mercoledì 31 dicembre 2025

Seneca, Epistulae, 31 – Le sirene

 

Le Sirene

(Omero, Seneca e Cicerone)


  2. Ad summam sapiens eris, si cluseris aures, quibus ceram parum est obdere: firmiore spissamento opus est quam in sociis usum Ulixem ferunt. Illa vox quae timebatur erat blanda, non tamen publica: at haec quae timenda est non ex uno scopulo sed ex omni terrarum parte circumsonat.

  «2. Insomma, sarai sapiente, se avrai chiuso le orecchie, turare le quali con la cera è poco: ci vuole un tappo più consistente di quello che tramandano che Ulisse usò per i compagni. Quella voce che temeva era seducente, non tuttavia generale: ma quella che deve essere temuta echeggia non da un solo scoglio ma da ogni parte della terra1».

  3. unum bonum est, quod beatae vitae causa et firmamentum est, sibi fidere.

  «3. Uno solo è il bene che è causa e fondamento di una vita beata, avere fiducia in se stessi».

  7. non est viri timere sudorem.

  «7. non è da uomini temere il sudore2».


1 L’episodio delle Sirene si trova in Odissea, XII, vv. 158-200. Diverso è l’uso che ne fa Cicerone (De finibus bonorum et malorum, V, XVIII, 48-49). L’Arpinate lo sfrutta per dimostrare il desiderio di conoscenza innato nell’uomo: Tantus est igitur innatus in nobis cognitionis amor et scientiae, ut nemo dubitare possit quin ad eas res hominum natura nullo emolumento invitata rapiatur, «Tanto grande dunque è in noi l’amore di conoscere e sapere, che nessuno può dubitare che la natura degli uomini non vi sia trascinata attratta da alcun vantaggio». Cicerone fa una serie di esempi al termine dei quali cita Omero: mihi quidem Homerus huius modi quiddam vidisse videatur in iis, quae de Sirenum cantibus finxerit. neque enim vocum suavitate videntur aut novitate quadam et varietate cantandi revocare eos solitae, qui praetervehebantur, sed quia multa se scire profitebantur, ut homines ad earum saxa discendi cupiditate adhaerescerent. ita enim invitant Ulixem, «certo Omero mi pare aver scorto qualcosa del genere in quei versi che compose sui canti delle Sirene. Sembrano solite infatti attirare coloro che pasavano con la nave non grazie alla dolcezza delle voci o una certa novità e diversità del canto, ma poiché dichiaravano di sapere molte cose, per adescare gli uomini sui loro scogli con la brama di imparare. Così infatti attirano Odisseo». Seguono i vv. 184-191 tradotti in latino (in esametri, ma non troppo letteralmente); li riporto con gli originali e una mia traduzione: O decus Argolicum, quin puppim flectis, Ulixes, / Auribus ut nostros possis agnoscere cantus! / Nam nemo haec umquam est transvectus caerula cursu, / Quin prius adstiterit vocum dulcedine captus, / Post variis avido satiatus pectore musis / Doctior ad patrias lapsus pervenerit oras. / Nos grave certamen belli clademque tenemus, / Graecia quam Troiae divino numine vexit, / Omniaque e latis rerum vestigia terris (δεῦρ’ ἄγ’ ἰών, πολύαιν’ Ὀδυσεῦ, μέγα κῦδος Ἀχαιῶν, / νῆα κατάστησον, ἵνα νωϊτέρην ὄπ’ ἀκούσῃς. / οὐ γάρ πώ τις τῇδε παρήλασε νηῒ μελαίνῃ, / πρίν γ’ ἡμέων μελίγηρυν ἀπὸ στομάτων ὄπ’ ἀκοῦσαι, / ἀλλ’ ὅ γε τερψάμενος νεῖται καὶ πλείονα εἰδώς. / ἴδμεν γάρ τοι πάνθ’, ὅσ’ ἐνὶ Τροίῃ εὐρείῃ / Ἀργεῖοι Τρῶές τε θεῶν ἰότητι μόγησαν, / ἴδμεν δ’ ὅσσα γένηται ἐπὶ χθονὶ πουλυβοτείρῃ, «Su, vieni qui, molto famoso Odisseo, grande vanto degli Achei, / arresta la nave, affinché ascolti la nostra voce. / Nessuno mai infatti è passato oltre qui con la nera nave, / prima almeno di aver ascoltato dalle nostre bocche la voce dal suono di miele, / ma rallegratosi riparte e sapendo più cose. / Noi infatti sappiamo tutto quanto nell’ampia Troia / Argivi e Troiani patirono per volere degli dèi, / noi sappiamo tutto quanto avviene sulla terra alma»). Quindi Cicerone conclude: Vidit Homerus probari fabulam non posse, si cantiunculis tantus irretitus vir teneretur; scientiam pollicentur, quam non erat mirum sapientiae cupido patria esse cariorem. Atque omnia quidem scire, cuiuscumque modi sint, cupere curiosorum, duci vero maiorum rerum contemplatione ad cupiditatem scientiae summorum virorum est putandum, «Vide Omero che il mito non poteva essere approvato, se un eroe così grande fosse stato irretito da delle canzonette; promettono il sapere, che non è strano per uno bramoso di sapienza che sia più caro della patria. E in effetti il desiderio di sapere tutte le cose, di qualunque genere siano, è proprio dei curiosi, mentre quello di essere guidati con la contemlazione delle cose più imporanti al desiderio di sapere deve ritenersi proprio degli uomini sommi».

2 Cfr. EsiodoOpere e giorni289-90: τῆς δἀρετῆς ἱδρῶτα θεοὶ προπάροιθεν ἔθηκαν / ἀθάνατοι, «davanti alla virtù hanno posto il sudore gli dèi / immortali».


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Euripide, Troiane – quarto episodio: vv. 1173-1206 – Maturità 2026

 

δύστηνε, κρατὸς ὥς σ’ ἔκειρεν ἀθλίως 

τείχη πατρῷα, Λοξίου πυργώματα,

ὃν πόλλ’ ἐκήπευσ’ ἡ τεκοῦσα βόστρυχον                      1175

φιλήμασίν τ’ ἔδωκεν, ἔνθεν ἐκγελᾷ 

ὀστέων ῥαγέντων φόνος, ἵν’ αἰσχρὰ μὴ λέγω.

