mercoledì 7 gennaio 2026

Euripide, Baccanti – quarto episodio: vv. 935-946 – testo e traduzione – Maturità 2026

 

 Δι.

ζῶναί τέ σοι χαλῶσι κοὐχ ἑξῆς πέπλων         935

στολίδες ὑπὸ σφυροῖσι τείνουσιν σέθεν.

Di.
La cintura ti sta lenta e le pieghe del peplo
non sono tese fin sotto le tue caviglie.

Πε.

κἀμοὶ δοκοῦσι παρά γε δεξιὸν πόδα·

τἀνθένδε δ' ὀρθῶς παρὰ τένοντ' ἔχει πέπλος.

Pe.
Sembra anche a me, almeno sul piede destro;
di qua invece il peplo sta bene sul tendine.

Δι.

ἦ πού με τῶν σῶν πρῶτον ἡγήσῃ φίλων,

ὅταν παρὰ λόγον σώφρονας βάκχας ἴδῃς.                    940

Di.
Di certo mi considererai il primo dei tuoi amici,
quando, contro il tuo pensiero, tu veda le baccanti savie.

Πε.

πότερα δὲ θύρσον δεξιᾷ λαβὼν χερὶ

ἢ τῇδε βάκχῃ μᾶλλον εἰκασθήσομαι;

Pe.
Ma prendendo il tirso con la mano destra
o con questa assomiglierò di più a una baccante?

Δι.

ἐν δεξιᾷ χρὴ χἄμα δεξιῷ ποδὶ

αἴρειν νιν· αἰνῶ δ' ὅτι μεθέστηκας φρενῶν.

Di.
Nella mano destra e insieme col piede destro si deve
sollevarlo; approvo che tu ti sia allontanato dai tuoi pensieri.

Πε.

ἆρ' ἂν δυναίμην τὰς Κιθαιρῶνος πτυχὰς         945

αὐταῖσι βάκχαις τοῖς ἐμοῖς ὤμοις φέρειν;

Pe.

Potrei portare sulle le mie spalle le balze
del Citerone con le baccanti stesse. 


p.s.

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Giovanni Ghiselli: Compianto e lutto.

Giovanni Ghiselli: Compianto e lutto.: Partecipo al compianto dei poveri ragazzi morti nell’olocausto del bar adibito a discoteca sprovvista di ogni sicurezza da imprenditori ...

martedì 6 gennaio 2026

Platone – Simposio: l’amore secondo Aristofane

 

Le origini dell'amore secondo Aristofane nel Simposio


Il commediografo (in questo caso personaggio del dialogo) descrive le origini dell'umanità con esseri a forma di palla di tre tipi: androgini, formati da un maschio e una femmina; maschi, formati da due maschi; femmine, formati da due femmine. In tutti e tre i casi le due parti sono attaccate per la schiena. Zeus prese la decisione di tagliarli a metà perché erano diventati troppo potenti e a questo punto Aristofane esprime con le parole che seguono la sua teoria sull’amore.


191e-192a

Ἔστι δὴ οὖν ἐκ τόσου ὁ ἔρως ἔμφυτος ἀλλήλων τοῖς ἀνθρώποις καὶ τῆς ἀρχαίας φύσεως συναγωγεὺς καὶ ἐπιχειρῶν ποιῆσαι ἓν ἐκ δυοῖν καὶ ἰάσασθαι τὴν φύσιν τὴν ἀνθρωπίνην.

«Da allora dunque l’amore è connaturato agli uomini tra loro ed è guida dell’antica natura e spinge a fare uno da due e a guarire la natura umana».

Ἕκαστος οὖν ἡμῶν ἐστιν ἀνθρώπου σύμβολον, ἅτε τετμημένος ὥσπερ αἱ ψῆτται, ἐξ ἑνὸς δύο· ζητεῖ δὴ ἀεὶ τὸ αὑτοῦ ἕκαστος σύμβολον.

«Ciascuno di noi dunque è il contrassegno di un essere umano, in quanto tagliato come le sogliole, da uno due; pertanto ciascuno è sempre alla ricerca del contrassegno di se stesso».

Ὅσοι μὲν οὖν τῶν ἀνδρῶν τοῦ κοινοῦ τμῆμά εἰσιν, ὃ δὴ τότε ἀνδρόγυνον ἐκαλεῖτο, φιλογύναικές τέ εἰσι καὶ οἱ πολλοὶ τῶν μοιχῶν ἐκ τούτου τοῦ γένους γεγόνασιν,

«Quanti dunque tra i maschi sono porzione dell’insieme, che allora era chiamato androgino, sono amanti delle donne e i più tra i seduttori/adulteri nasce da questo genere,»

καὶ ὅσαι αὖ γυναῖκες φίλανδροί τε καὶ μοιχεύτριαι ἐκ τούτου τοῦ γένους γίγνονται.

«e quante donne a loro volta sono amanti dei maschi e adultere derivano da questo genere».

Ὅσαι δὲ τῶν γυναικῶν γυναικὸς τμῆμά εἰσιν, οὐ πάνυ αὗται τοῖς ἀνδράσι τὸν νοῦν προσέχουσιν,

«Quante invece tra le donne sono porzione di donna, queste non prestano affatto attenzione ai maschi,»

ἀλλὰ μᾶλλον πρὸς τὰς γυναῖκας τετραμμέναι εἰσί, καὶ αἱ ἑταιρίστριαι ἐκ τούτου τοῦ γένους γίγνονται.

«ma piuttosto sono rivolte alle donne e le prostitute derivano da questo genere». 

Ὅσοι δὲ ἄρρενος τμῆμά εἰσι, τὰ ἄρρενα διώκουσι, καὶ τέως μὲν ἂν παῖδες ὦσιν, ἅτε τεμάχια ὄντα τοῦ ἄρρενος, φιλοῦσι τοὺς ἄνδρας καὶ χαίρουσι συγκατακείμενοι καὶ συμπεπλεγμένοι τοῖς ἀνδράσι, καί εἰσιν οὗτοι βέλτιστοι τῶν παίδων καὶ μειρακίων, ἅτε ἀνδρειότατοι ὄντες φύσει.

