giovedì 4 dicembre 2025

Sofocle, Antigone – Commento – 5

 

Nel secondo stasimo troviamo una conferma della ἀμαρτία di Antigone. Il coro infatti, cantando le sciagure della stirpe di Labdaco e riferendosi alla sua estrema radica (Antigone e Ismene), dice ai vv. 601-3:

κατ᾽ αὖ νιν φοινία θεῶν τῶν
νερτέρων ἀμᾷ κόνις
λόγου τ᾽ ἄνοια καὶ φρενῶν ἐρινύς

«poi la polvere insanguinata degli dei inferi la falcia insieme alla pazzia della parola e all’Erinni della mente».

In questo caso le due sorelle congiungono alla necessità di dare soddisfazione al sangue la pazzia della parola, che ormai sta diventando una caratteristica del comportamento di Antigone.

Pochi versi più avanti (611-14) le parole del coro forniscono una ulteriore chiave di lettura:

τό τ᾽ ἔπειτα καὶ τὸ μέλλον
καὶ τὸ πρὶν ἐπαρκέσει
νόμος ὅδ᾽, οὐδὲν ἕρπει
θνατῶν βιότῳ πάμπολύ γ᾽ ἐκτὸς ἄτας

«sia nel tempo imminente sia nel futuro sia nel passato prevarrà questa legge: nessun eccesso si insinua nella vita dei mortali senza rovina».

E’ questa l’enunciazione del precetto delfico μηδὲν ἄγαν («nulla di troppo») che costituisce uno dei temi fondamentali delle tragedie di Sofocle1 come dell’opera storiografica del suo amico Erodoto. Essendo il contesto quello di un compianto per la sventurata stirpe dei Labdacidi, significa che anche Antigone, oltre naturalmente a Creonte, con la sua ostinata intransigenza si rende colpevole di ὕβρις.

Nel primo commo2 il Corifeo rincara la dose, rivolgendosi in questi termini ad Antigone (vv. 853-5):

προβᾶσ᾽ ἐπ᾽ ἔσχατον θράσους
ὑψηλὸν ἐς Δίκας βάθρον
προσέπεσες, ὦ τέκνον, πολύ

«Giunta al limite estremo dell’audacia / hai cozzato gravemente, figlia, / contro l’eccelso trono della Giustizia».

Antigone dunque è caduta nella dismisura, che, come «la prepotenza (ὕβρις) , se è riempita invano di molti orpelli che non sono opportuni e non convengono, salita su fastigi altissimi precipita nella necessità scoscesa» (ὕβρις φυτεύει τύραννον: / ὕβρις, εἰ πολλῶν ὑπερπλησθῇ μάταν, / ἃ μὴ 'πίκαιρα μηδὲ συμφέροντα, / ἀκρότατον εἰσαναβᾶσ᾽ / αἶπος ἀπότομον ὤρουσεν εἰς ἀνάγκαν3. E’ chiara in questi versi la condanna, sia pure mista a compassione, della fanciulla (Antigone è indicata dall’appellativo τέκνον, «figlia») che con il suo comportamento ha offeso la giustizia, che evidentemente pretende il rispetto anche dei κηρύγματα4.

1 Cf. note 21 e 23

2 Il commo nella definizione di Aristotele Poetica, 1452b, era un canto di dolore cantato alternativamente dal coro e, sulla scena, da uno o più attori, con accompagnamento di gesti e colpi sul capo e sul petto.

3 Sofocle, Edipo re, 873-77

4 Don Lorenzo Milani in L’obbedienza non è più una virtù invece dice: “Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dire loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del più forte) essi dovranno battersi perché siano combattute”.


p.s.

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