversario virtus – Seneca, De providentia, II, 1-4

A Papa Francesco 


II.

1. ’Quare multa bonis uiris aduersa eueniunt?' Nihil accidere bono uiro mali potest: non miscentur contraria. Quemadmodum tot amnes, tantum superne deiectorum imbrium, tanta medicatorum uis fontium non mutant saporem maris, ne remittunt quidem, ita aduersarum impetus rerum uiri fortis non uertit animum: manet in statu et quidquid euenit in suum colorem trahit; est enim omnibus externis potentior.

«1. “Perché agli uomini buoni capitano molte avversità?” Nulla di male può accadere all’uomo buono: non si mescolano i contrari. Proprio come tanti fiumi, tante piogge precipitate dal cielo, una così grande abbondanza di fonti curative non mutano il gusto del mare, nemmeno lo attenuano, così l’assalto delle avversità non piega l’animo dell’uomo forte: rimane in posizione e qualsiasi cosa capiti se ne appropria dandogli il proprio colore1; è infatti più potente di tutte le cose esterne».

2. Nec hoc dico, non sentit illa, sed uincit, et alioqui quietus placidusque contra incurrentia attollitur. Omnia aduersa exercitationes putat. Quis autem, uir modo et erectus ad honesta, non est laboris adpetens iusti et ad officia cum periculo promptus? Cui non industrio otium poena est?

«2. E non dico questo, che non le percepisce, ma che le vince, e in altre situazioni pacifico e tranquillo si solleva contro gli assalti, Tutte le avversità le considera allenamenti. Chi, purché sia un uomo vero e indirizzato a imprese onorevole, non è desideroso di una giusta fatica2 e disposto a correre pericoli per i doveri? Per quale persona operosa l’ozio non è una punizione?»

3. Athletas uidemus, quibus uirium cura est, cum fortissimis quibusque confligere et exigere ab iis per quos certamini praeparantur ut totis contra ipsos uiribus utantur; caedi se uexarique patiuntur et, si non inueniunt singulos pares, pluribus simul obiciuntur.

«3. Noi vediamo gli atleti, che hanno a cuore il vigore dei corpi, scontrarsi con tutti i più forti e esigere da coloro attraverso i quali si preparano alla gara, che usino contro di loro tutte le forze; si lasciano ferire e maltrattare e, se non trovano singoli alla loro altezza, si scagliano contro più di uno contemporaneamente».

4. Marcet sine aduersario uirtus: tunc apparet quanta sit quantumque polleat, cum quid possit patientia ostendit. Scias licet idem uiris bonis esse faciendum, ut dura ac difficilia non reformident nec de fato querantur, quidquid accidit boni consulant, in bonum uertant; non quid sed quemadmodum feras interest.

«4. Marcisce la virtù senza un avversario: allora appare quanto sia grande e quanto valga, quando mostra ciò di cui è capace con la sopportazione. Sappi pure che la medesima cosa devono fare gli uomini buoni, cioè non temere le cose dure e difficili3 né lamentarsi del fato, qualsiasi cosa accada prenderla per un bene, volgerla in bene; non cosa, ma come sopporti fa la differenza».


1 La traduzione letterale sarebbe «la tira verso il proprio colore», cioè se ne appropria rendendola un vantaggio. Per chiarire l’espressione è utile un passo di Schopenhauer, Parerga e paralipomena II, Capitolo ventiduesimo, Pensare da sé: «257. Come la più ricca biblioteca, se è in disordine, non è utile, quanto una piuttosto modesta, ma ben ordinata; parimenti la più grande quantità di conoscenze se non elaborate a fondo con il proprio pensiero vale assai meno di una quantità molto minore di esse, che però sia stata pensata a fondo e da più punti di vista. Infatti soltanto mediante la combinazione, svolta in ogni senso, di quello che sappiamo, e mediante il confronto di ogni verità con ogni altra, è possibile assimilare il proprio saper e averne sicuro possesso. Si può pensare a fondo soltanto ciò che si sa, perciò bisogna imparare qualcosa, ma si sa, altresì, soltanto ciò che si è pensato a fondo… 260. La lettura non è che un surrogato del pensiero autonomo… Bisogna leggere, dunque, soltanto quando la sorgente dei pensieri propri cessa di sgorgare… Invece, è un peccato contro lo spirito santo scacciare i pensieri propri

