martedì 29 ottobre 2024

Platone, Ippia minore – sulla volontarietà del male – 2° parte

 

Ippia argomenta sulla falsità di Odisseo giocando sui termini τρόπος («carattere, ingegno») e πολύτροπος («dal multiforme ingegno»), in quanto dalle parole di Omero emerge il carattere (τρόπος) ἀληθής τε καὶ ἁπλοῦς, «veritiero e schietto» di Achille, πολύτροπος τε καὶ ψευδής, «dall’ingegno multiforme e falso» di Odisseo.

A questo punto Socrate lo confuta sostenendo che il più scaltro in realtà è Achille il quale, nei versi successivi, prima dice a Odisseo che non tornerà ma l’indomani partirà con la nave (vv. 356-61) e poco dopo dice ad Aiace che aspetterà Ettore presso la sua nave (vv. 654-655). Siccome infatti Odisseo οὐδὲν γοῦν φαίνεται εἰπὼν πρὸς αὐτὸν ὡς αἰσθανόμενος αὐτοῦ ψευδομένου, «è evidente che non dice niente a lui come se si fosse accorto che sta mentendo» (371a),  allora significa che Omero ha fatto Achille tanto scaltro da superare Odisseo nella sua stessa arte, concedendosi addirittura il lusso di contraddirsi davanti a lui. Come minimo Achille e Odisseo sono dunque sullo stesso piano.

Queste argomentazioni socratiche hanno lo scopo di indurre Ippia a dire quello che Socrate vuole, cioè che in verità  Achille è comunque migliore in quanto (371e):


ταῦτα ὑπὸ εὐηθείας ἀναπεισθεὶς πρὸς τὸν Αἴαντα ἄλλα εἶπεν ἢ πρὸς τὸν Ὀδυσσέα· ὁ δὲ Ὀδυσσεὺς ἅ τε ἀληθῆ λέγει, ἐπιβουλεύσας ἀεὶ λέγει, καὶ ὅσα ψεύδεται, ὡσαύτως,

«indotto dalla semplicità ha detto queste cose ad Aiace diversamente che a Odisseo; Odisseo invece le cose vere che dice, le dice sempre avendole premeditate, e quelle false allo stesso modo».


Poco prima però (367a: in quel momento si parlava di calcolo, ma il concetto viene assunto anche come norma generale) si era convenuto sul fatto che:


ὁ μὲν ἀμαθὴς πολλάκις ἂν βουλόμενος ψευδῆ λέγειν τἀληθῆ ἂν εἴποι ἄκων, εἰ τύχοι, διὰ τὸ μὴ εἰδέναι, σὺ δὲ ὁ σοφός, εἴπερ βούλοιο ψεύδεσθαι, ἀεὶ ἂν κατὰ τὰ αὐτὰ ψεύδοιο,

«l’ignorante spesso, pur volendo dire il falso, potrebbe dire il vero involontariamente, caso mai, per il fatto di non sapere, mentre il sapiente, come te, se volesse dire il falso, direbbe il falso sempre nello stesso modo».


La logica conclusione è che Odisseo è migliore di Achille, ma Ippia non la accetta (371e-372a):


Καὶ πῶς ἄν, ὦ Σώκρατες, οἱ ἑκόντες ἀδικοῦντες καὶ [372] [a] ἑκόντες ἐπιβουλεύσαντες καὶ κακὰ ἐργασάμενοι βελτίους ἂν εἶεν τῶν ἀκόντων, οἷς πολλὴ δοκεῖ συγγνώμη εἶναι, ἐὰν μὴ εἰδώς τις ἀδικήσῃ ἢ ψεύσηται ἢ ἄλλο τι κακὸν ποιήσῃ; καὶ οἱ νόμοι δήπου πολὺ χαλεπώτεροί εἰσι τοῖς ἑκοῦσι κακὰ ἐργαζομένοις καὶ ψευδομένοις ἢ τοῖς ἄκουσιν.

«E come, o Socrate, coloro che commettono ingiustizia volontariamente e che volontariamente premeditano e attuano dei mali sarebbero migliori di coloro che agiscono così involontariamente, per i quali pare esserci molta indulgenza, qualora uno senza saperlo commetta ingiustizia o menta o compia un qualche altro male? Anche le leggi in fin dei conti sono molto più dure con coloro che compiono volontariamente dei mali e mentono piuttosto che con chi lo fa involontariamente».

