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venerdì 19 giugno 2026

Maturità 2026 – versione di LATINO TRADOTTA e spunti di commento

 

Libro I, 10.


XIII. Nam Plato cum in aliis quibusdam tum praecipue in Timaeo ne intellegi quidem nisi ab iis qui hanc quoque partem disciplinae diligenter perceperint potest.

«Infatti Platone sia in certi altri dialoghi (ma va bene anche scritti, opere etc.) sia in particolare nel Timeo (meglio se messo tra virgolette, visto che è un titolo) non può essere neppure capito se non da coloro che hanno appreso bene con cura anche questa parte della dottrina (cioè questa parte della dottrina pitagorica)».

De philosophis loquor, quorum fons ipse Socrates iam senex institui lyra non erubescebat?

Parlo dei filosofi, la cui fonte stessa, Socrate, ormai anziano, non arrossiva  (si vergognava di) essere istruito nella lira».

XIV. Duces maximos et fidibus et tibiis cecinisse traditum, exercitus Lacedaemoniorum musicis accensos modis.

«Si tramanda che grandissimi condottieri abbiano cantato con (accompagnati da) la lira e i flauti (va bene anche abbiano suonato), che gli eserciti dei Lacedemoni fossero infiammati a ritmo di musica (con ritmi musicali)».

Quid autem aliud in nostris legionibus cornua ac tubae faciunt? Quorum concentus quanto est uehementior, tantum Romana in bellis gloria ceteris praestat.

«Cos’altro fanno del resto corni e trombe nelle nostre legioni? E la loro armonia quanto più è potente, tanto più la gloria romana è superiore agli (a quella degli) altri».

XV. Non igitur frustra Plato ciuili uiro, quem πολιτικν uocat, necessariam musicen credidit.

«Non invano (non senza motivo) Platone credette la musica necessaria all’uomo politico (qui bisognava scegliere un aggettivo che potesse tradurre anche πολιτικς, di cui civilis è la traduzione latina; ci sono varie possibilità), che chiama πολιτικς (nella traduzione sarebbe meglio usare il nominativo, ma non è fondamentale).

Et eius sectae, quae aliis seuerissima, aliis asperrima uidetur, principes in hac fuere sententia, ut existimarent sapientium aliquos nonnullam operam his studiis accommodaturos, et Lycurgus, durissimarum Lacedaemoniis legum auctor, musices disciplinam probauit.

E (poteva tradursi anche sia… sia… ) gli iniziatori (principali rappresentanti, caposcuola, maestri etc.) di quella scuola che pare ad alcuni severissima, ad altri difficilissima, furono di questo parere, pensavano cioè che avrebbero dedicato (di dedicare) un certo impegno a questi studi, e Licurgo, autore di leggi durissime per i Lacedemoni, approvò l’insegnamento della musica».

XVI. Atque eam natura ipsa uidetur ad tolerandos facilius labores uelut muneri nobis dedisse, si quidem et remigem cantus hortatur;

«E la natura stessa sembra averla data come in dono a noi per sopportare più facilmente le fatiche, se in effetti (davvero, veramente, se è vero che) il canto incita perfino (anche, addirittura) il rematore;».


Commento.

  1. Non creava nessun problema; io avrei fatto un testo unico sintetizzando al massimo qui per dedicarmi agli altri punti.
  2. Io avrei detto che la sintassi e il lessico non presentano significative particolarità, se non nella ripresa del motivo, prima platonico poi aristotelico, dell’uomo come «animale politico», collegandolo al prevalere della dimensione pubblica su quella privata (vedi il discorso di Pericle in Tucidide), aggiungendo che nel mito di Er, invece, viene anticipato il prevalere  della dimensione privata (vedi la scelta di Ulisse).
  3. In questo punto avrei puntato su Nietzsche: la musica come espressione dello spirito dionisiaco, la tragedia che nasce dal coro, che cantava e danzava, il progressivo prevalere del dialogo a danno della musica con cui Euripide uccide la tragedia in combutta con Socrate. Ci stava anche una confutazione di Nietzsche, dato che nel brano emerge invece un apprezzamento della musica da parte di Socrate.
    Segnalo un nesso di una mia studentessa a cui non avevo pensato ma che è arguto, il fr. 128 di Archiloco, che esorta a riconoscere il ritmo della vita, che dunque in fondo ha un tessuto musicale.
    Ci si poteva riferire anche alla catarsi aristotelica.
    Infine avrei riflettuto sull’impoliticità della musica (Quintiliano in fondo era un intellettuale compromesso con il potere), almeno quella senza parole: non a caso la lirica fiorì sotto i tiranni, mentre l’Atene democratica non conobbe lirici.
p.s.
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martedì 16 giugno 2026

Seneca, Epistulae, 1 – Omnia aliena sunt, tantum tempus nostrum est – Maturità 2026

 

Questa epistola apre la raccolta e affronta un tema molto caro a Seneca, tema che già aveva sviluppato nel De brevitate vitae.