Sventurato, come miseramente ti recidevano dal capo
le mura patrie, baluardi del Lossia,
il ricciolo che tante volte colei che ti partorì curò 1175
e coprì di baci; e da lì esce sghignazzando,
spezzatesi le ossa, il sangue, per non dire atrocità.

ὦ χεῖρες, ὡς εἰκοὺς μὲν ἡδείας πατρὸς

κέκτησθ’, ἐν ἄρθροις δ’ ἔκλυτοι πρόκεισθέ μοι. 

ὦ πολλὰ κόμπους ἐκβαλὸν φίλον στόμα,                      1180

ὄλωλας, ἐψεύσω μ’, ὅτ’ ἐσπίπτων πέπλους,

Oh mani, che piacevoli figure del padre
possedete, ma nelle articolazioni giacete sciolte davanti a me.
Oh cara bocca che tante volte lanciasti vanterie, 1180
sei perita, mi mentisti, quando cercando rifugio nei pepli,

Ὦ μῆτερ, ηὔδας, ἦ πολύν σοι βοστρύχων

πλόκαμον κεροῦμαι, πρὸς τάφον θ’ ὁμηλίκων

κώμους ἀπάξω, φίλα διδοὺς προσφθέγματα.

«Madre», dicevi, «certamente una folta ciocca di
riccioli mi taglierò per te, e sulla tomba guiderò
cortei di compagni, dandoti un caro saluto».

σὺ δ’ οὐκ ἔμ’, ἀλλ’ ἐγὼ σὲ τὸν νεώτερον,                      1185

γραῦς ἄπολις ἄτεκνος, ἄθλιον θάπτω νεκρόν.

οἴμοι, τὰ πόλλ’ ἀσπάσμαθ’ αἵ τ’ ἐμαὶ τροφαὶ 

ὕπνοι τ’ ἐκεῖνοι φροῦδά μοι. τί καί ποτε 

γράψειεν ἄν σε μουσοποιὸς ἐν τάφῳ;

Non tu me, ma io te, il più giovane, 1185
io vecchia senza patria senza figli, seppellisco un disgraziato cadavere.
Ohimé, i molti abbracci e le mie cure
e quei sonni sono svaniti per me. Che cosa mai ancora
potrebbe scrivere di te sul sepolcro un poeta?

Τὸν παῖδα τόνδ’ ἔκτειναν Ἀργεῖοί ποτε                        1190

δείσαντες; —αἰσχρὸν τοὐπίγραμμά γ’ Ἑλλάδι.

ἀλλ’ οὖν πατρῴων οὐ λαχὼν ἕξεις ὅμως

ἐν ᾗ ταφήσῃ χαλκόνωτον ἰτέαν. 

«Questo bambino uccisero gli Argivi un giorno
avendo paura»? – Turpe l’epigrafe almeno per la Grecia.
Ma senza dubbio, anche se non ti è toccata l’eredità paterna,
comunque avrai
lo scudo dal bronzeo dorso su cui sarai sepolto.

ὦ καλλίπηχυν Ἕκτορος βραχίονα 

σῴζουσ’, ἄριστον φύλακ’ ἀπώλεσας σέθεν.                1195

ὡς ἡδὺς ἐν πόρπακι σῷ κεῖται τύπος

ἴτυός τ’ ἐν εὐτόρνοισι περιδρόμοις ἱδρώς,

ὃν ἐκ μετώπου πολλάκις πόνους ἔχων 

ἔσταζεν Ἕκτωρ προστιθεὶς γενειάδι.

Oh tu33 che il braccio dai bei gomiti di Ettore
proteggevi, hai perduto il tuo ottimo custode. 1195
Come dolce giace nella tua imbracciatura l’impronta
e nelle incurvature ben tornite del bordo il sudore,
che dalla fronte spesso faticando
faceva grondare Ettore accostandoti al mento.

φέρετε, κομίζετ’ ἀθλίῳ κόσμον νεκρῷ                          1200

ἐκ τῶν παρόντων· οὐ γὰρ ἐς κάλλος τύχας

δαίμων δίδωσιν· ὧν δ’ ἔχω, λήψῃ τάδε.

Su, portate l’ornamento per il misero cadavere
prendendolo da ciò che resta: il destino infatti non concede
condizioni per la bellezza; ma di quanto ho, questo riceverai.

θνητῶν δὲ μῶρος ὅστις εὖ πράσσειν δοκῶν

βέβαια χαίρει· τοῖς τρόποις γὰρ αἱ τύχαι,

ἔμπληκτος ὡς ἄνθρωπος, ἄλλοτ’ ἄλλοσε                       1205

πηδῶσι, κοὐδεὶς αὐτὸς εὐτυχεῖ ποτε.

Stolto tra i mortali chi credendo di prosperare
con certezza ne gode: le sorti infatti per indole,
come un uomo volubile, saltano a volte da una parte
a volte da un’altra, e nessuno mai è di per sé fortunato.


Nel finale, mentre viene innalzato il lamento funebre, le fiamme cominciano a divorare la città che crolla sotto lo sguardo delle prigioniere troiane.


33 Sottintende ἰτέαlo scudo di vimini menzionato nel verso precedente.


p.s.

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Euripide, Baccanti – terzo episodio: vv. 828-846 – testo e traduzione – Maturità 2026

 

Πε.

τίνα στολήν; ἦ θῆλυν; ἀλλ' αἰδώς μ' ἔχει.

Δι.

οὐκέτι θεατὴς μαινάδων πρόθυμος εἶ;

Pe.
Quale veste? femminile forse? Ma mi trattiene la vergogna.
Di.
Non sei più zelante osservatore delle menadi?

Πε.

στολὴν δὲ τίνα φῂς ἀμφὶ χρῶτ' ἐμὸν βαλεῖν; 830

Δι.

κόμην μὲν ἐπὶ σῷ κρατὶ ταναὸν ἐκτενῶ.

Pe.
Quale veste dici di mettere intorno alla mia pelle?
Di.
Stenderò prima sul tuo capo una lunga chioma.

Πε.

τὸ δεύτερον δὲ σχῆμα τοῦ κόσμου τί μοι;

Δι.

πέπλοι ποδήρεις· ἐπὶ κάρᾳ δ' ἔσται μίτρα.

Pe.

E quale è la seconda foggia del mio ornamento?

Di.

