Fin qui il mito propriamente inteso; subito dopo però c’è un importante corollario riguardante le dimore, οἰκήσεις, in cui custodi e governanti dovranno abitare. Dovranno essere in un punto strategico per la difesa della città ma στρατιωτικάς γε, ἀλλ' οὐ χρηματιστικάς, «da soldati comunque, e non da uomini d’affari». Socrate spiega la differenza ricorrendo a una similitudine: come i pastori allevano cani per proteggere il gregge in modo che non si comportino come lupi sbranandolo, così i custodi non devono approfittarsi dei concittadini che devono proteggere sentendosi superiori. Dunque nella loro educazione, che resta il fattore decisivo, rientrano anche le abitazioni e più in generale il tenore di vita, che devono essere essenziali.
[416b-417b] – Oro e argento nelle anime
Ὅρα δή, εἶπον ἐγώ, εἰ τοιόνδε τινὰ τρόπον δεῖ αὐτοὺς ζῆν τε καὶ οἰκεῖν, εἰ μέλλουσι τοιοῦτοι ἔσεσθαι· πρῶτον μὲν οὐσίαν κεκτημένον μηδεμίαν μηδένα ἰδίαν, ἂν μὴ πᾶσα ἀνάγκη·
«Guarda dunque, dissi io, se bisogna che essi vivano e abitino in un modo siffatto, se hanno intenzione di essere tali1: per prima cosa nessuno sia possessore di nessuna sostanza privata, a meno che non ci sia una completa necessità;»
ἔπειτα οἴκησιν καὶ ταμιεῖον μηδενὶ εἶναι μηδὲν τοιοῦτον, εἰς ὃ οὐ πᾶς ὁ βουλόμενος εἴσεισι· τὰ δ' ἐπιτήδεια, ὅσων δέονται ἄνδρες ἀθληταὶ πολέμου σώφρονές τε καὶ [e] ἀνδρεῖοι, ταξαμένους παρὰ τῶν ἄλλων πολιτῶν δέχεσθαι μισθὸν τῆς φυλακῆς τοσοῦτον ὅσον μήτε περιεῖναι αὐτοῖς εἰς τὸν ἐνιαυτὸν μήτε ἐνδεῖν· φοιτῶντας δὲ εἰς συσσίτια ὥσπερ ἐστρατοπεδευμένους κοινῇ ζῆν·
«poi nessuno abbia una dimora e una dispensa in nessun modo siffatta, nella quale cioè non entri chiunque lo voglia; quanto ai mezzi di sussistenza, di cui hanno bisogno uomini che sono atleti di guerra temperanti e coraggiorsi, devono fissare e ricevere dagli altri concittadini come ricompensa della protezione tanto quanto non sia né superiore né inferiore alle necessità di un anno; devono vivere partecipando a pasti in comune come se fossero in una campagna militare:»
χρυσίον δὲ καὶ ἀργύριον εἰπεῖν αὐτοῖς ὅτι θεῖον παρὰ θεῶν ἀεὶ ἐν τῇ ψυχῇ ἔχουσι καὶ οὐδὲν προσδέονται τοῦ ἀνθρωπείου, οὐδὲ ὅσια τὴν ἐκείνου κτῆσιν τῇ τοῦ θνητοῦ χρυσοῦ κτήσει συμμειγνύντας μιαίνειν, διότι πολλὰ καὶ ἀνόσια περὶ τὸ τῶν [417] [a] πολλῶν νόμισμα γέγονεν, τὸ παρ' ἐκείνοις δὲ ἀκήρατον·
«bisogna dire loro che hanno da sempre nell’anima oro e argento divini, ricevuti dagli dei e non hanno alcun bisogno di quelli umani, e che non è pio contaminare il possesso di quello mischiandolo con il possesso dell’oro mortale, poiché molte empietà sono accadute intorno alla moneta dei più, mentre quella in loro è pura;»