«Quanti poi sono porzione di un maschio, inseguono i maschi, e finché sono fanciulli, essendo pezzetti di maschio, amano gli uomini e godono nel giacere e nel intrecciarsi con gli uomini, e questi sono i migliori tra i fanciulli e i ragazzi, in quanto sono i più virili per natura».


p.s.

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Platone, Fedro, 274c-275b – Il mito di Theuth – testo - traduzione - commento – parte 2

 

Quindi Socrate spiega con argomentazioni più concrete i difetti della scrittura (275d-276d):

ΣΩ. Δεινὸν γάρ που, ὦ Φαῖδρε, τοῦτ' ἔχει γραφή, καὶ ὡς ἀληθῶς ὅμοιον ζωγραφίᾳ. καὶ γὰρ τὰ ἐκείνης ἔκγονα ἕστηκε μὲν ὡς ζῶντα, ἐὰν δ' ἀνέρῃ τι, σεμνῶς πάνυ σιγᾷ.

«So. In effetti, o Fedro, questo ha di inquietante la scrittura, e davvero simile alla pittura. E infatti le creazioni di quella stanno lì come se fossero viventi, ma se fai una domanda, stanno in religioso silenzio».

ταὐτὸν δὲ καὶ οἱ λόγοι· δόξαις μὲν ἂν ὥς τι φρονοῦντας αὐτοὺς λέγειν, ἐὰν δέ τι ἔρῃ τῶν λεγομένων βουλόμενος μαθεῖν, ἕν τι σημαίνει μόνον ταὐτὸν ἀεί.

«La medesima cosa anche i discorsi: tu crederesti che essi parlino come se avessero una qualche intelligenza, ma se fai una domanda volendo capire una delle cose dette, uno solo e sempre lo stesso è il significato».

ὅταν δὲ ἅπαξ [e] γραφῇ, κυλινδεῖται μὲν πανταχοῦ πᾶς λόγος ὁμοίως παρὰ τοῖς ἐπαΐουσιν, ὡς δ' αὕτως παρ' οἷς οὐδὲν προσήκει, καὶ οὐκ ἐπίσταται λέγειν οἷς δεῖ γε καὶ μή. πλημμελούμενος δὲ καὶ οὐκ ἐν δίκῃ λοιδορηθεὶς τοῦ πατρὸς ἀεὶ δεῖται βοηθοῦ· αὐτὸς γὰρ οὔτ' ἀμύνασθαι οὔτε βοηθῆσαι δυνατὸς αὑτῷ.

«So. Una volta che [e] sia stato messo per iscritto, ogni discorso rotola ovunque ugualmente presso coloro che se ne intendono, come anche presso coloro a cui non si addice affatto, e non sa a chi deve parlare e a chi no. Offeso e ingiustamente oltraggiato ha sempre bisogno del padre come soccorritore: da solo infatti non è capace né di difendersi né di soccorrersi».

ΦΑΙ. Καὶ ταῦτά σοι ὀρθότατα εἴρηται.

«Fe. E questo è stato detto da te nel modo più corretto».

[276]

[a] ΣΩ. Τί δ'; ἄλλον ὁρῶμεν λόγον τούτου ἀδελφὸν γνήσιον, τῷ τρόπῳ τε γίγνεται, καὶ ὅσῳ ἀμείνων καὶ δυνατώτερος τούτου φύεται;

[276]

«[a] So. Dunque? Guardiamo un altro discorso fratello genuino di questo, in che modo nasca, e quanto sia per natura migliore e più potente di questo?»

ΦΑΙ. Τίνα τοῦτον καὶ πῶς λέγεις γιγνόμενον;

«Fe. Qual è questo e come dici che nasce?»

ΣΩ. Ὃς μετ' ἐπιστήμης γράφεται ἐν τῇ τοῦ μανθάνοντος ψυχῇ, δυνατὸς μὲν ἀμῦναι ἑαυτῷ, ἐπιστήμων δὲ λέγειν τε καὶ σιγᾶν πρὸς οὓς δεῖ.

«So. Quello che è scritto con scienza nell’anima di chi apprende, capace di difendere se stesso, perché sa parlare e tacere con chi deve».

ΦΑΙ. Τὸν τοῦ εἰδότος λόγον λέγεις ζῶντα καὶ ἔμψυχον, οὗ ὁ γεγραμμένος εἴδωλον ἄν τι λέγοιτο δικαίως.

«Fe. Il discorso di chi sa, tu dici, vivo e animato, di cui quello scritto si può giustamente dire un simulacro».

[b] ΣΩ. Παντάπασι μὲν οὖν. τόδε δή μοι εἰπέ· ὁ νοῦν ἔχων γεωργός, ὧν σπερμάτων κήδοιτο καὶ ἔγκαρπα βούλοιτο γενέσθαι, πότερα σπουδῇ ἂν θέρους εἰς Ἀδώνιδος κήπους ἀρῶν χαίροι θεωρῶν καλοὺς ἐν ἡμέραισιν ὀκτὼ γιγνομένους, ἢ ταῦτα μὲν δὴ παιδιᾶς τε καὶ ἑορτῆς χάριν δρῴη ἄν, ὅτε καὶ ποιοῖ·

«[b] So. Proprio così. Ora dimmi questo: il contadino che ha senno, i semi che gli stanno a cuore e vuole che diventino fruttuosi, seminandoli con zelo d’estate nei giardini di Adone, si rallegrerebbe di vederli diventare belli in otto giorni, oppure farebbe questo per gioco e per una festa, quando anche lo facesse;»

ἐφ' οἷς δὲ ἐσπούδακεν, τῇ γεωργικῇ χρώμενος ἂν τέχνῃ, σπείρας εἰς τὸ προσῆκον, ἀγαπῴη ἂν ἐν ὀγδόῳ μηνὶ ὅσα ἔσπειρεν τέλος λαβόντα;

«mentre per quelli di cui si preoccupa seriamente, avvelendosi dell’arte agricola, seminandoli al momento opportuno, sarebbe contento che quanti ne seminò giungano a termine in otto mesi?»

[c] ΦΑΙ. Οὕτω που, ὦ Σώκρατες, τὰ μὲν σπουδῇ, τὰ δὲ ὡς ἑτέρως ἂν ᾗ λέγεις ποιοῖ.

«[c] Fe. Così più o meno, o Socrate, farebbe, in un caso con zelo, nell’altro diversamente, come dici tu».

