La domanda del titolo è associata a un’espressione che si trova in Seneca; vediamo il passo:
5. Libera te primum metu mortis (illa nobis iugum inponit), deinde metu paupertatis. 6. Si vis scire quam nihil in illa mali sit, compara inter se pauperum et divitum vultus: saepius pauper et fidelius ridet; nulla sollicitudo in alto est; etiam si qua incidit cura, velut nubes levis transit: horum qui felices vocantur hilaritas ficta est aut gravis et suppurata tristitia, eo quidem gravior quia interdum non licet palam esse miseros, sed inter aerumnas cor ipsum exedentes necesse est agere felicem. 7. Saepius hoc exemplo mihi utendum est, nec enim ullo efficacius exprimitur hic humanae vitae mimus, qui nobis partes quas male agamus adsignat. 8. omnium istorum personata felicitas est. Contemnes illos si despoliaveris.
«5. Liberati innanzitutto dalla paura della morte (essa ci impone un giogo), poi dalla paura della povertà. 6. Se vuoi sapere quanto non ci sia nulla di male in essa, confronta tra loro i volti dei poveri e dei ricchi: il povero ride più spesso e più schiettamente; nessuna preoccupazione si trova nel profondo; anche se incappa in qualche affanno, passa come una nuvola leggera: l’allegria di questi che sono chiamati felici è recitata oppure è una tristezza opprimente e che rode, e di certo tanto più opprimente poiché non è possibile ogni tanto essere infelici apertamente, ma divorando il cuore stesso tra le pene si è obbligati a fare la parte del felice. 7. Devo usare più spesso questo esempio, e infatti da nessun altro con più efficacia è rappresentato questo mimo della vita umana, che ci assegna i ruoli che interpretiamo male. 8. La felicità di tutti costoro è una maschera1. Li disprezzerai se avrai tolto loro i vestiti».
L’idea piace a Seneca che l’aveva già usata nel De providentia2:
4. Isti quos pro felicibus aspicis, si non qua occurrunt sed qua latent uideris, miseri sunt, sordidi turpes, ad similitudinem parietum suorum extrinsecus culti; non est ista solida et sincera felicitas: crusta est et quidem tenuis. Itaque dum illis licet stare et ad arbitrium suum ostendi, nitent et inponunt; cum aliquid incidit quod disturbet ac detegat, tunc apparet quantum altae ac uerae foeditatis alienus splendor absconderit.
«4. Questi che tu guardi come fortunati, se li vedi non dal lato con cui si presentano ma da quello che nascondono, sono meschini, squallidi, vergognosi, a somiglianza delle loro pareti belli di fuori; non è questa una felicità solida e autentica: è una patina e pure sottile. E così finché è loro consentito stare dritti e mostrarsi a loro arbitrio, brillano e traggono in inganno; quando capita qualcosa che li sconvolge e scopre, allora appare quanta profonda e reale ripugnanza nascondesse quello splendore posticcio».
Il concetto è che non hominibus tantum sed rebus persona demenda est et reddenda facies sua3, «Non solo agli uomini ma anche alle cose bisogna levare la maschera e restituire il loro aspetto autentico» (Epistulae, 24, 13).
Una sorta di rivalutazione della maschera che nasconde la sofferenza si trova in Nietzsche4:
Lo spirituale orgoglio e il disgusto di ogni individuo che ha profondamente sofferto [...], la sua abbrividente certezza, della quale è tutto permeato e ha assunto il colore, di sapere, in virtù della propria sofferenza, più di quanto possano sapere i più accorti e i più saggi; certezza di essere stato conosciuto e «di casa», una volta, in molti lontani orribili mondi, di cui «voi tutto ignorate!»... questo spirituale taciturno orgoglio del sofferente, questa superbia dell'eletto della conoscenza, dell'«iniziato», del quasi offerto in sacrificio, trova necessaria ogni forma di travestimento per proteggersi dal contatto di mani invadenti e compassionevoli, e soprattutto da tutti coloro che non sono suoi simili nel dolore. La profonda sofferenza rende nobili; essa divide. Una delle più raffinate forme di travestimento è l'epicureismo e una certa prodezza del gusto, messa da quel momento in evidenza, la quale prende con leggerezza la sofferenza e si mette in guardia contro ogni cosa triste e profonda. Esistono «uomini sereni» che si servono della serenità, perché a cagione di essa vengono fraintesi ─ costoro vogliono essere fraintesi. [...] Esistono spiriti liberi, audaci, che vorrebbero nascondere e negare di essere cuori infranti, superbi, immedicabili; e talvolta la follia stessa è la maschera per un sapere infelice troppo certo. ─ Donde risulta che si addice a una più raffinata umanità serbar reverenza «di fronte alla maschera» e non esercitare psicologia e curiosità nel punto sbagliato.
1 Oltretutto nemo enim potest personam diu ferre, ficta cito in naturam suam recidunt, «nessuno infatti può portare a lungo una maschera, gli atteggiamenti finti presto ricadono nella propria natura» (De clementia, I, 1, 5). Come aveva già detto Orazio (Epistulae, I, X, v. 24): naturam expelles furca, tamen usque recurret, «scaccerai la natura col forcone, continuerà comunque a tornare».
2 Cap. VI.
3 Cfr. Lucrezio, De rerum natura, III, vv. 55-58: quo magis in dubiis hominem spectare periclis / convenit / adversisque in rebus noscere qui sit; / nam verae voces tum demum pectore ab imo / eliciuntur [et] eripitur persona manet res, «A maggior ragione è necessario osservare l’uomo nei dubbiosi / pericoli e conoscere chi sia nelle avversità; infatti allora infine le vere voci dal profondo del cuore / erompono e viene strappata la maschera, rimane l’essenza».
4 Al di là del bene e del male, 270.
p.s.
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