Anche se alle volte una verità, una intuizione, che siamo riusciti a cogliere con molta fatica e lentamente, pensando e combinando i nostri pensieri in modo autonomo, si sarebbe potuta trovare bella e pronta e agevolmente in un libro, quella verità è tuttavia cento volte più preziosa, se si è raggiunta pensando da sé… porta il colore, la sfumatura, limpronta del nostro intero modo di pensare… Perciò i versi di Goethe:

Ciò che hai in eredità dai padri

guadagnalo per possederlo

… Colui che pensa da sé impara a conoscere le autorità che confermano le sue vedute soltanto in seguito… mentre il filosofo libresco parte dalle autorità».

2 L’idea risale a Esiodo, Opere, 289 τῆς δἀρετῆς ἱδρῶτα θεοὶ προπάροιθεν ἔθηκαν«davanti alla virtù gli dèi hanno posto il sudore». La stessa torna altrove in Seneca: Epistulae, 31, 7: non est viri timere sudorem«non è da uomini temere il sudore»; 67, 12: cape, quantam debes, virtutis pulcherrimae ac magnificentissimae speciem, quae nobis non ture nec sertis, sed sudore et sanguine colenda est, «devi capire, è tuo dovere, lo splendore della bellissima e magnificentissima virtù, che noi dobbiamo onorare non con incenso e corone, ma con sudore e sangue».

3 Anche perché come dice Socrate in Repubblica, VI, 497d: τὰ γὰρ δὴ μεγάλα πάντα ἐπισφαλῆ, καὶ τὸ λεγόμενον τὰ καλὰ τῷ ὄντι χαλεπά«tutte le cose grandi sono rischiose, e c’è il detto le cose belle sono in raltà difficcili».

giovedì 12 dicembre 2024

Seneca, Epistulae, 31

 


Le Sirene

(Omero, Seneca e Cicerone)


  2. Ad summam sapiens eris, si cluseris aures, quibus ceram parum est obdere: firmiore spissamento opus est quam in sociis usum Ulixem ferunt. Illa vox quae timebatur erat blanda, non tamen publica: at haec quae timenda est non ex uno scopulo sed ex omni terrarum parte circumsonat.

  «2. Insomma, sarai sapiente, se avrai chiuso le orecchie, turare le quali con la cera è poco: ci vuole un tappo più consistente di quello che tramandano che Ulisse usò per i compagni. Quella voce che temeva era seducente, non tuttavia generale: ma quella che deve essere temuta echeggia non da un solo scoglio ma da ogni parte della terra1».

  3. unum bonum est, quod beatae vitae causa et firmamentum est, sibi fidere.

  «3. Uno solo è il bene che è causa e fondamento di una vita beata, avere fiducia in se stessi».

  7. non est viri timere sudorem.

  «7. non è da uomini temere il sudore2».