I – 1

[1] Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva. Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt. Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit. Et si volueris attendere, magna pars vitae elabitur male agentibus, maxima nihil agentibus, tota vita aliud agentibus.

«Fa' così, mio Lucilio: rivendica te a te stesso, e il tempo che fino ad ora veniva rubato o sottratto o si perdeva raccoglilo e conservalo. Persuaditi che ciò è così come scrivo: certi momenti ci vengono strappati, certi portati via a nostra insaputa, certi scorrono via. Vergognosissima tuttavia è la perdita che avviene per trascuratezza. E se volessi fare attenzione, una gran parte della vita scivola via per chi fa le cose male, la massima per chi non fa niente, la vita intera per chi fa altro1».

[2] Quem mihi dabis qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterit; quidquid aetatis retro est mors tenet. Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas complectere; sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris.

«Chi mi darai che attribuisca un qualche valore al tempo, che stimi preziosa la giornata, che capisca che muore ogni giorno? In questo infatti ci inganniamo, nel fatto che vediamo la morte davanti (a noi): gran parte di essa è ormai alle spalle; tutta la parte di vita che è dietro la contiene la morte. Fa' dunque, mio Lucilio, ciò che scrivi che (in effetti) fai, abbraccia tutte le ore; così accadrà che dipenda meno dal domani, se metti le mani sull’oggi».

[3] Dum differtur vita transcurrit. Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult. Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et vilissima sunt, certe reparabilia, imputari sibi cum impetravere patiantur, nemo se iudicet quicquam debere qui tempus accepit, cum interim hoc unum est quod ne gratus quidem potest reddere.

«Mentre viene rimandata la vita trascorre2. Tutte le cose, Lucilio, appartengono ad altri, solo il tempo appartiene a noi; la natura ci ha messo nel possesso di questa unica cosa fugace e scivolosa, (possesso) da cui ci espelle chiunque lo voglia. E così grande è la stoltezza dei mortali che i beni più piccoli e meno preziosi, certamente recuperabili, lasciano che vengano messi loro in conto, una volta ottenuti, ma non giudica di essere in debito di qualcosa nessuno che ha ricevuto del tempo, quando invece questa è l'unica cosa che neppure una persona grata può restituire3».

[4] Interrogabis fortasse quid ego faciam qui tibi ista praecipio. Fatebor ingenue: quod apud luxuriosum sed diligentem evenit, ratio mihi constat impensae. Non possum dicere nihil perdere, sed quid perdam et quare et quemadmodum dicam; causas paupertatis meae reddam. Sed evenit mihi quod plerisque non suo vitio ad inopiam redactis: omnes ignoscunt, nemo succurrit.

«Chiederai forse che cosa faccio io che ti insegno queste cose. Lo confesserò francamente: ciò che capita a uno dedito al lusso ma oculato, mi torna il conto della spesa. Non posso dire di non perdere niente, però potrei dire che cosa perdo e perchè e in che modo; posso rendere ragione della mia povertà. Però mi capita ciò che (capita) alla maggior parte di quelli ridotti in povertà non per proprio difetto: tutti li perdonano, nessuno li soccorre».

[5] Quid ergo est? non puto pauperem cui quantulumcumque superest sat est; tu tamen malo serves tua, et bono tempore incipies. Nam ut visum est maioribus nostris, 'sera parsimonia in fundo est'; non enim tantum minimum in imo sed pessimum remanet. Vale.

«E dunque? Non considero povero quello per cui è sufficiente ciò che rimane, per quanto sia poco; quanto a te, tuttavia, preferisco che conservi il tuo, e che cominci in tempo utile. Infatti come è sembrato giusto ai nostri antenati, “tardiva è la parsimonia alla fine”; sul fondo infatti non rimane solo la parte minore ma la peggiore. Sta' bene».