ΣΩ. Τὸν δὲ δικαίων τε καὶ καλῶν καὶ ἀγαθῶν ἐπιστήμας ἔχοντα τοῦ γεωργοῦ φῶμεν ἧττον νοῦν ἔχειν εἰς τὰ ἑαυτοῦ σπέρματα;

«So. Dovremmo dire che chi possiede le scienze del giusto e del bello e del buono abbia meno senno del contadino per i propri semi?»

ΦΑΙ. Ἥκιστά γε.

«Fe. Niente affatto».

ΣΩ. Οὐκ ἄρα σπουδῇ αὐτὰ ἐν ὕδατι γράψει μέλανι σπείρων διὰ καλάμου μετὰ λόγων ἀδυνάτων μὲν αὑτοῖς λόγῳ βοηθεῖν, ἀδυνάτων δὲ ἱκανῶς τἀληθῆ διδάξαι.

«So. Certo, con serietà, non scriverà quelle cose nell’acqua nera seminandole col calamo insieme a discorsi incapaci di soccorrere sé stessi con la ragione, incapaci di insegnare sufficientemente la verità».

ΦΑΙ. Οὔκουν δὴ τό γ' εἰκός.

«Fe. No di certo, verosimilmente almeno».

[d] ΣΩ. Οὐ γάρ· ἀλλὰ τοὺς μὲν ἐν γράμμασι κήπους, ὡς ἔοικε, παιδιᾶς χάριν σπερεῖ τε καὶ γράψει, ὅταν [δὲ] γράφῃ, ἑαυτῷ τε ὑπομνήματα θησαυριζόμενος, εἰς τὸ λήθης γῆρας ἐὰν ἵκηται, καὶ παντὶ τῷ ταὐτὸν ἴχνος μετιόντι, ἡσθήσεταί τε αὐτοὺς θεωρῶν φυομένους ἁπαλούς·

«[d] So. No infatti; ma i giardini letterari, a quanto pare, li seminerà per gioco e scriverà, qualora scrivesse, facendone un tesoro di ricordi per sé, se mai giungesse alla vecchiaia dell’oblio, e per chiunque segue la medesima traccia, e si rallegrerà nel guardarli crescere vivaci;»

ὅταν ‹δὲ› ἄλλοι παιδιαῖς ἄλλαις χρῶνται, συμποσίοις τε ἄρδοντες αὑτοὺς ἑτέροις τε ὅσα τούτων ἀδελφά, τότ' ἐκεῖνος, ὡς ἔοικεν, ἀντὶ τούτων οἷς λέγω παίζων διάξει.

«quando poi altri facessero altri giochi, ricreandosi nei simposi e quante situazioni sono affini a queste, allora quello, a quanto pare, impiegherà il tempo1 divertendosi, invece che in queste cose, con quelle che dico io».


Fedro conferma che è di gran lunga superiore il divertimento nel fare discorsi come dice Socrate, il quale in conclusione risponde (276e-277a):

Ἔστι γάρ, ὦ φίλε Φαῖδρε, οὕτω· πολὺ δ' οἶμαι καλλίων σπουδὴ περὶ αὐτὰ γίγνεται, ὅταν τις τῇ διαλεκτικῇ τέχνῃ χρώμενος, λαβὼν ψυχὴν προσήκουσαν, φυτεύῃ τε καὶ σπείρῃ μετ' ἐπιστήμης λόγους, οἳ ἑαυτοῖς τῷ τε φυτεύσαντι [277] [a] βοηθεῖν ἱκανοὶ καὶ οὐχὶ ἄκαρποι ἀλλὰ ἔχοντες σπέρμα, ὅθεν ἄλλοι ἐν ἄλλοις ἤθεσι φυόμενοι τοῦτ' ἀεὶ ἀθάνατον παρέχειν ἱκανοί, καὶ τὸν ἔχοντα εὐδαιμονεῖν ποιοῦντες εἰς ὅσον ἀνθρώπῳ δυνατὸν μάλιστα.

«È cosi infatti, caro Fedro; tuttavia, credo, l’impegno in tali occupazioni risulta molto più bello qualora uno, avvalendosi dell’arte dialettica, prendendo un’anima conveniente, generi e semini discorsi, che siano in grado di soccorrere se stessi e chi li ha generati e che non siano infruttuosi ma abbiano un seme, da cui altri discorsi, nascendo in altri ingegni siano in grado di rendere questo immortale, e di fare in modo che chi lo possiede sia felice quanto più è possibile per un uomo».


1 Il verbo in greco significa semplicemente «passare il tempo» ma ho scelto di tradurre «impiegare» ricordando un passo di Schopenhauer (Parerga e paralipomena, Aforismi sulla saggezza della vita, capitolo secondo:

«La gente comune si preoccupa unicamente di passare il tempo; chi ha un qualche talento pensa invece a utilizzarlo In tutti i paesi lattività principale di ogni società è sempre stata il gioco delle carte: esso è la misura del valore di tale società, e la bancarotta dichiarata di tutti i pensieri. Dal momento che non hanno alcun pensiero da scambiarsi, essi si scambiano delle carte

Otium sine litteris mors est et hominis vivi sepultura» (Seneca, Ep., 82, 3).

È stato infatti sostenuto abbastanza spesso, e non senza verosimiglianza, che luomo spiritualmente limitato è in fondo il più feliceSofocle si è espresso al riguardo in due modi diametralmente opposti:

πολλῷ τὸ φρονεῖν εὐδαιμονίας πρῶτον ὑπάρχει

Sapere longe prima felicitatis pars est

Antig., 1323

e d’altro canto

ἐν τῷ φρονεῖν γὰρ μηδὲν ἥδιστος βίος

Nihil cogitantium iucundissima vita est

Aiax. 550

L’uomo privo di ogni bisogno spirituale è per lappuntocon unespressione [] in origine tratta dalla vita studentesca [] un filisteo. Costui è e rimane cioè l’ἄμουσος ἀνήρ […] Costui è dunque un uomo senza bisogni spirituali [] Nessun impulso alla conoscenza e alla comprensione, come fini a sé, e neppure nessun impulso verso godimenti propriamente estetici [] Egli si sobbarcherà tuttavia, come una specie di lavoro forzatoquelli tra i godimenti di tale specie che gli sono imposti dalla moda o dallautorità. Per lui i veri piaceri sono soltanto quelli sessuali, ed egli si rivale con questi. Di conseguenza le ostriche e lo champagne sono il punto culminante della sua esistenza, e lo scopo della sua vita consiste nel procurarsi tutto ciò che contribuisca al suo benessere materiale».


p.s.

