In base a quanto abbiamo detto in precedenza, possiamo affermare che Hegel avrebbe condiviso l’affermazione che Sofocle nella sua tragedia presenta un conflitto totalmente tragico tra i valori della famiglia e quelli della società civile: la loro distruzione rimanda però a un elemento superiore che dà significato al conflitto, vale a dire lo Stato.
In realtà l’interpretazione del filosofo tedesco è quanto meno opinabile, per non dire sbagliata; è tuttavia condivisibile nella misura in cui riconosce quello che noi abbiamo definito conflitto totalmente tragico e individua almeno uno degli aspetti dell’Antigone, cioè il conflitto tra stato e famiglia. E’ facile infatti vedere nei personaggi di Antigone e Creonte i simboli di due universi in conflitto; quello che resta da individuare è la natura di quell’elemento superiore alla luce del quale il conflitto acquista significato. Per fare questo a mio parere bisogna analizzare, sia pure sommariamente i cori della tragedia.
Nella parodo ai vv. 128-9
Ζεὺς γὰρ μεγάλης γλώσσης κόμπουςὑπερεχθαίρει
«Zeus infatti detesta i vanti di una lingua superba»
compare un tema centrale del pensiero di Sofocle1, cioè il rispetto della divinità che si realizza in un atteggiamento misurato e mai tracotante, anche nelle parole. E’ da notare che l’osservazione del coro segue il dialogo tra Antigone e Ismene, nel quale Antigone dichiara che giacerà «amata con lui, con l’amato, dopo aver compiuto un santo crimine2», e Ismene aveva precedentemente affermato che «infatti il compiere cose straordinarie non ha nessun senso3». E’ chiaro dunque che il coro sta avvertendo l’insorgere di smisuratezza nel comportamento, per ora solo verbale, di Antigone.
Il primo stasimo è un punto cruciale per capire il dramma. Comincia al v. 332
πολλὰ τὰ δεινὰ κοὐδὲν ἀν-
θρώπου δεινότερον πέλει
«molte sono le cose inquietanti e niente / è più inquietante dell’uomo».
Come sappiamo, l’aggettivo δεινός è vox media, può avere valore positivo e/o negativo; in questo caso serve a definire la natura ambigua dell’essere umano, meglio specificata più avanti; dopo la rassegna dei progressi compiuti grazie all’intelligenza, aggiunge infatti ai vv. 365 sqq
σοφόν τι τὸ μηχανόεν
τέχνας ὑπὲρ ἐλπίδ᾽ ἔχων
τοτὲ μὲν κακόν, ἄλλοτ᾽ ἐπ᾽ ἐσθλὸν ἕρπει,
νόμους περαίνων χθονὸς
θεῶν τ᾽ ἔνορκον δίκαν,
ὑψίπολις: ἄπολις ὅτῳ τὸ μὴ καλὸν
ξύνεστι τόλμας χάριν.
μήτ᾽ ἐμοὶ παρέστιος
γένοιτο μήτ᾽ ἴσον φρονῶν
ὃς τάδ᾽ ἔρδοι.
«possedendo il ritrovato della tecnica / che è un sapere, oltre l'aspettativa, / a volte si volge al male, a volte al bene, / realizzando le leggi della terra / e la giustizia giurata degli dèi, / è alto nella città: lontano dalla città / quello con cui non conviva il bello, / per l’audacia. Né condivida con me il focolare né sia in sintonia chi compie queste cose».
Il passo è complesso, soprattutto per l’interpretazione dei vv. 368-70. Molto dipende dal personaggio a cui si pensa che si riferisca il coro, cioè Antigone o Creonte. In realtà i νόμους χθονός e la θεῶν ἔνορκον δίκαν sono i valori a cui si appellano rispettivamente Creonte e Antigone. L’idea espressa è dunque secondo me che i due piani del diritto divino e di quello umano non devono essere contrapposti; se il conflitto c’è è solo apparente e dipende dal fatto che l’uomo (di tutte le cose la più terribile) possiede non la σοφία, la saggezza, ma σοφόν τι, un qualche sapere4, che è di natura limitata. Sia Creonte sia Antigone non vedono l’intima unione esistente tra universo divino e universo umano e quindi sono destinati a essere entrambi ἀπόλιδες (senza diritto di cittadinanza).
1 Lo stesso concetto lo ritroviamo, unito a quello della supremazia delle leggi non scritte, nel secondo stasimo dell’Edipo re, ai vv. 863 sqq. «sia con me la sorte di portare la sacra purezza delle parole (εὔσεπτον ἁγνείαν λόγων) e di tutte le opere, davanti alle quali sono stabilite leggi eccelse (ὧν νόμοι πρόκεινται / ὑψίποδες), generate attraverso l’aria del cielo, il cui solo padre è l’Olimpo, e non le generava la mortale natura degli uomini, né mai l’oblio le addormenterà: un dio grande è in queste e non invecchia (μέγας ἐν τούτοις θεός, οὐδὲ γηράσκει)»
2 ὅσια πανουργήσασα v. 74
3 τὸ γὰρ / περισσὰ πράσσειν οὐκ ἔχει νοῦν οὐδένα vv. 67-68
4 E’ utile a proposito ricordare la contrapposizione istituita da Euripide tra sapere e saggezza nell’ultima delle sue tragedie, le Baccanti, al v. 395 τὸ σοφὸν δ’ οὐ σοφία, «il sapere non è sapienza».
p.s.
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