1 Questo “altro” è per esempio, secondo Schopenhauer, il gioco delle carte: «La gente comune si preoccupa unicamente di passare il tempo; chi ha un qualche talento pensa invece a utilizzarloIn tutti i paesi lattività principale di ogni società è sempre stata il gioco delle carte: esso è la misura del valore di tale società, e la bancarotta dichiarata di tutti i pensieri. Dal momento che non hanno alcun pensiero da scambiarsi, essi si scambiano delle carte» (Parerga e paralipomena I, Aforismi sulla saggezza della vita, cap. II).

2 Il concetto riassunto efficacemente in questa sentenza viene ripreso in modo altrettanto efficace da Schopenhauer: «La maggior parte delle persone, se alla fine guarderanno indietro, troveranno di aver vissuto per tutta la vita ad interim, e si meraviglieranno di vedere che proprio ciò che hanno lasciato passare senza considerarlo e senza goderlo è stato la loro vita, è stato proprio quello nellattesa del quale hanno vissuto. E così infatti è di regola il corso della vita umana: luomo preso in giro dalla speranza, finisce a passo di danza tra le braccia della morte» (Parerga e paralipomena II, cap. 11, § 145).

3 La gratitudine è uno dei valori ritenuti più importanti dagli antichi; così si esprime Teognide, Silloge (105-112): Δειλοὺς εὖ ἕρδοντι ματαιοτάτη χάρις ἐστίν· / ἶσον καὶ σπείρειν πόντον ἁλὸς πολιῆς. / οὔτε γὰρ ἂν πόντον σπείρων βαθὺ λήιον ἀμῶις, / οὔτε κακοὺς εὖ δρῶν εὖ πάλιν ἀντιλάβοις· / ἄπληστον γὰρ ἔχουσι κακοὶ νόον· ἢν δ' ἓν ἁμάρτηις, / τῶν πρόσθεν πάντων ἐκκέχυται φιλότης· / οἱ δ' ἀγαθοὶ τὸ μέγιστον ἐπαυρίσκουσι παθόντες, / μνῆμα δ' ἔχουσ' ἀγαθῶν καὶ χάριν ἐξοπίσω. «E' un favore del tutto vano fare del bene ai vili: / è come seminare la superficie del mare canuto. / Infatti seminando il mare non mieti folta messe, / né facendo del bene ai malvagi puoi riceverne del bene in cambio: / ché i malvagi hanno mente insaziabile; se tu fallisci, / l’affetto per tutti i favori di prima si versa per terra. I buoni invece gustano al massimo quanto ricevono (οἱ ἀγαθοὶ τὸ μέγιστον ἐπαύρισκουσι παθόντες), / e serbano memoria dei beni e gratitudine in seguito».
Sulla gratitudine vedi anche un mio piccolo percorso che parte da Lucrezio.

mercoledì 10 giugno 2026

Tacito, Annales, XVI, 18-19 – Petronio: ritratto e morte – Maturità 2026

PDF 


[18] De C. Petronio pauca supra repetenda sunt. Nam illi dies per somnum, nox officiis et oblectamentis vitae transigebatur; utque alios industria, ita hunc ignavia ad famam protulerat, habebaturque non ganeo et profligator, ut plerique sua haurientium, sed erudito luxu. ac dicta factaque eius quanto solutiora et quandam sui neglegentiam praeferentia, tanto gratius in speciem simplicitatis accipiebantur. proconsul tamen Bithyniae et mox consul vigentem se ac parem negotiis ostendit. dein revolutus ad vitia seu vitiorum imitatione inter paucos familiarium Neroni adsumptus est, elegantiae arbiter, dum nihil amoenum et molle adfluentia putat, nisi quod ei Petronius adprobavisset. Unde invidia Tigellini quasi adversus aemulum et scientia voluptatum potiorem. Ergo crudelitatem principis, cui ceterae libidines cedebant, adgreditur, amicitiam Scaevini Petronio obiectans, corrupto ad indicium servo ademptaque defensione et maiore parte familiae in vincla rapta.