Poi pepli lunghi fino ai piedi; e sul capo ci sarà una mitra.

Πε.

ἦ καί τι πρὸς τοῖσδ' ἄλλο προσθήσεις ἐμοί;

Δι.

θύρσον γε χειρὶ καὶ νεβροῦ στικτὸν δέρος. 835

Pe.
E cosa altro mi aggiungerai oltre a ciò?
Di.
Almeno un tirso in mano e una pelle screziata di cerbiatto.


Πε.

οὐκ ἂν δυναίμην θῆλυν ἐνδῦναι στολήν.

Δι.

ἀλλ' αἷμα θήσεις συμβαλὼν βάκχαις μάχην.

Pe.
Io però non potrei indossare una veste femminile.
Di.
Ma causerai sangue intrecciando battaglia con le baccanti.

Πε.

ὀρθῶς· μολεῖν χρὴ πρῶτον ἐς κατασκοπήν.

Δι.

σοφώτερον γοῦν ἢ κακοῖς θηρᾶν κακά.

Pe.
Giusto: bisogna innanzitutto andare in esplorazione.
Di.
È certamente più saggio che andare a caccia di mali con mali.

 Πε.

καὶ πῶς δι' ἄστεως εἶμι Καδμείους λαθών; 840

Δι.

ὁδοὺς ἐρήμους ἴμεν· ἐγὼ δ' ἡγήσομαι.

Pe.
E come attraverserò la città senza farmi notare dai Cadmei?
Di.
Percorreremo strade deserte; io farò da guida.

Πε.

πᾶν κρεῖσσον ὥστε μὴ 'γγελᾶν βάκχας ἐμοί.

ἐλθόντ' ἐς οἴκους … ἃν δοκῇ βουλεύσομαι.

Pe.
Tutto è preferibile purché le baccanti non ridano di me.
Andando in casa … deciderò io ciò che mi sembrierà opportuno.

Δι.

ἔξεστι· πάντῃ τό γ' ἐμὸν εὐτρεπὲς πάρα.

Πε.

στείχοιμ' ἄν· ἢ γὰρ ὅπλ' ἔχων πορεύσομαι 845

ἢ τοῖσι σοῖσι πείσομαι βουλεύμασιν

Di.
Va bene; per quello che mi riguarda sono pronto in tutto.
Pe.
Posso avviarmi: o infatti marcerò con le armi
o darò retta ai tuoi consigli. 


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martedì 30 dicembre 2025

Euripide, Troiane – quarto episodio: vv. 1156-1172 – Maturità 2026

 


Dopo il discorso di Elena, prende la parola Ecuba la quale ribatte (vv. 970-971) ἐγὼ γὰρ Ἥραν παρθένον τε Παλλάδα / οὐκ ἐς τοσοῦτον ἀμαθίας ἐλθεῖν δοκῶ, «io che Era e la vergine Pallade / siano giunte a un tal punto di stoltezza non lo credo», intendendo che non possono aver pensato di svendere la Grecia ai barbari, con riferimento ai doni promessi a Paride. Quindi prosegue (vv. 981-982): μὴ ἀμαθεῖς ποίει θεὰς / τὸ σὸν κακὸν κοσμοῦσα, «non fare stolti gli dèi / per abbellire la tua malignità». Poi mette in guardia Menelao dal portarsi Elena sulla stessa nave, per timore che egli non abbia la forza di resisterle perché, dice Ecuba (v. 1051), οὐκ ἔστ' ἐραστὴς ὅστις οὐκ ἀεὶ φιλεῖ, «non c’è innamorato che non ami per sempre»; ma Menelao la tranquillizza dicendo che (vv. 1055-1057) ὥσπερ ἀξία κακῶς / κακὴ θανεῖται καὶ γυναιξὶ σωφρονεῖν / πάσαισι θήσει. ῥάιδιον μὲν οὐ τόδε«sciaguratamente, come merita, / da sciagurata morirà e a tutte le donne / insegnerà ad essere caste. Ma questo non è facile».

Come spesso in Euripide i maschi sono esseri meschini (vedi Giasone nella Medeaper esempio).

Nel terzo stasimo il coro piange gli sposi uccisi e rimasti insepolti, augurando che la nave di Menelao, che si è ripreso Elena, naufraghi folgorata in mezzo al mare; alla fine posano lo sguardo su Astianatteνεκρόν, ὃν πύργων δίσκημα πικρὸν / Δαναοὶ κτείναντες ἔχουσιν, «cadavere, che scagliato amaramente giù dalle torri come un disco / i Danai hanno ucciso» (vv. 1121-1122).

Con il quarto episodio ci avviamo alla conclusione: Ecuba, seguendo le richieste di Andromaca, con cui Neottolemo è già partito, tributa le esequie al martoriato corpicino.


Εκ.

θέσθ’ ἀμφίτορνον ἀσπίδ’ Ἕκτορος πέδῳ,                    1156

λυπρὸν θέαμα κοὐ φίλον λεύσσειν ἐμοί.

ecuba

Ponete il rotondo scudo di Ettore a terra,
visione dolorosa e non piacevole da guardare per me.

ὦ μείζον’ ὄγκον δορὸς ἔχοντες ἢ φρενῶν,

τί τόνδ’, Ἀχαιοί, παῖδα δείσαντες φόνον

καινὸν διειργάσασθε; μὴ Τροίαν ποτὲ                           1160

πεσοῦσαν ὀρθώσειεν; οὐδὲν ἦτ’ ἄρα,

Oh voi che avete maggior vanto di lancia che di senno,
in cosa temendo, Achei, questo bambino avete compiuto
un assassinio inaudito? Che un giorno avrebbe raddrizzato
Troia caduta? Nulla eravate dunque,

ὅθ’ Ἕκτορος μὲν εὐτυχοῦντος ἐς δόρυ

διωλλύμεσθα μυρίας τ’ ἄλλης χερός,

πόλεως δ’ ἁλούσης καὶ Φρυγῶν ἐφθαρμένων

βρέφος τοσόνδ’ ἐδείσατ’· οὐκ αἰνῶ φόβον,                    1165

ὅστις φοβεῖται μὴ διεξελθὼν λόγῳ.

quando mentre Ettore era in auge in battaglia
morivamo, e c’era un’altra innumerevole schiera,
mentre una volta conquistata la città e annientati i Frigi
avete avuto paura di un bimbo siffatto; non approvo la paura,
di chiunque tema senza aver riflettuto con razionalità.

