sabato 3 gennaio 2026

Euripide, Troiane – quarto episodio: vv. 1156-1206 – Maturità 2026

  


Dopo il discorso di Elena, prende la parola Ecuba la quale ribatte (vv. 970-971) ἐγὼ γὰρ Ἥραν παρθένον τε Παλλάδα / οὐκ ἐς τοσοῦτον ἀμαθίας ἐλθεῖν δοκῶ, «io che Era e la vergine Pallade / siano giunte a un tal punto di stoltezza non lo credo», intendendo che non possono aver pensato di svendere la Grecia ai barbari, con riferimento ai doni promessi a Paride. Quindi prosegue (vv. 981-982): μὴ ἀμαθεῖς ποίει θεὰς / τὸ σὸν κακὸν κοσμοῦσα, «non fare stolti gli dèi / per abbellire la tua malignità». Poi mette in guardia Menelao dal portarsi Elena sulla stessa nave, per timore che egli non abbia la forza di resisterle perché, dice Ecuba (v. 1051), οὐκ ἔστ' ἐραστὴς ὅστις οὐκ ἀεὶ φιλεῖ, «non c’è innamorato che non ami per sempre»; ma Menelao la tranquillizza dicendo che (vv. 1055-1057) ὥσπερ ἀξία κακῶς / κακὴ θανεῖται καὶ γυναιξὶ σωφρονεῖν / πάσαισι θήσει. ῥάιδιον μὲν οὐ τόδε«sciaguratamente, come merita, / da sciagurata morirà e a tutte le donne / insegnerà ad essere caste. Ma questo non è facile».

Come spesso in Euripide i maschi sono esseri meschini (vedi Giasone nella Medeaper esempio).

Nel terzo stasimo il coro piange gli sposi uccisi e rimasti insepolti, augurando che la nave di Menelao, che si è ripreso Elena, naufraghi folgorata in mezzo al mare; alla fine posano lo sguardo su Astianatteνεκρόν, ὃν πύργων δίσκημα πικρὸν / Δαναοὶ κτείναντες ἔχουσιν, «cadavere, che scagliato amaramente giù dalle torri come un disco / i Danai hanno ucciso» (vv. 1121-1122).

Con il quarto episodio ci avviamo alla conclusione: Ecuba, seguendo le richieste di Andromaca, con cui Neottolemo è già partito, tributa le esequie al martoriato corpicino.


Εκ.

θέσθ’ ἀμφίτορνον ἀσπίδ’ Ἕκτορος πέδῳ,                    1156

λυπρὸν θέαμα κοὐ φίλον λεύσσειν ἐμοί.

ecuba

Ponete il rotondo scudo di Ettore a terra,
visione dolorosa e non piacevole da guardare per me.

ὦ μείζον’ ὄγκον δορὸς ἔχοντες ἢ φρενῶν,

τί τόνδ’, Ἀχαιοί, παῖδα δείσαντες φόνον

καινὸν διειργάσασθε; μὴ Τροίαν ποτὲ                           1160

πεσοῦσαν ὀρθώσειεν; οὐδὲν ἦτ’ ἄρα,

Oh voi che avete maggior vanto di lancia che di senno,
in cosa temendo, Achei, questo bambino avete compiuto
un assassinio inaudito? Che un giorno avrebbe raddrizzato
Troia caduta? Nulla eravate dunque,

ὅθ’ Ἕκτορος μὲν εὐτυχοῦντος ἐς δόρυ

διωλλύμεσθα μυρίας τ’ ἄλλης χερός,

πόλεως δ’ ἁλούσης καὶ Φρυγῶν ἐφθαρμένων

βρέφος τοσόνδ’ ἐδείσατ’· οὐκ αἰνῶ φόβον,                    1165

ὅστις φοβεῖται μὴ διεξελθὼν λόγῳ.

quando mentre Ettore era in auge in battaglia
morivamo, e c’era un’altra innumerevole schiera,
mentre una volta conquistata la città e annientati i Frigi
avete avuto paura di un bimbo siffatto; non approvo la paura,
di chiunque tema senza aver riflettuto con razionalità.

ὦ φίλταθ’, ὥς σοι θάνατος ἦλθε δυστυχής.

εἰ μὲν γὰρ ἔθανες πρὸ πόλεως, ἥβης τυχὼν 

γάμων τε καὶ τῆς ἰσοθέου τυραννίδος, 

μακάριος ἦσθ’ ἄν, εἴ τι τῶνδε μακάριον·                       1170

Oh amatissimo, come la morte ti è giunta sciagurata!
Se infatti fossi morto in difesa della città, avendo raggiunto la giovinezza
e le nozze e il potere pari agli dèi,
beato saresti stato, se qualcosa di questo è beato;

νῦν δ’ αὔτ’ ἰδὼν μὲν γνούς τε σῇ ψυχῇ, τέκνον, 

οὐκ οἶσθ’, ἐχρήσω δ’ οὐδὲν ἐν δόμοις ἔχων.

δύστηνε, κρατὸς ὥς σ’ ἔκειρεν ἀθλίως 

τείχη πατρῷα, Λοξίου πυργώματα,

ὃν πόλλ’ ἐκήπευσ’ ἡ τεκοῦσα βόστρυχον                      1175

φιλήμασίν τ’ ἔδωκεν, ἔνθεν ἐκγελᾷ 

ὀστέων ῥαγέντων φόνος, ἵν’ αἰσχρὰ μὴ λέγω.