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Platone, Fedro, 274c-275b – Il mito di Theuth – testo - traduzione - commento – parte 1

 

Nel «mito di Theuth» viene in particolare messa in risalto la distinzione tra tecnica e morale; Theuth è il corrispondente egizio di Prometeo, la divinità benefattrice dellumanità. Un giorno va dal faraone Thamus per esporgli tutte le sue invenzioni, tra cui spiccano le lettere, individuate come μνήμης τε καὶ σοφίας φάρμακον«farmaco della memoria e della sapienza» (274e); segue la risposta del faraone:

Ἤκουσα τοίνυν περὶ Ναύκρατιν τῆς Αἰγύπτου γενέσθαι τῶν ἐκεῖ παλαιῶν τινα θεῶν, οὗ καὶ τὸ ὄρνεον ἱερὸν ὃ δὴ καλοῦσιν Ἶβιν· αὐτῷ δὲ ὄνομα τῷ δαίμονι εἶναι Θεύθ. Τοῦτον δὴ πρῶτον ἀριθμόν τε καὶ λογισμὸν εὑρεῖν καὶ γεωμετρίαν καὶ ἀστρονομίαν, ἔτι δὲ πεττείας τε καὶ κυβείας, καὶ δὴ καὶ γράμματα. βασιλέως δ᾽ αὖ τότε ὄντος Αἰγύπτου ὅλης Θαμοῦ περὶ τὴν μεγάλην πόλιν τοῦ ἄνω τόπου ἣν οἱ Ἕλληνες Αἰγυπτίας Θήβας καλοῦσι, καὶ τὸν θεὸν Ἄμμωνα, παρὰ τοῦτον ἐλθὼν ὁ Θεὺθ τὰς τέχνας ἐπέδειξεν, καὶ ἔφη δεῖν διαδοθῆναι τοῖς ἄλλοις Αἰγυπτίοις· ὁ δὲ ἤρετο ἥντινα ἑκάστη ἔχοι ὠφελίαν, διεξιόντος δέ, ὅτι καλῶς ἢ μὴ καλῶς δοκοῖ λέγειν, τὸ μὲν ἔψεγεν, τὸ δ᾽ ἐπῄνει. πολλὰ μὲν δὴ περὶ ἑκάστης τῆς τέχνης ἐπ᾽ ἀμφότερα Θαμοῦν τῷ Θεὺθ λέγεται ἀποφήνασθαι, ἃ λόγος πολὺς ἂν εἴη διελθεῖν· ἐπειδὴ δὲ ἐπὶ τοῖς γράμμασιν ἦν, «τοῦτο δέ, ὦ βασιλεῦ, τὸ μάθημα», ἔφη ὁ Θεύθ, «σοφωτέρους Αἰγυπτίους καὶ μνημονικωτέρους παρέξει· μνήμης τε γὰρ καὶ σοφίας φάρμακον ηὑρέθη». ὁ δ᾽ εἶπεν· «ὦ τεχνικώτατε Θεύθ, ἄλλος μὲν τεκεῖν δυνατὸς τὰ τέχνης, ἄλλος δὲ κρῖναι τίν᾽ ἔχει μοῖραν βλάβης τε καὶ ὠφελίας τοῖς μέλλουσι χρῆσθαι· καὶ νῦν σύ, πατὴρ ὢν γραμμάτων, δι᾽ εὔνοιαν τοὐναντίον εἶπες ἢ δύναται. τοῦτο γὰρ τῶν μαθόντων λήθην μὲν ἐν ψυχαῖς παρέξει μνήμης ἀμελετησίᾳ, ἅτε διὰ πίστιν γραφῆς ἔξωθεν ὑπ᾽ ἀλλοτρίων τύπων, οὐκ ἔνδοθεν αὐτοὺς ὑφ᾽ αὑτῶν ἀναμιμνῃσκομένους· οὔκουν μνήμης ἀλλὰ ὑπομνήσεως φάρμακον ηὗρες. σοφίας δὲ τοῖς μαθηταῖς δόξαν, οὐκ ἀλήθειαν πορίζεις· πολυήκοοι γάρ σοι γενόμενοι ἄνευ διδαχῆς πολυγνώμονες εἶναι δόξουσιν, ἀγνώμονες ὡς ἐπὶ τὸ πλῆθος ὄντες, καὶ χαλεποὶ συνεῖναι, δοξόσοφοι γεγονότες ἀντὶ σοφῶν».

«[…] Ho sentito dire dunque che dalle parti di Naucrati d’Egitto ci fu uno degli antichi dèi di laggiù, del quale è sacro anche l’uccello che chiamano Ibis; questa divinità ha il nome di Theuth. Ebbene costui inventò innanzitutto il numero e il calcolo e la geometria e l’astronomia, inoltre scacchi e dadi, e tra l’altro le lettere. Essendo all’epoca re dell’intero Egitto Thamus, nei pressi della grande città della regione di sopra, che i Greci chiamano Tebe d’Egitto, e il dio Ammone, giunto da costui Theuth presentò le tecniche, e disse che bisognava distribuirle agli altri Egizi: l’altro chiese quale utilità avesse ciascuna tecnica, e mentre l’altro le passava in rassegna, secondo che gli sembrasse parlare bene o non bene, a volte le biasimava a volte le elogiava. Si dice che Thamus fece notare a Theuth su ciascuna tecnica, in entrambi i sensi, molti aspetti, che sarebbe un lungo discorso elencare; quando però si trovava sulle lettere, «Questo apprendimento, o re», disse Theuth, «renderà gli Egizi più sapienti e più mnemonici: è stato trovato infatti un farmaco della sapienza e della memoria». L’altro allora disse: «O tecnicissimo Theuth, uno è capace di partorire i ritrovati della tecnica, un altro di giudicare quale parte di danno e di vantaggio hanno per coloro che hanno intenzione di usarli: e ora tu, siccome sei il padre delle lettere, per benevolenza hai detto il contrario di quello che possono fare. Questo sapere infatti procurerà oblio nelle anime di chi apprende per trascuratezza della memoria, in quanto per fede nella scrittura richiamano alla memoria da fuori a partire da modelli esterni, non dallinterno essi stessi da sé stessi1; hai trovato un farmaco non certo della memoria ma del ricordo. Tu procuri ai discepoli lopinione della sapienza, non la verità: divenuti tuoi assidui ascoltatori penseranno di essere, senza insegnamento, molto colti, essendo invece per lo più ignoranti, e difficili da frequentare, divenuti apparentemente sapienti, anziché sapienti».