ὦ φίλταθ’, ὥς σοι θάνατος ἦλθε δυστυχής.

εἰ μὲν γὰρ ἔθανες πρὸ πόλεως, ἥβης τυχὼν 

γάμων τε καὶ τῆς ἰσοθέου τυραννίδος, 

μακάριος ἦσθ’ ἄν, εἴ τι τῶνδε μακάριον·                       1170

Oh amatissimo, come la morte ti è giunta sciagurata!
Se infatti fossi morto in difesa della città, avendo raggiunto la giovinezza
e le nozze e il potere pari agli dèi,
beato saresti stato, se qualcosa di questo è beato;

νῦν δ’ αὔτ’ ἰδὼν μὲν γνούς τε σῇ ψυχῇ, τέκνον, 

οὐκ οἶσθ’, ἐχρήσω δ’ οὐδὲν ἐν δόμοις ἔχων.


p.s.

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Euripide, Baccanti – terzo episodio: vv. 809-827 – testo e traduzione – Maturità 2026

 

Πε.

ἐκφέρετέ μοι δεῦρ' ὅπλα, σὺ δὲ παῦσαι λέγων.

Δι. ἆ·              810

βούλῃ σφ' ἐν ὄρεσι συγκαθημένας ἰδεῖν;

Pe.
Portatemi qui fuori le armi, e tu smetti di parlare.
Di. Ehi!
Vuoi vederle in comune seduta sui monti?

Πε.

μάλιστα, μυρίον γε δοὺς χρυσοῦ σταθμόν.

Δι.

τί δ' εἰς ἔρωτα τοῦδε πέπτωκας μέγαν;

Pe.
Moltissimo, dando addirittura un peso smisurato di oro.
Di.
Come hai fatto a cadere in una grande brama di questo?

Πε.

λυπρῶς νιν εἰσίδοιμ' ἂν ἐξῳνωμένας.

Δι.

ὅμως δ' ἴδοις ἂν ἡδέως ἅ σοι πικρά;                 815

Pe.
Con dolore le guarderei avvinazzate.
Di.
Comunque vedresti con piacere ciò che è per te amaro?

Πε.

σάφ' ἴσθι, σιγῇ γ' ὑπ' ἐλάταις καθήμενος.

Δι.

ἀλλ' ἐξιχνεύσουσίν σε, κἂν ἔλθῃς λάθρᾳ.

Pe.
Ben inteso, in silenzio seduto sotto gli abeti.
Di.
Ma fiuteranno le tue tracce, anche se arrivi di nascoto.

Πε.

ἀλλ' ἐμφανῶς· καλῶς γὰρ ἐξεῖπας τάδε.

Δι.

ἄγωμεν οὖν σε κἀπιχειρήσεις ὁδῷ;

Pe.
Allora apertamente: infatti questo l’hai detto bene.
Di.
Dunque dobbiamo guidarti e ti metterai in marcia?

Πε.

ἄγ' ὡς τάχιστα· τοῦ χρόνου δέ σοι φθονῶ.                    820

Δι.

στεῖλαί νυν ἀμφὶ χρωτὶ βυσσίνους πέπλους.

Pe.
Guidami al più presto: ti rifiuto ulteriore tempo.
Di.
Indossa ora sulla pelle pepli di lino finissimo.

Πε.

τί δὴ τόδ'; ἐς γυναῖκας ἐξ ἀνδρὸς τελῶ;

Δι.

μή σε κτάνωσιν, ἢν ἀνὴρ ὀφθῇς ἐκεῖ.

Pe.
Cos’è questo? da uomo devo essere classificato tra le donne?
Di.
Affinché non ti uccidano, qualora fossi visto là come maschio.

Πε.

εὖ γ' εἶπας αὖ τόδ'· ὥς τις εἶ πάλαι σοφός.

Δι.

Διόνυσος ἡμᾶς ἐξεμούσωσεν τάδε.         825

Pe.
Anche questo l’hai detto bene; che tipo sapiente sei da un  bel po’!
Di.
Dioniso ci ha insegnato queste cose.

Πε.

πῶς οὖν γένοιτ' ἂν ἃ σύ με νουθετεῖς καλῶς;

Δι.

ἐγὼ στελῶ σε δωμάτων ἔσω μολών.

Pe.
Come dunque potrebbero verificarsi i bei consigli che tu mi dai?
Di.
Ti vestirò io una volta entrato nel palazzo.


p.s.

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Giovanni Ghiselli: Ancora su Brigitte Bardot.: Nel quotidiano “la Repubblica” di oggi c’è un articolo di Michele Serra nella rubrica L’amaca intitolato “Il problema della bellezza”. D...

lunedì 29 dicembre 2025

Euripide, Troiane – terzo episodio: vv. 895-961

 

ΕΛΕΝΗ

Μενέλαε, φροίμιον μὲν ἄξιον φόβου                                895

τόδ’ ἐστίν· ἐν γὰρ χερσὶ προσπόλων σέθεν

βίᾳ πρὸ τῶνδε δωμάτων ἐκπέμπομαι.

Elena
Menelao, un preludio degno di paura
è questo; infatti tra le mani dei tuoi servi
a forza sono accompagnata fuori davanti a queste tende.

ἀτὰρ σχεδὸν μὲν οἶδά σοι μισουμένη,

ὅμως δ’ ἐρέσθαι βούλομαι· γνῶμαι τίνες

Ἕλλησι καὶ σοὶ τῆς ἐμῆς ψυχῆς πέρι;                             900

ebbene io so più o meno di essere odiata da te,
tuttavia voglio interrogarti: quali piani
tu e i Greci sulla mia vita?

Με.

οὐκ εἰς ἀκριβὲς ἦλθες, ἀλλ’ ἅπας στρατὸς

κτανεῖν ἐμοί σ’ ἔδωκεν, ὅνπερ ἠδίκεις.

Menelao
Non sei giunta a un punto preciso, ma tutto l’esercito
ti ha consegnata da uccidere a me, che offendevi appunto.

Ελ.

ἔξεστιν οὖν πρὸς ταῦτ’ ἀμείψασθαι λόγῳ,

ὡς οὐ δικαίως, ἢν θάνω, θανούμεθα;

Elena
È possibile dunque rispondere con un discorso a queste decisioni,
per dire che non giustamente, se muoio, moriremo?

