domenica 7 dicembre 2025

Sofocle, Antigone – Commento – 9

 

Ai vv. 658-62 troviamo un’affermazione di Creonte,

ἀλλὰ κτενῶ. πρὸς ταῦτ᾽ ἐφυμνείτω Δία

ξύναιμον. εἰ γὰρ δὴ τά γ᾽ ἐγγενῆ φύσει

ἄκοσμα θρέψω, κάρτα τοὺς ἔξω γένους

ἐν τοῖς γὰρ οἰκείοισιν ὅστις ἔστ᾽ ἀνὴρ

χρηστός, φανεῖται κἀν πόλει δίκαιος ὤν.

«ma la ucciderò. Di fronte a queste cose invochi pure Zeus protettore dei congiunti; se infatti lascerò crescere disordinati gli individui che per natura appartengono alla stessa stirpe, figuriamoci quelli estranei. Infatti chiunque sia uomo capace nelle questioni famigliari, apparirà giusto anche in quelle pubbliche».

In questo passo Creonte propugna una visione della famiglia come luogo principale dell’esercizio del potere, in cui bisogna sperimentare l’esempio da fornire ai sudditi; tuttavia, con ironia tragica, anche il tiranno, così dicendo, afferma la centralità della famiglia all’interno della πόλις. In questi versi Creonte si presenta anche come individuo autoritario, dato che la questione fondamentale è mantenere l’ordine. A proposito è interessante notare che “il desiderio di ordine vuol trasformare il mondo umano in un regno inorganico in cui tutto marcia, funziona, è assoggettato a una norma sovrindividuale. Il desiderio di ordine è al tempo stesso desiderio di morte, giacché la vita è una perpetua violazione dell’ordine. Oppure, con una formula opposta: il desiderio di ordine è il pretesto virtuoso con cui l’odio per gli uomini giustifica i propri misfatti” (Kundera, Il valzer degli addii, p. 104).

Ai vv. 876-7

ἄκλαυτος, ἄφιλος, ἀνυμέναιος ταλαίφρων ἄγομαι

τὰν πυμάταν ὁδόν

«Senza compianto, senza amici, senza nozze, disgraziata sono condotta per questa strada già pronta»,

Antigone si lamenta per la solitudine in cui è destinata a morire; il lamento risulta tragicamente ironico dato che la figlia di Edipo ha impostato tutta la sua vita proprio sul culto di quei famigliari dai quali essa non potrà essere a sua volta onorata. In ogni caso questa è una scelta consapevole dato che poco più avanti, ai versi 905 e sqq. la ragazza dice che:

οὐ γάρ ποτ᾽ οὔτ᾽ ἄν, εἰ τέκνων μήτηρ ἔφυν,

οὔτ᾽ εἰ πόσις μοι κατθανὼν ἐτήκετο,

βίᾳ πολιτῶν τόνδ᾽ ἂν ᾐρόμην πόνον.

τίνος νόμου δὴ ταῦτα πρὸς χάριν λέγω;

πόσις μὲν ἄν μοι κατθανόντος ἄλλος ἦν,

καὶ παῖς ἀπ᾽ ἄλλου φωτός, εἰ τοῦδ᾽ ἤμπλακον,

μητρὸς δ᾽ ἐν Ἅιδου καὶ πατρὸς κεκευθότοιν

οὐκ ἔστ᾽ ἀδελφὸς ὅστις ἂν βλάστοι ποτέ.

«Né infatti se fossi stata madre di figli né se il mio sposo morto fosse imputridito, mi sarei sobbarcata questa fatica contro la volontà dei miei concittadini. In forza di quale legge dico questo? Se mi fosse morto uno sposo ce ne sarebbe stato un altro, e un figlio da un altro uomo, se avessi perduto questo; ma essendo la madre e il padre chiusi nell’Ade, non c’è fratello che possa sbocciare mai più».

Questi versi, sulla cui autenticità sono stati avanzati dei dubbi, richiamano all’attenzione un passo delle Storie di Erodoto in cui viene espresso lo stesso concetto dalla moglie di Intaferne1. In entrambi gli autori viene esplicitamente riconosciuta la supremazia al rapporto tra fratelli, dunque al legame di sangue.

1 Erodoto, III, 119, 6: ὦ βασιλεῦ, ἀνὴρ μέν μοι ἂν ἄλλος γένοιτο, εἰ δαίμων ἐθέλοι, καὶ τέκνα ἄλλα, εἰ ταῦτα ἀποβάλοιμι: πατρὸς δὲ καὶ μητρὸς οὐκέτι μευ ζωόντων ἀδελφεὸς ἂν ἄλλος οὐδενὶ τρόπῳ γένοιτο, «O re, di marito posso averne un altro, se la divinità lo vuole, e altri figli, se perdo questi; ma morti ormai mio padre e mia madre, un altro fratello non potrei averlo in nessun modo».


p.s.

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