«[18] Riguardo a Petronio bisogna richiamare un po’ di dati indietro nel tempo. Infatti egli trascorreva il giorno nel sonno, la notte nei doveri e nei divertimenti della vita; e come l’operosità aveva portato alla fama gli altri, questo ve lo aveva portato l’indolenza, ed era considerato non un debosciato e uno scialacquatore, come i più che danno fondo alle loro sostanze, ma uno dalla raffinatezza ricercata. E le sue parole e azioni quanto più erano disinvolte e presentavano una certa noncuranza di sé, con tanto maggior favore erano accolte come manifestazione di semplicità. Tuttavia come proconsole in Bitinia e subito dopo come console si dimostrò energico e all’altezza dei compiti. Poi ritornato ai vizi o anche per imitazione dei vizi, fu ammesso tra i pochi intimi di Nerone, come arbitro di eleganza, tanto che il principe niente riteneva bello e delicato in quella sovrabbondanza se non ciò che Petronio gli avesse approvato. Da qui l’indidia di Tigellino come contro un rivale e uno superiore nella scienza dei piaceri. Dunque stuzzica la crudeltà del principe, passione davanti alla quale cedevano le restanti, rinfacciando a Petronio l’amicizia di Scevino, dopo aver corrotto uno schiavo per denunciarlo, inoltre essendogli stata sottratta la possibilità di difendersi e trascinata in carcere la maggior parte della servitù».

[19] Forte illis diebus Campaniam petiverat Caesar, et Cumas usque progressus Petronius illic attinebatur; nec tulit ultra timoris aut spei moras. Neque tamen praeceps vitam expulit, sed incisas venas, ut libitum, obligatas aperire rursum et adloqui amicos, non per seria aut quibus gloriam constantiae peteret. Audiebatque referentis nihil de immortalitate animae et sapientium placitis, sed levia carmina et facilis versus. servorum alios largitione, quosdam verberibus adfecit. iniit epulas, somno indulsit, ut quamquam coacta mors fortuitae similis esset. Ne codicillis quidem, quod plerique pereuntium, Neronem aut Tigellinum aut quem alium potentium adulatus est, sed flagitia principis sub nominibus exoletorum feminarumque et novitatem cuiusque stupri perscripsit atque obsignata misit Neroni. fregitque anulum ne mox usui esset ad facienda pericula.

[19] Per caso in quei giorni Cesare si dirigeva in Campania, e Petronio, avendo proseguito fino a Cuma là si tratteneva; né sopportò oltre prolungamenti di paura o speranza. Né d’altra parte si precipitò a scacciare la vita, ma apriva di nuovo le vene tagliate che, a capriccio, erano state ricucite e parlava agli amici, non di argomenti seri o con i quali ricercare la gloria della costanza. E ascoltava gente che non riferiva nulla sull’immortalità dell’anima o sulle sentenze dei sapienti, ma poesie leggere e versi poco impegnativi. Degli schiavi alcuni trattò con generosità, altri a frustate. Si diede al banchetto, si abbandonò al sonno, affinché la morte, per quanto imposta, fosse simile a una casualità. Neppure nel testamento adulò Nerore o Tigellino o qualcun altro dei potenti, cosa che facevano i più dei morenti, ma mise bene per iscritto le infamie del principe, sotto i nomi dei pervertiti e delle femmine, e la stranezza di ogni tipo di rapporto sessuale e lo mandò corredato di sigillo a Nerone. Poi ruppe l’anello affinchè in seguito non servisse a creare dei pericoli».


p.s.

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martedì 7 aprile 2026

Euripide, Baccanti – esodo (vv. 1363-1392) – testo e traduzione – Maturità 2026

 

Fine del dramma 


Αγ.

ὦ πάτερ, ἐγὼ δὲ σοῦ στερεῖσα φεύξομαι.

Κα.

τί μ' ἀμφιβάλλεις χερσίν, ὦ τάλαινα παῖ,

ὄρνις ὅπως κηφῆνα πολιόχρων κύκνος;        1365

Ag.
O padre, io andrò in esilio privata di te.
Ca.
Perché mi getti attorno le braccia, o figlia sventurata,
come un volatile cigno con il canuto vecchio sfinito?
Αγ.

ποῖ γὰρ τράπωμαι πατρίδος ἐκβεβλημένη;

Κα.

οὐκ οἶδα, τέκνον· σμικρὸς ἐπίκουρος πατήρ.

Ag.
Dove dovrei rivolgermi allora, scacciata dalla patria?
Ca.
Non lo so, creatura; tuo padre è un soccorritore da poco.
Αγ.