Με.

οὐκ ἐς λόγους ἐλήλυθ’, ἀλλά σε κτενῶν.                         905

Menelao
Non sono venuto per parlare, ma per ucciderti.

Εκ.

ἄκουσον αὐτῆς, μὴ θάνῃ τοῦδ’ ἐνδεής,

Μενέλαε, καὶ δὸς τοὺς ἐναντίους λόγους

ἡμῖν κατ’ αὐτῆς· τῶν γὰρ ἐν Τροίᾳ κακῶν

οὐδὲν κάτοισθα. συντεθεὶς δ’ ὁ πᾶς λόγος

κτενεῖ νιν οὕτως ὥστε μηδαμοῦ φυγεῖν.                                910

Ecuba
Ascoltala, affinché non muoia priva di questo diritto,
Menelao, e concedi parole contrapposte
a noi contro di lei; infatti dei mali di Troia
tu non sai nulla. Ogni parola messa insieme
la ucciderà così da non trovare scampo in nessun modo.

Με.

σχολῆς τὸ δῶρον· εἰ δὲ βούλεται λέγειν,

ἔξεστι. τῶν σῶν δ’ οὕνεχ’—ὡς μάθῃ—λόγων

δώσω τόδ’ αὐτῇ· τῆσδε δ’ οὐ δώσω χάριν.

Menelao

Il regalo richiede tempo libero; però se vuole parlare,
è concesso. Grazie alle tue parole – perché ella lo sappia –
le concederò questo; ma non glielo concederò per farle un favore.

Ελ.

ἴσως με, κἂν εὖ κἂν κακῶς δόξω λέγειν,

οὐκ ἀνταμείψῃ πολεμίαν ἡγούμενος.                              915

ἐγὼ δ’, ἅ σ’ οἶμαι διὰ λόγων ἰόντ’ ἐμοῦ

κατηγορήσειν, ἀντιθεῖσ’ ἀμείψομαι

τοῖς σοῖσι τἀμὰ καὶ τὰ σ’ αἰτιάματα.

Probabilmente, che sembri parlare bene o male,
non replicherai, dato che mi consideri nemica.
Io però, alle colpe che tu, come credo, andando con le parole
mi imputerai, risponderò contrapponendo
le mie e le tue accuse.

Πρῶτον μὲν ἀρχὰς ἔτεκεν ἥδε τῶν κακῶν,

Πάριν τεκοῦσα· δεύτερον δ’ ἀπώλεσε                            920

Τροίαν τε κἄμ’ ὁ πρέσβυς οὐ κτανὼν βρέφος,

δαλοῦ πικρὸν μίμημ’, Ἀλέξανδρόν ποτε.

ἐνθένδε τἀπίλοιπ’ ἄκουσον ὡς ἔχει.

Innanzitutto costei ha partorito il principio dei mali,
partorendo Paride; in secondo luogo rovinò Troia
e anche me il vecchio non uccidendo il neonato27,
amara imitazione di tizzone, Alessandro un giorno28.
Ascolta com’è il resto che ne è seguito.

ἔκρινε τρισσὸν ζεῦγος ὅδε τριῶν θεῶν·

 καὶ Παλλάδος μὲν ἦν Ἀλεξάνδρῳ δόσις                        925

Φρυξὶ στρατηγοῦνθ’ Ἑλλάδ’ ἐξανιστάναι, 

Ἥρα δ’ ὑπέσχετ’ Ἀσιάδ’ Εὐρώπης θ’ ὅρους

τυραννίδ’ ἕξειν, εἴ σφε κρίνειεν Πάρις· 

Costui giudicava la triplice coppia delle tre dee:
e il dono di Pallade per Alessandro era
di mettere sottosopra la Grecia alla guida dei Frigi,
Era poi promise che avrebbe avuto in potere
l’Asia e i confini d’Europa, se Paride l’avesse preferita;

Κύπρις δὲ τοὐμὸν εἶδος ἐκπαγλουμένη 

δώσειν ὑπέσχετ’, εἰ θεὰς ὑπερδράμοι                            930

κάλλει. τὸν ἔνθεν δ’ ὡς ἔχει σκέψαι λόγον·

Cipride invece, sbalordita dal mio aspetto,
promise di donarglielo, se ella avesse superato le dee
in bellezza; guarda però il discorso da qui, come sta.

νικᾷ Κύπρις θεάς, καὶ τοσόνδ’ οὑμοὶ γάμοι

ὤνησαν Ἑλλάδ’· οὐ κρατεῖσθ’ ἐκ βαρβάρων,

οὔτ’ ἐς δόρυ σταθέντες, οὐ τυραννίδι.

Sconfigge Cipride le dee, e a tal punto le mie nozze
giovarono alla Grecia: non siete dominati da barbari,
né tratti alle armi, non sottomessi a una tirannide.

ἃ δ’ εὐτύχησεν Ἑλλάς, ὠλόμην ἐγὼ                                935

εὐμορφίᾳ πραθεῖσα, κὠνειδίζομαι

ἐξ ὧν ἐχρῆν με στέφανον ἐπὶ κάρᾳ λαβεῖν.

οὔπω με φήσεις αὐτὰ τἀν ποσὶν λέγειν,

ὅπως ἀφώρμησ’ ἐκ δόμων τῶν σῶν λάθρα.

Quanto alla fortuna che ebbe la Grecia, io fui rovinata
venduta per la bellezza, e sono oltraggiata
a causa di ciò per cui dovevo ricevere una corona sul capo29 30 31
Tu dirai che io non parlo ancora delle questioni attuali,
di come mi sono lanciata fuori dalla tua casa di nascosto.

ἦλθ’ οὐχὶ μικρὰν θεὸν ἔχων αὑτοῦ μέτα                        940

ὁ τῆσδ’ ἀλάστωρ, εἴτ’ Ἀλέξανδρον θέλεις

ὀνόματι προσφωνεῖν νιν εἴτε καὶ Πάριν·

ὅν, ὦ κάκιστε, σοῖσιν ἐν δόμοις λιπὼν

Σπάρτης ἀπῆρας νηὶ Κρησίαν χθόνα.

Venne avendo con sé una dea non piccola
il demonio partorito da questa, che tu voglia chiamarlo
col nome di Alessandro o anche Paride;
E tu, oh sciagurato, lasciatolo nella tua casa
salpasti da Sparta con una nave verso la terra di Creta.