ἀλλὰ μόνοις αὐτοῖς τῶν ἐν τῇ πόλει μεταχειρίζεσθαι καὶ ἅπτεσθαι χρυσοῦ καὶ ἀργύρου οὐ θέμις, οὐδ' ὑπὸ τὸν αὐτὸν ὄροφον ἰέναι οὐδὲ περιάψασθαι οὐδὲ πίνειν ἐξ ἀργύρου ἢ χρυσοῦ. καὶ οὕτω μὲν σῴζοιντό τ' ἂν καὶ σῴζοιεν τὴν πόλιν·
«anzi solo a loro tra i cittadini non è lecito maneggiare e toccare oro e argento, né andare sotto un tetto del medesimo materiale né portarli intorno al collo né bere da argento o oro. E così possono salvarsi e salvare la città;»
ὁπότε δ' αὐτοὶ γῆν τε ἰδίαν καὶ οἰκίας καὶ νομίσματα κτήσονται, οἰκονόμοι μὲν καὶ γεωργοὶ ἀντὶ φυλάκων ἔσονται, [b] δεσπόται δ' ἐχθροὶ ἀντὶ συμμάχων τῶν ἄλλων πολιτῶν γενήσονται, μισοῦντες δὲ δὴ καὶ μισούμενοι καὶ ἐπιβουλεύοντες καὶ ἐπιβουλευόμενοι διάξουσι πάντα τὸν βίον, πολὺ πλείω καὶ μᾶλλον δεδιότες τοὺς ἔνδον ἢ τοὺς ἔξωθεν πολεμίους, θέοντες ἤδη τότε ἐγγύτατα ὀλέθρου αὐτοί τε καὶ ἡ ἄλλη πόλις. τούτων οὖν πάντων ἕνεκα, ἦν δ' ἐγώ, φῶμεν οὕτω δεῖν κατεσκευάσθαι τοὺς φύλακας οἰκήσεώς τε πέρι καὶ τῶν ἄλλων, καὶ ταῦτα νομοθετήσωμεν.
«quando invece essi possiederanno privatamente terra e case e monete, saranno massai e contadini anziché custodi, [b] diventeranno despoti odiosi anziché alleati degli altri concittadini, quindi trascorreranno tutta la vita odiando ed essendo odiati e ordendo e subendo macchinazioni, temendo con molto maggiore intensità i nemici interni che quelli esterni, correndo a quel punto ormai vicinissimo alla rovina, essi e il resto della città.
Per tutti questi motivi, dunque, dissi io, dovremmo dire che così bisogna che i custodi siano disposti riguardo alla dimora e alle altre cose, e queste leggi dovremmo stabilire, o no?».
Questa sorta di comunismo aristocratico ha un precedente in Cimone, il figlio dell’eroe di Maratona Milziade, stando a quanto ci riferisce Plutarco (Vita di Cimone, 10):
ὁ δὲ τὴν μὲν οἰκίαν τοῖς πολίταις πρυτανεῖον ἀποδείξας κοινόν, ἐν δὲ τῇ χώρᾳ καρπῶν ἑτοίμων ἀπαρχὰς καὶ ὅσα ὧραι καλὰ φέρουσι χρῆσθαι καὶ λαμβάνειν ἅπαντα τοῖς ξένοις παρέχων, τρόπον τινὰ τὴν ἐπὶ Κρόνου μυθολογουμένην [8] κοινωνίαν εἰς τὸν βίον αὖθις κατῆγεν.
«Egli avendo reso la sua casa un edificio pubblico comune per i concittadini, e concedendo nella sua terra agli stranieri di prendere le primizie dei frutti maturi e quante cose belle le stagioni producono, e di avvalersene, in certo modo riportava di nuovo alla vita il comunismo dell’epoca di Crono di cui si favoleggia2».
1 Cioè, come ha detto nella battuta precedente, essere il più miti possibile con se stessi e i cittadini da loro protetti.
2 Cfr. Esiodo, Opere e giorni, vv. 109 sqq., dove si parla del mito delle stirpi, a partire da quella dell’oro, sotto il regno di Crono.
p.s.
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