Antigone sa che la difesa del’ identità comporta anche lo scontro con alcuni che come lei vogliono difendere la propria; è per questo che al v. 89 afferma:
Ἀλλ' οἶδ' ἀρέσκουσ' οἷς μάλισθ' ἁδεῖν με χρή
«ma so di piacere a coloro a cui soprattutto è necessario che io piaccia».
B. Knox nota una somiglianza tra il carattere di Antigone e degli eroi sofoclei in generale e il popolo ateniese, quale è descritto da Tucidide II, 64, 3 (l’ultimo discorso di Pericle) γνῶτε δὲ ὄνομα μέγιστον αὐτὴν ἔχουσαν ἐν ἅπασιν ἀνθρώποις διὰ τὸ ταῖς ξυμφοραῖς μὴ εἴκειν, «Sappiate che la città gode di grandissima fama tra tutti gli uomini per il fatto di non cedere alle disgrazie». “Atene proseguì per tutto il periodo della virilità e della vecchiaia di Sofocle, il suo magnifico e ostinato cammino verso il disastro finale. Come un eroe sofocleo, era innamorata dell’impossibile1”
A conferma del fatto che Antigone ha ereditato dal padre questa caratteristica, Knox dice2: “Ho affermato altrove che la stessa Atene, la sua eroica energia, il suo rifiuto di ritirarsi, di piegarsi a compromessi, aveva ispirato la figura di Edipo tyrannos. Ma come abbiamo visto, Edipo è un personaggio dello stesso stampo degli altri eroi sofoclei”.
Tuttavia questa ostinazione non è del tutto una qualità nella tragedia che abbiamo preso in considerazione, dato che una simile caratteristica è rinfacciata da Emone al padre ai vv. 712-14
ὁρᾷς παρὰ ῥείθροισι χειμάρροις ὅσα
δένδρων ὑπείκει, κλῶνας ὡς ἐκσῴζεται,
τὰ δ᾽ ἀντιτείνοντ᾽ αὐτόπρεμν᾽ ἀπόλλυται.
«Tu vedi presso le correnti gonfie che quanti tra gli alberi cedono, salvano i rami, mentre quelli che resistono muoiono con le stesse radici».
Come si vede il non saper cedere porta alla morte e anche Creonte nel finale dovrà ricredersi, purtroppo in ritardo dato che ormai è già stato annientato nei rami e nelle radici, la moglie e il figlio si sono suicidati.
Al verso 511 Antigone afferma in modo esplicito il principio che l’ha spinta a infrangere il decreto di Creonte con cui sta ingaggiando un duello oratorio
οὐδὲν γὰρ αἰσχρὸν τοὺς ὁμοσπλάγχνους σέβειν.
«non è infatti per niente turpe onorare quelli nati dalle stesse viscere».
Al verso 558 vediamo un artificio liguistico che mette in luce quanto Antigone tenga al legame di sangue, l’uso del duale:
καὶ μὴν ἴση νῷν ἐστιν ἡ 'ξαμαρτία
«Eppure è uguale il nostro errore».
In questo caso è Ismene che parla alla sorella per ricercare quella unità che si era incrinata all’inizio del dramma quando la stessa Ismene aveva rifiutato per debolezza di assistere Antigone. Ebbene, per riconquistare il suo affetto, Ismene pone l’accento sulla loro consanguineità usando il duale, cosa che Antigone aveva fatto parlando di sè e della sorella all’inizio al v. 3 νῷν ἔτι ζώσαιν, «noi due ancora vive»3. L’intento di Ismene tuttavia fallisce.
Ai versi 596-97 il coro, nel secondo stasimo, enuncia una legge generale che vincola gli individui alla propria stirpe; tale legge, come abbiamo già visto, sancisce il primato del vincolo famigliare su quello giuridico, poiché
οὐδ᾽ ἀπαλλάσσει γενεὰν γένος, ἀλλ᾽ ἐρείπει
θεῶν τις, οὐδ᾽ ἔχει λύσιν.
«né la stirpe libera una generazione, ma uno degli dei la abbatte né ha scampo».
Addirittura in questo caso chi sorveglia su tale processo è una divinità.
1 Sono appunto le parole che Ismene rivolge ad Antigone al v. 90 ἀλλ' ἀμηχάνων ἐρᾷς.
2 L’eroe sofocleo, in La tragedia greca. Guida storica e critica. p. 93 (La citazione l’ho ricavata da G. Ghiselli in Sofocle, Antigone, a cura di, Loffredo, 2001, p.116.
3 È la grammatica del duale di cui ho parlato all’inizio.
p.s.
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