lunedì 5 gennaio 2026

La nobile menzogna – I nati dalla terra: Platone, Repubblica, III, 412b-417b

 

Premesse del mito


Nel terzo libro della Repubblica Platone, dopo aver affrontato «i caratteri dell’educazione e della cultura» (Οἱ μὲν δὴ τύποι τῆς παιδείας τε καὶ τροφῆς412b) nella sua πόλις ideale, si pone il problema di chi debbano essere «quelli che comanderanno e quelli che saranno comandati» (οἵτινες ἄρξουσί τε καὶ ἄρξονται, 412b).

Sicuramente, dice Socrate, i governanti devono essere più anziani dei sudditi e anche i migliori, in particolare «i migliori custodi dello stato» (φυλακικωτάτους πόλεως, 412c); essi devono essere scelti pertanto tra i custodi, in greco φύλακες, soprattutto in base al criterio dell’amore per ciò che essi ritengono il bene della città. Per questo motivo bisogna saggiare la loro determinazione nel mantenere il proposito, che può essere abbandonato o perché dissuasi o a causa di oblio. Ecco perché (413c-d) ζητητέον τίνες ἄριστοι φύλακες τοῦ παρ' αὑτοῖς δόγματος, τοῦτο ὡς ποιητέον ὃ ἂν τῇ πόλει ἀεὶ δοκῶσι βέλτιστον εἶναι [αὑτοῖς ποιεῖν]. τηρητέον δὴ εὐθὺς ἐκ παίδων προθεμένοις ἔργα ἐν οἷς ἄν τις τὸ τοιοῦτον μάλιστα ἐπιλανθάνοιτο καὶ ἐξαπατῷτο, καὶ τὸν μὲν μνήμονα [d] καὶ δυσεξαπάτητον ἐγκριτέον, τὸν δὲ μὴ ἀποκριτέον, «bisogna cercare quali sono i custodi migliori della propria opinione, e in particolare questo, come debba realizzarsi ciò che ritengano che sia la cosa migliore per la città. Pertanto bisogna tenerli d’occhio fin da bambini proponendo compiti in cui si dimentichi al massimo un siffatto medoto e ci si inganni, e bisogna trascegliere chi si ricorda e non si fa ingannare, mentre l’altro bisogna scartarlo».

Questi dunque sono i principi che dovrebbero essere alla base della scelta dei governanti e dei custodi.

A questo punto Socrate pone una domanda (414b-c):

Τίς ἂν οὖν ἡμῖν, ἦν δἐγώ, μηχανὴ γένοιτο τῶν ψευδῶν τῶν ἐν δέοντι γιγνομένων, ὧν δὴ νῦν ἐλέγομεν, γενναῖόν [c] τι ἓν ψευδομένους πεῖσαι μάλιστα μὲν καὶ αὐτοὺς τοὺς ἄρχοντας, εἰ δὲ μή, τὴν ἄλλην πόλιν;

«Dunque, diss’io, quale espediente potremmo escogitare, tra le menzogne che si presentano al momento opportuno, di cui appunto or ora dicevamo, raccontando cioè una sorta di nobile menzogna, per convincere1 innanzitutto i governanti stessi, se no, almeno il resto della città?».

Ποῖόν τι; ἔφη.

Μηδὲν καινόν, ἦν δἐγώ, ἀλλὰ Φοινικικόν τι, πρότερον μὲν ἤδη πολλαχοῦ γεγονός, ὥς φασιν οἱ ποιηταὶ καὶ πεπείκασιν, ἐφἡμῶν δὲ οὐ γεγονὸς οὐδοἶδα εἰ γενόμενον ἄν, πεῖσαι δὲ συχνῆς πειθοῦς.

Ὡς ἔοικας, ἔφη, ὀκνοῦντι λέγειν.

Δόξω δέ σοι, ἦν δἐγώ, καὶ μάλεἰκότως ὀκνεῖν, ἐπειδὰν εἴπω.

Λέγ', ἔφη, καὶ μὴ φοβοῦ.

«E quale genere di menzogna? disse».

«Nulla di inaudito, dissi io, ma un racconto fenicio2, verificatosi in precedenza già in molti luoghi, come dicono i poeti e ce ne hanno persuaso, ma che da noi non si è verificato né so se potrebbe verificarsi, che del resto richiede una grande persuasione per persuadere».