  1 L’episodio delle Sirene si trova in Odissea, XII, vv. 158-200. Diverso è l’uso che ne fa Cicerone (De finibus bonorum et malorum, V, XVIII, 48-49). L’Arpinate lo sfrutta per dimostrare il desiderio di conoscenza innato nell’uomo: Tantus est igitur innatus in nobis cognitionis amor et scientiae, ut nemo dubitare possit quin ad eas res hominum natura nullo emolumento invitata rapiatur, «Tanto grande dunque è in noi l’amore di conoscere e sapere, che nessuno può dubitare che la natura degli uomini non vi sia trascinata attratta da alcun vantaggio». Cicerone fa una serie di esempi al termine dei quali cita Omero: mihi quidem Homerus huius modi quiddam vidisse videatur in iis, quae de Sirenum cantibus finxerit. neque enim vocum suavitate videntur aut novitate quadam et varietate cantandi revocare eos solitae, qui praetervehebantur, sed quia multa se scire profitebantur, ut homines ad earum saxa discendi cupiditate adhaerescerent. ita enim invitant Ulixem, «certo Omero mi pare aver scorto qualcosa del genere in quei versi che compose sui canti delle Sirene. Sembrano solite infatti attirare coloro che pasavano con la nave non grazie alla dolcezza delle voci o una certa novità e diversità del canto, ma poiché dichiaravano di sapere molte cose, per adescare gli uomini sui loro scogli con la brama di imparare. Così infatti attirano Odisseo». Seguono i vv. 184-191 tradotti in latino (in esametri, ma non troppo letteralmente); li riporto con gli originali e una mia traduzione: O decus Argolicum, quin puppim flectis, Ulixes, / Auribus ut nostros possis agnoscere cantus! / Nam nemo haec umquam est transvectus caerula cursu, / Quin prius adstiterit vocum dulcedine captus, / Post variis avido satiatus pectore musis / Doctior ad patrias lapsus pervenerit oras. / Nos grave certamen belli clademque tenemus, / Graecia quam Troiae divino numine vexit, / Omniaque e latis rerum vestigia terris (δεῦρ’ ἄγ’ ἰών, πολύαιν’ Ὀδυσεῦ, μέγα κῦδος Ἀχαιῶν, / νῆα κατάστησον, ἵνα νωϊτέρην ὄπ’ ἀκούσῃς. / οὐ γάρ πώ τις τῇδε παρήλασε νηῒ μελαίνῃ, / πρίν γ’ ἡμέων μελίγηρυν ἀπὸ στομάτων ὄπ’ ἀκοῦσαι, / ἀλλ’ ὅ γε τερψάμενος νεῖται καὶ πλείονα εἰδώς. / ἴδμεν γάρ τοι πάνθ’, ὅσ’ ἐνὶ Τροίῃ εὐρείῃ / Ἀργεῖοι Τρῶές τε θεῶν ἰότητι μόγησαν, / ἴδμεν δ’ ὅσσα γένηται ἐπὶ χθονὶ πουλυβοτείρῃ, «Su, vieni qui, molto famoso Odisseo, grande vanto degli Achei, / arresta la nave, affinché ascolti la nostra voce. / Nessuno mai infatti è passato oltre qui con la nera nave, / prima almeno di aver ascoltato dalle nostre bocche la voce dal suono di miele, / ma rallegratosi riparte e sapendo più cose. / Noi infatti sappiamo tutto quanto nell’ampia Troia / Argivi e Troiani patirono per volere degli dèi, / noi sappiamo tutto quanto avviene sulla terra alma»). Quindi Cicerone conclude: Vidit Homerus probari fabulam non posse, si cantiunculis tantus irretitus vir teneretur; scientiam pollicentur, quam non erat mirum sapientiae cupido patria esse cariorem. Atque omnia quidem scire, cuiuscumque modi sint, cupere curiosorum, duci vero maiorum rerum contemplatione ad cupiditatem scientiae summorum virorum est putandum, «Vide Omero che il mito non poteva essere approvato, se un eroe così grande fosse stato irretito da delle canzonette; promettono il sapere, che non è strano per uno bramoso di sapienza che sia più caro della patria. E in effetti il desiderio di sapere tutte le cose, di qualunque genere siano, è proprio dei curiosi, mentre quello di essere guidati con la contemlazione delle cose più imporanti al desiderio di sapere deve ritenersi proprio degli uomini sommi».

  2 Cfr. Esiodo, Opere e giorni, 289-90: τῆς δ' ἀρετῆς ἱδρῶτα θεοὶ προπάροιθεν ἔθηκαν / ἀθάνατοι, «davanti alla virtù hanno posto il sudore gli dèi / immortali».