χαῖρ', ὦ μέλαθρον, χαῖρ', ὦ πατρία

πόλις· ἐκλείπω σ' ἐπὶ δυστυχίᾳ

φυγὰς ἐκ θαλάμων.         1370

Ag.
Addio, casa, addio città
dei padri; ti abbandono nella sventura
esule dal talamo.

Κα.

στεῖχέ νυν, ὦ παῖ, τὸν Ἀρισταίου

. . . . . .

Αγ. στένομαί σε, πάτερ. Κα. κἀγώ, τέκνον,

καὶ σὰς ἐδάκρυσα κασιγνήτας.†

Ca.
Ora va’, o figlia, da Aristeo
. . . . . .
Ag. Ti compiango, padre. Ca. E io te, figlia,
e ho versato lacrime per le tue sorelle.

Αγ.

δεινῶς γὰρ τάνδ' αἰκείαν

Διόνυσος ἄναξ                 1375

τοὺς σοὺς εἰς οἴκους ἔφερε.†

Ag.
Terribilmente infatti questa brutalità
portava nella tua casa.   

Δι.

καὶ γὰρ ἔπασχον δεινὰ πρὸς ὑμῶν,

ἀγέραστον ἔχων ὄνομ' ἐν Θήβαις.

Di.
E infatti subivo ingiurie terribili da parte vostra,
avendo un nome senza riconoscimento a Tebe.

Αγ. χαῖρε πάτερ μοι. Κα. χαῖρ', ὦ μελέα

θύγατερ· χαλεπῶς ‹δ'› ἐς τόδ' ἂν ἥκοις.     1380

Ag. Stammi bene padre. Ca. Sta’ bene, infelice
figlia; ma difficilmente potresti arrivarci.

Αγ.

ἄγετ' ὦ πομποί με κασιγνήτας

ἵνα συμφυγάδας ληψόμεθ' οἰκτράς.

ἔλθοιμι δ' ὅπου

μήτε Κιθαιρὼν ‹ἔμ᾽ ἴδοι› μιαρὸς

μήτε Κιθαιρῶν' ὄσσοισιν ἐγώ,                 1385

μηδ' ὅθι θύρσου μνῆμ' ἀνάκειται·

βάκχαις δ' ἄλλαισι μέλοιεν.

Ag.
Guidatemi amiche, dove prenderemo
le sorelle, misere compagne di esilio.
Vorrei andare dove
il Citerone contaminato non mi veda
né io il Citerone con i miei occhi,
e dove neppure il ricordo del tirso si trovi;
stiano a cuore ad altre baccanti.


[Χο. πολλαὶ μορφαὶ τῶν δαιμονίων,

πολλὰ δ' ἀέλπτως κραίνουσι θεοί·

καὶ τὰ δοκηθέντ' οὐκ ἐτελέσθη,        1390

τῶν δ' ἀδοκήτων πόρον ηὗρε θεός.

τοιόνδ' ἀπέβη τόδε πρᾶγμα.]

[Co. Molte sono le forme delle divinità,
molte cose in modo inatteso compiono gli dèi;
e le cose aspettate non si sono realizzate,
mentre di quelle inaspettate un dio ha trovato la via.
Così è andata a finire questa azione.]


p.s.

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mercoledì 1 aprile 2026

Euripide, Baccanti – esodo (vv. 1344-1362) – testo e traduzione – Maturità 2026

 

Κα.

Διόνυσε, λισσόμεσθά σ', ἠδικήκαμεν.

Δι.

ὄψ' ἐμάθεθ' ἡμᾶς, ὅτε δ' ἐχρῆν οὐκ ᾔδετε.                 1345

Ca.

Dioniso, ti preghiamo, abbiamo sbagliato.

Di.

Tardi ci avete riconosciuto, quando era necessario, non ne volevate sapere.

Κα.

ἐγνώκαμεν ταῦτ'· ἀλλ' ἐπεξέρχῃ λίαν.

Δι.

καὶ γὰρ πρὸς ὑμῶν θεὸς γεγὼς ὑβριζόμην.

Ca.

Questo lo abbiamo compreso; ma il tuo castigo è eccessvo.
 Di.
E infatti io, che sono un dio, ero oltraggiato da voi.

Κα.

ὀργὰς πρέπει θεοὺς οὐχ ὁμοιοῦσθαι βροτοῖς.

Δι.

πάλαι τάδε Ζεὺς οὑμὸς ἐπένευσεν πατήρ.

Ca.