«Sembri un po’ restio, disse, a parlare».

«Ti sembrerà, dissi io, che sia restio fin troppo a ragione, dopo che avrò parlato».

«Parla allora, disse, e non aver paura».


A questo punto comincia il mito.


[d] Λέγω δή – καίτοι οὐκ οἶδα ὁποίᾳ τόλμῃ ἢ ποίοις λόγοις χρώμενος ἐρῶ – καὶ ἐπιχειρήσω πρῶτον μὲν αὐτοὺς τοὺς ἄρχοντας πείθειν καὶ τοὺς στρατιώτας, ἔπειτα δὲ καὶ τὴν ἄλλην πόλιν, ὡς ἄρ' ἃ ἡμεῖς αὐτοὺς ἐτρέφομέν τε καὶ ἐπαιδεύομεν, ὥσπερ ὀνείρατα ἐδόκουν ταῦτα πάντα πάσχειν τε καὶ γίγνεσθαι περὶ αὐτούς, ἦσαν δὲ τότε τῇ ἀληθείᾳ ὑπὸ γῆς ἐντὸς πλαττόμενοι καὶ τρεφόμενοι καὶ αὐτοὶ καὶ τὰ [e] ὅπλα αὐτῶν καὶ ἡ ἄλλη σκευὴ δημιουργουμένη, ἐπειδὴ δὲ παντελῶς ἐξειργασμένοι ἦσαν, καὶ ἡ γῆ αὐτοὺς μήτηρ οὖσα ἀνῆκεν, καὶ νῦν δεῖ ὡς περὶ μητρὸς καὶ τροφοῦ τῆς χώρας ἐν ᾗ εἰσι βουλεύεσθαί τε καὶ ἀμύνειν αὐτούς, ἐάν τις ἐπ' αὐτὴν ἴῃ, καὶ ὑπὲρ τῶν ἄλλων πολιτῶν ὡς ἀδελφῶν ὄντων καὶ γηγενῶν διανοεῖσθαι.

[d] «Parlo dunque – tuttavia non so con quale audacia o avvalendomi di quali parole lo dirò – e tenterò dapprima di persuadere i governanti stessi e i soldati, poi anche il resto della città, che in effetti le cose in cui li crescevamo e li educavamo, tutto quanto avevano l’impressione di viverlo, come i sogni, e che accadesse intorno a loro, ma in verità allora si trovavano in seno alla terra plasmati e cresciuti, sia essi stessi sia le [e] loro armi e il resto dell’equipaggiamento già fabbricato, e dopo che erano stati del tutto compiuti, ecco che la terra, che è la madre, li lasciò uscire, e ora bisogna che essi si consiglino sulla terra in cui sono e la difendano come madre e nutrice, se qualcuno le vada contro, e che pensino agli altri concittadini come a fratelli pure nati dalla terra».

Οὐκ ἐτός, ἔφη, πάλαι ᾐσχύνου τὸ ψεῦδος λέγειν.

«Non senza ragione, disse, da tempo ti vergognavi a dire la menzogna».

[415]

[a] Πάνυ, ἦν δ' ἐγώ, εἰκότως· ἀλλ' ὅμως ἄκουε καὶ τὸ λοιπὸν τοῦ μύθου. ἐστὲ μὲν γὰρ δὴ πάντες οἱ ἐν τῇ πόλει ἀδελφοί, ὡς φήσομεν πρὸς αὐτοὺς μυθολογοῦντες, ἀλλ' ὁ θεὸς πλάττων, ὅσοι μὲν ὑμῶν ἱκανοὶ ἄρχειν, χρυσὸν ἐν τῇ γενέσει συνέμειξεν αὐτοῖς, διὸ τιμιώτατοί εἰσιν· ὅσοι δ' ἐπίκουροι, ἄργυρον· σίδηρον δὲ καὶ χαλκὸν τοῖς τε γεωργοῖς καὶ τοῖς ἄλλοις δημιουργοῖς.

