Il quarto stasimo riprende il concetto espresso nel primo quando ai vv. 951-52 il coro dice:
ἀλλ᾽ ἁ μοιριδία τις
δύνασις δεινά
«ma la potenza del fato è in ogni caso terribile»,
dunque il destino dell’uomo corrisponde alla natura dell’uomo, e può prendere varie direzioni a seconda di quella presa dall’uomo.
Gli anapesti finali della tragedia ne esprimono in modo esplicito la morale (vv. 1347-53):
πολλῷ τὸ φρονεῖν εὐδαιμονίας
πρῶτον ὑπάρχει. χρὴ δὲ τά γ᾽ εἰς θεοὺς
μηδὲν ἀσεπτεῖν. μεγάλοι δὲ λόγοι
μεγάλας πληγὰς τῶν ὑπεραύχων
ἀποτίσαντες
γήρᾳ τὸ φρονεῖν ἐδίδαξαν.
«il comprendere è di gran lunga la prima condizione della felicità; bisogna poi non essere empi in niente di ciò che riguarda gli dei: i grandi discorsi dei superbi scontando grandi colpi insegnano in vecchiaia il comprendere».
La conclusione dunque insiste sulla necessità del τὸ φρονεῖν, il comprendere, che Tiresia contrappone nell’Edipo re «alle categorie intellettuali che definiscono il modello della razionalità (il cercare, l’indagare, il congetturare)»1; inoltre è da notare l’insistenza su un altro tema, quello della superbia delle parole, che come abbiamo visto in precedenza, è dal coro imputata anche ad Antigone.
Da questa breve analisi delle parti corali penso che emerga abbastanza chiaramente quale sia l’elemento superiore che dà senso al conflitto: bisogna comprendere la validità dei precetti delfici e la rovina derivante dalla dismisura che è da fuggire in tutte le circostanze2. Il peccato di Creonte è quello di non rispettare le leggi degli dèi e di non voler dare sepoltura a un consanguineo; il peccato di Antigone è quello di eccedere nella difesa dei diritti della consanguineità, fino al puto di rifiutare la vita, ribellandosi alla patria e al proprio zio materno.
1 G. Ugolini, Sofocle e Atene, p. 173. La citazione l’ho ripresa da G. Ghiselli, Antigone (a cura di), Loffredo, 2001, p. 233.
2 Si può istituire un paragone tra questi versi e i vv. 895 sqq dell’Edipo re «Se infatti tali azioni sono onorate, perché dovrei eseguire la sacra danza? (εἰ γὰρ αἱ τοιαίδε πράξεις τίμιαι, / τί δεῖ με χορεύειν;) non andrò più a pregare all’intangibile ombelico della terra, né al tempio di Abae, né a Olimpia, se queste parole indicate a dito non andranno bene a tutti i mortali … e in nessun luogo Apollo risplende di onori: gli dei tramontano (ἔρρει δὲ τὰ θεῖα). Il concetto espresso è sempre relativo al rispetto che si deve alle leggi degli dèi, ma il tono è più pessimistico: la situazione ad Atene è cambiata, la potenza della città non è più in fase ascendente e la fiducia dei cittadini comincia a scemare.
p.s.
Statistiche del blog:
Sempre: 97932
Oggi: 93
Ieri: 760
Questo mese: 5319
Il mese scorso: 39126
Nessun commento:
Posta un commento