Non si addice agli dèi assimilarsi ai mortali nelle ire.
 Di.
Da tempo Zeus, mio padre, mi accordò questa prerogativa.

Αγ.

αἰαῖ, δέδοκται, πρέσβυ, τλήμονες φυγαί.     1350

Δι.

τί δῆτα μέλλεθ' ἅπερ ἀναγκαίως ἔχει;

Ag.

Ahi ahi, la decisione è presa, vecchio, sciagurati esili.

Di.

Perché allora indugiate in ciò che è necessario?

Κα.

ὦ τέκνον, ὡς ἐς δεινὸν ἤλθομεν κακὸν

‹πάντες›, σύ θ' ἡ τάλαινα σύγγονοί τε σαὶ

ἐγώ θ' ὁ τλήμων· βαρβάρους ἀφίξομαι

γέρων μέτοικος, ἔτι δέ μοὐστὶ θέσφατον     1355

ἐς Ἑλλάδ' ἀγαγεῖν μιγάδα βαρβάρων στρατόν.

Ca.

O figlio, come arrivammo a un male terribile
<tutti>, tu la misera e le tue sorelle
ed io il disgraziato; raggiungerò dei barbari
vecchio meteco, inoltre è per me decretato da dio
di condurre in Ellade un esercito misto di barbari.

καὶ τὴν Ἄρεως παῖδ' Ἁρμονίαν, δάμαρτ' ἐμήν,

δράκων δρακαίνης ‹φύσιν› ἔχουσαν ἀγρίαν

ἄξω 'πὶ βωμοὺς καὶ τάφους Ἑλληνικούς,

ἡγούμενος λόγχαισιν· οὐδὲ παύσομαι     1360

κακῶν ὁ τλήμων οὐδὲ τὸν καταιβάτην

Ἀχέροντα πλεύσας ἥσυχος γενήσομαι.

E la figlia di Ares, Armonia, mia sposa,
con natura selvaggia di dragonessa io drago
condurrò contro altari e tombe elleniche,
alla guida di una schiera di lancieri; e non avrò pausa
dai mali, disgraziato, né dopo aver navigato
l’Acheronte che conduce sotto terra avrò pace.


p.s.

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domenica 29 marzo 2026

Euripide, Baccanti – esodo (vv. 1327-1343) – testo e traduzione – Maturità 2026

 

La bizzarra predizione

 

Χο.

τὸ μὲν σὸν ἀλγῶ, Κάδμε· σὸς δ' ἔχει δίκην

παῖς παιδὸς ἀξίαν μέν, ἀλγεινὴν δὲ σοί.

Co.

Soffro la tua sorte; però il figlio di tua figlia ha
la punizione che si merita, anche se dolorosa per te.

Αγ.

ὦ πάτερ, ὁρᾷς γὰρ τἄμ' ὅσῳ μετεστράφη

. . . . . .

. . . . . .

‹Δι.›

. . . . . .

. . . . . .

δράκων γενήσῃ μεταβαλών, δάμαρ τε σὴ     1330

ἐκθηριωθεῖσ' ὄφεος ἀλλάξει τύπον,

ἣν Ἄρεος ἔσχες Ἁρμονίαν θνητὸς γεγώς.

Ag.

O padre, vedi infatti quanto si è stravolto il mio…
. . . . . .
. . . . . .

Di.

. . . . . .
. . . . . .
trasformandoti diventerai un drago, e la tua sposa
imbestiandosi cambierà forma in quella di serpe,
Armonia, che figlia di Ares tu prendesti pur essendo mortale.

ὄχον δὲ μόσχων, χρησμὸς ὡς λέγει Διός,

ἐλᾷς μετ' ἀλόχου βαρβάρων ἡγούμενος.

πολλὰς δὲ πέρσεις ἀναρίθμῳ στρατεύματι                 1335

πόλεις· ὅταν δὲ Λοξίου χρηστήριον

διαρπάσωσι, νόστον ἄθλιον πάλιν

σχήσουσι· σὲ δ' Ἄρης Ἁρμονίαν τε ῥύσεται

μακάρων τ' ἐς αἶαν σὸν καθιδρύσει βίον.

Un carro di buoi, come dice l’oracolo di Zeus,
condurrai con la moglie alla guida di barbari.
Molte città distruggerai con un immenso
esercito; quando però l’oracolo del Lossia
saccheggeranno, avranno indietro un ritorno
infelice; Ares però salverà te e Armonia
e trasferirà la tua vita nella terra dei beati.