[415]

[a] «Ma certo, dissi io, che avevo ragione; ma comunque ascolta anche il resto del mito. Infatti tutti voi nella città siete fratelli, come diremo loro con un mito, ma il dio nel plasmarvi, in quanti di voi sono capaci di comandare, alla nascita  mescolò oro, perciò sono i più preziosi; in quanti sono guardiani argento; ferro e bronzo nei contadini e negli altri artigiani».

ἅτε οὖν συγγενεῖς ὄντες πάντες τὸ μὲν πολὺ ὁμοίους ἂν ὑμῖν αὐτοῖς γεννῷτε, [b] ἔστι δ' ὅτε ἐκ χρυσοῦ γεννηθείη ἂν ἀργυροῦν καὶ ἐξ ἀργύρου χρυσοῦν ἔκγονον καὶ τἆλλα πάντα οὕτως ἐξ ἀλλήλων.

«Siccome dunque siete tutti imparentati tra voi, in genere potete generare figli molto simi a voi stessi, [b] talvolta però da oro può essere generata prole d’argento e da argento prole d’oro e tutti gli altri metalli così l’uno dall’altro».

τοῖς οὖν ἄρχουσι καὶ πρῶτον καὶ μάλιστα παραγγέλλει ὁ θεός, ὅπως μηδενὸς οὕτω φύλακες ἀγαθοὶ ἔσονται μηδ' οὕτω σφόδρα φυλάξουσι μηδὲν ὡς τοὺς ἐκγόνους, ὅτι αὐτοῖς τούτων ἐν ταῖς ψυχαῖς παραμέμεικται, καὶ ἐάν τε σφέτερος ἔκγονος ὑπόχαλκος ἢ ὑποσίδηρος γένηται, μηδενὶ [c] τρόπῳ κατελεήσουσιν, ἀλλὰ τὴν τῇ φύσει προσήκουσαν τιμὴν ἀποδόντες ὤσουσιν εἰς δημιουργοὺς ἢ εἰς γεωργούς, καὶ ἂν αὖ ἐκ τούτων τις ὑπόχρυσος ἢ ὑπάργυρος φυῇ, τιμήσαντες ἀνάξουσι τοὺς μὲν εἰς φυλακήν, τοὺς δὲ εἰς ἐπικουρίαν, ὡς χρησμοῦ ὄντος τότε τὴν πόλιν διαφθαρῆναι, ὅταν αὐτὴν ὁ σιδηροῦς φύλαξ ἢ ὁ χαλκοῦς φυλάξῃ. τοῦτον οὖν τὸν μῦθον ὅπως ἂν πεισθεῖεν, ἔχεις τινὰ μηχανήν;

«Dunque ai governanti prima di tutto e più di tutto il dio prescrive di essere buoni osservatori di nessuno e di non osservare nessuno così come i figli, per vedere quale di questi metalli sia stato mescolato nelle anime loro, e qualora loro figlio nasca con del bronzo o del ferro, in nessun [c] modo avranno pietà, ma attribuendo il valore che si addice alla loro natura li respingeranno tra gli artigiano o i contadini, e se viceversa da questi nascesse uno con dell’oro o dell’argento, valorizzandoli eleveranno gli uni al ruolo di custode, gli altri a quello di guardia, dato che c’è un oracolo secondo cui allora la città va in rovina, qualora la custodirà il costode di ferro o di bronzo. Hai un espediente dunque perché si persuadano di questo mito?».

[d] Οὐδαμῶς, ἔφη, ὅπως γ' ἂν αὐτοὶ οὗτοι· ὅπως μεντἂν οἱ τούτων ὑεῖς καὶ οἱ ἔπειτα οἵ τ' ἄλλοι ἄνθρωποι οἱ ὕστερον.

«Perché si persuadano proprio questi, disse, minimamente; eventualmente i figli di questi e i nipoti e gli altri uomini a seguire».

Ἀλλὰ καὶ τοῦτο, ἦν δ' ἐγώ, εὖ ἂν ἔχοι πρὸς τὸ μᾶλλον αὐτοὺς τῆς πόλεώς τε καὶ ἀλλήλων κήδεσθαι· σχεδὸν γάρ τι μανθάνω ὃ λέγεις.

«Ma anche questo, dissi io, potrebbe andare bene perché si prendano maggiormente cura dello stato e gli uni degli altri: comprendo infatti più o meno ciò che dici».