Un concetto simile (e associabile alla sapienza socratica dell’Apologia2) si ritrova in PascalPensieri, C 308 (B 327):

Le monde juge bien des choses, car il est dans lignorance naturelle, qui est le vrai siège de lhomme. Les sciences ont deux extrémités qui se touchent. La première est la pure ignorance naturelle où se trouvent tous les hommes en naissant. Lautre extrémité est celle où arrivent les grandes âmes qui, ayant parcouru tout ce que les hommes peuvent savoir, trouvent quils ne savent rien et se rencontrent en cette même ignorance d’où ils étaient partis. Mais cest une ignorance savante, qui se connaît. Ceux dentredeux, qui sont sortis de lignorance naturelle et nont pu arriver à l’autre, ont quelque teinture de cette science suffisante et font les entendus. Ceux‑là troublent le monde et jugent mal de tout. Le peuple et les habiles composent le train du monde, ceux‑là le méprisent et sont méprisés. Ils jugent mal de toutes choses, et le monde en juge bien.

«La gente giudica rettamente le cose, perché si trova nell'ignoranza naturale, che è la vera condizione dell'uomo. Le scienze hanno due estremità che si toccano. La prima è la pura ignoranza naturale in cui si trovano tutti gli uomini quando nascono. L'altro estremo è quello a cui arriveranno le grandi anime, che, avendo percorso tutto ciò che l'uomo può sapere, trovano che non sanno nulla e si ritrovano in questa strana ignoranza da cui erano partiti; ma questa è una ignoranza dotta! che conosce se stessa. Quelli tra i due estremi che sono usciti dall'ignoranza naturale e non sono potuti giungere all'altro estremo hanno qualche verniciatura di tale scienza presuntuosa e fanno i saputi. Costoro mettono a soqquadro il mondo e giudicano male ogni cosa. Il popolo e i dotti mandano avanti il mondo; costoro lo disprezzano e ne sono disgustati. Giudicano male ogni cosa, mentre la gente ne giudica bene».


1 È la famosa condanna della scrittura associata alla dottrina della conoscenza in quanto reminiscenza formulata in Menone, 81b-c: Socrate sta spiegando a Menone che, essendo lanima immortale, nasciamo più volte e quindi impariamo tutto nel corso delle varie vite; ἅτε γὰρ τῆς φύσεως ἁπάσης συγγενοῦς οὔσης, καὶ μεμαθηκυίας τῆς ψυχῆς ἅπαντα, οὐδὲν κωλύει ἓν μόνον ἀναμνησθέντα ὃ δὴ μάθησιν καλοῦσιν ἄνθρωποι τἆλλα πάντα αὐτὸν ἀνευρεῖν, ἐάν τις ἀνδρεῖος ᾖ καὶ μὴ ἀποκάμνῃ ζητῶν· τὸ γὰρ ζητεῖν ἄρα καὶ τὸ μανθάνειν ἀνάμνησις ὅλον ἐστίν, «siccome infatti la natura è tutta imparentata con se stessa e lanima ha appreso tutto, nulla impedisce che ricordando una sola cosa, ciò che gli uomini appunto chiamano apprendimento, riscopra tutte le altre cose, qualora sia un uomo di valore e non si stanchi di cercare; infatti il cercare e lapprendere sono nel complesso reminiscenza».
A questa idea si può contrapporre quanto dice Schopenhauer (Parerga e paralipomena IICapitolo ventitreesimo, Sul mestiere dello scrittore e sullo stile, 289a«Quanto grandi e degni di ammirazione sono stati quei primi spiriti del genere umano i quali… inventarono la più meravigliosa delle opere darte, la grammatica della lingua… tutto questo nella nobile intenzione di avere un organo materiale adeguato e sufficiente per la piena e degna espressione del pensiero umano».

2 20d sqq.: τῆς γὰρ ἐμῆς, εἰ δή τίς ἐστιν σοφία καὶ οἵα, μάρτυρα ὑμῖν παρέξομαι τὸν θεὸν τὸν ἐν Δελφοῖς. Χαιρεφῶντα γὰρ ἴστε που, «della mia sapienza, infatti, se è tale e di che qualità sia, vi fornirò come testimone il dio di Delfi. Conoscete infatti Cherefonte in qualche modo» (20e). καὶ δή ποτε καὶ εἰς Δελφοὺς ἐλθὼν ἐτόλμησε τοῦτο μαντεύσασθαι—καί, ὅπερ λέγω, μὴ θορυβεῖτε, ὦ ἄνδρες—ἤρετο γὰρ δὴ εἴ τις ἐμοῦ εἴη σοφώτερος. ἀνεῖλεν οὖν ἡ Πυθία μηδένα σοφώτερον εἶναι, «e una volta andato a Delfi osò chiedere questo oracolo – e, ciò che dico, non rumoreggiate, signori – chiese infatti se qualcuno fosse più sapiente di me. Rispose dunque la Pizia che nessuno era più sapiente» (21a). ἦλθον ἐπί τινα τῶν δοκούντων σοφῶν εἶναι, «Andai da uno di quelli reputati sapienti» (21b)ἔοικα γοῦν τούτου γε σμικρῷ τινι αὐτῷ τούτῳ σοφώτερος εἶναι, ὅτι ἃ μὴ οἶδα οὐδὲ οἴομαι εἰδέναι, «Dunque mi sembrò di essere più sapiente di questo almeno proprio per questo piccolo particolare, cioè per il fatto che le cose che non so nemmeno penso di saperle» (21d).


p.s.