Platone, Ippia minore – sulla volontarietà del male – 1° parte

 

Il dialogo, breve, verte sul problema se l’involontarietà nel compiere il male sia o meno un’attenuante.

Si parte da una una questione posta da Socrate al sofista Ippia di Elide (364b):


ἀτὰρ τί δὴ λέγεις ἡμῖν περὶ τοῦ Ἀχιλλέως τε καὶ τοῦ Ὀδυσσέως; πότερον ἀμείνω καὶ κατὰ τί φῂς εἶναι;

«Ma cosa ci dici a proposito di Achille e di Odisseo? chi dei due dici che è migliore e secondo cosa?»


Ippia risponde così (364c):


φημὶ γὰρ Ὅμηρον πεποιηκέναι ἄριστον μὲν ἄνδρα Ἀχιλλέα τῶν εἰς Τροίαν ἀφικομένων, σοφώτατον δὲ Νέστορα, πολυτροπώτατον δὲ Ὀδυσσέα.

«Dico infatti che Omero ha fatto Achille come l’uomo migliore tra quelli giunti a Troia, Nestore il più sapiente, Odisseo il più multiforme nell’ingegno».


L’aggettivo πολύτροπος, usato qui al superlativo e nel senso di «scaltro», «tessitore d’inganni», è invece l’epiteto che caratterizza positivamente l’eroe nel primo verso dell’Odissea, di cui riporto il proemio (vv. 1-3):


Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλὰ

πλάγχθη, ἐπεὶ Τροίης ἱερὸν πτολίεθρον ἔπερσε·

πολλῶν δ' ἀνθρώπων ἴδεν ἄστεα καὶ νόον ἔγνω,

«L’uomo a me narra, o Musa, versatile, che davvero molto / vagò, dopo che distrusse la sacra rocca di Troia; / di molti uomini vide le città e conobbe la mente».


Ippia specifica, poco dopo il suo pensiero, aggiungendo che Achille è ἁπλούστατος καὶ ἀληθέστατος (364d), «schietto e veritiero al massimo», come emerge dai versi citati (Iliade, X, 308-314) che non casualmente Omero fa pronunciare da Achille nei confronti di Odisseo:


Διογενὲς Λαερτιάδη, πολυμήχαν' Ὀδυσσεῦ,

χρὴ μὲν δὴ τὸν μῦθον ἀπηλεγέως ἀποειπεῖν,

ὥσπερ δὴ κρανέω τε καὶ ὡς τελέεσθαι ὀίω·

ἐχθρὸς γάρ μοι κεῖνος ὁμῶς Ἀΐδαο πύλῃσιν,

ὅς χ' ἕτερον μὲν κεύθῃ ἐνὶ φρεσίν, ἄλλο δὲ εἴπῃ.

αὐτὰρ ἐγὼν ἐρέω, ὡς καὶ τετελεσμένον ἔσται.

«Laerziade di stirpe divina, Odisseo dalle molte risorse, / è necessario certo manifestare francamente il pensiero, come lo realizzerò e come penso che si compirà; / infatti quello mi è odioso come le porte dell’Ade, / che una cosa occulti nel cuore, un’altra dica. / Ma io dirò come anche sarà compiuto».


Il testo originale è leggermente diverso:

διογενὲς Λαερτιάδη πολυμήχαν' Ὀδυσσεῦ

χρὴ μὲν δὴ τὸν μῦθον ἀπηλεγέως ἀποειπεῖν,

ᾗ περ δὴ φρονέω τε καὶ ὡς τετελεσμένον ἔσται,

ὡς μή μοι τρύζητε παρήμενοι ἄλλοθεν ἄλλος.

ἐχθρὸς γάρ μοι κεῖνος ὁμῶς Ἀΐδαο πύλῃσιν

ὅς χ' ἕτερον μὲν κεύθῃ ἐνὶ φρεσίν, ἄλλο δὲ εἴπῃ.

