venerdì 19 giugno 2026

Maturità 2026 – versione di LATINO TRADOTTA e spunti di commento

 

Libro I, 10.


XIII. Nam Plato cum in aliis quibusdam tum praecipue in Timaeo ne intellegi quidem nisi ab iis qui hanc quoque partem disciplinae diligenter perceperint potest.

«Infatti Platone sia in certi altri dialoghi (ma va bene anche scritti, opere etc.) sia in particolare nel Timeo (meglio se messo tra virgolette, visto che è un titolo) non può essere neppure capito se non da coloro che hanno appreso bene con cura anche questa parte della dottrina (cioè questa parte della dottrina pitagorica)».

De philosophis loquor, quorum fons ipse Socrates iam senex institui lyra non erubescebat?

Parlo dei filosofi, la cui fonte stessa, Socrate, ormai anziano, non arrossiva  (si vergognava di) essere istruito nella lira».

XIV. Duces maximos et fidibus et tibiis cecinisse traditum, exercitus Lacedaemoniorum musicis accensos modis.

«Si tramanda che grandissimi condottieri abbiano cantato con (accompagnati da) la lira e i flauti (va bene anche abbiano suonato), che gli eserciti dei Lacedemoni fossero infiammati a ritmo di musica (con ritmi musicali)».

Quid autem aliud in nostris legionibus cornua ac tubae faciunt? Quorum concentus quanto est uehementior, tantum Romana in bellis gloria ceteris praestat.

«Cos’altro fanno del resto corni e trombe nelle nostre legioni? E la loro armonia quanto più è potente, tanto più la gloria romana è superiore agli (a quella degli) altri».

XV. Non igitur frustra Plato ciuili uiro, quem πολιτικν uocat, necessariam musicen credidit.

«Non invano (non senza motivo) Platone credette la musica necessaria all’uomo politico (qui bisognava scegliere un aggettivo che potesse tradurre anche πολιτικς, di cui civilis è la traduzione latina; ci sono varie possibilità), che chiama πολιτικς (nella traduzione sarebbe meglio usare il nominativo, ma non è fondamentale).

Et eius sectae, quae aliis seuerissima, aliis asperrima uidetur, principes in hac fuere sententia, ut existimarent sapientium aliquos nonnullam operam his studiis accommodaturos, et Lycurgus, durissimarum Lacedaemoniis legum auctor, musices disciplinam probauit.

E (poteva tradursi anche sia… sia… ) gli iniziatori (principali rappresentanti, caposcuola, maestri etc.) di quella scuola che pare ad alcuni severissima, ad altri difficilissima, furono di questo parere, pensavano cioè che avrebbero dedicato (di dedicare) un certo impegno a questi studi, e Licurgo, autore di leggi durissime per i Lacedemoni, approvò l’insegnamento della musica».

XVI. Atque eam natura ipsa uidetur ad tolerandos facilius labores uelut muneri nobis dedisse, si quidem et remigem cantus hortatur;

«E la natura stessa sembra averla data come in dono a noi per sopportare più facilmente le fatiche, se in effetti (davvero, veramente, se è vero che) il canto incita perfino (anche, addirittura) il rematore;».


Commento.

  1. Non creava nessun problema; io avrei fatto un testo unico sintetizzando al massimo qui per dedicarmi agli altri punti.
  2. Io avrei detto che la sintassi e il lessico non presentano significative particolarità, se non nella ripresa del motivo, prima platonico poi aristotelico, dell’uomo come «animale politico», collegandolo al prevalere della dimensione pubblica su quella privata (vedi il discorso di Pericle in Tucidide), aggiungendo che nel mito di Er, invece, viene anticipato il prevalere  della dimensione privata (vedi la scelta di Ulisse).
  3. In questo punto avrei puntato su Nietzsche: la musica come espressione dello spirito dionisiaco, la tragedia che nasce dal coro, che cantava e danzava, il progressivo prevalere del dialogo a danno della musica con cui Euripide uccide la tragedia in combutta con Socrate. Ci stava anche una confutazione di Nietzsche, dato che nel brano emerge invece un apprezzamento della musica da parte di Socrate.
    Segnalo un nesso di una mia studentessa a cui non avevo pensato ma che è arguto, il fr. 128 di Archiloco, che esorta a riconoscere il ritmo della vita, che dunque in fondo ha un tessuto musicale.
    Ci si poteva riferire anche alla catarsi aristotelica.
    Infine avrei riflettuto sull’impoliticità della musica (Quintiliano in fondo era un intellettuale compromesso con il potere), almeno quella senza parole: non a caso la lirica fiorì sotto i tiranni, mentre l’Atene democratica non conobbe lirici.
p.s.
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