Pubblico a iniziale commento del testo la mia tesi di abilitazione del 2004.
A un solo testo letterario, credo, è stato concesso di esprimere tutte le constanti principali del conflitto presente nella condizione umana. Queste costanti sono cinque: l’opposizione uomo-donna, vecchiaia-giovinezza, società‑individuo, vivi-morti, uomini divinità. I conflitti che derivano da questi cinque ordini di opposizione non sono negoziabili. Uomini e donne, vecchi e giovani, individuo e comunità o stato, vivi e morti, mortali e immortali si definiscono nel processo conflittuale della definizione reciproca. La definizione della propria persona e il riconoscimento polemico dell’altro (l’autre) al di là dei confini minacciati dell’io, sono due azioni indissolubili. La polarità del maschile e del femminile, della vecchiaia e della giovinezza, dell’autonomia privata e della collettività sociale, dell’esistenza e della mortalità, dell’umano e del divino si possono cristallizzare solo in termini di opposizione (nonostante le numerose possibilità di compromesso tra di loro). Arrivare a noi stessi – viaggio primordiale – significa scontrarci polemicamente con «l’altro». Le condizioni che delimitano la persona umana vengono poste dal sesso, dall’età, dalla comunità, dalla spaccatura tra vita e morte e dal potenziale di incontri, accettati o rifiutati, tra l’esistenziale e il trascendente”1.
La tragedia e la nozione di tragico
Le considerazioni sopra enunciate presuppongono una nozione di tragico imperniata sull’idea di conflitto; ma come si giunge a formulare la nozione di tragico in termini di conflitto?
Il primo a dare una definizione di tragedia è stato Aristotele nella Poetica, 49b2: «la tragedia dunque è imitazione di un’azione seria e compiuta avente una certa grandezza, con parola adornata distintamente per ciascun elemento nelle sue parti, di persone che agiscono e non tramite una narrazione, che attraverso pietà e paura porta a compimento la catarsi di tali passioni». Da tali parole non si può ricavare un’idea generale di tragico che ne autorizzi una concezione nel moderno senso filosofico.
Più avanti nel cap. XIII Aristotele afferma che il protagonista della tragedia «non si distingue in modo particolare né per virtù né per giustizia e cade nella sventura non per malvagità o per scellerataggine ma per un qualche errore3». Si affaccia qui l’idea che l’eroe tragico subisce un capovolgimento (μεταβολή) del suo destino in seguito a una mancanza, un errore e non a un difetto morale; «in questo particolare contesto l’espressione è chiaramente attinta all’ambito dell’epos, e significa “fallimento”, nel senso di insufficienza umana a riconoscere il giusto e a rivolgere risolutamente i propri passi verso di esso»4. Qui si affaccia la possibilità che Aristotele alluda ai limiti della natura umana e alla sua natura tragica. Il discepolo più importante di Aristotele, Teofrasto definì la tragedia come ἡρωικὴς τύχης περίστασις, «catastrofe di un destino eroico»5.
Il concetto della catastrofe del destino eroico in seguito all’errore ritorna poi nel periodo umanistico-rinascimentale6, mentre di notevole importanza è l’età barocca in cui Jacopo Masenio7 formula il concetto dell’error ex alienazione, l’illusione, creata dall’uomo da diverse cause, intorno a se stesso e agli altri, il pericolo continuamente incombente che questa illusione produca sciagure e sofferenze»8.
L’idea che il tragico consista nel conflitto è relativamente recente e risale a Goethe, il quale rivolgendosi al cancelliere von Müller dice: «ogni tragicità è fondata su un conflitto inconciliabile. Se interviene o diventa possibile una conciliazione, il tragico scompare». Altrove9 sempre Goethe aggiunge: «In fondo ciò che importa è soltanto il conflitto che non ammette conciliazione, e questo può sorgere da un contrasto di circostanze di qualsivoglia genere, purché abbia un vero fondamento naturale e sia genuinamente tragico».