αὐτὰρ ἐγὼν ἐρέω ὥς μοι δοκεῖ εἶναι ἄριστα·


In questi versi Achille, dopo aver accolto amichevolmente i tre ambasciatori (Fenice, Aiace e Odisseo), rifiuta sdegnato la proposta di Odisseo che su mandato di Agamennone gli promette, in cambio del ritorno ai posti di combattimento, una ricca ricompensa: sette tripodi, dieci talenti d’oro, venti lebeti, dodici cavalli campioni e in più sette donne lesbie, oltre a Briseide (con la quale, assicura, Agamennone non si è ancora accoppiato), subito, e dopo la conquista di Troia altre venti tra le prigioniere (le più belle dopo Elena); infine bottino a non finire. Al ritorno in patria Agamennone gli avrebbe poi dato in sposa una delle tre figlie (Crisotemi, Laodice, Ifianassa) con sette castelli in dote.

lunedì 28 ottobre 2024

domenica 27 ottobre 2024

Giovanni Ghiselli: Solitudine, pubblicità e rifiuto della pubblicità.

Giovanni Ghiselli: Solitudine, pubblicità e rifiuto della pubblicità.:   La solitudine   scelta (Seneca, Nietzsche, il Tonio Kröger di T. Mann) o coatta (il Filottete di Sofocle).   Di fatto, soprattut...

Euripide, Baccanti – terzo episodio: vv. 642-659 – testo e traduzione – Maturità 2025

 

Πε.

πέπονθα δεινά· διαπέφευγέ μ' ὁ ξένος,

ὃς ἄρτι δεσμοῖς ἦν κατηναγκασμένος.

ἔα ἔα·

ὅδ' ἐστὶν ἁνήρ· τί τάδε; πῶς προνώπιος         645

φαίνῃ πρὸς οἴκοις τοῖς ἐμοῖς, ἔξω βεβώς;

Pe.

Mi sono successe cose terribile: mi è sfuggito lo straniero

che poco fa era costretto in catene.

Ea ea:

È qui l’uomo; cos’è questo? Come mai ti mostri

qui all’entrata, proprio davanti al mio palazzo, appena uscito?

Δι.

στῆσον πόδ', ὀργῇ δ' ὑπόθες ἥσυχον πόδα.

Πε.

πόθεν σὺ δεσμὰ διαφυγὼν ἔξω περᾷς;

Di.

Arresta il piede, poni sotto all’ira un piede tranquillo.

Pe.

Come è successo che tu vieni fuori dopo essere sfuggito alle catene?

Δι.

οὐκ εἶπον, ἢ οὐκ ἤκουσας, ὅτι λύσει μέ τις;

Πε.

τίς; τοὺς λόγους γὰρ ἐσφέρεις καινοὺς ἀεί.         650

Di.

Non te lo dissi, o non mi ascoltasti, che qualcuno mi avrebbe liberato?

Pe.

Chi? tu infatti introduci sempre nuovi discorsi.

Di.

Colui che fa crescere per i mortali la vite dai molti grappoli.

Δι.

ὃς τὴν πολύβοτρυν ἄμπελον φύει βροτοῖς.

Πε

. . . . . . .

Pe.

. . . . . . .   

Δι.

ὠνείδισας δὴ τοῦτο Διονύσῳ καλόν.

Πε.

κλήιειν κελεύω πάντα πύργον ἐν κύκλῳ.

Di.

Hai fatto proprio un bel rimprovero a Dioniso.

Pe.

Ordino di chiudere ogni torre intorno. 

Δι.

τί δ'; οὐχ ὑπερβαίνουσι καὶ τείχη θεοί;

Πε.

σοφὸς σοφὸς σύ, πλὴν ἃ δεῖ σ' εἶναι σοφόν.         655 

Di.

E perché? non oltrepassano anche le mura gli dèi?

Pe.

Sapiente sei tu, sapiente, tranne in ciò in cui devi essere sapiente.  

Δι.

ἃ δεῖ μάλιστα, ταῦτ' ἔγωγ' ἔφυν σοφός.

κείνου δ' ἀκούσας πρῶτα τοὺς λόγους μάθε,

ὃς ἐξ ὄρους πάρεστιν ἀγγελῶν τί σοι.

ἡμεῖς δέ σοι μενοῦμεν, οὐ φευξούμεθα.

Di.
Soprattutto in ciò in cui bisogna, in questo io sono sapiente per natura.
Ma impara innanzitutto ascoltando le parole di quello
che è giunto dal monte a riferirti un messaggio.
Noi rimarremo con te, non fuggiremo.