ταῦτ' οὐχὶ θνητοῦ πατρὸς ἐκγεγὼς λέγω        1340

Διόνυσος ἀλλὰ Ζηνός· εἰ δὲ σωφρονεῖν

ἔγνωθ', ὅτ' οὐκ ἠθέλετε, τὸν Διὸς γόνον

ηὐδαιμονεῖτ' ἂν σύμμαχον κεκτημένοι.

Queste cose le dico non nato da padre mortale
io Dioniso, ma da Zeus: se aveste saputo
essere saggi, quando non volevate, sareste feliciavendo il figlio di Zeus come alleato.

 

p.s.

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martedì 24 marzo 2026

Euripide, Baccanti – esodo (vv. 1298-1326) – testo e traduzione – Maturità 2026

 

Αγ.

τὸ φίλτατον δὲ σῶμα ποῦ παιδός, πάτερ;

Κα.

ἐγὼ μόλις νιν ἐξερευνήσας φέρω.

Ag.
L’amatissimo corpo di mio figlio dov’è, padre?

Ca.

Io lo porto dopo averlo cercato con fatica.

Αγ.

ἦ πᾶν ἐν ἄρθροις συγκεκλῃμένον καλῶς;     1300

Κα.

. . . . . .

Αγ.

Πενθεῖ δὲ τί μέρος ἀφροσύνης προσῆκ' ἐμῆς;

Ag.

Tutto ben collegato nelle articolazioni?

Ca.

. . . . . .

Ag.

Ma quale parte della mia follia riguardava Penteo?

Κα.

ὑμῖν ἐγένεθ' ὅμοιος, οὐ σέβων θεόν.

τοιγὰρ συνῆψε πάντας ἐς μίαν βλάβην,

ὑμᾶς τε τόνδε θ', ὥστε διολέσαι δόμους

κἄμ', ὅστις ἄτεκνος ἀρσένων παίδων γεγὼς     1305

Ca.

È diventato simile a voi, non venerando il dio.
Proprio per questo ha stretto tutti in un’unica rovina,
voi e sé stesso, che è qui, così da annientare la casata
e me, che essendo privo di figli maschi,

τῆς σῆς τόδ' ἔρνος, ὦ τάλαινα, νηδύος

αἴσχιστα καὶ κάκιστα κατθανόνθ' ὁρῶ,

ᾧ δῶμ' ἀνέβλεφ', ὃς συνεῖχες, ὦ τέκνον,

τοὐμὸν μέλαθρον, παιδὸς ἐξ ἐμῆς γεγώς,

nel modo più turpe e brutto vedo morto
questo virgulto, o sventurata, del tuo seno,
grazie al quale la casa ristabiliva la vista, tu che, figlio,
tenevi unita la casa, nato da mia figlia,

πόλει τε τάρβος ἦσθα· τὸν γέροντα δὲ        1310

οὐδεὶς ὑβρίζειν ἤθελ' εἰσορῶν τὸ σὸν

κάρα· δίκην γὰρ ἀξίαν ἐλάμβανες.

eri motivo di paura per la città: il vecchio
nessuno voleva oltraggiarlo guardando il tuo
capo; avresti inflitto la punizione che meritava infatti.

νῦν δ' ἐκ δόμων ἄτιμος ἐκβεβλήσομαι

ὁ Κάδμος ὁ μέγας, ὃς τὸ Θηβαίων γένος

ἔσπειρα κἀξήμησα κάλλιστον θέρος.                 1315

ὦ φίλτατ' ἀνδρῶν (καὶ γὰρ οὐκέτ' ὢν ὅμως

τῶν φιλτάτων ἔμοιγ' ἀριθμήσῃ, τέκνον),

Ora invece, disonorato, sarò scacciato dal palazzo,
Cadmo il grande io, che la stirpe dei Tebani
seminai e falciai una bellissima messe.
O carissimo tra gli uomini (e infatti pur non essendoci più
comunque sarai annoverato tra i più cari a me, figlio),

οὐκέτι γενείου τοῦδε θιγγάνων χερὶ

τὸν μητρὸς αὐδῶν πατέρα προσπτύξῃ, τέκνον,

λέγων· Τίς ἀδικεῖ, τίς σ' ἀτιμάζει, γέρον;     1320

τίς σὴν ταράσσει καρδίαν λυπηρὸς ὤν;

λέγ', ὡς κολάζω τὸν ἀδικοῦντά σ', ὦ πάτερ.

non più toccando questa guancia con la mano mi
abbraccerai chiamandomi padre di tua madre, creatura,
dicendo: “Chi ti offende, chi ti manca di rispetto, vecchio?
Chi turba il tuo cuore facendoti soffrire?
Parla, affinché punisca colui che ti offende, o padre”.