1 Convicere cioè del fatto di appartenere a una classe o all’altra.

2 Allusione alle origini fenicie di Cadmo, il quale giunto a Tebe, dopo aver ucciso il drago, ne seminò i denti: dalla terra nacquero gli Sparti (i Seminati), capostipiti mitici dei nobili Tebani. Uno di essi era Echione, marito di Agave e padre di Penteo, sbranato poi dalle Baccanti guidate dalla madre. Cfr. le Baccanti di Euripidee.g. vv. 263-265, 507, 537 sqq., 1274.


Fin qui il mito propriamente inteso; subito dopo però c’è un importante corollario riguardante le dimore, οἰκήσεις, in cui custodi e governanti dovranno abitare. Dovranno essere in un punto strategico per la difesa della città ma στρατιωτικάς γε, ἀλλοὐ χρηματιστικάς, «da soldati comunque, e non da uomini d’affari». Socrate spiega la differenza ricorrendo a una similitudine: come i pastori allevano cani per proteggere il gregge in modo che non si comportino come lupi sbranandolo, così i custodi non devono approfittarsi dei concittadini che devono proteggere sentendosi superiori. Dunque nella loro educazione, che resta il fattore decisivo, rientrano anche le abitazioni e più in generale il tenore di vita, che devono essere essenziali.

[416b-417b] – Oro e argento nelle anime

Ὅρα δή, εἶπον ἐγώ, εἰ τοιόνδε τινὰ τρόπον δεῖ αὐτοὺς ζῆν τε καὶ οἰκεῖν, εἰ μέλλουσι τοιοῦτοι ἔσεσθαι· πρῶτον μὲν οὐσίαν κεκτημένον μηδεμίαν μηδένα ἰδίαν, ἂν μὴ πᾶσα ἀνάγκη·

«Guarda dunque, dissi io, se bisogna che essi vivano e abitino in un modo siffatto, se hanno intenzione di essere tali1: per prima cosa nessuno sia possessore di nessuna sostanza privata, a meno che non ci sia una completa necessità;»

ἔπειτα οἴκησιν καὶ ταμιεῖον μηδενὶ εἶναι μηδὲν τοιοῦτον, εἰς ὃ οὐ πᾶς ὁ βουλόμενος εἴσεισι· τὰ δἐπιτήδεια, ὅσων δέονται ἄνδρες ἀθληταὶ πολέμου σώφρονές τε καὶ [e] ἀνδρεῖοι, ταξαμένους παρὰ τῶν ἄλλων πολιτῶν δέχεσθαι μισθὸν τῆς φυλακῆς τοσοῦτον ὅσον μήτε περιεῖναι αὐτοῖς εἰς τὸν ἐνιαυτὸν μήτε ἐνδεῖν· φοιτῶντας δὲ εἰς συσσίτια ὥσπερ ἐστρατοπεδευμένους κοινῇ ζῆν·

«poi nessuno abbia una dimora e una dispensa in nessun modo siffatta, nella quale cioè non entri chiunque lo voglia; quanto ai mezzi di sussistenza, di cui hanno bisogno uomini che sono atleti di guerra temperanti e coraggiorsi, devono fissare e ricevere dagli altri concittadini come ricompensa della protezione tanto quanto non sia né superiore né inferiore alle necessità di un anno; devono vivere partecipando a pasti in comune come se fossero in una campagna militare:»

χρυσίον δὲ καὶ ἀργύριον εἰπεῖν αὐτοῖς ὅτι θεῖον παρὰ θεῶν ἀεὶ ἐν τῇ ψυχῇ ἔχουσι καὶ οὐδὲν προσδέονται τοῦ ἀνθρωπείου, οὐδὲ ὅσια τὴν ἐκείνου κτῆσιν τῇ τοῦ θνητοῦ χρυσοῦ κτήσει συμμειγνύντας μιαίνειν, διότι πολλὰ καὶ ἀνόσια περὶ τὸ τῶν [417] [a] πολλῶν νόμισμα γέγονεν, τὸ παρἐκείνοις δὲ ἀκήρατον·

«bisogna dire loro che hanno da sempre nell’anima oro e argento divini, ricevuti dagli dei e non hanno alcun bisogno di quelli umani, e che non è pio contaminare il possesso di quello mischiandolo con il possesso dell’oro mortale, poiché molte empietà sono accadute intorno alla moneta dei più, mentre quella in loro è pura;»

