Sicuramente ad Atene il dibattito sul conflitto tra leggi scritte e leggi non scritte era forte. Ugolini1 a proposito dice, parlando delle Supplici di Euripide: «Teseo si produce in un’esaltazione del sistema democratico […] replicando alle accuse dell’araldo, puntualizza un aspetto della democrazia che in questa sede ha grande rilevanza: mentre nella città governata da un tiranno la legge è del tutto arbitraria, in un regime democratico (Supplici 433-437) le leggi sono scritte (γεγραμμένων δὲ τῶν νόμων), la giustizia è uguale per il debole e per il ricco. Chi è più debole può fronteggiare chi sta meglio, qualora ne riceva offesa, e se ha ragione il piccolo prevale sul grande. Al di là dei topoi democratici ricorrenti nel discorso di Teseo, che per molti versi hanno richiamato il parallelo con l’epitafio di Tucidide2, è importante soffermarsi sul nesso che egli istituisce tra “leggi scritte” e democrazia: la pratica effettiva della giustizia e dell’uguaglianza tra i cittadini, indipendentemente dai loro rapporti di censo e forza, è garantita dalla scrittura delle leggi, che tutela i diritti dei meno potenti. La necessità e la difesa della scrittura delle leggi doveva essere percepita come un punto essenziale della propaganda democratica nell’ambito di quella tensione e contrapposizione che vi era ad Atene tra la legislazione scritta della polis e quella orale propugnata e gestita dalle case aristocratiche».
Sulle leggi è interessante vedere ciò che Platone fa dire a Callicle nel Gorgia. Egli sostiene infatti che le leggi sono il prodotto degli uomini che, non avendo altre qualità se non la forza fisica, hanno escogitato questo sistema per impedire di comandare al migliore e più intelligente (489c). Prosegue dicendo τοῦτο γὰρ οἶμαι ἐγὼ τὸ δίκαιον εἶναι φύσει, τὸ βελτίω ὄντα καὶ φρονιμώτερον καὶ ἄρχειν καὶ πλέον ἔχειν τῶν φαυλοτέρων, «io infatti penso che sia diritto di natura che il migliore e più intelligente comandi e abbia di più di chi è più sciocco» (490a). Infine aggiunge: ἀλλὰ τοῦτ᾽ οἶμαι τοῖς πολλοῖς οὐ δυνατόν ὅθεν ψέγουσιν τοὺς τοιούτους δι᾽ αἰσχύνην, ἀποκρυπτόμενοι τὴν αὑτῶν ἀδυναμίαν, «ma ai più credo, questo non è possibile: perciò biasimano siffatti individui, per vergogna, nascondendo la proria incapacità».
Una posizione simile la troviamo in Delitto e castigo di Dostoevskij: «Gli uomini da un certo punto di vista si dividono in uomini “ordinari” e “straordinari”. Gli uomini ordinari devono vivere nell'obbedienza e non hanno diritto di violare la legge perché, capite, sono ordinari. Mentre gli uomini straordinari hanno il diritto di compiere qualsiasi delitto e violare come vogliono la legge proprio per il fatto che sono straordinari»3.
Infine Leopardi4 dice: «Sono moltissimi che amano, predicano, promuovono, ed esercitano esclusivamente la giustizia, l’onestà, l’ordine, l’osservanza delle leggi, la rettitudine, l’adempimento de’ doveri verso chi che sia, l’equa dispensazione de’ premi e delle pene, la fuga delle colpe; ma ciò non per virtù, né come virtù, non per finezza o grandezza o forza compostezza d’animo, non per inclinazione , non per passione, ma per viltà e povertà di cuore, per infingardaggine, per inattività, per debolezza esteriore o interiore, perché non potendo (per debolezza) o non volendo (per pigrizia) o non osando (per codardia) né provvedersi né difendersi da se stessi, vogliono che la legge e la società vegli p. loro, e provvegga loro e li difenda senza loro fatica…».
In conclusione è giusto segnalare quello che è per me il verso più bello di tutta la tragedia perché è un manifesto di umanesimo espresso in maniera sintetica e potente:
v. 523
Οὔτοι συνέχθειν, ἀλλὰ συμφιλεῖν ἔφυν,
«sono nata non certo per condividere l’odio, ma per condividere l’amore».
A questo verso greco bisogna accostarne uno latino5 che riafferma l’idea della dignità umana e della necessità di rapporti umani amichevoli:
Homo sum, humani nil a me alienum puto,
«Sono un uomo, niente di umano ritengo estraneo a me».
1 Sofocle e Atene, pp. 150-151. Ricavo la citazione da G. Ghiselli, Antigone (a cura di), Loffredo, 2001, p. 111.
2 II, 35-46
3 Dostoevskij, Delitto e castigo, Feltrinelli, pp. 291-293.
5 Terenzio, Heautontimorumenos, 77.
p.s.
Statistiche del blog:
Sempre: 104464
Oggi: 1208
Ieri: 1964
Questo mese: 11851
Il mese scorso: 39126
Nessun commento:
Posta un commento