Pare evidente che si trovi qui la matrice dell’interpretazione hegeliana, basata sul conflitto tra diritto e famiglia, più avanti esposta; tuttavia una tale nozione escluderebbe per esempio l’Orestea di Eschilo, che finisce, come è noto, con una conciliazione10, ma anche tante tragedie di Euripide11. Può essere utile allora introdurre delle distinzioni; A. Lesky12 utilizza i concetti di visione del mondo totalmente tragica, conflitto totalmente tragico, situazione tragica.
La visione del mondo totalmente tragica «intende il mondo come un luogo dove forze e valori predestinati ad entrare in conflitto soggiacciono a una distruzione assoluta, irrevocabile, inspiegabile alla luce di qualunque significato superiore trascendente».
Il conflitto totalmente tragico «è quello che aveva in mente Goethe quando parlava della tragedia. Anche qui non c’è via d’uscita, e il punto d’arrivo è la distruzione. Ma questo conflitto … non coinvolge il mondo intero: si pone in esso come evento parziale, ed è legittimo pensare che … faccia parte di un tutto che lo trascende e riconduca il suo significato alle sue leggi. E se l’uomo giunge a conoscere queste leggi e a comprendere il loro operare, allora si ha la soluzione su un piano più elevato di quello sul quale quel conflitto giungeva alla sua luttuosa conclusione».
La situazione tragica presenta anch’essa «gli elementi costitutivi del tragico: le forze contrapposte che vengono a conflitto, l’uomo che non trova via d’uscita dal contrasto angoscioso e che vede la propria esistenza consegnata alla distruzione. Ma questa ineluttabilità … non ha l’ultima parola. Le nuvole che sembrano impenetrabili si aprono, e il cielo, tornato sereno, fa piovere la luce della salvezza sulla scena che poco prima era avvolta dalle tenebre della tempesta». Lesky conclude il suo lavoro con queste parole: «ciascuno dei tre grandi drammaturghi attici ci presenterà situazioni tragiche e conflitti totalmente tragici. Ma – e qui è la sostanza del nostro problema – la tragedia attica ci offre anche testimonianze di quella visione del mondo totalmente tragica in cui l’annientamento e la sofferenza non ci rimandano a nulla che li trascenda, bensì sono soltanto il coronamento di una amara saggezza».
1 G. Steiner, Le Antigoni, trad. it. Garzanti, Milano 1984, p. 260.
2 ἔστιν οὖν τραγῳδία μίμησις πράξεως σπουδαίας καὶ τελείας μέγεθος ἐχούσης, ἡδυσμένῳ λόγῳ χωρὶς ἑκάστῳ τῶν εἰδῶν ἐν τοῖς μορίοις, δρώντων καὶ οὐ δι' ἀπαγγελίας, δι' ἐλέου καὶ φόβου περαίνουσα τὴν τῶν τοιούτων παθημάτων κάθαρσιν.
3 δι' ἁμαρτίαν τινά.
4 Che cos’è la tragedia?, in La tragedia greca, a cura di Beye, tr. it. Laterza, 1988, p. 18
5 Thphr. ap. Diom. p. 487.12 K. τραγῳδία ἐστὶν ἡρωικὴς τύχης περίστασις.
6 Per esempio nell’Arte Poetica di Antonio Sebastiano Minturno, del 1563.
7 Palaestra eloquentiae ligatae, (parte III, Colonia 1654).
8 Che cos’è la tragedia?, in La tragedia greca, a cura di Beye, tr. it. Laterza, 1988, p. 19.
9 Colloqui con Eckermann (28 marzo 1827).
10 Le Eumenidi sono le Erinni che perseguitavano Oreste e che ora sono diventate benevole.
11 Nell’Alcesti per esempio la protagonista viene riportata in vita da Eracle il quale la strappa a Thanatos assicurando il lieto fine.
12 Che cos’è la tragedia?, in La tragedia greca, a cura di Beye, tr. it. Laterza, 1988, pp. 24 sqq.
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