εἶἑν.

οὐ σέ, ἀλλ’ ἐμαυτὴν τοὐπὶ τῷδ’ ἐρήσομαι·                    945

τί δὴ φρονοῦσά γ’ ἐκ δόμων ἅμ’ ἑσπόμην

ξένῳ, προδοῦσα πατρίδα καὶ δόμους ἐμούς;

E sia!
Non te, ma me stessa interrogherò sulla questione:
orbene, pensando a cosa seguii via da casa
uno straniero, insieme tradendo le patria e la mia famiglia?

τὴν θεὸν κόλαζε καὶ Διὸς κρείσσων γενοῦ,

ὃς τῶν μὲν ἄλλων δαιμόνων ἔχει κράτος,

κείνης δὲ δοῦλός ἐστι· συγγνώμη δ’ ἐμοί.                       950

Punisci la dea e diventa più forte di Zeus,
il quale sulle altre divinità ha il potere,
ma di quella è schiavo: ci sia indulgenza per me32.

ἔνθεν δ’ ἔχοις ἂν εἰς ἔμ’ εὐπρεπῆ λόγον·

ἐπεὶ θανὼν γῆς ἦλθ’ Ἀλέξανδρος μυχούς,

χρῆν μ’, ἡνίκ’ οὐκ ἦν θεοπόνητά μου λέχη,

λιποῦσαν οἴκους ναῦς ἐπ’ Ἀργείων μολεῖν.

Da qui in poi potresti avere verso di me un argomento
plausibile;
dopo che Alessandro morto raggiunse i recessi della terra,
sarebbe stato necessario che io, allorché non c’erano i miei letti peparati dagli dèi,
lasciando il palazzo andassi alle navi degli Argivi.

ἔσπευδον αὐτὸ τοῦτο· μάρτυρες δέ μοι                          955

πύργων πυλωροὶ κἀπὸ τειχέων σκοποί,

οἳ πολλάκις μ’ ἐφηῦρον ἐξ ἐπάλξεων

πλεκταῖσιν ἐς γῆν σῶμα κλέπτουσαν τόδε.

Proprio a questo mi affrettavo: mi sono testimoni
i guardiani delle sorte delle torri e le vedette dalle mura,
che spesso mi sorpresero mentre dai parapetti
con funi verso terra sottraevo questo corpo.

[βίᾳ δ’ ὁ καινός μ’ οὗτος ἁρπάσας πόσις

Δηίφοβος ἄλοχον εἶχεν ἀκόντων Φρυγῶν.]                      960

πῶς οὖν ἔτ’ ἂν θνῄσκοιμ’ ἂν ἐνδίκως, πόσι;

[Ma a forza questo nuovo sposo, Deifobo,
dopo vermi rapito mi teneva come sposa contro il volere dei Frigi.]
Come dunque ancora dovrei morire secondo giustizia, sposo?


 

27 Dunque Ecuba è colpevole perché ha avuto compassione del figlio.

Kundera in L’insostenibile leggerezza dell’essere pone la compassione al centro di molti miti e alla base dei capolavori nati da questi (e anche all’origine dell’amore di cui narra il romanzo):

«Egli provò allora un inspiegabile amore per quella ragazza sconosciuta; gli sembrava che fosse un bambino che qualcuno avesse messo in una cesta spalmata di pece e affidato alla corrente di un fiume perché Tomáš lo tirasse sulla riva del suo letto () Di nuovo gli venne fatto di pensare che Tereza era un bambino messo da qualcuno in una cesta spalmata di pece e affidato alla corrente. Non si può certo lasciare che una cesta con dentro un bambino vada alla deriva sulle acque agitate di un fiume! Se la figlia del Faraone non avesse tratto dalle acque la cesta con il piccolo Mosè, non ci sarebbero stati lAntico Testamento e tutta la nostra civiltà. Quanti miti antichi hanno inizio con qualcuno che salva un bambino abbandonato! Se Polibo non avesse accolto presso di sé il giovane EdipoSofocle non avrebbe scritto la sua tragedia più bella!».

 In effetti nell’Edipo re di Sofocle il servitore, a Edipo che gli chiede perché invece che uccidere il figlio di Laio e Giocasta lo ha consegnato a un servitore del re di Corinto Polibo, risponde: Κατοικτίσας, «perché ne ebbi compassione» (v. 1178). Anche Erodoto racconta un episodio simile: Labda, figlia ripudiata di un oligarca di Corinto, partorisce un figlio, Cipselo; secondo un oracolo il figlio di Labda avrebbe abbattuto il governo di Corinto. Allora i potenti di Corinto mandano 10 uomini da Labda per farsi consegnare il bimbo e ucciderlo. A questo punto avviene l’inaspettato (V, 92, gamma, 3): Ἐπείτε ὦν ἔδωκε φέρουσα ἡ Λάβδα, τὸν λαβόντα τῶν ἀνδρῶν θείῃ τύχῃ προσεγέλασε τὸ παιδίον, καὶ τὸν φρασθέντα τοῦτο οἶκτός τις ἴσχει ἀποκτεῖναι, κατοικτίρας δὲ παραδιδοῖ τῷ δευτέρῳ, ὁ δὲ τῷ τρίτῳ, οὕτω τε διεξῆλθε διὰ πάντων τῶν δέκα παραδιδόμενον, οὐδενὸς βουλομένου διεργάσασθαι, «Dunque dopo che Labda portandolo lo consegnò, per un caso divino il bimbo sorrise all’uomo che lo aveva preso, ed essendosi accorto di ciò una certa compassione lo trattiene dall’ucciderlo, e avendo compassione [lo stesso verbo dell’Edipo re] lo consegna al secondo, e questo al terzo, e così passò consegnato attraverso tutti i dieci, poiché nessuno voleva ucciderlo». Labda allora approfitta del momento favorevole e lo nasconde salvandolo. Cipselo poi, cresciuto, abbatterà il governo oligarchico fondando la tirannide a Corinto e passando poi il potere al figlio Periandro. Prosegue nella nota successiva.