ἀλλὰ μόνοις αὐτοῖς τῶν ἐν τῇ πόλει μεταχειρίζεσθαι καὶ ἅπτεσθαι χρυσοῦ καὶ ἀργύρου οὐ θέμις, οὐδὑπὸ τὸν αὐτὸν ὄροφον ἰέναι οὐδὲ περιάψασθαι οὐδὲ πίνειν ἐξ ἀργύρου ἢ χρυσοῦ. καὶ οὕτω μὲν σῴζοιντό τἂν καὶ σῴζοιεν τὴν πόλιν·

«anzi solo a loro tra i cittadini non è lecito maneggiare e toccare oro e argento, né andare sotto un tetto del medesimo materiale né portarli intorno al collo né bere da argento o oro. E così possono salvarsi e salvare la città;»

ὁπότε δαὐτοὶ γῆν τε ἰδίαν καὶ οἰκίας καὶ νομίσματα κτήσονται, οἰκονόμοι μὲν καὶ γεωργοὶ ἀντὶ φυλάκων ἔσονται, [b] δεσπόται δἐχθροὶ ἀντὶ συμμάχων τῶν ἄλλων πολιτῶν γενήσονται, μισοῦντες δὲ δὴ καὶ μισούμενοι καὶ ἐπιβουλεύοντες καὶ ἐπιβουλευόμενοι διάξουσι πάντα τὸν βίον, πολὺ πλείω καὶ μᾶλλον δεδιότες τοὺς ἔνδον ἢ τοὺς ἔξωθεν πολεμίους, θέοντες ἤδη τότε ἐγγύτατα ὀλέθρου αὐτοί τε καὶ ἡ ἄλλη πόλις. τούτων οὖν πάντων ἕνεκα, ἦν δἐγώ, φῶμεν οὕτω δεῖν κατεσκευάσθαι τοὺς φύλακας οἰκήσεώς τε πέρι καὶ τῶν ἄλλων, καὶ ταῦτα νομοθετήσωμεν.

«quando invece essi possiederanno privatamente terra e case e monete, saranno massai e contadini anziché custodi, [b] diventeranno despoti odiosi anziché alleati degli altri concittadini, quindi trascorreranno tutta la vita odiando ed essendo odiati e ordendo e subendo macchinazioni, temendo con molto maggiore intensità i nemici interni che quelli esterni, correndo a quel punto ormai vicinissimo alla rovina, essi e il resto della città.

Per tutti questi motivi, dunque, dissi io, dovremmo dire che così bisogna che i custodi siano disposti riguardo alla dimora e alle altre cose, e queste leggi dovremmo stabilire, o no?».

Questa sorta di comunismo aristocratico ha un precedente in Cimone, il figlio dell’eroe di Maratona Milziade, stando a quanto ci riferisce Plutarco (Vita di Cimone, 10):

ὁ δὲ τὴν μὲν οἰκίαν τοῖς πολίταις πρυτανεῖον ἀποδείξας κοινόν, ἐν δὲ τῇ χώρᾳ καρπῶν ἑτοίμων ἀπαρχὰς καὶ ὅσα ὧραι καλὰ φέρουσι χρῆσθαι καὶ λαμβάνειν ἅπαντα τοῖς ξένοις παρέχων, τρόπον τινὰ τὴν ἐπὶ Κρόνου μυθολογουμένην [8] κοινωνίαν εἰς τὸν βίον αὖθις κατῆγεν.

«Egli avendo reso la sua casa un edificio pubblico comune per i concittadini, e concedendo nella sua terra agli stranieri di prendere le primizie dei frutti maturi e quante cose belle le stagioni producono, e di avvalersene, in certo modo riportava di nuovo alla vita il comunismo dell’epoca di Crono di cui si favoleggia2».


1 Cioè, come ha detto nella battuta precedente, essere il più miti possibile con se stessi e i cittadini da loro protetti.

2 Cfr. EsiodoOpere e giorni, vv. 109 sqq., dove si parla del mito delle stirpi, a partire da quella dell’oro, sotto il regno di Crono.


p.s.

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