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Euripide, Baccanti – quarto episodio: vv. 912-934 – testo e traduzione – Maturità 2026

 

 Quarto episodio – vv. 912-976


Δι.

σὲ τὸν πρόθυμον ὄνθ' ἃ μὴ χρεὼν ὁρᾶν

σπεύδοντά τ' ἀσπούδαστα, Πενθέα λέγω,

ἔξιθι πάροιθε δωμάτων, ὄφθητί μοι,

σκευὴν γυναικὸς μαινάδος βάκχης ἔχων,         915

μητρός τε τῆς σῆς καὶ λόχου κατάσκοπος·

πρέπεις δὲ Κάδμου θυγατέρων μορφὴν μιᾷ.

Di.

A te che sei bramoso di vedere ciò che non si deve,
che ti affanni per cose spregevoli, dico a te Penteo,
vieni fuori davanti al palazzo, fatti vedere da me,
con l’abbigliamento di una donna, una menade, una baccante,
spia di tua madre e della schiera;
assomigli nell’aspetto a una delle figlie di Cadmo.

Πε.

καὶ μὴν ὁρᾶν μοι δύο μὲν ἡλίους δοκῶ,

δισσὰς δὲ Θήβας καὶ πόλισμ' ἑπτάστομον·

καὶ ταῦρος ἡμῖν πρόσθεν ἡγεῖσθαι δοκεῖς         920

καὶ σῷ κέρατα κρατὶ προσπεφυκέναι.

ἀλλ' ἦ ποτ' ἦσθα θήρ; τεταύρωσαι γὰρ οὖν.

Pe.
Ma pensa, mi sembra di vedere due soli,
e doppia Tebe e la città dalle sette porte;
e mi sembri un toro tu che mi fai da guida davanti
e che sul tuo capo siano spuntate le corna.
Ma eri forse una belva? perché in effetti ti sei trasformato in toro.

Δι.

ὁ θεὸς ὁμαρτεῖ, πρόσθεν ὢν οὐκ εὐμενής,

ἔνσπονδος ἡμῖν· νῦν δ' ὁρᾷς ἃ χρή σ' ὁρᾶν.

Di.
Il dio ci accompagna, mentre prima non era benevolo,
ora ci è alleato; ora vedi ciò che è necessario che tu veda.

Πε.

τί φαίνομαι δῆτ'; οὐχὶ τὴν Ἰνοῦς στάσιν         925

ἢ τὴν Ἀγαυῆς ἑστάναι, μητρός γ' ἐμῆς;

Pe.
Come ti sembro dunque? Non ti sta davanti il portamento
di Ino o di Agave, mia madre d’altronde?

Δι.

αὐτὰς ἐκείνας εἰσορᾶν δοκῶ σ' ὁρῶν.

ἀλλ' ἐξ ἕδρας σοι πλόκαμος ἐξέστηχ' ὅδε,

οὐχ ὡς ἐγώ νιν ὑπὸ μίτρᾳ καθήρμοσα.

Di.

Mi sembra vedendoti di vedere proprio quelle.
Ma hai questo ricciolo fuori posto,
non come lo ho sistemato io sotto la mitra.

Πε.

ἔνδον προσείων αὐτὸν ἀνασείων τ' ἐγὼ         930

καὶ βακχιάζων ἐξ ἕδρας μεθώρμισα.

Pe.
Dentro scuotendolo in avanti e scuotendolo in su
e baccheggiando l’ho mandato fuori posto io.

Δι.

ἀλλ' αὐτὸν ἡμεῖς, οἷς σε θεραπεύειν μέλει,

πάλιν καταστελοῦμεν· ἀλλ' ὄρθου κάρα.

Di.
Ma noi, a cui sta a cuore servirti, lo
lo acconceremo di nuovo; su raddrizza il capo.

Πε.

ἰδού, σὺ κόσμει· σοὶ γὰρ ἀνακείμεσθα δή.

Pe.
Ecco, mettimi tu in ordine: infatti sono consacrato a te, davvero.


p.s.

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La logica della forza: Dialogo dei Meli e degli Ateniesi – V, 89, 92-95, 102-105 – epilogo

 

Ripassiamo la logica che sta alla base di chi si sente più forte, ricordando però che si ritorce quasi sempre con chi se ne avvale, come vedremo alla fine.


Nell’estate del 416 a.C. una spedizione Ateniese si dirigeva contro la neutrale isola di Melo (l’odierna Milo con l’attuale pronuncia, dove è stata ritrovata la famosa statua di Venere) per intimarle, pena l’annientamento, di entrare nella lega navale Delio-Attica. Atene non poteva tollerare che qualcuno non si sottomettesse alla sua sfera di influenza prediletta, il mare. Tucidide riporta, in forma drammatica, i colloqui tra i delegati ateniesi e i rappresentanti ateniesi; è una concessione, unica nell’opera di Tucidide, alle movenze tipiche del teatro, che si può spiegare con l’importanza ideologica che l’episodio riveste nel pensiero dello storiografo: qui infatti viene teorizzata la legge più importante della storia, che vale anche per i rapporti umani, cioè la legge del più forte.

I Meli alla fine decidono eroicamente di resistere, ma come previsto, vengono annientati: tutti i maschi adulti vengono uccisi, donne e bambini venduti come schiavi e l’isola viene assegnata a coloni ateniesi.

Euripide concepì in questa occasione le Troiane, che comunque compose nei mesi immediatamente successivi e rappresentò nella primavera del 415 a.C. come anatema contro la guerra dei forti contro i deboli: non poteva sfuggire agli Ateniesi il nesso con questo episodio.

89

ΑΘ. ἡμεῖς τοίνυν οὔτε αὐτοὶ μετ᾽ ὀνομάτων καλῶν, ὡς ἢ δικαίως τὸν Μῆδον καταλύσαντες ἄρχομεν ἢ ἀδικούμενοι νῦν ἐπεξερχόμεθα, λόγων μῆκος ἄπιστον παρέξομεν, οὔθ᾽ ὑμᾶς ἀξιοῦμεν ἢ ὅτι Λακεδαιμονίων ἄποικοι ὄντες οὐ ξυνεστρατεύσατε ἢ ὡς ἡμᾶς οὐδὲν ἠδικήκατε λέγοντας οἴεσθαι πείσειν, τὰ δυνατὰ δ᾽ ἐξ ὧν ἑκάτεροι ἀληθῶς φρονοῦμεν διαπράσσεσθαι, ἐπισταμένους πρὸς εἰδότας ὅτι δίκαια μὲν ἐν τῷ ἀνθρωπείῳ λόγῳ ἀπὸ τῆς ἴσης ἀνάγκης κρίνεται, δυνατὰ δὲ οἱ προύχοντες πράσσουσι καὶ οἱ ἀσθενεῖς ξυγχωροῦσιν.