28 Nietzsche ha una visione opposta: (L’anticristoMaledizione del cristianesimo, 7): «Schopenhauer era ostile alla vita: per questo la compassione divenne per lui la virtù... Aristotele, come è noto, vide nella compassione uno stato morboso e pericoloso, che si farebbe bene ad aggredire qua e là con un rimedio purgativo: concepì la tragedia come purga». Il filosofo tedesco sta facendo riferimento a Poetica, 1449b: ἔστιν οὖν τραγῳδία μίμησις πράξεως σπουδαίας καὶ τελείας μέγεθος ἐχούσης, ἡδυσμένῳ λόγῳ χωρὶς ἑκάστῳ τῶν εἰδῶν ἐν τοῖς μορίοις, δρώντων καὶ οὐ διἀπαγγελίας, διἐλέου καὶ φόβου περαίνουσα τὴν τῶν τοιούτων παθημάτων κάθαρσιν«È dunque la tragedia imitazione di un’azione seria e compiuta avente una certa grandezza, con parola ornata separatamente per ciascuno degli aspetti nelle sue parti, di persone che agiscono e non mediante la narrazione, che attraverso pietà e paura porta a compimento la purificazione di siffatte passioni». Shakespeare, in Amleto, II, 2, 566-570 dà una sua spiegazione della catarsi: I have heard / that guilty creatures, sitting at a play, / have, by the very cunning of the scene, / been struck so to the soul that presently / they have proclaim’d their malefactions.

 29 Questi di Elena si possono in parte considerare dei sofismi, argomentazioni capziose per discolparsi. È su questo genere di monologhi che Nietzsche si basa per formulare a proposito di Euripide la formula-accusa di socratismo estetico (La nascita della tragedia, cap. 12):

«Potremo ormai avvicinarci allessenza del socratismo estetico, la cui legge suprema suona a un di presso: “Tutto deve essere razionale per essere bello”, come proposizione parallela al principio socratico: «solo chi sa è virtuoso” […] Come esempio della produttività di quel metodo razionalistico ci può servire il prologo euripideo [] Per Euripide [] leffetto della tragedia era basato [] su quelle grandi scene retorico-liriche, in cui la passione e la dialettica del protagonista si gonfiavano in un fiume largo e potente. La tragedia eschileo-sofoclea impiegava i mezzi artistici più ingegnosi per dare come per caso in mano allo spettatore, nelle prime scene, tutti i fili necessari alla comprensione [] Euripide credette di notare che, durante quelle prime scene, lo spettatore era in particolare agitazione per risolvere il problemino di aritmetica dellantefatto, sicché le bellezze artistiche e il pathos dellesposizione andavano per lui perduti. Perciò pose il prologo [] in bocca a un personaggio in cui si potesse aver fiducia: spesso una divinità doveva [] togliere ogni dubbio sulla realtà del mito [] Della stessa veridicità divina Euripide ha bisogno a chiusura del suo dramma, per assicurare il pubblico circa lavvenire dei suoi eroi: è questo il compito del famigerato deus ex machina [] Così Euripide è come poeta soprattutto leco delle sue cognizioni coscienti [] Egli deve aver avuto spesso limpressione come di dover far vivere per il dramma linizio dello scritto di Anassagora [al principio tutto era mescolato, poi venne lintelletto e creò ordine”. E se col suo nus Anassagora apparve tra i filosofi come il primo sobrio fra individui tutti ebbri, anche Euripide può aver concepito con unimmagine simile il suo rapporto con gli altri poeti della tragedia [] Anche il divino Platone parla per lo più solo ironicamente della facoltà creativa del poeta, quando essa non sia una conoscenza consapevole, e la parifica alla dote dellindovino e dellinterprete di sogni [] Euripide si accinse a mostrar al mondo [] lopposto del poeta “irragionevole”; il suo principio estetico “tutto deve essere cosciente per essere bello” è la proposizione parallela al precetto socratico «tutto deve essere cosciente per essere buono”. Per conseguenza Euripide può essere considerato come il poeta del socratismo estetico. Ma Socrate era quel secondo spettatore che non capiva la tragedia antica e perciò non l'apprezzava; in lega con lui Euripide osò essere laraldo di una nuova creazione artistica. Se a causa di essa la tragedia antica perì, il principio micidiale fu dunque il socratismo estetico [] Riconosciamo in Socrate lavversario di Dioniso [] e, benché destinato a essere dilaniato dalle Menadi del tribunale ateniese, costringe alla fuga lo stesso potentissimo dio».

 Prosegue nella nota seguente 

30 L’essenza del socratismo di cui parla Nietzsche si può rintracciare nel Protagora: καὶ γὰρ ὑμεῖς ὡμολογήκατε ἐπιστήμης ἐνδείᾳ ἐξαμαρτάνειν περὶ τὴν τῶν ἡδονῶν αἵρεσιν καὶ λυπῶν τοὺς ἐξαμαρτάνοντας – ταῦτα δέ ἐστιν ἀγαθά τε καὶ κακά –, «anche voi infatti siete d'accordo che per mancanza di scienza sbagliano coloro che sbagliano riguardo alla scelta dei piaceri e dei dolori – questi sono i beni e i mali » (357d); ἐπί γε τὰ κακὰ οὐδεὶς ἑκὼν ἔρχεται οὐδὲ ἐπὶ ἃ οἴεται κακὰ εἶναι, «nessuno va volontariamente verso i mali, nemmeno verso quelli che crede siano mali» (358d).

Questa idea di Nietzsche, callida nella sua formulazione, viene però giustamente smontata da Dodds in I Greci e l’irrazionale (cap. VI, Razionalismo e reazione nell’età classica):

