domenica 4 gennaio 2026

La logica della forza: Dialogo dei Meli e degli Ateniesi – V, 89, 92-95, 102-105 – parte 1

 

Ripassiamo la logica che sta alla base di chi si sente più forte, ricordando però che si ritorce quasi sempre con chi se ne avvale, come vedremo.


Nell’estate del 416 a.C. una spedizione Ateniese si dirigeva contro la neutrale isola di Melo (l’odierna Milo con l’attuale pronuncia, dove è stata ritrovata la famosa statua di Venere) per intimarle, pena l’annientamento, di entrare nella lega navale Delio-Attica. Atene non poteva tollerare che qualcuno non si sottomettesse alla sua sfera di influenza prediletta, il mare. Tucidide riporta, in forma drammatica, i colloqui tra i delegati ateniesi e i rappresentanti ateniesi; è una concessione, unica nell’opera di Tucidide, alle movenze tipiche del teatro, che si può spiegare con l’importanza ideologica che l’episodio riveste nel pensiero dello storiografo: qui infatti viene teorizzata la legge più importante della storia, che vale anche per i rapporti umani, cioè la legge del più forte.

I Meli alla fine decidono eroicamente di resistere, ma come previsto, vengono annientati: tutti i maschi adulti vengono uccisi, donne e bambini venduti come schiavi e l’isola viene assegnata a coloni ateniesi.

Euripide concepì in questa occasione le Troiane, che comunque compose nei mesi immediatamente successivi e rappresentò nella primavera del 415 a.C. come anatema contro la guerra dei forti contro i deboli: non poteva sfuggire agli Ateniesi il nesso con questo episodio.

89

ΑΘ. ἡμεῖς τοίνυν οὔτε αὐτοὶ μετ᾽ ὀνομάτων καλῶν, ὡς ἢ δικαίως τὸν Μῆδον καταλύσαντες ἄρχομεν ἢ ἀδικούμενοι νῦν ἐπεξερχόμεθα, λόγων μῆκος ἄπιστον παρέξομεν, οὔθ᾽ ὑμᾶς ἀξιοῦμεν ἢ ὅτι Λακεδαιμονίων ἄποικοι ὄντες οὐ ξυνεστρατεύσατε ἢ ὡς ἡμᾶς οὐδὲν ἠδικήκατε λέγοντας οἴεσθαι πείσειν, τὰ δυνατὰ δ᾽ ἐξ ὧν ἑκάτεροι ἀληθῶς φρονοῦμεν διαπράσσεσθαι, ἐπισταμένους πρὸς εἰδότας ὅτι δίκαια μὲν ἐν τῷ ἀνθρωπείῳ λόγῳ ἀπὸ τῆς ἴσης ἀνάγκης κρίνεται, δυνατὰ δὲ οἱ προύχοντες πράσσουσι καὶ οἱ ἀσθενεῖς ξυγχωροῦσιν.

At. «Noi dunque  né offriremo noi stessi un’inaffidabile lunghezza di discorsi fatti con belle parole (dicendo) che o comandiamo giustamente in quanto abbiamo sconfitto il Persiano o giungiamo ora avendo subito un torto, né riteniamo giusto che voi pensiate di persuaderci dicendo o che, pur essendo coloni dei Lacedemoni, non avete combattuto insieme a loro o che non ci avete fatto nessun torto, ma (riteniamo giusto) che siano messe in pratica azioni possibili, a partire dalle quali entrambi ragioniamo con verità, essendo a conoscenza, nei confronti di persone che (a loro volta) sanno, che le cose giuste nel ragionamento umano sono giudicate a partire da una pari necessità, mentre quelli più forti fanno le cose possibili e i deboli cedono».


p.s.

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