νῦν δ' ἄθλιος μέν εἰμ' ἐγώ, τλήμων δὲ σύ,

οἰκτρὰ δὲ μήτηρ, τλήμονες δὲ σύγγονοι.

εἰ δ' ἔστιν ὅστις δαιμόνων ὑπερφρονεῖ,     1325

ἐς τοῦδ' ἀθρήσας θάνατον ἡγείσθω θεούς.

Ora però io sono un infelice, e tu una disgraziata,
madre degna di compianto, e disgraziate le sorelle.
Se c’è chi disprezza gli dèi
guardi bene la morte di costui e creda negli dèi.


p.s.

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lunedì 23 marzo 2026

Euripide, Baccanti – esodo (vv. 1281-1297) – testo e traduzione – Maturità 2026

 

Κα.

ἄθρησον αὐτὸ καὶ σαφέστερον μάθε.

Αγ.

ὁρῶ μέγιστον ἄλγος ἡ τάλαιν' ἐγώ.

Ca.

Guardalo con attenzione e comprendi con più chiarezza.

Ag.

Vedo un dolore grandissimo, disgraziata che sono.

Κα.

μῶν σοι λέοντι φαίνεται προσεικέναι;

Αγ.

οὔκ, ἀλλὰ Πενθέως ἡ τάλαιν' ἔχω κάρα.

Ca.

Ti sembra forse assomigliare a un leone?

Ag.

No, ma ho in mano il capo di Penteo, disgraziata.

Κα.

ᾠμωγμένον γε πρόσθεν ἢ σὲ γνωρίσαι.     1285

Αγ.

τίς ἔκτανέν νιν; πῶς ἐμὰς ἦλθ' ἐς χέρας;

Ca.

Proprio, quello compianto prima che lo riconoscessi.

Ag.

Chi lo uccise? Come arrivò nelle mie mani?

Κα.

δύστην' ἀλήθει', ὡς ἐν οὐ καιρῷ πάρει.

Αγ.

λέγ', ὡς τὸ μέλλον καρδία πήδημ' ἔχει.

Ca.

O sciagurata verità, come ti presenti nel momento meno opportuno!

Ag.

Parla, poiché il cuore sobbalza per ciò che accadrà.

Κα.

σύ νιν κατέκτας καὶ κασίγνηται σέθεν.

Αγ.

ποῦ δ' ὤλετ'; ἦ κατ' οἶκον, ἢ ποίοις τόποις;        1290

Ca.

Tu lo ammazzasti e le tue sorelle.

Ag.

Dove è morto? In casa o in quali luoghi?

Κα.

οὗπερ πρὶν Ἀκταίωνα διέλαχον κύνες.

Αγ.

τί δ' ἐς Κιθαιρῶν' ἦλθε δυσδαίμων ὅδε;

Ca.

Proprio dove in passato le cagne sbranarono Atteone.

Ag.

Ma perché questo sventurato venne sul Citerone?

Κα.

ἐκερτόμει θεὸν σάς τε βακχείας μολών.

Αγ.

ἡμεῖς δ' ἐκεῖσε τίνι τρόπῳ κατήραμεν;

Ca.

Andava a schernire il dio e i tuoi riti bacchici.

Ag.

Ma noi in che modo arrivammo là?

Κα.

ἐμάνητε, πᾶσά τ' ἐξεβακχεύθη πόλις.        1295

Αγ.

Διόνυσος ἡμᾶς ὤλεσ', ἄρτι μανθάνω.

Κα.

ὕβριν ‹γ'› ὑβρισθείς· θεὸν γὰρ οὐχ ἡγεῖσθέ νιν.

Ca.

Impazziste, e tutta la città cadde preda del delirio bacchico.

Ag.

Dioniso ci ha perduto: ora comprendo.

Ca.

È vero, ma essendo stato gravemente oltraggiato: non lo credevate un dio, infatti.


p.s.

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