At. «Noi dunque  né offriremo noi stessi un’inaffidabile lunghezza di discorsi fatti con belle parole (dicendo) che o comandiamo giustamente in quanto abbiamo sconfitto il Persiano o giungiamo ora avendo subito un torto, né riteniamo giusto che voi pensiate di persuaderci dicendo o che, pur essendo coloni dei Lacedemoni, non avete combattuto insieme a loro o che non ci avete fatto nessun torto, ma (riteniamo giusto) che siano messe in pratica azioni possibili, a partire dalle quali entrambi ragioniamo con verità, essendo a conoscenza, nei confronti di persone che (a loro volta) sanno, che le cose giuste nel ragionamento umano sono giudicate a partire da una pari necessità, mentre quelli più forti fanno le cose possibili e i deboli cedono».

92

ΜΗΛ. καὶ πῶς χρήσιμον ἂν ξυμβαίη ἡμῖν δουλεῦσαι, ὥσπερ καὶ ὑμῖν ἄρξαι;

Me. «E come risulterebbe utile a noi asservirci, come anche a voi comandare»»

93

ΑΘ. ὅτι ὑμῖν μὲν πρὸ τοῦ τὰ δεινότατα παθεῖν ὑπακοῦσαι ἂν γένοιτο, ἡμεῖς δὲ μὴ διαφθείραντες ὑμᾶς κερδαίνοιμεν ἄν.

At. «per il fatto che per voi sottomettervi sarebbe al posto di subire le sorti più terribili, mentre noi guadagneremmo a non distruggervi».

94

ΜΗΛ. ὥστε [δὲ] ἡσυχίαν ἄγοντας ἡμᾶς φίλους μὲν εἶναι ἀντὶ πολεμίων, ξυμμάχους δὲ μηδετέρων, οὐκ ἂν δέξαισθε;

Me. «Sicché non accettereste che noi stando in pace fossimo amici invece che nemici, ma alleati di nessuno dei due?»

95

ΑΘ. οὐ γὰρ τοσοῦτον ἡμᾶς βλάπτει ἡ ἔχθρα ὑμῶν ὅσον ἡ φιλία μὲν ἀσθενείας, τὸ δὲ μῖσος δυνάμεως παράδειγμα τοῖς ἀρχομένοις δηλούμενον.

At. No, infatti la vostra ostilità non ci danneggia tanto quanto l’amicizia, che per i sudditi è un chiaro esempio di debolezza, mentre l’odio lo è di potenza.

102

ΜΗΛ. ἀλλ᾽ ἐπιστάμεθα τὰ τῶν πολέμων ἔστιν ὅτε κοινοτέρας τὰς τύχας λαμβάνοντα ἢ κατὰ τὸ διαφέρον ἑκατέρων πλῆθος: καὶ ἡμῖν τὸ μὲν εἶξαι εὐθὺς ἀνέλπιστον, μετὰ δὲ τοῦ δρωμένου ἔτι καὶ στῆναι ἐλπὶς ὀρθῶς.

Me. «Ma noi sappiamo che le vicende della guerra talvolta comportano sorti più equilibrate che secondo il differente numero dei due contendenti: e per noi il cedere è subito privo di speranza, mentre con l’azione c’è ancora speranza di restare in piedi».

103

ΑΘ. [1] ἐλπὶς δὲ κινδύνῳ παραμύθιον οὖσα τοὺς μὲν ἀπὸ περιουσίας χρωμένους αὐτῇ, κἂν βλάψῃ, οὐ καθεῖλεν: τοῖς δ᾽ ἐς ἅπαν τὸ ὑπάρχον ἀναρριπτοῦσι δάπανος γὰρ φύσει ἅμα τε γιγνώσκεται σφαλέντων καὶ ἐν ὅτῳ ἔτι φυλάξεταί τις αὐτὴν γνωρισθεῖσαν οὐκ ἐλλείπει. [2] ὃ ὑμεῖς ἀσθενεῖς τε καὶ ἐπὶ ῥοπῆς μιᾶς ὄντες μὴ βούλεσθε παθεῖν μηδὲ ὁμοιωθῆναι τοῖς πολλοῖς, οἷς παρὸν ἀνθρωπείως ἔτι σῴζεσθαι, ἐπειδὰν πιεζομένους αὐτοὺς ἐπιλίπωσιν αἱ φανεραὶ ἐλπίδες, ἐπὶ τὰς ἀφανεῖς καθίστανται μαντικήν τε καὶ χρησμοὺς καὶ ὅσα τοιαῦτα μετ᾽ ἐλπίδων λυμαίνεται.

At. «La speranza, che è un conforto nel pericolo, quelli che la usano a partire da sovrabbondanza, anche se li danneggia, non li annienta; ma per coloro che la gettano in tutto ciò che hanno (è prodiga infatti per natura) è riconosciuta nel fallimento e proprio nel momento in cui uno potrà ancora guardarsene, non la abbandona, anche se è stata riconosciuta per quello che è. E voi, che siete deboli e avete una sola possibilità, non vogliate subire ciò né essere assimilati ai più, che pur avendo ancora la possibilità di salvarsi con mezzi umani, dopo che, schiacciati, li abbiano abbandonati le speranze visibili, si rivolgono a quelle invisibili, cioè la mantica e gli oracoli e quante cose del genere li rovinano insieme alle speranze».