Sventurato, come miseramente ti recidevano dal capo
le mura patrie, baluardi del Lossia,
il ricciolo che tante volte colei che ti partorì curò 1175
e coprì di baci; e da lì esce sghignazzando,
spezzatesi le ossa, il sangue, per non dire atrocità.

ὦ χεῖρες, ὡς εἰκοὺς μὲν ἡδείας πατρὸς

κέκτησθ’, ἐν ἄρθροις δ’ ἔκλυτοι πρόκεισθέ μοι. 

ὦ πολλὰ κόμπους ἐκβαλὸν φίλον στόμα,                      1180

ὄλωλας, ἐψεύσω μ’, ὅτ’ ἐσπίπτων πέπλους,

Oh mani, che piacevoli figure del padre
possedete, ma nelle articolazioni giacete sciolte davanti a me.
Oh cara bocca che tante volte lanciasti vanterie, 1180
sei perita, mi mentisti, quando cercando rifugio nei pepli,

Ὦ μῆτερ, ηὔδας, ἦ πολύν σοι βοστρύχων

πλόκαμον κεροῦμαι, πρὸς τάφον θ’ ὁμηλίκων

κώμους ἀπάξω, φίλα διδοὺς προσφθέγματα.

«Madre», dicevi, «certamente una folta ciocca di
riccioli mi taglierò per te, e sulla tomba guiderò
cortei di compagni, dandoti un caro saluto».

σὺ δ’ οὐκ ἔμ’, ἀλλ’ ἐγὼ σὲ τὸν νεώτερον,                      1185

γραῦς ἄπολις ἄτεκνος, ἄθλιον θάπτω νεκρόν.

οἴμοι, τὰ πόλλ’ ἀσπάσμαθ’ αἵ τ’ ἐμαὶ τροφαὶ 

ὕπνοι τ’ ἐκεῖνοι φροῦδά μοι. τί καί ποτε 

γράψειεν ἄν σε μουσοποιὸς ἐν τάφῳ;

Non tu me, ma io te, il più giovane, 1185
io vecchia senza patria senza figli, seppellisco un disgraziato cadavere.
Ohimé, i molti abbracci e le mie cure
e quei sonni sono svaniti per me. Che cosa mai ancora
potrebbe scrivere di te sul sepolcro un poeta?

Τὸν παῖδα τόνδ’ ἔκτειναν Ἀργεῖοί ποτε                        1190

δείσαντες; —αἰσχρὸν τοὐπίγραμμά γ’ Ἑλλάδι.

ἀλλ’ οὖν πατρῴων οὐ λαχὼν ἕξεις ὅμως

ἐν ᾗ ταφήσῃ χαλκόνωτον ἰτέαν. 

«Questo bambino uccisero gli Argivi un giorno
avendo paura»? – Turpe l’epigrafe almeno per la Grecia.
Ma senza dubbio, anche se non ti è toccata l’eredità paterna,
comunque avrai
lo scudo dal bronzeo dorso su cui sarai sepolto.

ὦ καλλίπηχυν Ἕκτορος βραχίονα 

σῴζουσ’, ἄριστον φύλακ’ ἀπώλεσας σέθεν.                1195

ὡς ἡδὺς ἐν πόρπακι σῷ κεῖται τύπος

ἴτυός τ’ ἐν εὐτόρνοισι περιδρόμοις ἱδρώς,

ὃν ἐκ μετώπου πολλάκις πόνους ἔχων 

ἔσταζεν Ἕκτωρ προστιθεὶς γενειάδι.

Oh tu33 che il braccio dai bei gomiti di Ettore
proteggevi, hai perduto il tuo ottimo custode. 1195
Come dolce giace nella tua imbracciatura l’impronta
e nelle incurvature ben tornite del bordo il sudore,
che dalla fronte spesso faticando
faceva grondare Ettore accostandoti al mento.

φέρετε, κομίζετ’ ἀθλίῳ κόσμον νεκρῷ                          1200

ἐκ τῶν παρόντων· οὐ γὰρ ἐς κάλλος τύχας

δαίμων δίδωσιν· ὧν δ’ ἔχω, λήψῃ τάδε.

Su, portate l’ornamento per il misero cadavere
prendendolo da ciò che resta: il destino infatti non concede
condizioni per la bellezza; ma di quanto ho, questo riceverai.

θνητῶν δὲ μῶρος ὅστις εὖ πράσσειν δοκῶν

βέβαια χαίρει· τοῖς τρόποις γὰρ αἱ τύχαι,

ἔμπληκτος ὡς ἄνθρωπος, ἄλλοτ’ ἄλλοσε                       1205

πηδῶσι, κοὐδεὶς αὐτὸς εὐτυχεῖ ποτε.

Stolto tra i mortali chi credendo di prosperare
con certezza ne gode: le sorti infatti per indole,
come un uomo volubile, saltano a volte da una parte
a volte da un’altra, e nessuno mai è di per sé fortunato.


Nel finale, mentre viene innalzato il lamento funebre, le fiamme cominciano a divorare la città che crolla sotto lo sguardo delle prigioniere troiane.

33 Sottintende ἰτέαlo scudo di vimini menzionato nel verso precedente.

p.s.

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