«Il mondo demonico si è ritirato, lasciando soli gli uomini con le loro passioni. È questo che rende così dolorosamente commoventi i casi patologici studiati da Euripide; egli ci mostra uomini e donne che affrontano inermi il mistero del male, non piú cosa estranea che aggredisce dall'esterno la loro ragione, ma parte dell'esser loro, ἦθος ἀνθρώπῷ δαίμων [ERACLITO, 119 D-K]. Eppure il male, anche se cessa di essere soprannaturale, non diventa meno misterioso e terrificante. Medea sa di lottare non contro un alastor, ma contro il proprio io irrazionale, il thumos, e domanda pietà a quell'io, come uno schiavo implora il padrone brutale. Invano: gli impulsi dell'azione sono nascosti nel thumos, dove né la ragione né la pietà possono raggiungerli. “So quale malvagità sto per compiere, ma il thumos è piú forte delle mie decisioni; il thumos, radice delle peggiori azioni dell’uomo”. Con queste parole abbandona la scena; quando ritorna, ha condannato i suoi figli a morte e se stessa ad una vita di prevalutata infelicità. Medea infatti non soffre di socratiche “illusioni di prospettiva”; la sua aritmetica morale è senza errori, né commette l'errore di confondere la propria passione con uno spirito maligno. Sta in questo la sua suprema tragicità. Non so se il poeta, scrivendo la Medea, avesse in mente Socrate. Ma un ripudio cosciente della teoria socratica è stato riconosciuto, secondo me con ragione, nelle famose parole che egli pose in bocca a Fedra tre anni più tardi. […] Euripide, nelle sue ultime opere, si preoccupa non tanto dell’importanza della ragione umana, quanto del dubbio più vasto, se sia possibile discernere un qualche fine razionale nell'ordinamento della vita umana… credo ancora che la parola “irrazionalista”, da me un tempo suggerita, sia quella che meglio si addice a Euripide. Euripide dunque, se vedo giusto, riflette non soltanto l'Illuminismo, ma anche la reazione contro l’Illuminismo».

Prosegue nella nota seguente 

31 I versi della Medea (431 a.C.) a cui allude Dodds sono i 1078-1080: καὶ μανθάνω μὲν οἷα τολμήσω κακά, / θυμὸς δὲ κρείσσων τῶν ἐμῶν βουλευμάτων, / ὅσπερ μεγίστων αἴτιος κακῶν βροτοῖς, «e comprendo quali mali oserò, / ma più forte delle mie riflessioni è la passione, / la quale è causa dei massimi mali per i mortali». Le parole di Fedra sono invece tratte dall’Ippolito (428 a.C.), vv. 380-383: τὰ χρήστ᾽ ἐπιστάμεσθα καὶ γιγνώσκομεν, / οὐκ ἐκπονοῦμεν δ᾽, οἱ μὲν ἀργίας ὕπο, / οἱ δ᾽ ἡδονὴν προθέντες ἀντὶ τοῦ καλοῦ / ἄλλην τιν᾽, «conosciamo il bene e lo comprendiamo, / ma non ci impegniamo a metterlo in pratica, alcuni per pigrizia, / altri preferendo un qualche altro piacere al bello». Già Eraclito aveva detto (85 D-K): θυμῷ μάχεσθαι χαλεπόν· ὃ γὰρ ἂν θέλῃ, ψυχῆς ὠνεῖται«combattere con l'animo è arduo: ciò che vuole infatti lo compra a prezzo dell’anima».

Concludo la riabilitazione di Euripide con Snell (La cultura greca e le origini del pensiero europeo, Aristofane e l’estetica):

«Euripide porta la coscienza morale a una nuova crisi... Così al posto del conflitto drammatico abbiamo discussioni di uomini per i quali la vita stessa è diventata oggetto di dubbio. E così dalla tragedia si passa al dialogo filosofico-morale. Se la tragedia più tarda porta alla riflessione astrattamente razionale degli oggetti che rappresentava una volta in figure vive, essa non fa che seguire una legge storica dello spirito greco; anche le altre grandi forme di poesia hanno aperto la via all'osservazione scientifica. L'epopea porta alla storia; la poesia teogonia e cosmogonia sfocia nella filosofia naturale ionica che ricerca l'ἀρχή, la ragione e il principio delle cose; dalla poesia lirica si sviluppano i problemi riguardanti lo spirito e il significato delle cose. Così la tragedia preannunzia la filosofia attica, il cui interesse principale è rivolto all'azione umana, al bene. I dialoghi di Platone riprendono le discussioni dei personaggi della tragedia. […] Goethe, che non era animato da nessun risentimento contro lo spirito... si è fortemente adirato che Schlegel... trovasse da ridire contro Euripide. “Un poeta, – diceva a Eckermann – che Aristotele esaltava, Menandro ammirava e alla cui morte Sofocle e l'intera città di Atene vestirono a lutto, doveva pur valere qualcosa. Quando un uomo dei nostri tempi come Schlegel vuole rilevare dei difetti in questo grande dell'antichità, non dovrebbe farlo altrimenti che in ginocchio”. E per finire, riporteremo ancora la parola di Goethe scritta nel suo diario alcuni mesi prima della morte: “Non finisco di meravigliarmi come l’élite dei filologi non comprenda i suoi meriti e secondo la bella usanza tradizionale lo subordini ai suoi predecessori seguendo l'esempio di quel pagliaccio di Aristofane... Ma c'è forse una nazione che abbia avuto dopo di lui un drammaturgo che sia appena degno di porgergli le pantofole?”».

32 Anche nella Medea viene usata l’argomentazione che Afrodite è più forte di tutto, ma diversamente da qui la usa Giasone per negare a Medea il merito di averlo aiutato (vv. 524-531): ἐγὼ δ', ἐπειδὴ καὶ λίαν πυργοῖς χάριν, / Κύπριν νομίζω τῆς ἐμῆς ναυκληρίας / σώτειραν εἶναι θεῶν τε κἀνθρώπων μόνην. / σοὶ δἔστι μὲν νοῦς λεπτός· ἀλλἐπίφθονος / λόγος διελθεῖν ὡς Ἔρως σἠνάγκασεν. / τόξοις ἀφύκτοις τοὐμὸν ἐκσῶσαι δέμας, «Io, siccome tu esageri anche troppo il merito, / considero che Cipride sola tra dèi e uomini sia / salvatrice della mia impresa navale. / Tu hai una mente sottile; ma è un odioso / discorso spiegare come Eros ti ha costretto / con dardi inevitabili a salvare il mio corpo». Medea nei versi precedenti aveva condannato l’ingratitudine di Giasone con questa amara considerazione (vv. 516-519): ὦ Ζεῦ, τί δὴ χρυσοῦ μὲν ὃς κίβδηλος ἦι / τεκμήρι ἀνθρώποισιν ὤπασας σαφῆ, / ἀνδρῶν δὅτωι χρὴ τὸν κακὸν διειδέναι / οὐδεὶς χαρακτὴρ ἐμπέφυκε σώματι;«Oh Zeus, perché delloro che sia falso / hai fornito agli esseri umani chiari indizi, / mentre nessun marchio è connaturato al corpo / con cui riconoscere quello malvagio?».


p.s.

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