104

ΜΗΛ. χαλεπὸν μὲν καὶ ἡμεῖς εὖ ἴστε νομίζομεν πρὸς δύναμίν τε τὴν ὑμετέραν καὶ τὴν τύχην, εἰ μὴ ἀπὸ τοῦ ἴσου ἔσται, ἀγωνίζεσθαι: ὅμως δὲ πιστεύομεν τῇ μὲν τύχῃ ἐκ τοῦ θείου μὴ ἐλασσώσεσθαι, ὅτι ὅσιοι πρὸς οὐ δικαίους ἱστάμεθα, τῆς δὲ δυνάμεως τῷ ἐλλείποντι τὴν Λακεδαιμονίων ἡμῖν ξυμμαχίαν προσέσεσθαι, ἀνάγκην ἔχουσαν, καὶ εἰ μή του ἄλλου, τῆς γε ξυγγενείας ἕνεκα καὶ αἰσχύνῃ βοηθεῖν. καὶ οὐ παντάπασιν οὕτως ἀλόγως θρασυνόμεθα.

Me. «Anche noi (sappiatelo bene) riteniamo difficile combattere contro la vostra potenza e contro la sorte, se non sarà alla pari; tuttavia confidiamo che nella sorte da parte della divinità non saremo da meno, in quanto da uomini pii ci opponiamo a uomini non giusti, e a ciò che manca della potenza si aggiungerà l’alleanza dei Lacedemoni che ha necessità, se non per altro, almeno per la comunanza di stirpe e senso dell’onore, di soccorrerci. E non così del tutto irrazionalmente siamo audaci».

105

ΑΘ. [1] τῆς μὲν τοίνυν πρὸς τὸ θεῖον εὐμενείας οὐδ᾽ ἡμεῖς οἰόμεθα λελείψεσθαι: οὐδὲν γὰρ ἔξω τῆς ἀνθρωπείας τῶν μὲν ἐς τὸ θεῖον νομίσεως, τῶν δ᾽ ἐς σφᾶς αὐτοὺς βουλήσεως δικαιοῦμεν ἢ πράσσομεν. [2] ἡγούμεθα γὰρ τό τε θεῖον δόξῃ τὸ ἀνθρώπειόν τε σαφῶς διὰ παντὸς ὑπὸ φύσεως ἀναγκαίας, οὗ ἂν κρατῇ, ἄρχειν: καὶ ἡμεῖς οὔτε θέντες τὸν νόμον οὔτε κειμένῳ πρῶτοι χρησάμενοι, ὄντα δὲ παραλαβόντες καὶ ἐσόμενον ἐς αἰεὶ καταλείψοντες χρώμεθα αὐτῷ, εἰδότες καὶ ὑμᾶς ἂν καὶ ἄλλους ἐν τῇ αὐτῇ δυνάμει ἡμῖν γενομένους δρῶντας ἂν ταὐτό.

At. «Quanto alla benevolenza verso la divinità nemmeno noi pensiamo di essere da meno: niente infatti pretendiamo o facciamo al di fuori dell’umana credenza nei confronti degli dèi e della volontà nei confronti di noi stessi. Riteniamo infatti che la divinità secondo l’opinione e l’umanità chiaramente in ogni circostanza per necessità di natura, dove sia più forte prevalga; e noi né avendo stabilito la legge né avendola usata per primi mentre vigeva, ma avendola ereditata che già c’era ed essendo destinati a lasciarla in eredità perché esista per sempre, la usiamo, sapendo che anche voi e altri, se foste nella nostra stessa condizione di potenza, fareste lo stesso».

[3] καὶ πρὸς μὲν τὸ θεῖον οὕτως ἐκ τοῦ εἰκότος οὐ φοβούμεθα ἐλασσώσεσθαι: τῆς δὲ ἐς Λακεδαιμονίους δόξης, ἣν διὰ τὸ αἰσχρὸν δὴ βοηθήσειν ὑμῖν πιστεύετε αὐτούς, μακαρίσαντες ὑμῶν τὸ ἀπειρόκακον οὐ ζηλοῦμεν τὸ ἄφρον. [4] Λακεδαιμόνιοι γὰρ πρὸς σφᾶς μὲν αὐτοὺς καὶ τὰ ἐπιχώρια νόμιμα πλεῖστα ἀρετῇ χρῶνται: πρὸς δὲ τοὺς ἄλλους πολλὰ ἄν τις ἔχων εἰπεῖν ὡς προσφέρονται, ξυνελὼν μάλιστ᾽ ἂν δηλώσειεν ὅτι ἐπιφανέστατα ὧν ἴσμεν τὰ μὲν ἡδέα καλὰ νομίζουσι, τὰ δὲ ξυμφέροντα δίκαια. καίτοι οὐ πρὸς τῆς ὑμετέρας νῦν ἀλόγου σωτηρίας ἡ τοιαύτη διάνοια.

«Anche in relazione alla divinità, così come è verosimile, non temiamo di essere da meno; quanto invece all’opinione sui Lacedemoni, secondo la quale confidate che vi soccorreranno per senso dell’onore, felicitandoci per la vostra ingenuità non invidiamo la follia. I Lacedemoni infatti nei confronti propri e delle istituzioni locali per lo più praticano la virtù; invece nei confronti degli altri uno pur potendo dire molte cose su come si comportano, riassumendo al massimo potrebbe dimostrare come la cosa più evidente che sappiamo, che chiamano belle le cose piacevoli e utili quelle giuste. E di certo un tale pensiero non è dalla parte della vostra ora irrazionale speranza di salvezza».

Nel 416 Atene era ancora fortissima, non aveva ancora subito la disfatta nella spedizione in Sicilia (415-413 a.C.) ed era arrogante.

Alla fine della guerra, nel 405, dopo la sconfitta definitiva di Egospotami, ad Atene questo era il clima al giungere della notizia, come si legge in Senofonte, Elleniche, 2, 2, 3:

ἐκείνης τῆς νυκτὸς οὐδεὶς ἐκοιμήθη, οὐ μόνον τοὺς ἀπολωλότας πενθοῦντες, ἀλλὰ πολὺ μᾶλλον ἔτι αὐτοὶ ἑαυτούς, πείσεσθαι νομίζοντες οἷα ἐποίησαν Μηλίους, «quella notte nessuno si addormentò, compiangendo non solo i morti, ma molto di più ancora essi sé stessi, pensando che avrebbero subito la stessa sorte che avevano inflitto ai Meli».

Per fortuna gli Spartani si “limitarono” a neutralizzare Atene, anziché annientarla, annullando le sue capacità militari e sostituendo il governo democratico con la tirannide dei Trenta.


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